Legalizzazione della cannabis: i dati non sono favorevoli

(da Univadis – Roberta Villa – riproduzione parziale)  Il 9 marzo scorso, è stato presentato a Vienna il rapporto dell’International Narcotics Control Board relativo al 2022: l’analisi dei dati sul consumo globale di sostanze stupefacenti lancia l’allarme su un picco di produzione di cocaina, disponibile a basso prezzo anche ad alti livelli di purezza, con 6 laboratori per la lavorazione di questa sostanza, dei 15 scoperti a livello globale, individuati in Europa; si sofferma sull’epidemia di abuso di oppioidi che negli Stati Uniti non accenna purtroppo a rientrare, e segnala come l’abuso di fentanyl e sostanze analoghe stia cominciando a coinvolgere anche l’Oceania; viceversa, sottolinea il documento, molti paesi non riescono a procurarsi le dosi necessarie per uso medico di oppioidi e altre molecole che rientrano negli elenchi proibiti; infine, gli esperti mettono in guardia le autorità rispetto alla rapidità con cui i trafficanti riescono a sostituire i precursori chimici delle sostanze d’abuso con altri non ancora inclusi nelle liste di sostanze soggette a particolari controlli.

Ma la notizia più sorprendente, è l’apparente fallimento delle politiche di legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo nei paesi in cui queste iniziative sono state introdotte.   Dal riassunto che si fa del primo capitolo del rapporto emerge quindi che, negli stati USA in cui la cannabis è legale, adolescenti e giovani adulti ne fanno consumo maggiore che in quelli in cui è ancora proibita [1]. La facilità di accesso abbasserebbe la percezione dei rischi e delle conseguenze negative legati al suo utilizzo [2]. L’introduzione di prodotti alimentari o da assumere per vaporizzazione contribuirebbe a una “normalizzazione”, per non dire a una “banalizzazione” del consumo, che una sapiente strategia di marketing indirizza soprattutto ai più giovani, sfortunatamente proprio coloro che possono subirne i maggiori danni, non solo a lungo andare, ma anche nell’immediato, in termini di risultati scolastici e relazioni interpersonali.

Sempre secondo il rapporto, “in tutte le giurisdizioni in cui la cannabis è stata legalizzata i dati mostrano che i problemi di salute legati a questa sostanza sono aumentati. Tra il 2000 e il 2018, i ricoveri associati a dipendenza e astinenza da cannabis sono aumentati a livello globale di 8 volte e quelli per disturbi psicotici riconducibili alla cannabis sarebbero quadruplicati”.  Questi dati, però, riferiti a tutto il mondo, non distinguono tra i luoghi dove la cannabis è diventata e quelli in cui non lo è, e riflettono solo l’aumento dei consumi generali nel decennio considerato. Più indicativo il dato del Colorado, dove l’uso ricreativo della cannabis è autorizzato ai maggiori di 21 anni dalla fine del 2012. Qui, riferisce sempre il rapporto, tra il 2013 e il 2020 gli incidenti stradali mortali legati alla sostanza sarebbero raddoppiati.  Il rapporto va avanti, dopo aver sottolineato i danni della legalizzazione, negandone anche i benefici che i governi si proponevano adottandola, primo fra tutti il contrasto al traffico clandestino, con tutto ciò che questo comporta, dalla scarsa sicurezza del materiale e l’imprevedibilità della sua potenza, al finanziamento che fornisce a organizzazioni criminali come le mafie.

Secondo il presidente del Board, i dati suggerirebbero che lo spaccio illegale, seppur in calo, continua a prosperare indisturbato anche dove è presente l’alternativa di Stato: in Canada rappresenterebbe il 40% del mercato, in Uruguay quasi il 50%, in California addirittura il 75%. E anche i maggiori introiti fiscali auspicati con la vendita legale della cannabis, pur essendo aumentati di anno in anno in Canada e Stati Uniti, resterebbero comunque inferiori alle aspettative. 

