Paracetamolo, Aifa richiama all’uso corretto. Focus sugli adolescenti
(da Doctor33) Richiamo all’uso corretto del paracetamolo, con un focus particolare sugli adolescenti e sui casi di sovradosaggio intenzionale. È l’allerta lanciata dall’Agenzia Italiana del Farmaco nell’ambito delle attività di monitoraggio sulla sicurezza dei medicinali e in linea con iniziative avviate anche a livello europeo. Secondo quanto evidenzia l’Agenzia, l’assunzione di dosi superiori a quelle raccomandate può determinare effetti indesiderati anche gravi, in particolare a carico del fegato, fino a conseguenze irreversibili nei casi più severi. Un rischio che richiede un’attenzione specifica soprattutto in una fascia di età considerata vulnerabile.
Il richiamo si basa sull’analisi dei dati della Rete nazionale di farmacovigilanza e, in particolare, sulle segnalazioni del Centro Antiveleni di Pavia, che indicano un numero significativo di episodi di sovradosaggio intenzionale tra gli adolescenti. Un fenomeno che, pur non mostrando un aumento nel tempo né collegamenti con presunte “sfide social”, viene considerato clinicamente rilevante. Alla base di questi episodi, sottolinea Aifa, vi sono spesso gesti impulsivi o dimostrativi, ma anche una diffusa percezione errata del paracetamolo come farmaco privo di rischi. Da qui l’invito a rafforzare l’informazione e la consapevolezza, coinvolgendo non solo i ragazzi ma anche famiglie, caregiver e operatori sanitari.
Il paracetamolo resta un medicinale sicuro ed efficace se utilizzato correttamente per il trattamento di dolore e febbre. Tuttavia, l’uso improprio – in particolare l’assunzione contemporanea di più prodotti che lo contengono o il mancato rispetto degli intervalli di somministrazione – può aumentare il rischio di tossicità epatica. Tra le raccomandazioni dell’Agenzia: attenersi alle dosi indicate nel foglio illustrativo o dal medico, evitare associazioni con altri farmaci contenenti paracetamolo o sostanze epatotossiche e, in caso di sospetto sovradosaggio, rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza o a un Centro antiveleni, anche in assenza di sintomi. Aifa richiama infine l’importanza della segnalazione delle sospette reazioni avverse, fondamentale per garantire il monitoraggio continuo della sicurezza dei medicinali e la tutela della salute pubblica.
Spesa militare e sanità: il costo invisibile delle economie di guerra
(da DottNet) Un aumento dell’1% della spesa militare si associa a una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria. Nei Paesi a basso reddito il rapporto si fa ancora più netto, fino a -0,96%. È uno dei dati più significativi emersi da un’analisi pubblicata su The Lancet, che quantifica il rapporto tra investimenti in difesa e finanziamento dei sistemi sanitari.
Non si tratta di una correlazione teorica. In un contesto globale caratterizzato da un incremento delle spese militari e dall’intensificarsi dei conflitti, la riallocazione delle risorse pubbliche si traduce in effetti concreti sulla capacità dei sistemi sanitari di garantire servizi e continuità assistenziale.
Quando cresce la difesa, si riducono le risorse per la sanità
L’analisi evidenzia come il rapporto tra spesa militare e sanitaria non sia neutrale. In presenza di vincoli di bilancio, l’incremento degli investimenti in difesa tende a essere compensato da una riduzione delle risorse destinate ad altri settori, tra cui la sanità. Questo effetto risulta particolarmente evidente nei contesti a basso reddito, dove la contrazione della spesa sanitaria segue in modo quasi proporzionale l’aumento di quella militare. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio: secondo le stime citate nello studio, una persona su sei nel mondo vive oggi in aree interessate da conflitti. In questi contesti, la pressione sui sistemi sanitari cresce mentre le risorse disponibili tendono a ridursi.
