Diagnosi di cancro, i pazienti preferiscono sentirla dal medico

(da Sanitainformazione.it)   La diffusione dei portali elettronici per i pazienti, che consentono di consultare rapidamente referti, esami e informazioni cliniche, sta cambiando anche il modo in cui vengono comunicate diagnosi particolarmente delicate, come quelle oncologiche. Un nuovo sondaggio condotto presso l’UT Southwestern Medical Center e pubblicato su JAMA Network Open mostra però che, quando si tratta di una diagnosi di cancro, la maggior parte dei pazienti continua a preferire il contatto diretto con il medico.  L’indagine, realizzata nel 2025, ha raccolto le risposte di oltre 2.400 pazienti a cui era stato diagnosticato un tumore presso il Simmons Cancer Center tra il 2019 e il 2023. I risultati indicano che il 75% degli intervistati vorrebbe ricevere una nuova diagnosi oncologica direttamente dal proprio medico, di persona o attraverso una visita in telemedicina, piuttosto che scoprirla autonomamente tramite un portale digitale. L’accesso immediato ai referti può aumentare ansia e incertezza Il tema nasce anche dalle conseguenze del 21st Century Cures Act, entrato in vigore negli Stati Uniti nel 2021, che ha rafforzato il diritto dei pazienti ad accedere in modo tempestivo e ampio alle proprie informazioni sanitarie elettroniche. Questa misura ha migliorato la trasparenza e la disponibilità dei dati clinici, ma ha aperto una questione complessa: non tutti i risultati hanno lo stesso peso emotivo e non tutte le informazioni possono essere recepite senza un adeguato accompagnamento. Secondo Sheena Bhalla, autrice principale dello studio e oncologa medica presso l’UT Southwestern, per i pazienti oncologici il rapido accesso elettronico ai referti può avere effetti diversi rispetto alla popolazione generale.  Ricevere una diagnosi di cancro senza poter porre subito domande, chiarire i dubbi o discutere i passi successivi con un medico di fiducia può aumentare stress, paura e senso di incertezza. Il problema, quindi, non è l’accesso digitale in sé, ma il modo in cui questo accesso viene integrato nella relazione di cura. Una comunicazione troppo automatica rischia di lasciare soli i pazienti Il sondaggio ha mostrato che le preferenze dei pazienti non sono uniformi e possono variare in base alle esperienze precedenti, all’abitudine nell’utilizzo del portale e ad alcune caratteristiche demografiche. Gli uomini, ad esempio, sono risultati più propensi a preferire la comunicazione della diagnosi tramite il portale. Tuttavia, il dato complessivo resta chiaro: per una comunicazione che può cambiare radicalmente la vita di una persona, molti pazienti desiderano ancora la presenza, anche virtuale, di un medico. Un aspetto particolarmente rilevante riguarda le circostanze concrete in cui i pazienti vengono a conoscenza dei risultati. Più della metà di coloro che hanno scoperto la diagnosi attraverso il portale ha riferito di essere sola in quel momento. Secondo Bhalla, questa rappresenta una delle conseguenze indesiderate dell’accesso in tempo reale: il paziente può ricevere una notizia ad alto impatto emotivo senza il supporto del medico, dei familiari o di una persona di fiducia. Il rischio è che uno strumento pensato per aumentare l’autonomia finisca, in alcune situazioni, per accentuare vulnerabilità e disorientamento. Per David Gerber, autore senior dello studio, i risultati indicano la necessità di superare un approccio standardizzato e di costruire modalità di comunicazione più personalizzate, attente e compassionevoli. Verso portali più flessibili e strumenti digitali di supporto Secondo i ricercatori, il punto non è tornare indietro rispetto alla digitalizzazione, ma renderla più adatta alla complessità delle informazioni sanitarie. Una prima soluzione potrebbe essere quella di aumentare la consapevolezza, sia tra i medici sia tra i pazienti, sulle impostazioni di notifica disponibili nei portali, in modo da gestire meglio tempi e modalità di ricezione dei risultati. Un’altra possibilità riguarda lo sviluppo di sistemi di rilascio graduale o differito per i referti particolarmente sensibili, come quelli relativi a nuove diagnosi oncologiche o recidive.  

