Corso per caregiver oncologici LILT
Locandina
Il corso è dedicato ai caregiver oncologici 'Prendersi cura'.
Una seconda edizione rinnovata in alcuni contenuti ma sempre mantenendo la modalità ibrida con la possibilità di seguire gli incontri sia da remoto che in presenza. Il percorso è gratuito e si terrà presso la sala riunioni del reparto di Prevenzione oncologica dell'ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì.
Sandra Montalti
Presidente
LILT Forlì-Cesena
Frequent attenders, la minoranza che satura gli studi dei Mmg
(da M.D.Digital) Il fenomeno dei frequent attenders, definiti come pazienti che ricorrono ai servizi di medicina generale in modo ricorrente o senza una motivazione clinica razionale (spesso identificati con almeno 12 visite annue), rappresenta una delle criticità più rilevanti per la medicina territoriale europea. Sebbene questi pazienti rappresentino una minoranza della popolazione (circa il 10-15%), essi monopolizzano il 25% del carico di lavoro complessivo, venendo visitati con una frequenza dieci volte superiore rispetto ai pazienti comuni. Questa sproporzione genera una serie di difficoltà sistemiche e professionali per il medico di medicina generale.
Pressione assistenziale e burnout
La criticità primaria per il Mmg è l'aumento della pressione assistenziale, esacerbata da carichi di lavoro elevati e risorse limitate. Il tempo dedicato ai "frequent attenders" riduce la disponibilità per gli altri pazienti e abbassa la qualità percepita dell'assistenza. Questa condizione porta spesso i medici a provare sentimenti di stress, insoddisfazione e un senso di non autorealizzazione professionale, che sono precursori diretti del burnout. Il persistere di questo stress aumenta il rischio di conflitti clinici e insoddisfazione lavorativa.
La sfida del "paziente difficile" e i pregiudizi di genere
Una criticità relazionale significativa emerge quando le richieste dei pazienti superano le norme attese: i medici tendono a etichettare questi soggetti come "pazienti difficili". Questo stigma può influenzare negativamente il processo diagnostico. Le fonti evidenziano inoltre l'esistenza di pregiudizi di genere: le donne, che costituiscono la maggioranza dei "frequent attenders", sono più spesso percepite come pazienti complesse e soggette a sovramedicazione per diagnosi di somatizzazione, mentre negli uomini la riluttanza a consultare il medico per aspettative sociali di "forza" porta spesso a diagnosi tardive.
Gestione della complessità clinica e psicosociale
Il medico di famiglia si trova a dover gestire pazienti con un profilo clinico estremamente complesso, caratterizzato dalla coesistenza di malattie croniche fisiche (cardiovascolari, respiratorie, muscoloscheletriche) e disturbi psichiatrici. Depressione, ansia e somatizzazione sono diagnosi ricorrenti che richiedono tempi di consultazione più lunghi e una preparazione multidisciplinare. Spesso, dietro l'iperfrequentazione si nascondono fattori psicosociali come isolamento, disfunzioni sociali o eventi di vita stressanti, che il medico deve affrontare pur operando in un sistema che spesso non fornisce strumenti di valutazione quantitativa per questi aspetti.
Impatti economici e organizzativi
Infine, il Mmg deve gestire l'impatto economico delle proprie decisioni cliniche in un contesto di risorse finite. I "frequent attenders" generano costi cinque volte superiori per le prescrizioni e sono responsabili di una quota di spese sanitarie evitabili stimata tra il 60% e il 65%. La sfida per il Mmg è dunque etica e organizzativa: identificare precocemente il profilo del "frequent attender" per implementare interventi mirati che mantengano l'accessibilità e la qualità delle cure senza discriminazioni.
(Sánchez-Gómez D, et al. Profile of European frequent attenders in primary health care: a systematic review and meta-analysis. Family Practice 2025. https://doi.org/10.1093/fampra/cmaf046)
Oasi 2025. Digital first e prossimità: il cuore del futuro del Ssn
(da M.D.Digital) Presentato a Milano e coordinato da Francesco Longo e Alberto Ricci, il Rapporto Oasi 2025, a cura del CeRGAS Sda Bocconi, mette a nudo un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: il combinato di denatalità e invecchiamento sta ridisegnando in modo irreversibile domanda e offerta di salute. In dieci anni i nuovi nati sono diminuiti del 26%, mentre gli over 65 sono cresciuti del 30% in vent’anni. Questo squilibrio alimenta una crescita costante dei bisogni assistenziali, mentre il personale e le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il risultato è un sistema che, pur restando formalmente universalistico, diventa selettivo e casuale nell’accesso e negli esiti. Oasi 2025 smonta tre certezze spesso invocate come soluzione dei problemi del Ssn:
1. Più finanziamento non basta. Anche un incremento del 10–15% del fondo sanitario, equivalente a 15–20 miliardi, non sarebbe sufficiente per recuperare i servizi “fuggiti” nel privato, che oggi valgono circa 48 miliardi. Le priorità allocative resterebbero inevitabili.
2. Efficienza ≠ sostenibilità. Per anni l’efficientamento è stato interpretato come controllo degli input, più che come aumento della produttività. Nelle regioni più fragili, la quota di valore delle prestazioni sul totale della spesa è scesa dal 35% pre-Covid al 30% nel 2023. Senza riallocazioni di personale e riassetti organizzativi dolorosi, l’efficienza resta un obiettivo irraggiungibile.
