Relazione audizione FNOMCEO “nell’ambito dell’esame delle proposte di legge C. 503 Speranza, C. 1533 Consiglio regionale del Piemonte, C. 1545 Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna, C. 1608 Consiglio regionale della Toscana, C. 1626 Consiglio regionale delle Marche, C. 1712 Consiglio regionale della Puglia, C. 1741 Schlein e C. 1846 Quartini, recanti “Disposizioni per il sostegno finanziario del Servizio sanitario nazionale”.

comunicazione FNOMCeo 54

Chiarimenti riguardo all’adempimento Legge Regionale 22/2019 e DGR 1919/2023

Con riferimento alle informazioni richieste in relazione all’oggetto, si informa che questo Servizio riceve le comunicazioni ed esegue un controllo esclusivamente formale, prima di trasmetterle all’AUSL e al Coordinatore Regionale per l’Autorizzazione e l’Accreditamento.

La comunicazione di svolgimento attività sanitaria deve essere trasmessa utilizzando il modello elettronico reperibile sulla piattaforma telematica regionale “Accesso Unitario”, al link: https://accessounitario.lepida.it.
In particolare, dopo aver selezionato il Comune (ove ha sede lo studio professionale), dovrà selezionare:
  1. RICERCA CLASSICA
  2. SUAP MODULISTICA ATTIVITA’ PRODUTTIVE
  3. AGRICOLTURA COMMERCIO DEMANIO TURISMO E ALTRE ATTIVITÀ PRODUTTIVE
  4. STRUTTURE SANITARIE
  5. Comunicazione svolgimento di attività sanitaria in studi medici e di altre professioni sanitarie non soggetti ad autorizzazione all’esercizio di attività sanitaria attivati successivamente al 20 dicembre 2023 o già operanti al 20 dicembre 2023
Per poter trasmettere la comunicazione è necessario accedere con SPID e firmare digitalmente il riepilogo pratica.

La prescritta modalità telematica è obbligatoria ai sensi di quanto disposto dal D.Lgs. n. 82/2005 e dal D.P.R. n. 160/2010 e come previsto dalla nota del Direttore Generale Cura della Persona, Salute e Welfare della Regione Emilia-Romagna prot. PG 14.03.2024.0278272.U.

Per ulteriori approfondimenti può consultare il sito Salute Regione Emilia-Romagna alla pagina https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/strumenti-e-informazioni/autorizzazione-e-accreditamento/sanitario/autorizzazione dove – tra l’altro – è presente il paragrafo:
Presentazione della domanda, istruzioni per la compilazione, modulistica e un TUTORIAL per la presentazione delle domande online attraverso la piattaforma Accesso Unitario rete SUAP-ER  
oppure contattare il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’AUSL.

Un linguaggio stigmatizzante aumenta gli errori medici

(da Univadis – Roberta Villa)   Utilizzare termini stigmatizzanti per riferirsi a un paziente, non solo definendolo come “difficile”, ma anche e soprattutto in relazione alle sue origini etniche o alle sue condizioni socioeconomiche, è sintomo di un pregiudizio che può portare a commettere gravi errori nel ragionamento diagnostico o nell’iter che dovrebbe condurre alla diagnosi. Riferirsi a una persona senza fissa dimora come “al barbone del letto 5”, per esempio, rispecchia un’attitudine all’ascolto inferiore a quella riservata al compagno di stanza. E il linguaggio non rispecchia solo i pensieri ma può anche condizionare il modo di pensare, e le azioni che ne conseguono, al punto da compromettere il processo diagnostico e la sicurezza del paziente.

Un gruppo di ricercatori statunitensi ha voluto verificarlo esaminando retrospettivamente quasi 2.350 ricoveri in una trentina di ospedali nel corso del 2019, individuando in più di un caso su 5 alcuni errori diagnostici che hanno portato la o il paziente a morte o all’ingresso in terapia intensiva nelle 48 ore successive all’accesso. In parallelo, sono stati esaminati i passaggi di consegna e le note scritte da medici, infermieri o personale non sanitario in relazione a tutti questi pazienti, individuando in media nel 5% dei casi un “linguaggio stigmatizzante”, nel senso che metteva in dubbio la credibilità del paziente, faceva riferimento a stereotipi razziali o sociali, esprimeva disapprovazione nei suoi confronti o lo descriveva come “difficile”.

La frequenza di linguaggio stigmatizzante era molto diversa da ospedale a ospedale, passando da quelli in cui si trovava in solo l’1% delle note a quelli in cui raggiungeva l’8%, in relazione alle caratteristiche demografiche dei pazienti e al livello di complessità del centro. Le persone afroamericane erano vittime di un linguaggio stigmatizzante in quasi il 10% dei casi, contro il 3,9% degli asiatici o il 3,8% dei caucasici, ma il gruppo più a rischio di subirlo erano persone senza fissa dimora o con instabilità abitativa, che lo subivano nel 15% dei casi.

Il dato più rilevante, però, è che un linguaggio stigmatizzante si trovava in percentuale doppia (8%) in riferimento ai pazienti poi oggetto di un grave errore diagnostico rispetto a quelli in cui tutto è andato liscio (4%). In particolare, un approccio stigmatizzante era associato a errori diagnostici provocati da ritardo nella presa in carico all’accesso (il doppio che negli altri) e peggior comunicazione con pazienti e caregiver (quasi quattro volte più frequente).

Il linguaggio come specchio dell’azione – Il dato non si può generalizzare a tutti gli Stati Uniti né tanto meno all’Europa. Non necessariamente rispecchia la realtà ospedaliera, e non va certo interpretato in senso quantitativo, ma dovrebbe far riflettere ancora sull’importanza del linguaggio come specchio ma anche motore del pensiero e dell’azione.

Durante i primi anni della pandemia abbiamo verificato come l’uso dell’una o dell’altra metafora per descrivere la diffusione del coronavirus plasmasse la percezione di una situazione per molti versi del tutto nuova: se l’ondata di nuovi casi era descritta come uno “tsunami”, era difficile pensare di poterla controllare, tutt’al più ci si poteva proteggere; utilizzare invece l’immagine di un incendio che prende piede da una scintilla in una sterpaglia, ma può essere spento, o interrotto da un fronte frangifiamme, implica un atteggiamento diverso anche in termini di azioni concrete. Prima ancora si era parlato di questo in campo medico soprattutto in relazione alla narrazione del cancro: le metafore e il linguaggio bellico, che possono suscitare una reazione positiva in alcuni, rappresentano per molti altri, di carattere meno “combattivi”, un ulteriore ostacolo nell’accettazione e nella gestione della malattia e delle cure.

Lo stesso si applica alle espressioni discriminanti tradizionalmente usate per descrivere le persone LGBQT+: anche se si è convinti che la scelta delle parole non abbia nulla a che vedere con le proprie idee, certi epiteti sono talmente incastonati in una cultura irrispettosa dei diritti di questi gruppi che utilizzarli, per quanto in buona fede, porta quasi inevitabilmente con sé anche tutto il carico di discriminazione da cui sono nati. E viceversa: sforzarsi di evitarli comporta ogni volta di ricorrere a un pensiero razionale che scaccia anche i pregiudizi di cui non siamo consapevoli.

Troppo spesso si liquida questa attenzione come un omaggio al “politically correct”, come se rispettare tutti potesse essere considerata una moda come tante altre provenienti da oltreoceano. Le parole invece contano, e hanno un potere. Sulla nostra mente e sui nostri gesti. Non dimentichiamolo.

(https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2817610)

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