Dipendenze, l’ISS unifica i numeri verdi e apre alla sfera digitale

(da DottNet)   Un unico punto di accesso per orientare cittadini, familiari e operatori tra i servizi dedicati alle dipendenze. È operativo da oggi il nuovo Numero Verde Dipendenze dell'Istituto Superiore di Sanità, che riunisce sotto un'unica numerazione i servizi finora dedicati separatamente a droghe, alcol, tabacco, gioco d'azzardo e doping.   Il nuovo numero nazionale, 800940789, è stato realizzato con il finanziamento del Dipartimento per le Politiche contro la Droga e le altre Dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri ed è accessibile gratuitamente e in forma anonima sia da telefono fisso sia da cellulare.   A rispondere è un'équipe composta da psicologi, ricercatori e professionisti specializzati nelle diverse forme di dipendenza. Attraverso una voce guida iniziale, gli utenti possono essere indirizzati verso il counselor più adatto alle proprie esigenze. Entrano le dipendenze da Internet e nuove tecnologie La principale novità riguarda l'introduzione di una linea specialistica dedicata alle dipendenze da Internet e dalle nuove tecnologie, che si affianca ai servizi storicamente rivolti alle dipendenze da sostanze e ai comportamenti a rischio. L'iniziativa riflette l'attenzione crescente delle istituzioni sanitarie verso fenomeni che coinvolgono in particolare adolescenti e giovani adulti, come l'uso problematico dei social network, il gaming compulsivo e altre forme di dipendenza comportamentale legate agli ambienti digitali.   L'inserimento di queste problematiche all'interno di un servizio nazionale dedicato alle dipendenze rappresenta un ulteriore segnale della loro crescente rilevanza sul piano sanitario e sociale. Orientamento e informazioni validate Il numero verde è attivo dal lunedì al venerdì e svolge funzioni di informazione, ascolto e orientamento verso i servizi presenti sul territorio. Restano comunque operativi anche i singoli numeri verdi già esistenti, compreso quello dedicato alla cessazione del fumo riportato sui pacchetti di sigarette.  Accanto al servizio telefonico, l'Iss mette inoltre a disposizione due piattaforme online dedicate rispettivamente alle dipendenze da sostanze e alle dipendenze digitali: zerosostanze.iss.it e benessereinrete.iss.it. I portali consentono di consultare informazioni scientificamente validate e di individuare le strutture territoriali che si occupano di prevenzione, cura e supporto. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, l'obiettivo dell'iniziativa è rendere più semplice e immediato l'accesso ai servizi di consulenza e orientamento, favorendo una presa in carico più tempestiva delle diverse forme di dipendenza.

Retrodatazioni, deleghe e richieste improprie: come gestire le situazioni più delicate in ambulatorio

(da DottNet)    Tra le attività che accompagnano quotidianamente il lavoro del medico di medicina generale, la certificazione è probabilmente una delle più esposte al rischio di incomprensioni con l'utenza. Non sempre, infatti, ciò che il paziente ritiene ragionevole o scontato coincide con ciò che la normativa e la deontologia consentono di attestare. Proprio per questo motivo conoscere con precisione i limiti dell'attività certificativa può rappresentare uno strumento utile non soltanto sotto il profilo professionale, ma proprio per evitare incomprensioni o tensioni nella gestione del rapporto con il paziente. Il problema delle retrodatazioni Una delle richieste più frequenti riguarda la possibilità di attestare oggi una situazione verificatasi giorni o settimane prima. Su questo punto la normativa lascia poco spazio a interpretazioni. Un certificato retrodatato costituisce un falso.  Ciò non significa che il medico non possa documentare eventi clinici riferiti a quanto accaduto prima dell’atto della certificazione. Se il paziente è stato effettivamente seguito per una determinata patologia, il professionista può ricostruire la storia clinica sulla base della documentazione disponibile. Ciò che non può fare è attribuire al certificato una data diversa da quella reale di rilascio. La distinzione può apparire formale, ma ha rilevanti implicazioni giuridiche. Quando a chiedere il certificato è un familiare Un'altra situazione che può generare difficoltà riguarda le richieste avanzate da coniugi, figli o altri familiari. La presenza di un rapporto familiare non autorizza automaticamente il rilascio di certificazioni sanitarie. In assenza di una delega espressa dell'interessato, il medico non può infatti trattare informazioni sanitarie né rilasciare documentazione a soggetti terzi.  Si tratta di un principio che può creare tensioni soprattutto nei confronti di familiari che ritengono di agire nell'interesse del paziente, ma che trova fondamento nella tutela della riservatezza e dell'autodeterminazione della persona assistita. Le richieste che esulano dalle competenze del medico curante Vi sono poi certificazioni che il medico di medicina generale non può rilasciare semplicemente perché non rientrano nelle proprie competenze. Un esempio è la certificazione dell'incapacità di intendere e di volere. Si tratta di una valutazione che produce effetti giuridici particolarmente rilevanti e che non può essere affidata al medico curante come semplice attestazione clinica. Nei casi previsti dalla legge è l'autorità giudiziaria a pronunciarsi, eventualmente sulla base di specifiche perizie.  Anche in queste circostanze il rifiuto non rappresenta una mancanza di collaborazione nei confronti del paziente, ma il rispetto dei limiti previsti dall'ordinamento. Quando il problema non è il certificato ma la documentazione Molte richieste improprie nascono da un presupposto comune: la convinzione che il medico possa attestare fatti che non ha direttamente osservato o che non risultano documentati. Il principio che governa l'intera attività certificativa è invece opposto. Ogni attestazione deve poggiare su dati anamnestici raccolti, rilievi clinici direttamente constatati oppure elementi oggettivamente documentabili.   Quando questi presupposti mancano, il professionista non dispone semplicemente di una facoltà di rifiuto, ma spesso di un vero e proprio obbligo di non certificare. Uno strumento di tutela anche per il rapporto con il paziente Nella pratica quotidiana le richieste più difficili non sono necessariamente quelle clinicamente complesse, ma quelle che si collocano in una zona grigia tra aspettative del cittadino, esigenze amministrative e limiti normativi.   In questi casi il riferimento a regole chiare e condivise può aiutare il medico a trasformare un potenziale conflitto in un momento di corretta informazione. Perché il rifiuto di una certificazione non nasce da una scelta discrezionale del professionista: al contrario rappresenta il rispetto dei confini entro i quali la certificazione conserva il proprio valore clinico e giuridico.

