Certificati di malattia, dalla Cassazione chiarimenti utili per i medici.

(da Doctor33)  Il certificato di malattia non può essere messo in discussione sulla base di semplici indizi o comportamenti ritenuti incoerenti. Serve una valutazione tecnica, di natura medico-legale. È questo il principio ribadito dalla Cassazione (ordinanza n. 8738/2026), che ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un lavoratore accusato di simulare una sindrome ansioso-depressiva sulla base di elementi raccolti da un’agenzia investigativa. Il caso è emblematico perché fotografa una situazione frequente nella pratica: il datore di lavoro aveva contestato lo stato di malattia richiamando una serie di comportamenti – dal rifiuto di sottoporsi a visita psichiatrica al mancato acquisto dei farmaci, fino allo svolgimento di attività ludiche durante l’assenza – ritenuti incompatibili con la diagnosi. La Corte d’appello aveva dato peso a questi elementi, ma la Cassazione ha corretto l’impostazione, chiarendo che indizi di questo tipo non possono sostituire un accertamento clinico specialistico. Il passaggio centrale della pronuncia riguarda proprio il valore del certificato: quando un medico attesta una condizione patologica e la accompagna a una prescrizione terapeutica, si assume una responsabilità professionale che conferisce al documento una particolare forza probatoria. Questo valore può essere superato solo attraverso approfondimenti medico-legali, non con valutazioni indirette o presuntive. In altre parole, la diagnosi resta valida finché non viene messa in discussione da un altro accertamento tecnico qualificato. Per i medici, il significato pratico è rilevante. La sentenza rafforza il ruolo del certificatore, ma allo stesso tempo richiama alla necessità di una documentazione clinica accurata e coerente. Diagnosi, indicazioni terapeutiche e durata della prognosi devono essere ben motivate e tracciabili, perché costituiscono il perno su cui si fonda la tenuta del certificato anche in sede contenziosa. In questo senso, la congruità tra quadro clinico e terapia prescritta diventa un elemento chiave, soprattutto in ambiti come i disturbi psichici, dove la valutazione può essere più esposta a contestazioni. La pronuncia offre anche un chiarimento importante sul piano giuridico: l’onere della prova resta in capo al datore di lavoro. Non è il paziente a dover dimostrare di essere malato, ma è chi contesta l’assenza a dover provare l’eventuale simulazione. E questa prova non può basarsi su presunzioni generiche, ma deve poggiare su elementi solidi, eventualmente acquisiti attraverso una consulenza tecnica d’ufficio. Senza questo passaggio, il rischio è un’inversione indebita dell’onere probatorio. Un altro aspetto di rilievo riguarda la gestione dei comportamenti del paziente. Attività quotidiane, scelte personali o anche atteggiamenti apparentemente contraddittori non sono di per sé sufficienti a invalidare uno stato di malattia. Il medico deve attenersi alla valutazione clinica, mantenendo il proprio giudizio ancorato ai dati sanitari e non a elementi esterni che esulano dalla sfera medica.  

Comunicato Ausl Romagna : IL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO DELLA SANITÀ ROMAGNOLA AL FORUM PA DI ROMA. Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini

Grande interesse per il progetto dell’AUSL Romagna presentato da Sonia Muzzarelli nel talk "Art, Green, Energy" della Regione Emilia-Romagna. Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini   Il patrimonio culturale della sanità pubblica romagnola è stato al centro dell’attenzione a Roma in occasione del prestigioso Forum PA 2026 . All'interno del talk intitolato "Art, Green, Energy (A.G.E.): progetti che integrano arte, cultura e transizione ecologica", promosso dalla Regione Emilia-Romagna, ha riscosso grande successo la presentazione del progetto "La cura attraverso l’arte: il Museo diffuso dell'arte sanitaria romagnola" curata da Sonia Muzzarelli, Conservatrice del patrimonio artistico, archivistico e storico dell’AUSL Romagna. L'evento ha visto la partecipazione di rappresentanti del panorama istituzionale e scientifico regionale e nazionale, Cristina Ambrosini (Dirigente responsabile del Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna), Sonia Di Silvestre (Responsabile eventi e promozione della Direzione Sviluppo Economico, cultura e turismo della Regione),Antonio Disi (Responsabile Laboratorio Strumenti per la Promozione dell’Efficienza Energetica del Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica – ENEA), Anna Maria Linsalata (Responsabile Comunicazione Programmi regionali Fesr e Fse+ della Regione Emilia-Romagna), Fabiana Raco (Ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara), che ha illustrato la sfida scientifica e di ricerca metodologica dietro al progetto dell’Ausl Romagna. La presentazione del Museo diffuso di Sonia Muzzarelli ha sollevato un profondo interesse tra il pubblico e gli addetti ai lavori presenti a Roma, sia per l’oggettiva complessità tecnica e gestionale, sia soprattutto per la sua lungimiranza. L'iniziativa dimostra infatti come una gestione consapevole e scientifica del patrimonio culturale possa integrarsi perfettamente con la digitalizzazione e tradursi in uno strumento concreto a supporto delle attività rivolte ai cittadini e al benessere delle persone assistite. Sebbene “il terreno in Romagna fosse già pronto”, grazie ad azioni di tutela e valorizzazione avviate sin dai primi anni Duemila dalle ex aziende sanitarie poi confluite nell'attuale AUSL Romagna , le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) hanno permesso di compiere un vero e proprio salto di qualità. A Roma è stato infatti presentato, anche attraverso un video emozionale, quello che a tutti gli effetti è il primo allestimento immersivo italiano dedicato al patrimonio storico-artistico della sanità pubblica, un’esperienza che unisce l'innovazione tecnologica, la valorizzazione culturale e la memoria collettiva. Il cuore e il motore del progetto è il corridoio immersivo realizzato presso l'Ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì, un luogo (Ndr. recentemente inaugurato come prima esperienza del genere a livello nazionale) che accoglie i visitatori scatenando reazioni di autentico stupore, in gran parte dovuto al fatto che questo immenso patrimonio (che attraversa e racconta quasi nove secoli di storia) è ancora poco conosciuto. A sorprendere il pubblico del Forum PA è stata anche la scelta della modalità dell’allestimento. "Molte persone riferiscono la sensazione di entrare in una sorta di cinema immersivo — ha spiegato Sonia Muzzarelli nel corso del suo intervento a Roma — Questa scelta ha una motivazione storica precisa e si collega alla storia stessa dell’edificio: l’Ospedale “Morgagni-Pierantoni” nacque infatti come sanatorio e, nei sanatori, la proiezione di film rappresentava un’importante occasione per aprire una finestra sul mondo e offrire sollievo e stimoli culturali alle persone ricoverate. Nella nostra collezione è conservata anche una cinepresa degli anni Trenta del Novecento, testimonianza concreta di quella esperienza. Oggi quell'alleanza tra cultura e cura rinasce in chiave digitale Il percorso multimediale non si limita a mostrare la straordinaria consistenza di opere d’arte, ospedali storici, chiese e oratori ospedalieri, ma mette al centro le storie delle donne e degli uomini che hanno dedicato il proprio impegno alla costruzione della sanità pubblica, integrando la narrazione con i volti e le vicende del territorio romagnolo.” L'altro pilastro del progetto, che ha fortemente convinto la platea del Forum PA, è la dimensione inclusiva dell'allestimento. Il corridoio immersivo è stato concepito per abbattere le barriere sensoriali ed essere accessibile al maggior numero possibile di persone, comprese quelle con disabilità. Sono stati infatti previsti strumenti e contenuti specifici che consentono anche alle persone sorde di fruire dell’esperienza e dei suoi contenuti narrativi. Un'attenzione che rafforza il valore sociale del progetto: la memoria della sanità pubblica non deve essere solo raccontata, ma vissuta in modo partecipato e realmente condiviso da tutte e tutti. Tiziana Rambelli Dirigente sociologo Ufficio Stampa - Ausl Romagna cell.328/5305564      

Sigarette elettroniche e salute cerebrale: cresce l’allarme sul possibile legame con l’ictus

