Da PCOS a PEMOS: proposta una nuova definizione per riconoscere la natura sistemica della sindrome

(da DottNet)   La sindrome dell’ovaio policistico potrebbe presto essere identificata con una nuova denominazione. Un consenso internazionale pubblicato su The Lancet propone infatti di sostituire l’attuale termine PCOS (Polycystic Ovary Syndrome) con Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PEMOS), con l’obiettivo di descrivere in modo più accurato la complessità clinica e fisiopatologica della malattia.   Secondo gli autori, la nomenclatura attualmente in uso non riflette pienamente la natura della sindrome. Il riferimento alle ovaie policistiche viene considerato limitante, poiché non tutte le pazienti presentano questa caratteristica, mentre numerose manifestazioni della patologia coinvolgono aspetti metabolici, endocrini e riproduttivi che si estendono ben oltre il comparto ovarico. La proposta nasce da un ampio processo di consenso che ha coinvolto specialisti di endocrinologia, ginecologia, medicina della riproduzione, metabolismo e sanità pubblica, insieme a rappresentanti delle associazioni di pazienti. Attraverso una metodologia strutturata, il gruppo di lavoro ha valutato diverse possibili alternative terminologiche, individuando in PEMOS la definizione più adatta a rappresentare le principali caratteristiche della sindrome.  La nuova denominazione pone l’attenzione sul carattere multisistemico della patologia, evidenziando il ruolo delle alterazioni endocrine e metaboliche che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza, disfunzioni ovulatorie, iperandrogenismo e aumentato rischio cardiometabolico. Negli ultimi anni, infatti, la letteratura scientifica ha consolidato le evidenze che collegano la sindrome non soltanto ai disturbi della funzione riproduttiva, ma anche a condizioni quali obesità, diabete di tipo 2, dislipidemie, steatosi epatica metabolica e incremento del rischio cardiovascolare. In questo contesto, una definizione più completa potrebbe favorire una maggiore consapevolezza della malattia sia tra i professionisti sanitari che tra le pazienti. Gli autori sottolineano che la proposta di rinominare la sindrome non comporta modifiche agli attuali criteri diagnostici o alle raccomandazioni terapeutiche. L’obiettivo è piuttosto quello di allineare il linguaggio medico alle conoscenze scientifiche più recenti, contribuendo ad una migliore comprensione della patologia e ad una gestione maggiormente integrata dei diversi aspetti clinici. L’adozione del termine PEMOS non sarà immediata. Il documento prevede infatti un percorso di transizione della durata di circa tre anni, durante il quale società scientifiche, ricercatori, associazioni di pazienti e altri stakeholder saranno coinvolti nel processo di implementazione e diffusione della nuova terminologia a livello internazionale.  

“Il caregiver non è un visitatore”: dal Garante una Raccomandazione per garantire l’accesso alle cure alle persone con disabilità

(da Sanitainformazioone.it)    Il caregiver non può essere considerato un semplice visitatore. È questo il principio cardine della 'Raccomandazione n. 03 del 29 maggio 2026' (vedi Link sotto) approvata dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che interviene su un tema da tempo segnalato da famiglie e associazioni: la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate dalla propria persona di riferimento durante ricoveri, accessi al pronto soccorso, visite specialistiche ed esami diagnostici. Secondo il Garante, sul territorio nazionale continuano a esistere regole molto diverse tra loro. In alcune strutture sanitarie la presenza del caregiver viene riconosciuta senza particolari difficoltà, mentre in altre è limitata o addirittura negata sulla base di regolamenti interni, interpretazioni non formalizzate o dell’errata assimilazione del caregiver alla figura del visitatore. Una situazione che, secondo l’Autorità, rischia di compromettere l’effettivo esercizio del diritto alla salute delle persone con disabilità. Quando la presenza del caregiver è essenziale La raccomandazione afferma che la presenza del caregiver, quando necessaria in relazione ai bisogni assistenziali, comunicativi, cognitivi, comportamentali o relazionali della persona con disabilità, costituisce una misura di accomodamento ragionevole e può rappresentare una condizione indispensabile per rendere realmente accessibili le cure. “Il caregiver, in questi casi, non è un visitatore: è una figura di supporto che può rendere concretamente possibile l’accesso alle cure, la comunicazione con il personale sanitario, la comprensione dei bisogni della persona e la continuità del percorso assistenziale”, sottolinea il Collegio dell’Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal componente vicario Francesco Vaia e dal componente Antonio Pelagatti. Per il Garante, negare la presenza del caregiver quando questa è necessaria e non sostituibile con altre misure adeguate può tradursi in una limitazione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta. Non solo non autosufficienza Uno degli aspetti più rilevanti del documento riguarda il superamento di una visione esclusivamente legata alla non autosufficienza fisica. L’Autorità chiarisce infatti che il bisogno di caregiver può riguardare anche persone con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettive e cognitive, deficit comunicativi, disabilità sensoriali, SLA, patologie neuromuscolari, pluriminorazioni o condizioni psichiche che rendono essenziale la presenza di una persona di fiducia. Il criterio da adottare, si legge nella raccomandazione, non è la classificazione formale della disabilità, ma il bisogno concreto della persona nel contesto sanitario specifico. Il caregiver come parte del percorso di cura Il documento invita le strutture sanitarie a riconoscere formalmente il caregiver come parte integrante del percorso assistenziale. Chi assiste quotidianamente una persona con disabilità conosce modalità comunicative, segnali di sofferenza, comportamenti, abitudini, strategie di rassicurazione e bisogni che spesso non sono immediatamente percepibili dal personale sanitario. Un patrimonio di conoscenze che non sostituisce la competenza clinica dei professionisti, ma che può contribuire a migliorare la qualità, la sicurezza e l’umanizzazione delle cure. Per questo motivo il Garante raccomanda di prevedere procedure specifiche per il riconoscimento e l’accesso del caregiver, distinte da quelle previste per i visitatori. Disability Card e meno burocrazia La raccomandazione dedica particolare attenzione anche alla European Disability Card. L’Autorità suggerisce che la Disability Card recante l’indicazione “A”, che certifica la necessità di un accompagnatore, venga riconosciuta dalle strutture sanitarie come strumento sufficiente per attestare il bisogno della presenza del caregiver, evitando alle famiglie di dover presentare ogni volta nuova documentazione sanitaria o sottoporsi a valutazioni differenti da struttura a struttura. L’obiettivo è ridurre gli oneri burocratici e garantire maggiore uniformità sul territorio nazionale. La presenza deve essere la regola Il Garante individua un principio generale molto chiaro: la presenza del caregiver deve rappresentare la regola e non l’eccezione. Eventuali limitazioni possono essere previste soltanto in presenza di specifiche esigenze cliniche, organizzative o di sicurezza, devono essere temporanee, proporzionate e adeguatamente motivate. Inoltre, ogni diniego dovrebbe essere formalizzato per iscritto e tracciato. La raccomandazione è rivolta al Ministero della Salute, alla Conferenza Stato-Regioni, alle Regioni, alle Province autonome, alle aziende sanitarie, agli ospedali e agli Irccs affinché adottino criteri uniformi e non discriminatori. L’obiettivo finale è garantire che le persone con disabilità possano accedere alle cure nelle condizioni più adeguate ai propri bisogni, riconoscendo il valore della relazione di cura costruita quotidianamente con il caregiver e superando definitivamente l’idea che la sua presenza sia una semplice visita di cortesia. raccomandazione-n.03-del-29.05.2026