Federfarma lancia per l’estate un’iniziativa di prevenzione contro il drink spiking: i kit CYD saranno disponibili gratuitamente nelle farmacie private associate della provincia

In vista dell'estate, con l'aumento di serate e occasioni di socialità, le Farmacie private associate di Forlì-Cesena diventano punto di distribuzione gratuita dei test CYD, dispositivi rapidi e discreti per rilevare la presenza di droghe dello stupro nelle bevande. L'iniziativa è promossa da Federfarma Forlì-Cesena, l'associazione di categoria delle farmacie private della provincia, in collaborazione con Voden Medical S.p.A. Il drink spiking — l'aggiunta di sostanze stupefacenti a una bevanda a insaputa di chi la consuma — è un fenomeno in crescita, strettamente legato alla violenza sessuale. Le sostanze più utilizzate, GHB (la cosiddetta "droga dello stupro"), chetamina e benzodiazepine, sono inodori e incolori, metabolizzati rapidamente dall'organismo, il che li rende difficilmente rilevabili se non in tempi brevissimi. I dati ISTAT indicano che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni — quasi 7 milioni di persone — ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Per contrastare concretamente questo fenomeno, Federfarma Forlì-Cesena ha acquistato un'importante fornitura di test CYD (Check Your Drink), prodotti dalla omonima società inglese e distribuiti in Italia da Voden Medical S.p.A., e li metterà a disposizione gratuitamente attraverso le proprie farmacie associate. Il test — validato dall'Università di Strathclyde di Glasgow e certificato dall'agenzia britannica per la prevenzione della criminalità SBD — consente di rilevare in pochi secondi, con una goccia di bevanda su un'apposita card, la presenza di GHB, chetamina, benzodiazepine e cocaina, con un'accuratezza del 98%. Federfarma Forlì-Cesena è la prima in Emilia-Romagna a lanciare questa campagna di sensibilizzazione. I test CYD sono già adottati in molti Paesi Europei e negli Stati Uniti. Emblematico il caso del Parlamento britannico, che ha introdotto misure specifiche contro il drink spiking dopo che la bevanda di un membro del Parlamento fu additivata da un ospite — un episodio che fece scalpore nei media internazionali. "La farmacia territoriale è per natura un presidio di prossimità, accessibile, professionale e privo di barriere. Riteniamo che sia esattamente il luogo giusto per un'iniziativa come questa: non solo per distribuire uno strumento concreto di prevenzione, ma per creare un punto di riferimento per le donne e le ragazze in difficoltà." I test CYD sono disponibili gratuitamente presso le farmacie private associate a Federfarma Forlì-Cesena. Non è necessaria alcuna prescrizione. Il personale delle Farmacie aderenti è disponibile a illustrarne l’utilizzo.

