Medici, orario di lavoro deve coincidere con tutela della salute.

(da Doctor33)  La Cassazione, con una recente ordinanza (28/02/2023 n° 6008) ha sancito la legittimità del risarcimento del danno biologico per il superlavoro del medico, stabilendo che "il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute, con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore". Una decisione salutata con favore dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, che la ritiene "importante" perché "evidenzia come i ritmi e gli orari di lavoro dei medici, derivanti dalla carenza di personale, incidano non solo sulla qualità dell'assistenza e su quella della vita privata e familiare, ma abbiano conseguenze dirette sulla salute. Non si tratta più di una mera rivendicazione contrattuale, ma di una questione di salute e di sicurezza sul lavoro", afferma.
La sentenza riguarda un dirigente medico di primo livello, dipendente di una Asl, che ha chiamato in giudizio l'azienda datrice di lavoro per chiederne la condanna al risarcimento del danno biologico conseguente all'infarto del miocardio subito "a causa del sottodimensionamento dell'organico che l'aveva costretto per molti anni a intollerabili ritmi e turni di lavoro". La Corte d'Appello respinge il ricorso contro la sentenza di primo grado, sotto diversi profili attinenti al mancato assolvimento dell'onere della prova, onerandone oltre misura il dipendente. Ora la Cassazione ribalta la pronuncia di merito, rimandando il caso alla Corte d'Appello in diversa composizione. In particolare, afferma che il lavoratore è tenuto ad allegare rigorosamente tale inadempimento, evidenziando i relativi fattori di rischio (ad esempio modalità qualitative improprie per ritmi o quantità di produzione insostenibili, ovvero secondo misure temporali eccedenti i limiti previsti dalla normativa o comunque in misura irragionevole).
Secondo i giudici di legittimità, spetta invece al datore dimostrare che i carichi di lavoro erano normali, congrui e tollerabili o che ricorreva una diversa causa che rendeva l'accaduto non imputabile a sé. Inoltre, evidenzia che "il fatto che sia stata riconosciuta in sede amministrativa la causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo e che sia stata prodotta in giudizio la relativa documentazione, se non vale come prova legale (vincolante per il giudice) del nesso causale, ben potrebbe essere prudentemente apprezzata, ai sensi dell'art. 116 c.p.c., come prova sufficiente di quel nesso, in mancanza di elementi istruttori di segno contrario".
"Tale decisione si inserisce in quel filone giurisprudenziale maggioritario - osserva Anelli - che afferma che il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute e con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore. Serve dunque un intervento del legislatore che elimini il tetto ancora oggi previsto per le assunzioni di personale medico e sanitario, e che valorizzi il lavoro dei professionisti sia per condizioni e contesto, sia con un'adeguata remunerazione. E questo non solo in un'ottica di risanamento del Servizio sanitario nazionale e di sicurezza delle cure e degli operatori, ma anche per preservare il sistema da un punto di vista della sostenibilità economica. In altre parole, meglio investire risorse per prevenire il danno biologico che essere costretti a spenderle per risarcirlo, perdendo risorse umane prima ancora che finanziarie".
"Non dimentichiamo - conclude il presidente Fnomceo - che anche la violenza ha conseguenze sulla salute, immediate, ma anche indirette e a lungo termine: eventi cardiovascolari, disturbi post traumatici da stress sono effetti collaterali delle aggressioni, provati dalle evidenze scientifiche e per i quali la stessa Cassazione ha, più volte, riconosciuto un nesso causale. Anche in questo senso chiediamo un intervento, che permetta di applicare pienamente la Legge 113/2020 sulla sicurezza dei professionisti sanitari".

Pubblicazione avviso Assistenza Turistica anno 2023

Si comunica che sul BURERT - parte terza - n. 79 del 22 marzo 2023 è pubblicato l’avviso per la formazione di graduatorie aziendali di medici da utilizzare per l’assistenza sanitaria – stagione estiva 2023 - nelle località turistiche individuate dalle Aziende USL.

Le domande vanno spedite o consegnate alle Aziende USL.