In realtà nel testo completo, diversamente che nella sua sintesi, tutte queste conclusioni sono riportate insieme al risultato di studi spesso contraddittori tra loro. Quello che emerge è il quadro di una situazione ancora poco chiara. A offuscare la possibilità di valutazioni obiettive ci sarebbe poi anche la crescita vorticosa del mercato che gira intorno alla cannabis, con un’industria che solo negli Stati Uniti ha generato nel 2021 un fatturato di 25 miliardi di dollari, con un incremento del 43% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto, la lobby economica che sostiene questo nuovo settore emergente eserciterebbe quindi una forte pressione sui legislatori di tutto il mondo per ottenere regole meno stringenti. Come escluderlo?

Gli effetti della legalizzazione, d’altra parte, possono essere diversi da un paese all’altro, in relazione a diversi elementi che non permettono di applicare automaticamente altrove i risultati ottenuti in uno specifico contesto. Per molte realtà, poi, la legalizzazione è troppo recente per poter trarre conclusioni che si possono trarre solo dopo 15 o 20 anni, tanto più che gli indicatori di risultato considerati dai diversi governi cambiano e non sono sempre affidabili.

Per questo l’International Narcotics Control Board ritiene in sostanza che occorrerebbe frenare e approfondire gli effetti della legalizzazione a livello individuale e sociale prima di procedere alla legalizzazione. 

Immagino che molti lettori non siano d’accordo, così come la maggior parte dei 600.000 cittadini che alla fine del 2021 hanno votato, di persona e online, per avere un referendum su questo argomento. 

Personalmente non voglio entrare nel merito, perché ho ancora molti dubbi. Entrano in gioco troppi fattori (medici, psicologici, educativi, sociali, di sicurezza, ecc..), per non parlare della continua ambiguità con cui si sovrappone questo dibattito a quello sull’uso medico della sostanza. Ma, per potersi formare un’opinione, il primo passo richiede sempre di partire almeno da dati oggettivi chiari. Questi dati possono anche essere contrastanti, se il tema come in questo caso è complesso, le variabili in gioco moltissime, la ricerca in corso. Ma devono essere comunicati, di qualunque segno siano. 

Come ho detto, il modo in cui il Board delle Nazioni Unite incaricato di stilare questo rapporto ha deciso di comunicare le sue conclusioni alla stampa è molto più categorico contro la legalizzazione di quanto appaia andando a leggere il contenuto per esteso del rapporto stesso. Viceversa, troppo spesso i politici o gli opinionisti a favore della legalizzazione parlano in cerca di consenso come se gli effetti positivi di questa politica, per esempio il contrasto alle mafie, fossero dati per acquisiti. L’autorevolezza di un comitato di esperti delle Nazioni Unite non è assoluta, ma nemmeno trascurabile. Meritava, a mio parere, almeno di essere segnalata dalla stampa generalista. Lo faccio io qui, per ricordare che su tanti argomenti che creano forte polarizzazione, nei talk show come a tavola con gli amici, è prudente procedere con moderazione, raccogliendo dati, vagliandoli con onestà, qualunque sia la nostra posizione di partenza.

( [1] Substance Abuse and Mental Health Services Administration, Center for Behavioral Health Statistics and Quality, National Survey on Drug Use and Health, 2019 and quarters 1 and 4 of 2020

[2] World Drug Report 2022, booklet 3, pp. 34–35 )

Certificato Medico specialistico Diabetologico per patente di guida

In riposta al quesito di un iscritto in merito alla compilazione e rilascio del certificato medico specialistico Diabetologico per patente di guida (modulo di seguito allegato) si pubblica l’interpretazione del Consulente Legale dell’Ordine controfirmata dal Presidente e dal Vicepresidente dell’Ordine.

