AI in medicina, il 61% di specialisti e Mmg la usa già. Ma pochi sanno riconoscere gli errori
(da Doctor33) L’intelligenza artificiale generativa è già entrata nella pratica quotidiana di medici e pazienti. Secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, presentata al Festival dell’Economia di Trento, il 61% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale dichiara di avere già utilizzato strumenti di AI generativa. Tra gli infermieri la quota è del 37%. L’utilizzo avviene prevalentemente attraverso piattaforme generaliste non progettate specificamente per l’ambito sanitario. Parallelamente, il 36% dei cittadini riferisce di utilizzare chatbot basati su AI per cercare informazioni su salute, farmaci e terapie. Secondo Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio, questi strumenti stanno entrando “rapidamente nella quotidianità di professionisti e cittadini” e richiedono “un approccio guidato da responsabilità e da un giusto senso di urgenza”. L’indagine evidenzia però anche un problema di competenze. Un terzo dei medici specialisti dichiara di conoscere il rischio di “allucinazioni” dell’AI generativa, ma solo il 17% afferma di saperle riconoscere.
Nel report vengono indicati diversi possibili ambiti applicativi dell’intelligenza artificiale in sanità:
- supporto alla pre-interpretazione degli esami diagnostici;
- gestione delle liste d’attesa;
- telemedicina;
- presa in carico dei pazienti cronici;
- supporto alla relazione medico-paziente tramite strumenti conversazionali.
- il 69% dei medici specialisti utilizza la Cartella clinica elettronica;
- il 48% degli specialisti e il 30% degli infermieri accede al Fascicolo sanitario elettronico;
- il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale ha effettuato televisite;
- due cittadini su tre hanno utilizzato il Fascicolo sanitario elettronico nell’ultimo anno.
- cybersecurity;
- servizi digitali al cittadino;
- Cartella clinica elettronica;
- telemedicina;
- intelligenza artificiale.
Inquinamento, effetti su polmoni e cervello già dopo poche ore
(da Sanitainformazione.it) Una nuova ricerca britannica indica che anche una breve esposizione ai comuni inquinanti atmosferici può modificare, in modo distinto, la funzione polmonare e l’attività cerebrale. Lo studio, pubblicato su 'npj Clean Air' e condotto da un gruppo di scienziati britannici, mostra che sostanze presenti nell’aria interna ed esterna possono produrre effetti misurabili entro appena quattro ore dall’esposizione. Il lavoro offre nuovi elementi per comprendere il rapporto tra inquinamento atmosferico, salute del cervello e possibile rischio di demenza. L’inquinamento può infatti agire direttamente, quando particelle nocive penetrano nel cervello, oppure indirettamente, attraverso l’infiammazione polmonare che influenza a sua volta l’attività cerebrale. Finora la qualità dell’aria è stata spesso valutata soprattutto in base alla quantità totale di particolato. Questo studio suggerisce invece che la fonte dell’inquinamento conta quanto la concentrazione.
Con l’aumento delle malattie neurologiche, l’invecchiamento della popolazione e l’urbanizzazione crescente, capire queste differenze diventa un tema urgente di salute pubblica. I risultati indicano inoltre che esposizioni brevi, considerate spesso trascurabili, possono lasciare tracce biologiche rapide e differenziate negli stessi individui osservati, aprendo nuove domande cliniche e regolatorie molto importanti per la prevenzione.
Dentro lo studio clinico sull’esposizione
I partecipanti allo studio sono stati esposti, in condizioni controllate, ad aria pulita, aerosol organico secondario di limonene, gas di scarico diesel, fumo di legna ed emissioni di cottura. Il limonene è una fragranza agrumata comunemente usata nei prodotti per la pulizia e rappresenta quindi una fonte di inquinamento domestico tutt’altro che rara. Dopo 60 minuti di esposizione e una pausa di quattro ore, i ricercatori hanno valutato la funzione respiratoria e diverse prestazioni cognitive, tra cui memoria di lavoro, attenzione selettiva, elaborazione socio-emotiva, velocità psicomotoria e controllo motorio. Le risposte respiratorie hanno mostrato che il limonene ha avuto l’impatto maggiore sulla funzione polmonare, seguito dal fumo di legna, dai gas di scarico diesel e infine dalle emissioni di cottura. Il dato è rilevante perché le miscele erano state regolate per contenere livelli simili di particolato, secondo il criterio oggi più usato per misurare l’inquinamento atmosferico nei controlli.
L’autore principale, Thomas Faherty dell’Università di Birmingham, ha affermato: “Questo studio clinico unico ha evidenziato l’importanza dell’asse polmone-cervello nelle risposte cerebrali all’inquinamento atmosferico. Esporre in sicurezza gli stessi individui a diverse miscele di inquinanti reali ci ha permesso di rilevare differenze tra gli inquinanti, dimostrando il valore di questo approccio per ulteriori ricerche sul legame tra inquinamento e demenza”.
Effetti cognitivi non uniformi
La ricerca ha rilevato anche effetti cognitivi non uniformi. I gas di scarico diesel e il fumo di legna hanno migliorato la velocità di elaborazione, mentre l’aerosol organico secondario derivato dal limonene ha migliorato la memoria di lavoro rispetto alle emissioni prodotte dalla cottura. Allo stesso tempo, i gas di scarico diesel hanno mostrato segnali di compromissione delle funzioni esecutive. Il quadro, dunque, non è lineare: alcuni indicatori sembrano migliorare, altri peggiorare. Secondo il team, una possibile spiegazione riguarda la presenza di ossidi di azoto, noti come vasodilatatori, che potrebbero alterare il flusso sanguigno al cervello e contribuire a questi effetti contrastanti. Proprio questa variabilità rende lo studio utile per superare letture troppo semplici della qualità dell’aria quotidiana urbana domestica.
