Vaccino: Galli, dosi a sanitari già guariti? Non ha senso

(da AGI)  “Non ha senso vaccinare i sanitari che hanno già avuto il Covid e sono guariti. Non adesso almeno”. Lo ha detto Massimo Galli, direttore di Malattie Infettive dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano, all’apertura dei lavori del XXII Congresso Nazionale di NeuroPsicoFarmacologia. “Siamo a un milione e mezzo di vaccini somministrati, pari al 2,47% della popolazione, ostinandoci a vaccinare anche i sanitari già guariti. Non ha senso a mio avviso. Non adesso almeno, anche perché di vaccini ne abbiamo pochi non ne abbiamo molti”, ha osservato Galli. Il Regno Unito ha messo in ballo un razionamento da tempo di guerra con il quale non sono d’accordo. Allora cosa li facciamo a fare i lavori? Il vaccino Pfizer è stato tarato per somministrare la seconda dose al 21imo giorno. In questo modo non potremmo mai dire che la sua efficacia attesa è quella del protocollo del 95%”, ha concluso.

Covid. Dal 1 febbraio in Emilia Romagna via libera a tampone rapido o il test sierologico in farmacia senza ricetta medica

Gli esami si potranno eseguire al prezzo calmierato di 15 euro. E si amplia ancora il target di chi ha diritto al tampone gratuito: educatori, istruttori e allenatori di società sportive giovanili, volontari, caregiver. Bonaccini-Donini: “Mentre la campagna vaccinale va avanti, rafforziamo il nostro impegno per combattere il virus con tutti i mezzi disponibili”.  Leggi L’articolo completo al LINK

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SARS-CoV-2 del futuro “pericoloso” come un raffreddore ?

(da M.D.Digital)    L’umanità è stata regolarmente minacciati da patogeni emergenti caratterizzati da tassi di mortalità impressionanti: solo negli ultimi decenni la cronaca è costellata da numerose emergenze sanitarie dovute a infezioni virali acute, tra cui SARS, MERS, Hendra, Nipah ed Ebola. Per fortuna, si trattava di focolai dove le misure di contenimento ne hanno impedito una diffusione ubiquitaria. Ma quando il contenimento non ha avuto successo immediato, come è stato per il nuovo virus betacorona SARS CoV-2 (CoV-2), è necessario comprendere e pianificare la transizione verso l’endemicità e la circolazione continua, con possibile cambiamenti nella gravità della malattia dovuti all’evoluzione del virus e all’accumulo di immunità e resistenza dell’ospite.

