Antibiotici, dietro front sul ciclo della terapia ?

(da DottNet)   La buona regola che sempre accompagna le prescrizioni di una terapia antibiotica è di portare a temine il ciclo di cura stabilito dal medico anche se dopo i primi giorni di assunzione del farmaco i sintomi iniziano a ridursi o scompaiono. Si è sempre detto che questo è il modo per evitare cure sospese anzitempo e la conseguente insorgenza di resistenze agli antibiotici, oggi una delle minacce più rilevanti per la salute pubblica. Ma in futuro questa regola potrebbe diventare un ricordo perché secondo un articolo oggi sul British Medical Journal non vi sono evidenze scientifiche a sufficienza su cui fondare l'attendibilità di tale raccomandazione clinica.  Anzi, secondo gli autori dell'articolo, Martin Llewelyn presso la Brighton and Sussex Medical School e colleghi, potrebbe addirittura essere vero il contrario, e cioè potrebbe essere più sano per il singolo e per la comunità interrompere la terapia prima del termine della prescrizione, non appena i sintomi dell'infezione sono scomparsi. Inoltre, sempre secondo la lettera sul BMJ, aumentano le evidenze scientifiche secondo cui più sicuri cicli brevi di terapia (3 giorni) che non cicli lunghi come oggi spesso è prescritto (5-7 giorni o multipli di questi). La raccomandazione del medico curante che sicuramente ognuno si sarà riportato a casa insieme a una ricetta per antibiotici è quella di finire la cura anche se a metà del ciclo si avverte un miglioramento.
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Acoi, specializzazione in ospedali pubblici per qualità e sicurezza

(AdnKronos Salute)  "Che molte Scuole di specializzazione di Medicina abbiano rivelato che il sistema formativo post laurea sia in crisi è notizia che non ci stupisce. Sono anni che denunciano le carenze della formazione in ambito medico, anche sulla base di quanto ci viene riportato dagli specializzandi, in particolare in campo chirurgico". Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani (Acoi), commenta così quanto emerso ieri da organi di stampa, in merito all'irregolarità formativa di una Scuola di specializzazione su 10. "Gli specializzandi - spiega - troppo spesso non hanno l'opportunità di effettuare una vera pratica chirurgica e concludono il proprio corso di studi senza aver eseguito un numero di interventi chirurgici sufficienti a conseguire una adeguata esperienza".  "Aprire la formazione agli ospedali riconosciuti, con strutture e volumi adeguati - sostiene Marini - rappresenta l'unica soluzione per il futuro, prospettiva su cui Acoi si sta impegnando da tempo, e che consentirà di avere nuovi chirurghi competenti e cure sicure per i pazienti. Proprio per venire incontro alle esigenze di tanti medici che lamentano la mancata pratica, non avendo altri mezzi, Acoi ha creato delle Scuole che consentono una vera e propria attività chirurgica teorica e pratica. E' dunque arrivato il momento che gli ospedali pubblici possano essere protagonisti della formazione degli specialisti, perché - sottolinea - solo attraverso una pratica laddove c'è l'eccellenza e gli adeguati volumi si potranno formare medici che garantiscono la qualità ela sicurezza delle cure".  E' importante, però, che "non si ceda alla tentazione - conclude il presidente dell'Acoi - di usare gli specializzandi, che ricordo sono medici in formazione, soltanto per supplire alla carenza di organici ospedalieri. Acoi, di concerto con Agenas, è in grado di fornire al ministero della Salute un elenco delle strutture in grado di sostenere il carico formativo. Speriamo che la legge sulla riorganizzazione delle Scuole di specializzazione sia applicata nella correttezza e nella trasparenza, senza trovare facili scorciatoie, che metterebbero in discussione l'efficacia del piano formativo post laurea. Il nostro impegno per garantire una corretta formazione e una sanità pubblica sicura e di eccellenza è già in campo".

I partner femminili possono facilitare il rilevamento precoce del melanoma negli uomini over 50

(da fimmg.org)  Gli uomini over 50 hanno un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale di sviluppare un melanoma, la forma più mortale di cancro cutaneo: per questo motivo l’attenzione deve essere alta. L’evidenza dimostra che molte donne in questa fascia di età potrebbero notare lesioni sospette sulla pelle dei loro partner maschili e potrebbero aiutare a salvare la loro vita, individuandole. Secondo un sondaggio dell’American Association of Dermatology (AAD) su 1.250 donne sposate, di età compresa, tra i 40 e i 64 anni, la maggior parte delle donne non assistono attualmente i loro partner maschi nel rilevare il melanoma.
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Ministero della Salute – Circolari applicative legge 31/07/ 2017, n. 119, su Prevenzione Vaccinale

Circolare del 14 agosto 2017 -  Indicazioni operative su quattro vaccinazioni raccomandate per i minori di età compresa tra zero e 16 anni: anti-meningococcica B, anti-meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus. Le vaccinazioni sono offerte gratuitamente dalle Asl in base a specifiche indicazioni del calendario vaccinale nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita.   Leggi la circolare completa   Circolare del 16 agosto 2017 - La circolare contiene i modelli per l'autodichiarazione e una tabella di ausilio per il controllo dell'adempimento delle vaccinazioni obbligatorie Leggi la circolare completa

Alzheimer, scoperto pilastro fondamentale del rapporto tra dieta e demenza

(da Doctor 33)   In uno studio presentato alla Alzheimer's Association International Conference (Aaic) 2017, un gruppo di studio guidato da Yian Gu, della Columbia University e del Taub Institute for Research on Alzheimer's Disease and the Aging Brain di New York, potrebbe aver scoperto un pilastro fondamentale del rapporto tra dieta e demenza, collegando un modello alimentare specifico ai marcatori di infiammazione nel sangue. Inoltre, ha mostrato che negli adulti anziani che hanno seguito tale modello di dieta, il volume della materia grigia del cervello era inferiore e vi erano peggiori funzioni cognitive visivo-spaziali. «Abbiamo scoperto che le persone che consumano meno omega 3, calcio, vitamina E, vitamina D e vitamina B5 e B2 hanno più biomarcatori di infiammazione» spiegano i ricercatori. Lo studio ha incluso 330 anziani del Washington Heights-Inwood Community Aging Project, sottoponendoli a scansioni di risonanza magnetica strutturali e a misurazione dei livelli dei biomarcatori infiammatori Pcr e IL-6.   
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