Cesena: ricerca studio medico professionale in affitto

Si ricerca, con disponibilità immediata, uno studio medico professionale in affitto, conforme ai requisiti comunali e AUSL Emilia-Romagna, di almeno 75 m², con due/tre studi da 12 m² (come da normative), sala d’attesa, bagno disabili e locali tecnici. Zone di interesse: Cesena, dall’area casello autostradale (Cesena Sud), Vigne, Sant’Egidio, Villa Chiaviche, Cervese, via Madonna dello Schioppo, via Calcinaro, Centro Coming, via Ravennate, zona stadio di Cesena e zona Montefiore.

Per proposte e contatti si prega di inviare una mail a studiomedicoprof@libero.it

La riforma Schillaci si arena. Ma il Rapporto PIT spiega perché una riforma resta indispensabile

(da DottNet)    La riforma della medicina generale si è fermata prima ancora di arrivare in Parlamento. Travolta dalle divisioni politiche, dalle resistenze sindacali e dalle incertezze che hanno accompagnato il dibattito delle ultime settimane, la proposta del ministro Orazio Schillaci sembra destinata a lasciare il posto a una soluzione negoziale incerta e – allo stato – ancora tutta da costruire.   E così, mentre la politica discute dei vincitori e dei vinti, ecco un documento che riporta l’attenzione sul punto essenziale: i problemi che quella riforma avrebbe dovuto affrontare continuano a esistere.  È quanto emerge dal Rapporto PIT Salute 2026 di Cittadinanzattiva, basato su oltre 14.000 segnalazioni raccolte attraverso la rete nazionale di tutela dei cittadini. Il quadro che ne emerge non fotografa un singolo problema, ma una serie di criticità che accompagnano quotidianamente milioni di persone nel loro rapporto con il Servizio sanitario nazionale.

Le liste d’attesa restano il volto più visibile della crisi

Quasi la metà delle segnalazioni raccolte dal PIT Salute riguarda l’accesso alle prestazioni sanitarie. All’interno di questa categoria, le liste d’attesa rappresentano il problema principale, seguite dalle difficoltà di prenotazione e dalle agende chiuse.  Per i cittadini questi problemi hanno spesso un volto molto concreto. Sono le visite specialistiche fissate a distanza di mesi rispetto ai tempi indicati dal medico, gli esami diagnostici che non trovano disponibilità, le prenotazioni sospese per indisponibilità di posti o la necessità di rivolgersi al privato per ottenere una prestazione in tempi compatibili con il proprio stato di salute. Criticità note da anni, ma che continuano a rappresentare il principale motivo di contatto con i servizi di tutela.

La sanità territoriale continua a mostrare fragilità

Un’altra parte consistente delle segnalazioni riguarda l’assistenza territoriale. In questo ambito emergono problematiche legate ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, alla salute mentale, alle RSA e all’assistenza domiciliare.   Il rapporto evidenzia come oltre il 60% delle segnalazioni relative all’assistenza territoriale riguardi proprio il rapporto con medici di famiglia e pediatri. Un dato che assume un significato particolare nelle stesse settimane in cui si è acceso il confronto sulla riforma della medicina generale.  Anche l’assistenza domiciliare continua a essere percepita da molti cittadini come una successione di interventi separati piuttosto che come un percorso realmente integrato di presa in carico. Una criticità che richiama direttamente uno degli obiettivi dichiarati delle riforme territoriali degli ultimi anni.

Le Case di Comunità faticano ancora a diventare un riferimento

Tra i temi affrontati dal rapporto compare anche il destino delle Case di Comunità, uno degli investimenti più significativi finanziati dal PNRR. Secondo Cittadinanzattiva, le nuove strutture faticano a essere percepite come un punto di riferimento concreto per i cittadini e a esprimere pienamente il ruolo per cui sono state progettate.  Una considerazione che inevitabilmente si intreccia con il dibattito sulle modalità di organizzazione della medicina territoriale e sulla presenza dei professionisti all’interno delle nuove strutture.

Non solo attese: cresce il disagio in altri settori dell’assistenza

Il rapporto segnala anche un aumento delle criticità relative all’assistenza protesica e integrativa, passate in un anno dallo 0,9% al 7% delle segnalazioni. Una crescita che Cittadinanzattiva collega alle difficoltà applicative seguite all’entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario.   Restano inoltre presenti segnalazioni relative all’accesso alle cure per la salute mentale, alle strutture residenziali e ai percorsi assistenziali destinati alle persone più fragili, confermando come la pressione sul sistema non riguardi soltanto l’attività ospedaliera ma l’intera rete dei servizi territoriali.