I meccanismi attraverso cui i conflitti incidono sui sistemi sanitari - L’impatto dei conflitti sui sistemi sanitari non si limita alla distruzione diretta delle infrastrutture, ma si sviluppa attraverso una serie di meccanismi concomitanti. Il primo è rappresentato dai danni fisici a ospedali, ambulatori e centri di cura, che riducono immediatamente la capacità di erogazione dei servizi. Il secondo riguarda l’interruzione delle catene di approvvigionamento: farmaci, dispositivi e materiali sanitari diventano difficilmente accessibili, con effetti che si estendono anche oltre le aree direttamente colpite. A questi si aggiunge l’impatto delle sanzioni economiche, che pur prevedendo formalmente esenzioni per i beni sanitari, possono generare carenze significative a causa di vincoli finanziari e difficoltà nei pagamenti internazionali. Il ris ultato è una progressiva riduzione della capacità operativa dei sistemi sanitari, anche in assenza di distruzioni materiali dirette. Secondo le evidenze richiamate nello studio, tra il 1990 e il 2017 i conflitti armati sono stati associati a circa 29 milioni di morti in eccesso per cause indirette, come l’interruzione dei servizi sanitari.
Indicatori di sistema e contesti di conflitto - Un ulteriore elemento di criticità riguarda gli strumenti di valutazione dei sistemi sanitari. I principali indicatori di copertura sanitaria universale (UHC) sono costruiti su presupposti di stabilità economica e istituzionale, che non tengono conto degli effetti strutturali dei conflitti. In questo modo, i Paesi coinvolti in guerre o tensioni prolungate risultano penalizzati sia per la riduzione effettiva della spesa sanitaria sia per la difficoltà di raggiungere standard misurati su contesti non comparabili. Ne deriva una rappresentazione parziale delle performance dei sistemi sanitari.
Sostenibilità e contesto geopolitico - "La relazione tra spesa militare e investimenti in sanità ha effetti concreti sull’accesso alle cure", osserva Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo). A livello globale, la riduzione degli aiuti internazionali alla sanità - stimata tra il 30% e il 40% nei Paesi a basso e medio reddito - contribuisce ad amplificare queste dinamiche. In assenza di risorse pubbliche sufficienti, cresce il ricorso alla spesa privata diretta, con un conseguente aumento delle disuguaglianze nell’accesso alle cure. Nel complesso, i dati indicano come la spesa sanitaria risenta delle scelte macroeconomiche e geopolitiche, con effetti che tendono a manifestarsi nel medio e lungo periodo sulla capacità dei sistemi di garantire assistenza.
Interruzione della terapia con levotiroxina negli over 60 in medicina generale
(da M.D.Digital) Quale percentuale di adulti di età pari o superiore a 60 anni può interrompere con successo il trattamento con levotiroxina? Uno studio, pubblicato su Jama, ha cercato di dare una risposta. La ricerca - Lo studio, prospettico, a gruppo singolo, ha incluso adulti residenti in comunità di età pari o superiore a 60 anni che assumevano levotiroxina a dosaggio stabile (≤150 µg/die) da almeno un anno e presentavano un livello di tireotropina (Tsh) inferiore a 10 mUI/L. Lo studio è stato condotto in 58 ambulatori di medicina generale nei Paesi Bassi. I partecipanti, arruolati tra gennaio 2020 e luglio 2022 con follow-up finale il 12 dicembre 2023, sono stati sottoposti a una riduzione graduale del dosaggio di levotiroxina, in aperto e secondo protocollo, con test di funzionalità tiroidea eseguiti almeno 6 settimane dopo ogni step.
Principali risultati - L’età mediana dei 370 partecipanti che hanno iniziato la fase di interruzione della levotiroxina era di 70 anni (intervallo, 60-89); l’80% erano donne; il livello mediano di tireotropina era di 2,2 mUI/L (intervallo, 0,02-9,69); il livello medio di tiroxina libera era di 1,21 ng/dL [DS, 0,18]). 366 hanno completato il follow-up finale a 1 anno. La dose mediana di levotiroxina al basale era 50 [intervallo, 12,5-150] µg/die). 95 partecipanti (25,7% [IC 95%, 21,5%-30,4%]) hanno interrotto con successo l'assunzione di levotiroxina e presentavano un livello mediano di tireotropina di 5,03 mIU/L (intervallo, 1,56-9,40 mIU/L) e un livello medio di tiroxina libera di 1,01 ng/dL (intervallo, 0,80-1,43 ng/dL) a 1 anno. Dei 95 partecipanti che hanno interrotto con successo l'assunzione di levotiroxina, 46 (48,4% [IC 95%, 38,6%-58,3%]) presentavano un livello di tireotropina inferiore a 4,8 mIU/L. Tra gli 88 partecipanti che assumevano una dose di levotiroxina pari o inferiore a 50 µg/die, 56 (63,6%) hanno interrotto con successo il trattamento. La qualità di vita correlata alla tiroide non ha mostrato cambiamenti clinicamente rilevanti complessivamente dal basale a 1 anno e stratificata in base all'interruzione riuscita o non riuscita della levotiroxina.