Perché conta la fonte dell’inquinamento
“Sebbene le miscele di inquinanti siano state regolate in modo da contenere livelli simili di particolato, che è il metodo attualmente utilizzato per misurare l’inquinamento atmosferico, non abbiamo osservato una risposta unica e uniforme. Al contrario, ogni fonte di inquinamento ha prodotto un proprio schema di cambiamenti a breve termine nei polmoni e nel cervello. Questo ci indica che il corpo non reagisce a tutti gli inquinanti atmosferici allo stesso modo: la fonte e la composizione dell’inquinamento sono davvero importanti”, afferma Gordon McFiggans. È questo il punto centrale dello studio: non basta sapere quanto particolato è presente nell’aria, bisogna capire da dove proviene e quali sostanze lo compongono. Riconoscere queste differenze può aiutare a definire politiche pubbliche più precise, migliorare le diagnosi cliniche e sviluppare strategie di protezione più mirate. La questione riguarda sia gli ambienti esterni, segnati dal traffico e dalla combustione della legna, sia gli spazi chiusi, dove prodotti per la pulizia e cottura dei cibi possono contribuire all’esposizione quotidiana. Poiché effetti misurabili sono stati rilevati dopo appena 60 minuti di esposizione, i risultati suggeriscono che esposizioni più lunghe o ripetute potrebbero avere conseguenze importanti sulla salute del cervello nel lungo periodo.
Nuovo spettacolo teatrale dei nostri colleghi attori
La compagnia di medici attori "Dica 33", è una compagnia teatrale nata nel 2017 da un'idea della pediatra Alessandra Foschi, formata interamente da medici e professionisti sanitari della provincia di Forlì-Cesena che uniscono la passione per la medicina a quella per il teatro
Questa volta va in scena la commedia brillante “Il Servitore di due Padroni”, scritta nel 1745 da Carlo Goldoni, un testo che pur avendo circa tre secoli è ancora, per l’argomento trattato, più che mai attuale.
Il debutto dei nostri colleghi è stato in Gennaio scorso a Savignano sul Rubicone, la prossima rappresentazione è in programma Giovedì 9 Luglio 2026 all'Arena Plautina di Sarsina, alle ore 21.
Come nelle altra occasioni, l'incasso sarà interamente devoluto in beneficienza
Per prenotare i biglietti si può telefonare al 3384081149


Lo studio del medico di famiglia riesce ancora a contenere la domanda sanitaria?
(da DottNet) Per anni lo studio del medico di medicina generale ha funzionato come una struttura relativamente semplice: visita clinica, rapporto fiduciario diretto, organizzazione minima e pochi livelli intermedi tra medico e paziente. Oggi quello stesso spazio si trova invece a gestire attività molto più complesse. Non solo visite, ma comunicazioni continue, gestione documentale, dati sanitari, personale di supporto, pazienti cronici, strumenti digitali e richieste amministrative sempre più numerose. La sensazione è che molti studi territoriali stiano cercando di assorbire una domanda sanitaria cresciuta molto più rapidamente della loro evoluzione organizzativa.
Una struttura nata per un’altra medicina
Gran parte degli studi MMG italiani nasce in un contesto molto diverso da quello attuale: meno cronicità, meno adempimenti, minore pressione burocratica e un rapporto con il paziente costruito quasi esclusivamente attorno alla visita ambulatoriale. Nel frattempo, però, il ruolo della medicina generale si è progressivamente ampliato. Oggi al medico di famiglia viene chiesto di garantire presa in carico continuativa, integrazione territoriale, gestione delle fragilità, coordinamento con altri professionisti e crescente disponibilità comunicativa. È una trasformazione che sta cambiando non soltanto il lavoro del medico, ma anche la funzione stessa dello studio.
Il DM 77 spinge verso modelli più strutturati
Il DM 77/2022 accelera ulteriormente questa evoluzione. La medicina territoriale delineata dalla riforma punta infatti su integrazione multiprofessionale, maggiore accessibilità e organizzazione più strutturata dei percorsi assistenziali. Un modello che richiede inevitabilmente procedure più definite, gestione ordinata dei flussi e maggiore capacità organizzativa. Il problema è che una parte significativa della medicina generale continua ancora a operare in assetti costruiti progressivamente nel tempo, spesso adattando strumenti e spazi a esigenze sempre nuove.
La pressione non è più solo clinica
Molti MMG descrivono oggi una pressione che non deriva soltanto dall’attività clinica, ma dalla somma continua di funzioni diverse: richieste amministrative, comunicazioni digitali, gestione documentale, rapporti con piattaforme e necessità di mantenere accessibile lo studio a una domanda sanitaria crescente. Ed è probabilmente qui che emerge il vero punto critico: lo studio del medico di famiglia non è più soltanto un luogo professionale individuale, ma un piccolo sistema organizzativo chiamato a gestire flussi assistenziali sempre più complessi.
Una transizione ancora incompleta
La medicina territoriale italiana è oggi sospesa tra due modelli. Da un lato resta forte l’impostazione storica dello studio professionale costruito attorno alla figura del singolo medico. Dall’altro, il sistema sanitario chiede progressivamente strutture più integrate, tracciabili e organizzate. Nel mezzo c’è una fase di transizione in cui molti studi continuano a reggere soprattutto grazie alla capacità personale dei medici di assorbire informalmente complessità crescenti. Ed è probabilmente questa la domanda che attraversa oggi la medicina generale: non soltanto quali strumenti utilizzare o quali procedure adottare, ma se il modello tradizionale dello studio MMG sia ancora sufficiente a contenere la domanda sanitaria contemporanea.