Da una verifica della normativa vigente risulta che è lo stesso Codice della Strada a prescrivere che il medico che rilascia la certificazione abbia alcune caratteristiche:

l’art. 119, comma 2 bis del CDS stabilisce che  “L’accertamento dei requisiti psichici e fisici nei confronti dei soggetti affetti da diabete per il conseguimento, la revisione o la conferma delle patenti di categoria A, B, BE e sottocategorie, è effettuato dai medici specialisti nell’area della diabetologia e malattie del ricambio dell’unità sanitaria locale che indicheranno l’eventuale scadenza entro la quale effettuare il successivo controllo medico cui è subordinata la conferma o la revisione della patente di guida.” 

Secondo il testo dell’articolo, pertanto, neppure un qualunque specialista può rilasciare il certificato, ma solo uno specialista “dell’USL“, quindi del servizio pubblico.

Riteniamo che il MMG potrà rilasciare il certificato solo nel caso in cui sia specialista in diabetologia e malattie del ricambio (considerando pertanto anche il medico di base come un medico “dell’USL”), ma, a parte questo caso, pensiamo che il medico debba correttamente indirizzare l’interessato a rivolgersi al servizio pubblico per ottenere la certificazione, previa verifica delle condizioni richieste nella circolare del Ministero della Salute n. 17798 del 25.07.2011, che detta le prescrizioni per il rilascio del certificato.

Odontoiatra che redige certificati di malattia: alcune precisazioni

(da Odontoiatria33)  In merito alla notizia della possibilità per l’odontoiatra di redigere un certificato di malattia, ne termini previsti, il presidente della CAO di Firenze Alexander Peirano evidenza per i lettori di Odontoiatria33 alcune indicazioni certamente utili:  

1) Il medico odontoiatra, all’atto del rilascio del certificato, attesta in scienza e coscienza l’incapacità all’attività lavorativa del proprio assistito dovuta a infermità direttamente constatata e non la malattia. Si ricorda in proposito che all’articolo 7, decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 26 marzo 2008, si intende per “certificato di malattia”: «l’attestazione scritta di un fatto di natura tecnica destinata a provare la verità di fatti direttamente rilevabili dal medico curante nell’esercizio della professione, che attesti l’incapacità temporanea al lavoro, con l’indicazione della diagnosi e della prognosi, di cui all’articolo 2, comma 1, decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito con modificazioni dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33». Appare utile ricordare che la giurisprudenza consolidata della Corte di legittimità penale afferma che «risponde di falso ideologico il medico che attesti una malattia senza aver compiuto la visita, anche se di essa non abbia fatto esplicita menzione nel certificato» (Corte di Cassazione V sezione penale 29 gennaio 2008, n. 4451). 

2) La trasmissione del certificato deve essere fatta telematicamente attraverso il Sistema Tessera Sanitaria accreditandosi presso il proprio Ordine. A seguito del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 convertito con modificazioni nella legge 17 dicembre 2012, n. 221 è stato introdotto l’obbligo della certificazione telematica di malattia anche per i dipendenti del settore pubblico precedentemente esonerati con la sola esclusione del personale delle Forze armate, dei corpi armati dello Stato e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. In assenza di accesso telematico per la trasmissione del certificato, il medico redige il certificato in modalità cartacea.  

3) Entro due giorni dalla data del rilascio, il lavoratore deve trasmettere l’attestato alla propria azienda e, se assicurato INPS, il certificato all’Istituto previdenziale. 

4) Il medico non può rifiutarsi di rilasciare direttamente al cittadino certificati relativi al suo stato di salute. Il medico, nel redigere certificazioni, deve valutare e attestare soltanto dati clinici che abbia direttamente constatato. 

5) Il medico non può rilasciare il certificato sulla base di quanto riferitogli da terzi o su quanto egli non abbia constatato. Pertanto se a seguito di un intervento odontoiatrico riteniamo che il paziente necessiti di due giorni di cure e di astensione dal lavoro, si deve essere in grado di rispondere della richiesta di relativa certificazione e non rimandarla al medico di medicina generale per la relativa compilazione.  