Dolore cronico come priorità sanitaria: se ne discute al Senato della Repubblica con il contributo dell’AUSL Romagna L’esperienza della sanità romagnola al centro del confronto nazionale. Il Direttore della Terapia Antalgica della Romagna interviene alla Biblioteca “Giovanni Spadolini” di Roma per presentare le prospettive di sviluppo della terapia del dolore in Italia

L'Azienda USL della Romagna ha partecipato ai lavori dell'incontro istituzionale "La vita delle persone con dolore cronico: costruire risposte, avviare percorsi, garantire cura ed assistenza", svoltosi presso la Sala Atti Parlamentari della Biblioteca "Giovanni Spadolini" del Senato della Repubblica, promosso dall'Alleanza sul Dolore con il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni, del mondo clinico e delle associazioni dei pazienti.Nel corso del dibattito è intervenuto il Dott. Massimo Innamorato, Direttore della U.O.C. Terapia Antalgica dell'AUSL Romagna e coordinatore del Programma Aziendale per il Contrasto del Dolore Acuto e Cronico, rappresentando il valore dell'esperienza maturata sul territorio romagnolo, mettendo però in luce le grandi difficoltà che i pazienti italiani devono ancora affrontare ogni giorno per curarsi di dolore cronico. L'obiettivo dell'intervento è stato di spiegare chiaramente ai parlamentari e alle associazioni a che punto sia oggi la terapia del dolore in Italia. Sebbene nel nostro Paese esista una legge all'avanguardia (la Legge 38/2010), la realtà dimostra che l'accesso alle cure varia tantissimo, da Regione a Regione. Manca ancora un'assistenza davvero su misura e le reti di cura non sono sviluppate ovunque allo stesso modo. Questa rappresentazione è emersa anche da una recente indagine nazionale, presentata durante l'incontro, che denuncia forti ritardi nelle diagnosi, ostacoli nel trovare i percorsi giusti e un peso economico e sociale enorme per chi soffre di dolore cronico. Nel suo intervento, il Dott. Innamorato ha illustrato alcune proposte operative per rafforzare il sistema nazionale della terapia del dolore, tra cui riconoscere a pieno il valore dello specialista in Terapia del Dolore, rafforzare le reti di cura sul territorio (il modello Hub & Spoke che unisce centri principali e ambulatori vicini ai cittadini), garantire gli stessi percorsi di cura in tutta Italia, senza differenze tra regioni, raccogliere i dati clinici in modo organizzato per aiutare la sanità a programmare meglio i servizi, investire di più sulla formazione dei medici specialisti e creare un'alleanza più forte tra istituzioni, medici e associazioni dei pazienti. Tutti questi punti sono stati raccolti in un documento strategico, elaborato per favorire lo sviluppo dell'area della terapia del dolore non correlata al fine vita, che individua azioni concrete per migliorare l'organizzazione dei servizi e garantire un accesso più equo alle cure. "Il dolore cronico – spiega il Dott. Massimo Innamorato -  non rappresenta soltanto un sintomo, ma una vera e propria patologia che limita autonomia, qualità della vita e partecipazione sociale di milioni di cittadini. È necessario trasformare il diritto sancito dalla Legge 38 in un diritto realmente esigibile, attraverso reti organizzative efficienti, professionisti dedicati e percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale". L'AUSL Romagna è da anni impegnata nello sviluppo della rete di Terapia Antalgica regionale, promuovendo modelli organizzativi orientati alla presa in carico multidisciplinare, all'appropriatezza delle cure e all'impiego delle più avanzate tecniche farmacologiche e interventistiche, con l'obiettivo di garantire ai cittadini un'assistenza sempre più qualificata e uniforme. La partecipazione all'iniziativa del Senato rappresenta un importante momento di confronto istituzionale volto a contribuire all'evoluzione delle politiche sanitarie nazionali dedicate al dolore cronico, favorendo una maggiore attenzione verso una condizione che interessa milioni di persone e che produce un rilevante impatto sanitario, sociale ed economico.

Ripensare l’anoressia

(da internazionale.it)  L'anoressia nervosa colpisce sempre più persone di ogni età, e i social media sembrano avere un ruolo nell'alimentarne la diffusione, favorendo la circolazione di modelli corporei irrealistici.  E' uno di disturbi psichiatrici a più alta mortalità: circa un terzo di chi ne soffre non guarisce, e le ricadute sono frequenti anche dopo anni di cura. Una delle ragioni potrebbe trovarsi nel cervello. Studi di neuroimaging hanno mostrato che l'anoressia non è solo una questione psicologica: coinvolge alterazioni nei circuiti cerebrali che regolano ricompensa, emozioni e abitudini. E' per questo che molte persone continuano a limitare l'assunzione di cibo anche quando vogliono guarire dall'anoressia, non per mancanza di volontà ma perché il cervello ha imparato a funzionare diversamente. Questa prospettiva sta spingendo la ricerca verso nuove strade: dalla stimolazione magnetica transcranica, per agire sulle scelte alimentari, a sostanze come la psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni. Anche se le evidenze restano preliminari e le terapia sono ancora in fase di studio, l'ipotesi di una base neurologica dell'anoressia apre possibilità che fino a pochi anni fa sembravano remote (https://www.newscientist.com/article/2528588-understanding-anorexias-grip-on-the-brain-could-unlock-new-therapies/)