La previsione di uno studio pubblicato di recente su Science dipinge uno scenario rassicurante, in cui il virus diventerà endemico e poco aggressivo. Ma in quanto tempo non è dato saperlo.
In un futuro imprecisato (potrebbe trattarsi di anni ma anche di decenni, non è dato saperlo) il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero potrebbe compromettere la nostra salute non più di quanto fa un comune raffreddore. L’ottimistica previsione è basata su modelli epidemiologici e, come lo sono necessariamente tutte le previsioni, anche questa è in parte azzardata. Nel senso che è fondata su una serie di ipotesi che non è detto si verifichino. Per arrivare allo scenario ideale con un virus totalmente domato, endemico e quasi innocuo bisogna raggiungere prima alcuni traguardi cruciali, vaccinazione di massa in primis.
Certo, siamo ancora nel campo delle ipotesi ma gli scienziati hanno alcune teorie da proporre. Finora il SARS-CoV-2 ha avuto la strada spianata: si trattava di una minaccia nuova contro la quale non avevamo difese immunitarie specifiche. Ma in futuro le cose cambieranno, in primis perché sempre più persone avranno sviluppato anticorpi, sia in seguito a malattia che dopo vaccinazione, e ciò renderà sempre più difficile al virus di aggredire l’organismo come ha fatto finora. Quel che ci si aspetta è che, quando la percentuale di persone immunizzate sarà elevata, il virus avrà un tasso di circolazione ben più ridotto: sarà sopraggiunta la fase cronica dell’epidemia, quella endemica.
L’ipotesi degli scienziati si basa sui dati provenienti dalle precedenti epidemie di altri coronavirus. Sei predecessori di SARS-CoV-2 hanno fornito informazioni preziose: quattro sono all’origine del comune raffreddore, gli altri due sono i responsabili di malattie ben più gravi come Sars e Mers.
I quattro virus del raffreddore sono endemici e procurano sintomi lievi, quelli all’origine di Sars (Cina, 2003) e Mers (Arabia Saudita, 2012) hanno avuto un elevato tasso di letalità ma una diffusione molto inferiore a SARS-CoV-2.
Secondo gli autori dello studio, il nuovo coronavirus che ha scatenato l’epidemia di Covid-19 è più simile ai virus endemici del raffreddore che ai suoi parenti responsabili delle precedenti gravi sindromi respiratorie.
Ebbene, i coronavirus del raffreddore si comportano così: la prima infezione si verifica in media tra i 3 e i 5 anni di età, dopo di che le persone possono essere infettate più e più volte, aumentando la loro immunità e mantenendo il virus in circolazione, senza però ammalarsi. I ricercatori prevedono un futuro simile per il nuovo coronavirus.
Ma come detto, sui tempi i ricercatori non sono in grado di pronunciarsi. La tempistica per arrivare a questo tipo di condizione endemica, hanno commentato gli autori, dipende dalla rapidità con cui la malattia si sta diffondendo, dalla rapidità con cui viene effettuata la campagna vaccinale e dalla durata della risposta immunitaria dopo l’infezione e dopo il vaccino (non ancora nota). Il che rende così importante che tutti siano esposti per la prima volta al vaccino il più rapidamente possibile.
(Lavineet JS, et al. Immunological characteristics govern the transition of COVID-19 to endemicity. Science 2021; 10.1126/science.abe6522. )


Lo smart-working provoca affaticamento e stress

(da DottNet)    L’online fatigue esiste. Sintomi psicosomatici, assenza di tempo libero, scarsa qualità di vita ed estensione illimitata dell’orario lavorativo quotidiano, oltre a una profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa. Sono i risultati di un’indagine condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Serena Barello, Andrea Bonanomi, Federica Facchin, Daniela Villani – che ha fatto un bilancio dell’esperienza dei docenti universitari italiani dopo nove mesi di lavoro prevalentemente in remoto e dell’impatto di tale esperienza sulla loro vita personale.  Due intervistati su tre avvertono una profonda invasione delle tecnologie nelle proprie vite, con un utilizzo superiore alle sei ore al giorno per la maggioranza del campione, inclusi i weekend e i giorni di festa, o in orario extra-lavorativo. Inoltre, un intervistato su due dichiara di trascorrere in media più di quattro ore al giorno su piattaforme di comunicazione (come Zoom, Skype, Teams…).

Ciò che colpisce è la profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa riportata dalla maggioranza degli intervistati (55%). Secondo la ricerca, nell’ultimo mese, il 65% degli accademici si è dedicato al lavoro anche in orari o giornate non lavorative. Il 67% ha percepito che la propria vita personale è stata invasa dalle tecnologie utilizzate per lavoro, e tale percentuale supera l’80% tra chi trascorre più di otto ore al giorno online.  Tuttavia, nonostante la fatica, la maggioranza dei partecipanti continua a sentirsi orgogliosa del proprio lavoro (84%) e a considerarlo ricco di significati e di obiettivi (73%), evidenziando alti livelli di coinvolgimento, dedizione e resilienza. Queste prime evidenze però chiedono attenzione da parte delle istituzioni. Secondo Andrea Bonanomi, responsabile della ricerca, “è necessario che le istituzioni si facciano carico di iniziative volte a promuovere una corretta igiene del lavoro, sensibilizzando in merito ai rischi connessi all’applicazione intensiva del remote working, sempre meno smart e sempre più home-working, e identificando le opportune misure di prevenzione e trattamento della online fatigue”.

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