6) La certificazione è, dunque, in capo al medico e/o all’odontoiatra che visita il paziente e questo è anche un dettato del Codice deontologico che rileva art. 22  24 e 78 “Il medico non può rifiutarsi di rilasciare direttamente al cittadino certificati relativi al suo stato di salute. Il medico, nel redigere certificazioni, deve valutare e attestare soltanto dati clinici che abbia direttamente constatato”. 
Pertanto l’inosservanza della regola può comportare anche sanzioni disciplinari.   

N.B. per fare certificazioni di malattia, un iscritto deve avere la password di accesso al Sistema TS, che è la medesima con la quale vengono inviate le fatture alla fine di ogni anno

Health Staging – Spazi empatici per la salute

Questo progetto nasce con l’intenzione di rendere gli ambienti medico-sanitari facilitatori del benessere per tutte le persone coinvolte: pazienti, accompagnatori, medici, operatori, professionisti della salute ecc.., sfruttando la millenaria conoscenza del Feng Shui e dell’Architettura del Benessere, quale ponte antico tra Architettura, Visione Integrata della Salute e Neuroscienze in sinergia con le preziose strategie della pratica dello Staging.

La cura inizia dalla sala d’attesa.

Le fondatrici del progetto Diana Borsari e Silvia Ruffilli

www.healthstaging.it

Il sale ha un impatto negativo sul sistema immunitario

(da M.D.Digital – riproduzione parziale)   Mangiare troppo sale, cosa comune in molte società occidentali, non solo fa male alla pressione arteriosa e al sistema cardiovascolare, ma potrebbe anche avere un impatto negativo sul sistema immunitario. Un gruppo di ricerca internazionale, coordinato dagli scienziati del VIB Center for Inflammation Research e dell’Università di Hasselt in Belgio, e dal Max Delbrück Center in Germania, ha pubblicato su Cell Metabolism dati che indicano che il sale può interrompere le funzioni delle cellule T regolatorie compromettendone il metabolismo energetico. I risultati possono aprire nuove strade per esplorare lo sviluppo di malattie autoimmuni e cardiovascolari. Precedenti ricerche avevano rivelato che troppo sale nella dieta può influenzare negativamente il metabolismo e l’equilibrio energetico in alcuni tipi di cellule immunitarie innate (monociti e macrofagi) impedendone il corretto funzionamento.   I ricercatori hanno inoltre dimostrato che il sale innesca malfunzionamenti nei mitocondri, le centrali elettriche delle cellule. Ispirati da questi risultati, i gruppi di ricerca si sono chiesti se un’eccessiva assunzione di sale potesse anche creare un problema simile nelle cellule immunitarie adattative come le cellule T regolatorie.

Le cellule T regolatorie, note anche come Treg, sono una parte essenziale del sistema immunitario adattativo. Sono responsabili del mantenimento dell’equilibrio tra la normale funzione e l’eccessiva infiammazione indesiderata. Le Treg sono talvolta chiamate “polizia immunitaria” perché tengono a bada le cellule immunitarie autoreattive e assicurano che le risposte immunitarie avvengano in modo controllato senza danneggiare l’organismo ospite.   Gli scienziati ritengono che la deregolamentazione delle Treg sia collegata allo sviluppo di malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Ricerche recenti hanno identificato problemi nella funzione mitocondriale di Treg da pazienti con autoimmunità, ma i fattori che contribuiscono rimangono ancora indefiniti.

Considerando le precedenti scoperte sul sale che influenza la funzione mitocondriale di monociti e macrofagi, nonché le nuove osservazioni sui mitocondri nelle Treg di pazienti autoimmuni, i ricercatori si sono chiesti se il sodio potesse suscitare problemi simili nelle Treg di volontari sani.  Un eccesso di sale potrebbe influire sulla funzione Treg inducendo un fenotipo simile all’autoimmunità. In altre parole, troppo sale renderebbe le cellule Treg simili a quelle che si osservano nelle condizioni di autoimmunità.

(Côrte-Real BF, et al. Sodium perturbs mitochondrial respiration and induces dysfunctional Tregs. Cell Metabolism 2023. DOI: 10.1016/j.cmet.2023.01.009)

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