Non una difesa della riforma, ma delle ragioni che l’hanno generata

Il Rapporto PIT non entra nel merito delle scelte del Governo e non esprime giudizi sulla proposta di riforma della medicina generale. Tuttavia fotografa con chiarezza le difficoltà che cittadini e pazienti continuano a incontrare: tempi di attesa incompatibili con i bisogni di cura, difficoltà di accesso ai servizi, percorsi assistenziali frammentati e strutture territoriali che non sempre riescono a svolgere il ruolo per cui sono state pensate.  Per questo il documento arriva in un momento particolarmente significativo. Mentre una riforma sanitaria si arena, i cittadini continuano a segnalare le stesse criticità che da anni attendono una risposta. La discussione sulla riforma può essersi fermata. Le ragioni che avevano reso necessario aprire quel confronto, invece, sono ancora tutte sul tavolo.

 

ASSOCIAZIONE AIBWS – BIOPSIA CUTANEA: OK A UNA DIAGNOSI PIU’ PRECISA DEL BWSp

Una nuova possibilità di diagnosticare una malattia rara: non solo attraverso il prelievo di sangue, ma anche con una biopsia cutanea. Il prelievo di una piccola porzione di pelle può dare una risposta fino al 20% di piccoli pazienti con lo spettro della sindrome di Beckwith-Wiedemann (BWSp), che presentano alcuni dei 30 possibili sintomi ma senza una diagnosi genetica. In caso di esito positivo dello screening, le famiglie possono conoscere con più precisione il rischio oncologico. La biopsia cutanea è entrata nelle indicazioni per il trattamento della patologia (insieme allo studio di altri tessuti diversi dal sangue, come la mucosa buccale), secondo quanto stabilito dal Consensus internazionale 2026 sul BWSp, tenutosi dal 28 al 30 maggio a Cervia.

Che cos’è il BWSp. La sindrome di Beckwith-Wiedemann è una rara malattia genetica congenita. Si stima che ogni anno siano circa 35 i bimbi nati in Italia con questa condizione. I possibili sintomi – non tutti a carico della stessa persona – sono una trentina (per questo si parla di ‘spettro’): i bambini sono accomunati da una maggiore predisposizione allo sviluppo di tumori a carico degli organi interni (in particolare reni e fegato, ovvero tumore di Wilms ed epatoblastoma). Le principali manifestazioni del Bwsp sono la macroglossia (iperaccrescimento della lingua nel 90% dei bambini affetti), e la crescita eccessiva di un lato del corpo (emipertrofia). Non esiste una cura farmacologica, ma solo prevenzione della principale complicanza, i tumore infantili. Il 20% dei bambini risultano negativi al test molecolare pur in presenza di sintomi: è in questo caso che può essere decisiva la biopsia cutanea.

Come funziona la biopsia. Lo spiegano  Alessandro Mussa, pediatra dell’ospedale Regina Margherita di Torino e organizzatore del Consensus, e Silvia Russo, genetista dell’istituto Auxologico di Milano: “Si tratta di un esame che può essere effettuato in anestesia locale sottocute, sulla zona di pelle corrispondente alla zona di corpo che cresce di più (ad esempio una gamba o un braccio). Per la biopsia, vengono utilizzati dispositivi simili a una penna, con una minuscola lama al posto della punta, che consentono di prelevare dischetti di pelle di 2-3 millimetri di diametro e 1 di spessore: in questo caso, la procedura dura e da fastidio più o meno quanto un prelievo di sangue e lascia come unico ‘ricordo’ una cicatrice, che in alcuni casi però può scomparire del tutto nel giro di qualche anno”.

Per il test genetico, si continua a preferire in prima battuta il prelievo di sangue. Un ulteriore 11% di casi diagnosticati può essere ottenuta dallo studio della mucosa buccale, ma restano comunque casi negativi dove la biopsia potrebbe portare ad una risposta: si stima che si riveli positiva per circa 1 bambino su 5. “E’ moltissimo rispetto al passato dal punto di vista diagnostico”, assicurano Mussa e Russo. Il principale progresso è quello di poter attribuire anche in questi casi un preciso rischio oncologico: in base allo specifico difetto di metilazione del dna, questo rischio va da 2 a 20%. Questa indicazione orienta poi le successive procedure di screening tumorale. E nel caso il bambino sia giunto all’osservazione dei clinici perché ha già sviluppato un tumore, potrebbe essere risolutivo studiare un pezzettino bioptico sano vicino al tumore rimosso: anche questa indicazione è stata inserita nel nuovo Consensus.

Dalla parte dei bambini. “E’ importante trovare il giusto trattamento per garantire un futuro più sereno ai nostri piccoli – spiega Daniela Valle, presidente di Aibws, l’associazione italiana che si occupa della sindrome -. I nostri medici, italiani e stranieri, sanno trovare risposte concrete e tarate sulla vita concreta dei pazienti e delle loro famiglie. La revisione del Consensus è un traguardo importante, che mette in luce un gruppo di professionisti dinamico, che si aggiorna e si confronta, mettendo in discussione quanto stabilito nel 2018″.