Comunicato stampa Ausl Romagna “L’ERRORE UMANO SI BATTE IN “SALA PROVE”. NASCE IN ROMAGNA LA RETE DEI FACILITATORI DI SIMULAZIONI PER LA SICUREZZA DELLE CURE”

Una nuova frontiera della sicurezza ospedaliera. In Romagna si è appena concluso il percorso d'eccellenza “Train the Trainer – Corso Facilitatori di tecniche di simulazione”, un progetto che ha visto la partecipazione di team di tutte le Aziende Sanitarie regionali. La prima edizione è stata dedicata a professionisti dell’Azienda Usl Romagna e la seconda a team di tutte le altre Aziende Sanitarie della Regione Emilia Romagna nell’ambito di una collaborazione con il Centro Regionale Gestione del Rischio Sanitario, contribuendo così alla diffusione di competenze e metodologie formative innovative. Dimenticate le vecchie lezioni in aula: qui il cuore pulsante è la simulazione full-scale, l’obiettivo: ridurre incidenti, errori o altri eventi indesiderati. Medici, infermieri e ostetriche, sono stati immersi in scenari critici – dalle emergenze in sala operatoria ai casi clinici più complessi    in reparto o in Pronto Soccorso – dove manichini ad alta tecnologia e  ambienti speculari a quelli reali diventano il terreno di prova per affinare   competenze che vanno ben oltre la tecnica. QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA SCUOLA Il fulcro del progetto, organizzato dalla Struttura di Gestione del Rischio e Sicurezza delle Cure della Direzione Sanitaria AUSL Romagna, è la creazione di una rete di "Facilitatori della Simulazione". Questi professionisti non sono semplici istruttori, ma veri e propri "registi" capaci di progettare situazioni ad alto stress per allenare le cosiddette Non-Technical Skills (NTS): leadership, comunicazione rapida, capacità decisionale sotto pressione e lavoro di squadra. "La simulazione rappresenta oggi lo strumento più potente per garantire la sicurezza del paziente- spiegano i coordinatori del progetto (Elena Bigi, Annita Caminati, Maurizio Menarini, Riccardo Triani, Nicola Zanini) - Consentiamo ai professionisti di mettersi alla prova in un ambiente protetto, analizzando nel debriefing post-scenario comportamenti e decisioni, trasformando ogni esperienza in un'opportunità di apprendimento”. UNA RETE REGIONALE CONTRO IL RISCHIO CLINICO Con sessanta esperti formati nelle prime due edizioni, il progetto "Train the Trainer" si pone come un modello di riferimento. Grazie all'approccio del Crisis Resource Management (CRM), lo standard di sicurezza utilizzato nei settori ad alto rischio come l’aeronautica, l'Emilia-Romagna investe sulla cultura del "fattore umano". Il programma ha integrato teoria avanzata e pratica immersiva, coinvolgendo un team multidisciplinare di docenti provenienti dalle aree dell'emergenza territoriale, dell’anestesia e rianimazione, della sala operatoria e della gestione del rischio. Investire nella simulazione significa anticipare il futuro.

Fondazione ENPAM 5X1000

Ti ricordo che con la dichiarazione dei redditi è possibile destinare il proprio 5 per mille alla “Fondazione Enpam 5x1000 ETS”, ente costituito dall’ENPAM con gli obiettivi di sostenere la ricerca e attivare interventi assistenziali aggiuntivi in favore degli iscritti. Per farlo è sufficiente firmare nello spazio “Sostegno degli enti del Terzo settore…” del modello CU, 730, o redditi PF e indicare il codice fiscale 96413820588. Più persone donano alla Fondazione il loro 5 per mille e maggiore sarà la possibilità di sostenere iniziative in favore di medici e odontoiatri. A tal proposito Ti inoltro il link al video. Alberto Oliveti