(da DottNet)     Le sigarette elettroniche continuano a diffondersi rapidamente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, sostenute dalla percezione di essere meno dannose rispetto al tabacco combusto. Ma mentre il vaping conquista nuove fasce di popolazione, cresce anche l’attenzione della comunità scientifica sui possibili effetti a carico del sistema cardiovascolare e cerebrovascolare.  A rilanciare l’allerta è A.L.I.Ce. Italia OdV, l’associazione impegnata nella lotta all’ictus cerebrale, che richiama istituzioni, operatori sanitari e cittadini alla necessità di considerare le e-cig come un potenziale fattore di rischio emergente per le patologie vascolari. Se il rapporto tra fumo tradizionale e ictus è ormai consolidato, le conoscenze sugli effetti a lungo termine delle sigarette elettroniche sono ancora in evoluzione. Tuttavia, i dati accumulati negli ultimi anni suggeriscono che questi dispositivi non siano privi di conseguenze biologiche rilevanti.  Gli aerosol generati dalle e-cig possono infatti contenere nicotina, composti organici volatili, particelle ultrafini, metalli pesanti e sostanze aromatiche potenzialmente tossiche. Secondo gli esperti, tali elementi sarebbero in grado di danneggiare l’endotelio vascolare, ossia il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo processi infiammatori e alterazioni circolatorie strettamente correlate al rischio cerebrovascolare. La letteratura scientifica più recente descrive un possibile collegamento tra vaping e aumento dello stress ossidativo, disfunzione endoteliale, vasocostrizione e incremento pressorio. Meccanismi che, nel tempo, possono contribuire allo sviluppo di aterosclerosi e trombosi, due condizioni chiave nell’insorgenza dell’ictus ischemico.   Particolare attenzione viene posta ai cosiddetti “dual users”, ossia coloro che utilizzano contemporaneamente sigarette tradizionali ed elettroniche. In questa popolazione il rischio cardiovascolare sembrerebbe ulteriormente amplificato. “La sigaretta elettronica non può essere considerata innocua”, sottolinea Massimo Del Sette, direttore della Neurologia con Centro Ictus dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. Secondo il neurologo, le evidenze disponibili indicano effetti negativi sulla funzione vascolare e rendono necessaria una corretta informazione, soprattutto nei confronti delle fasce più giovani.  Il tema della prevenzione resta centrale. Ogni anno in Italia migliaia di persone convivono con le conseguenze di un ictus, che può provocare disabilità motorie, deficit cognitivi e perdita dell’autonomia. Per questo A.L.I.Ce. Italia invita a includere anche il vaping tra i fattori di rischio modificabili da affrontare nelle campagne di salute pubblica. L’associazione chiede programmi educativi mirati, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e una più ampia integrazione del tema sigarette elettroniche nei percorsi di prevenzione cardiovascolare.  “Informare significa prevenire”, evidenzia Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia OdV. “È fondamentale aumentare la consapevolezza sui rischi emergenti legati al vaping, soprattutto tra i giovani, per ridurre l’impatto futuro dell’ictus sulla popolazione”.

Uno sprint contro il panico

(da internazionale.it) Secondo uno studio pubblicato in 'Frontiers in Psychiatry' un'attività fisica intensa di breve durata, come gli sprint di corsa veloce, potrebbe aiutare le persone che soffrono di attacchi di panico. I ricercatori hanno visto che ricreare alcune sensazioni fisiche del panico (battito accelerato, respiro corto, sudorazione) attraverso sforzi fisici intensi riduce l'intensità e la frequenza degli attacchi d'ansia perché aiuterebbe i pazienti a "reinterpretarle come non pericolose".  I risultati sono superiori a quelli di un training relazionale ha spiegato Ricardo William Muotri dell'Università di Sao Paulo, autore principale dello studio (https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2025.1739639/full)

La “prescrizione” di arte può avere un ruolo nella medicina di base?