Gli autori concludono che, in base ai dati ottenuti, negli adulti di età pari o superiore a 60 anni la valutazione della necessità di continuare la levotiroxina dovrebbe essere considerata, in particolare in coloro che assumono una dose pari o inferiore a 50 µg/die.
Fumare può aumentare il rischio di demenza
(da Sanitainformazione.it) Un nuovo studio dell’Università di Chicago, pubblicato su 'Science Advances', suggerisce un meccanismo biologico finora sconosciuto che potrebbe spiegare perché il fumo aumenta il rischio di demenza. Analizzando il ruolo delle cellule polmonari esposte alla nicotina, i ricercatori hanno individuato un asse di comunicazione diretto tra polmoni e cervello. Le cellule neuroendocrine polmonari rilascerebbero minuscole particelle chiamate esosomi, capaci di alterare l’equilibrio del ferro nei neuroni. Questo processo potrebbe favorire cambiamenti cellulari tipici delle malattie neurodegenerative. Il risultato amplia le conoscenze su una correlazione già osservata da tempo: studi epidemiologici avevano mostrato che il fumo intenso in età adulta può più che raddoppiare il rischio di sviluppare demenza, Alzheimer e demenza vascolare decenni dopo.
Il ruolo delle cellule polmonari e degli esosomi - Per anni le spiegazioni del legame tra fumo e declino cognitivo si sono concentrate soprattutto sui danni vascolari e respiratori causati dal tabacco, che riducono progressivamente l’apporto di ossigeno al cervello. Il nuovo studio propone invece una via alternativa: un sistema di segnalazione biologica attiva che parte dai polmoni. I ricercatori hanno analizzato le cellule neuroendocrine polmonari (PNEC), una popolazione cellulare rarissima (meno dell’1% delle cellule polmonari) che combina funzioni nervose ed endocrine e agisce come sensore delle vie respiratorie. Per studiarle, il team ha creato versioni artificiali di queste cellule partendo da cellule staminali pluripotenti umane. Quando esposte alla nicotina, le PNEC producevano grandi quantità di esosomi contenenti serotransferrina, una proteina coinvolta nel trasporto del ferro nell’organismo. Secondo i ricercatori, ogni esposizione alla nicotina potrebbe stimolare il rilascio massiccio di questi segnali biologici. Gli esosomi viaggerebbero poi attraverso il nervo vago, inviando al cervello informazioni errate sulla regolazione del ferro. Il risultato sarebbe un’alterazione dell’omeostasi del ferro nei neuroni, associata all’aumento di marcatori tipici della neurodegenerazione. Questa scoperta suggerisce che il polmone non sia solo un organo danneggiato dal fumo, ma un attore attivo capace di influenzare direttamente la salute cerebrale.
Squilibrio del ferro e danno neuronale - L’alterazione della gestione del ferro nei neuroni può avere conseguenze profonde. Un eccesso o una distribuzione anomala di questo metallo favorisce lo stress ossidativo, la disfunzione dei mitocondri e l’accumulo di proteine associate a malattie neurodegenerative, come l’a-sinucleina. I ricercatori ipotizzano inoltre che lo squilibrio possa attivare la ferroptosi, una forma di morte cellulare programmata legata alla presenza di ferro e già associata a patologie come Alzheimer e Parkinson. In questo scenario, i neuroni inizierebbero a morire prematuramente non per mancanza di ossigeno, ma a causa di segnali biochimici errati provenienti dai polmoni. Sebbene non sia ancora possibile stabilire un rapporto causale definitivo con la demenza, il lavoro fornisce una spiegazione biologica coerente per il progressivo declino cognitivo osservato nei fumatori nel lungo periodo. I ricercatori stanno ora valutando se bloccare la produzione o la diffusione degli esosomi possa diventare una strategia terapeutica. Comprendere meglio la comunicazione tra organi potrebbe permettere nuovi approcci preventivi contro le malattie neurodegenerative.
INAIL – Aggiornamento tabelle tipologiche di Comunicazione di infortunio, Denunce di infortunio/MP/SA, Certificati medici di infortunio, pratiche Patronati previsto per il 22 maggio 2026 – Rettifica file
A partire dal 13 maggio 2026 sarà operativa una nuova versione semplificata del servizio per la compilazione e l'invio dei certificati di infortunio.