Il termine per la presentazione delle domande è l’11 aprile 2023.

Digiunare al mattino può danneggiare il sistema immunitario

(da Quotidiano Sanità)  Digiunare al mattino può avere effetti negativi a livello di lotta alle infezioni, almeno nel modello animale. E’ quanto emerge da una ricerca, coordinata da un team del Mount Sinai Hospital e pubblicata da 'Immunity'.
I ricercatori hanno voluto indagare in che modo un digiuno – breve o prolungato fino a 24 ore – possa avere effetti sul sistema immunitario. Il team ha esaminato due gruppi di animali da laboratorio, di cui uno mangiava subito dopo essersi svegliato e l’altro no, e ha raccolto campioni di sangue in entrambi i gruppi al baseline, a quattro e a otto ore dal digiuno.
Dai risultati è emersa una netta differenza a livello di monociti tra gli animali che digiunavano e quelli che non digiunavano. Mentre all’inizio entrambi i gruppi avevano lo stesso numero di questo tipo di globuli bianchi, dopo quattro ore gli animali che digiunavano subivano una riduzione del 90% di monociti nel sangue. E il numero scendeva ulteriormente alla soglia delle otto ore.
Dopo un digiuno di 24 ore, agli animali che non mangiavano al risveglio è stato di nuovo dato del cibo e questo ha determinato un aumento dei livelli di globuli bianchi nel sangue, come evidenziato dagli autori.

Si è sempre in tempo per cominciare a fare attività fisica

(da Univadis)    Essere fisicamente attivi durante la vita adulta si associa a migliori funzioni cognitive in età avanzata. L’effetto favorevole dell’attività fisica sulla performance cognitiva e sulla memoria verbale è riscontrabile anche su chi non è attivo, ma lo diventa, indipendentemente dall’età a cui ciò accade.  Il livello di attività fisica non risulta determinante, al contrario l’effetto è più forte se l’attività fisica è mantenuta a lungo nel tempo.

Perché è importante   L’attività fisica è stata proposta come fattore di rischio modificabile della demenza e del declino cognitivo nell’anziano.  I risultati suggeriscono che gli adulti inattivi vanno incoraggiati a essere più attivi a qualunque età e che gli adulti attivi vanno spronati a mantenersi attivi per avere una migliore funzione cognitiva in vecchiaia.

Come è stato condotto lo studio   Sono stati presi in esame 1.417 soggetti nati nel 1946 arruolati nel National Survey of Health and Development Study condotto in Gran Bretagna.  Sulla base dei questionari somministrati a 36, 43, 53, 60–64 e 69 anni, ogni partecipante è stato classificato come: non attivo, moderatamente attivo (attività fisica 1-4 volte al mese), maggiormente attivo (attività fisica 5 o più volte al mese).  Nella visita eseguita a 69 anni sono stati valutati lo stato cognitivo, la memoria verbale e la velocità di elaborazione del partecipante.  Si è andati a determinare la relazione tra l’attività fisica e la funzione cognitiva in età avanzata. 

Risultati principali     Essere fisicamente attivi, in qualunque momento della vita adulta, si associava a migliori capacità cognitive a 69 anni.  L’effetto sullo stato cognitivo e sulla memoria verbale era simile per chi era risultato attivo in qualche momento della vita adulta, non importa a che età, ed era simile per chi risultava moderatamente attivo o maggiormente attivo. L’associazione tra attività fisica e migliore stato cognitivo era più forte per chi era stato attivo più a lungo nel corso dell’età adulta.  La correzione dell’analisi statistica per fattori come le capacità cognitive nell’infanzia, la posizione socioeconomica durante l’infanzia e il livello di istruzione attenuava molto le associazioni, che, tuttavia, rimanevano statisticamente significative.

(James SN, Chiou YJ, et al. Timing of physical activity across adulthood on later-life cognition: 30 years follow-up in the 1946 British birth cohort. Neurol Neurosurg Psychiatry 2023 Feb 22. doi:10.1136/jnnp-2022-329955)