(da Univadis - Álvaro de la Serna)     Negli ultimi anni, l’integrazione di interventi non farmacologici con un impatto sulla salute mentale e il benessere ha acquisito sempre maggiore importanza, parallelamente alla necessità di modelli assistenziali integrati. In questo contesto, la Società di Medicina di Famiglia e di Comunità di Madrid (SoMaMFyC) ha lanciato il primo gruppo strutturato in Spagna per la Prescrizione di Arte e Cultura nell'Assistenza Primaria (PA-AP), un'iniziativa che mira a trasferire in ambito clinico un approccio finora frammentato e poco sistematico. Il punto di partenza si basa su un progressivo cambiamento di paradigma. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva sottolineato già nel 2019 il potenziale dell'arte come risorsa terapeutica, e più recentemente è stato formalizzato in Spagna un accordo tra i Ministeri della Salute e della Cultura per integrare le arti nell'assistenza sanitaria, con particolare attenzione alla salute mentale e all'umanizzazione dell'assistenza. Tuttavia, il valore distintivo di questa proposta risiede nella sua applicazione nell'ambito dell'assistenza primaria. Cinema e musica nel ricettario del medico di famiglia Il gruppo nasce come evoluzione di un'esperienza avviata presso il Centro sanitario universitario Santa Hortensia (Madrid), dove per anni sono state organizzate attività artistiche nella sala d'attesa con la partecipazione dei pazienti. Come spiega a Univadis Spagna María José Álvarez Pasquín, medico di famiglia e partecipante al progetto, quelle prime iniziative — incentrate sull'opera, il cinema o la musica — hanno permesso di esplorare “il rapporto tra diverse forme d'arte e la salute nella letteratura scientifica” e di verificarne l'accettazione sia da parte dei pazienti sia dei professionisti.  In questo contesto, il nuovo gruppo adotta un approccio più strutturato. Si tratta di un team multidisciplinare che riunisce operatori sanitari, artisti e pazienti, con l’obiettivo di passare dall’esperienza comunitaria alla prescrizione formale. Come afferma Álvarez Pasquín, l'iniziativa mira a "promuovere l'integrazione della prescrizione di arte e cultura nella pratica della medicina di famiglia come strumento complementare per migliorare la salute, il benessere e l'equità".  Questo cambio di prospettiva è significativo, poiché non si limita a introdurre attività culturali in ambito sanitario, ma mira a definire criteri clinici, indicazioni e profili dei pazienti nei quali tali interventi possano svolgere un ruolo terapeutico. Per quali malattie? Uno degli elementi centrali del progetto è il suo inserimento in un modello di cure primarie che integra determinanti sociali, emotivi e culturali. Come sottolinea Álvarez Pasquín, "prescrivere" arte e cultura "costituisce una strategia innovativa basata su dati scientifici che integra l’assistenza clinica convenzionale".    L'interesse clinico si concentra in particolare su contesti quali le malattie croniche, il disagio emotivo o la solitudine involontaria, in cui gli interventi biomedici tradizionali mostrano limiti. In questo senso, il progetto non mira solo a potenziali benefici per i pazienti, ma anche a un impatto sugli stessi professionisti e sul contesto assistenziale.  Tuttavia, l'evoluzione stessa del gruppo evidenzia che i dati disponibili sono ancora limitati ed eterogenei. Alcune linee di ricerca — come gli studi pilota sull'ansia e la depressione nei giovani o gli interventi comunitari legati alla violenza di genere — suggeriscono benefici, ma necessitano di una convalida attraverso studi più ampi e con un maggiore rigore metodologico. Medicina ribelle Al di là dei risultati preliminari, l’iniziativa stimola una riflessione fondamentale sul ruolo dell’assistenza primaria. La stessa responsabile lo afferma in modo esplicito: "Prescrivere arte e cultura nell’assistenza primaria è una forma di ribellione che umanizza l’assistenza sanitaria".   Questa affermazione sintetizza l'approccio del progetto, ma anche le sue principali sfide. L'effettiva attuazione di questo tipo di interventi richiede risorse comunitarie accessibili, una formazione specifica, tempo a disposizione e, soprattutto, una base di dati scientifici che consenta di individuare in quali pazienti e in quali condizioni possano rivelarsi utili.    In questo senso, la proposta della Società Madrilena di Medicina di Famiglia e Comunitaria apre una linea di lavoro promettente, ma ancora in fase di consolidamento. Il suo futuro dipenderà, in larga misura, dalla sua capacità di tradurre un'idea concettualmente valida in uno strumento utilizzabile e valutabile nella pratica clinica quotidiana.  

FNOMCEO COMUNICAZIONE NR. 69 SU EBOLA

Circolare Ministero della Salute 4258-29/05/2026-DPRES-DPRES-P recante “Malattia da Virus Ebola (MVE) causata dal virus Bundibugyo (Bundibugyo virus disease - BVD; Orthoebolavirus bundibugyoense) - Indicazioni operative per l’attuazione dell’Ordinanza del Ministro della salute “Procedure operative e misure di sorveglianza sanitaria relative alla Malattia da Virus Ebola (MVE)” del 29 maggio 2026 in materia di autosegnalazione, sorveglianza sanitaria, stratificazione del rischio e gestione dei casi, dei contatti di caso e dei soggetti in arrivo dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda” Leggi tutto