L'intervento è stato realizzato con l'obiettivo di semplificare la redazione del certificato facilitando la compilazione da parte dei medici, attraverso una revisione complessiva dei dati richiesti e delle modalità di compilazione. In particolare, sono state introdotte le seguenti modifiche: riduzione dei campi obbligatori, introduzione dell'obbligo di fornire almeno un recapito di contatto del lavoratore per agevolare le comunicazioni relative alla pratica, eliminazione di campi non essenziali e razionalizzazione delle tipologie e delle diciture del certificato.
La nuova versione sarà operativa nelle tre modalità di trasmissione già in uso: servizio online, invio offline tramite file, cooperazione applicativa/interoperabilità.
Per gli utenti che utilizzano la modalità online, l'aggiornamento sarà disponibile direttamente nel servizio, senza necessità di interventi.
Gli utenti che trasmettono i certificati in modalità offline, ovvero tramite il file in formato .xml, dovranno invece adeguare i propri sistemi entro il 13 maggio 2026 facendo riferimento alla documentazione tecnica aggiornata disponibile nella sezione del portale Inail di supporto al servizio online - https://www.inail.it/portale/it/atti-e-documenti/moduli-e-modelli/assicurazione/moduli-prestazioni/certificati-medici/certificato-medico-di-infortunio---supporto-al-servizio-online.html - (manuale utente, cronologia versioni, XML schema e specifiche tecniche).
Gli utenti che operano in interoperabilità/cooperazione applicativa dovranno anch'essi adeguare i propri sistemi consultando la documentazione, disponibile nel "Catalogo Servizi per l'Interoperabilità e la Cooperazione Applicativa", relativa al servizio Rest "CMI-CertificatoMedicoInfortunio" (https://www.inail.it/onecatalog/#!/pdd/coll/CMI-CertificatoMedicoInfortunio, sezioni "Specifiche servizio" e "Risorse").
Si segnala che il mancato adeguamento dei sistemi potrà determinare errori bloccanti in fase di invio, in particolare per quanto riguarda: la corretta gestione del nuovo obbligo relativo a uno dei recapiti di contatto; l'aggiornamento dei campi non più previsti o non più obbligatori.
In caso di necessità, è possibile usufruire del servizio "Inail risponde", presente nella sezione "Assistenza e supporto" del portale istituzionale, per avere chiarimenti o chiedere una verifica del file da trasmettere allegandolo alla richiesta di supporto. Nel form da compilare per "Inail risponde" è necessario valorizzare i seguenti campi obbligatori con i valori indicati: Categoria con 'Prestazioni'; Sottocategoria con 'Assistenza Servizi Online'; Oggetto con 'Certificato medico per infortunio'. È inoltre possibile far riferimento al numero telefonico 06.6001 del Contact Center Inail. Il servizio è disponibile sia da rete fissa che mobile, secondo il piano tariffario del gestore telefonico dell'utente.
File allegati esterni (i file saranno disponibili per 180 giorni)
Inoltre, si invia la documentazione tecnica aggiornata, utile per l'invio dei certificati tramite file, a causa di refusi presenti nel file "20260522-Variazioni Comuni-ASL-Sedi Inail-CAP.xlsx" (vedi foglio "Tabella delle versioni") previsto per il 22 maggio 2026. L’ aggiornamento delle tabelle tipologiche utilizzate dagli utenti che inviano gli adempimenti in oggetto tramite file o in cooperazione applicativa dovranno quindi provvedere in tempo utile ad aggiornare i propri sistemi per poter essere allineati con il database dell'Istituto in modo da non incorrere in errori procedurali. Le modifiche sono riportate nell'allegato file "20260522-Variazioni Comuni-ASL-Sedi Inail-CAP.xlsx". È inoltre disponibile l'allegata tabella generale "20260522-Comuni-ASL-Sedi Inail-CAP.xlsx", con lo storico dei comuni, le associazioni ISTAT-ASL e quelle ISTAT-SEDI INAIL-CAP, che sostituisce totalmente la tabella attualmente in uso. I due file sono contenuti nella cartella "20260522-Aggiornamento tipologiche.zip".
È prevista la pubblicazione sul portale Inail sia di una specifica informativa nella sezione "Avvisi e Scadenze" dell'homepage, sia dei file allegati disponibili a tutti gli utenti nelle seguenti pagine dei servizi online:
- Comunicazione di infortunio: seguendo il percorso Home > Atti e Documenti > Prevenzione > Comunicazione di infortunio > Comunicazione di infortunio - Tabelle di decodifica dei dati.