3. Liste d’attesa: rincorrere l’output non governa la domanda. Agire solo sull’offerta rischia di amplificare il disordine prescrittivo e di indebolire la presa in carico dei cronici, proprio mentre gli investimenti territoriali dovrebbero favorirla.
Iniquità e skill-mix: le criticità che si consolidano. Il rapporto conferma l’ampliarsi delle diseguaglianze territoriali nell’accesso e negli outcome. Persistono differenze ingiustificate nei consumi sanitari tra e dentro le regioni. Lo skill-mix resta uno dei nodi più critici: con 1,3 infermieri per medico, l’Italia è ben sotto i valori di Francia e Germania (2,6–2,9). Questo rende difficile qualsiasi modello moderno di presa in carico proattiva.
Territorio: dove si gioca la vera sfida. Per Oasi 2025, la principale leva di trasformazione è nel riassetto della medicina territoriale previsto da Dm 77/2022 e Pnrr. Ma non basta costruire Case e Ospedali di Comunità: serve una strategia chiara di prossimità. La prossimità non è capillarità. Ambulatori piccoli e dispersi non garantiscono valore: in molte aree, specialmente nel Mezzogiorno, l’eccesso di frammentazione riduce la produttività delle prestazioni.
Nel 2025 la prossimità significa:
- relazione stabile tra paziente e un erogatore unico;
- multicanalità 24/7, anche asincrona;
- tempi certi per i percorsi dei cronici;
- massa critica sufficiente nei nuovi setting territoriali.
Verso un modello “Digital & Remote First” - La trasformazione digitale è già in corso: oltre il 60% dei contatti Mmg–paziente avviene da remoto.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 può diventare l’interfaccia principale per prenotazioni, pagamenti e referti, riducendo drasticamente la necessità di front office fisici.
La domanda chiave che Oasi pone ai manager è: "Con quale radicalità il Ssn sceglierà il digital & remote first"?
I servizi territoriali possono essere concentrati nelle Case della Comunità, lavorando prevalentemente da remoto. La Direzione del Distretto assume un ruolo cruciale: deve decidere come allocare il personale tra Case di Comunità, Ospedali di Comunità, ADI e servizi domiciliari, dato che le risorse non bastano per saturare tutto.
Cronicità: il banco di prova delle priorità. Per massimizzare il valore sociale, il Ssn deve definire priorità chiare nei percorsi dei cronici, con:
- accessi “blindati” e tempi garantiti;
- continuità con lo stesso professionista o team;
- gestione multicanale per i pazienti stabilizzati.
- L’Adi continua a crescere (+43% assistiti dal 2019), ma con intensità molto ridotta (14 ore annue a persona): un segnale di espansione quantitativa senza corrispondente qualità.
La “doppia agenda” dei manager e il ruolo delle cure primarie - Il rapporto descrive un Ssn governato da direttori chiamati a portare avanti una doppia agenda:
- una pubblica, allineata alle narrazioni politiche;
- una interna, fatta di riorganizzazioni profonde, talvolta impopolari.
Le cure primarie sono al centro di questo cambio di passo:
- scelta delle priorità cliniche;
- governo della domanda;
- integrazione reale tra professionisti;
- utilizzo pieno della telemedicina e dell’Fse 2.0.
Per Oasi 2025, la riforma territoriale riuscirà solo se i manager sapranno “fare l’adulto nella stanza”: prendere decisioni scomode, spostare risorse, sostenere il cambiamento contro inerzie e resistenze. Il Ssn non è alla vigilia di una crisi: è già dentro una trasformazione obbligata. Per i medici di cure primarie, il futuro della prossimità passa da una nuova centralità professionale, dall’uso esteso del digitale e dalla partecipazione attiva alla definizione delle priorità assistenziali. Non si tratta di fare di più, ma di fare diversamente e scegliere cosa davvero conta.
Camminare rallenta il declino cognitivo nelle persone a rischio Alzheimer
(da DottNet) Aumentare anche solo leggermente il numero di passi compiuti ogni giorno può aiutare a rallentare la progressione verso l'Alzheimer nelle persone ad alto rischio: il declino cognitivo viene ritardato di tre anni nelle persone che camminano solo 3.000-5.000 passi al giorno e di sette anni nelle persone che camminano 5.000-7.500 passi al giorno. Lo rivela uno studio su Nature Medicine, in cui i ricercatori del Mass General Brigham hanno scoperto che l'attività fisica si associa a un rallentamento del declino cognitivo negli anziani con livelli elevati di beta-amiloide, una proteina associata all'Alzheimer. Gli individui sedentari hanno un accumulo significativamente più rapido di proteine tossiche nel cervello e un declino più rapido delle funzioni cognitive e quotidiane.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 296 partecipanti di età compresa tra 50 e 90 anni dello studio Harvard Aging Brain Study, tutti senza deficit cognitivi all'inizio dello studio. Hanno misurato i livelli iniziali di sostanze tossiche accumulate nel cervello di ciascuno e valutato l'attività fisica dei partecipanti utilizzando contapassi. I partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni cognitive annuali per un periodo medio di 9,3 anni. Ebbene, un numero maggiore di passi è risultato associato a un rallentamento del declino cognitivo e a un accumulo più lento delle proteine tossiche, tra chi partiva già con tante sostanze tossiche accumulate nel cervello, quindi con un rischio elevato di Alzheimer.