- Certificati medici (di infortunio): seguendo il percorso Home > Atti e Documenti > Assicurazione > sezione Prestazioni > Certificati medici > Certificato medico di infortunio - Tabelle di decodifica dei dati per certificati medici di infortunio.
- Denuncia/comunicazione di infortunio: seguendo il percorso Home > Atti e Documenti > Assicurazione > sezione Prestazioni > Denuncia infortunio > Denuncia di infortunio - Tabelle di decodifica dei dati.
- Denunce di malattia professionale e di silicosi/asbestosi: seguendo il percorso Home > Atti e Documenti > Assicurazione > sezione Prestazioni > Denuncia malattia professionale > Denuncia di malattia professionale/silicosi asbestosi - Tabelle di decodifica dei dati.
Si chiede di dare massima diffusione all'argomento in questione presso gli utenti coinvolti, ovvero aziende e soprattutto medici e presidi ospedalieri della propria regione in modo da essere allineati ai dati dell'Istituto a partire appunto dal 22 maggio 2026.
Ecco perché lo spuntino notturno non è una buona idea
(da fimmg.org) Snack di mezzanotte antistress? E' capitato a tutti, nelle notti insonni, di cedere alla tentazione di uno spuntino quando tutti dormono e il sole è calato ormai da ore. Ma non è una buona idea. Parola di scienziati. Una nuova ricerca, che verrà presentata alla Digestive Disease Week (Ddw) 2026, svela l'impatto che l'alimentazione notturna ha sull'intestino, in combinazione proprio con lo stress. E' noto che questa combinazione - stress cronico e pasti fuori orario - può alterare la funzionalità intestinale. Lo studio suggerisce che mangiare a tarda notte amplifica questi effetti, con implicazioni sia per la salute dell'apparato digerente che per il microbiota intestinale. "Non conta solo cosa si mangia, ma anche quando lo si mangia", avverte Harika Dadigiri, prima autrice dello studio e specializzanda del New York Medical College - Saint Mary's and Saint Clare's Hospital. "E quando siamo già sotto stress, quel momento può rappresentare un 'doppio colpo' per la salute intestinale".
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 11mila partecipanti al National Health and Nutrition Examination Survey per esaminare i legami tra stress cronico, consumo di pasti a tarda notte e disfunzioni intestinali. Risultato: le persone con un punteggio elevato in termini di stress fisiologico cumulativo riflesso nell'indice di massa corporea (Bmi), nel livello di colesterolo e nella pressione sanguigna, che hanno anche riferito di consumare più del 25% delle calorie giornaliere dopo le 21, avevano una probabilità 1,7 volte maggiore di soffrire di problematiche intestinali rispetto a chi aveva punteggi inferiori e non mangiava a tarda notte. Analogamente, i dati di oltre 4mila partecipanti all'American Gut Project hanno evidenziato che le persone con alti livelli di stress e abitudini alimentari notturne avevano una probabilità 2,5 volte maggiore di segnalare problemi intestinali. Queste persone presentavano una diversità del microbiota intestinale significativamente inferiore, il che suggerisce che l'orario dei pasti potrebbe amplificare l'impatto dello stress sul microbiota attraverso l'asse intestino-cervello, ovvero il sistema di comunicazione bidirezionale che coinvolge nervi, ormoni e batteri intestinali.
Lo studio è di tipo osservazionale, quindi i risultati evidenziano associazioni, piuttosto che rapporti di causa-effetto, precisano gli esperti. Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio come stress, abitudini alimentari e salute intestinale siano collegati. Tuttavia, i risultati sottolineano la crescente consapevolezza che si sta acquisendo dell'importanza della 'crononutrizione': cioè dell'influenza del ritmo circadiano del corpo sul modo in cui l'organismo elabora il cibo. Dopo lunghe e faticose giornate, è comprensibile concedersi uno spuntino a tarda notte, osserva Dadigiri, che si annovera tra chi cede a questa abitudine controproducente. "Non voglio certo fare la parte della 'polizia del gelato'", sorride la ricercatrice. "Tutti dovrebbero mangiarlo, ma magari preferibilmente al mattino. Piccole abitudini costanti, come mantenere una routine alimentare strutturata, possono contribuire a promuovere un'alimentazione più regolare e a sostenere la funzione digestiva nel tempo", conclude.