Gli Stati Generali della patologia. Il Consensus è stato il momento in cui 50 medici da 12 Paesi hanno ri-definito l’approccio alla sindrome. Numerose le competenze e le professionalità coinvolte: genetisti, pediatri, oncologi, ortopedici, chirurghi maxillo-facciali, endocrinologi, logopedisti e per la prima volta anche gli psicologi. Si è trattato della revisione del primo Consensus elaborato a Parigi nel 2018. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Parlamento Europeo dalla presidente Roberta Metsola. A seguire, dal 31 maggio al 2 giugno si è svolto il secondo congresso internazionale sul BWSp dopo quello del 2022, sempre a Cervia.

Convenzione per lo svolgimento delle attività di tirocinio curriculare previste dal corso di studio in Igiene Dentale

A tutti gli iscritti all’Albo Odontoiatri

Si trasmette in allegato la Convenzione stipulata dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Forlì-Cesena con l’Alma Mater di Bologna al fine di favorire e promuovere lo svolgimento delle attività di Tirocinio Curriculare previste dal Corso di Studio in Igiene Dentale, presso gli studi odontoiatrici di cui gli iscritti all’Albo degli Odontoiatri risultino titolari o responsabili.

 Gli Studi Dentistici interessati ad accogliere gli studenti tirocinanti e ad aderire alla suddetta Convenzione, dovranno trasmettere via email a info@ordinemedicifc.it , entro e non oltre il 31 luglio p.v., i seguenti dati relativi allo studio odontoiatrico ospitante (art. 3):

  • ragione sociale;
  • partita IVA e codice fiscale;
  • indirizzo sede operativa dello studio;
  • indirizzo PEC o, in mancanza, indirizzo mail

 Dopo la suddetta data l’Ordine trasmetterà all’Università l’elenco degli studi odontoiatri aderenti.

Successivamente sarà a cura dell’Università inviare direttamente agli studi le istruzioni per la registrazione nell’applicativo dell’Ateneo e i successivi adempimenti (artt. dal 3.3. al 3.6) fino all’assegnazione del Tirocinante (artt. 4,5,6 e 7).

Si rimanda alla lettura integrale della Convenzione per un’opportuna informazione su tutto l’iter e si attendono le adesioni.

Convenzione_ODM_Igiene_Dentale_2026_FC 

 

Certificati di malattia, dalla Cassazione chiarimenti utili per i medici.

(da Doctor33)  Il certificato di malattia non può essere messo in discussione sulla base di semplici indizi o comportamenti ritenuti incoerenti. Serve una valutazione tecnica, di natura medico-legale. È questo il principio ribadito dalla Cassazione (ordinanza n. 8738/2026), che ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un lavoratore accusato di simulare una sindrome ansioso-depressiva sulla base di elementi raccolti da un’agenzia investigativa.

Il caso è emblematico perché fotografa una situazione frequente nella pratica: il datore di lavoro aveva contestato lo stato di malattia richiamando una serie di comportamenti – dal rifiuto di sottoporsi a visita psichiatrica al mancato acquisto dei farmaci, fino allo svolgimento di attività ludiche durante l’assenza – ritenuti incompatibili con la diagnosi. La Corte d’appello aveva dato peso a questi elementi, ma la Cassazione ha corretto l’impostazione, chiarendo che indizi di questo tipo non possono sostituire un accertamento clinico specialistico. Il passaggio centrale della pronuncia riguarda proprio il valore del certificato: quando un medico attesta una condizione patologica e la accompagna a una prescrizione terapeutica, si assume una responsabilità professionale che conferisce al documento una particolare forza probatoria. Questo valore può essere superato solo attraverso approfondimenti medico-legali, non con valutazioni indirette o presuntive. In altre parole, la diagnosi resta valida finché non viene messa in discussione da un altro accertamento tecnico qualificato.

Per i medici, il significato pratico è rilevante. La sentenza rafforza il ruolo del certificatore, ma allo stesso tempo richiama alla necessità di una documentazione clinica accurata e coerente. Diagnosi, indicazioni terapeutiche e durata della prognosi devono essere ben motivate e tracciabili, perché costituiscono il perno su cui si fonda la tenuta del certificato anche in sede contenziosa. In questo senso, la congruità tra quadro clinico e terapia prescritta diventa un elemento chiave, soprattutto in ambiti come i disturbi psichici, dove la valutazione può essere più esposta a contestazioni. La pronuncia offre anche un chiarimento importante sul piano giuridico: l’onere della prova resta in capo al datore di lavoro. Non è il paziente a dover dimostrare di essere malato, ma è chi contesta l’assenza a dover provare l’eventuale simulazione. E questa prova non può basarsi su presunzioni generiche, ma deve poggiare su elementi solidi, eventualmente acquisiti attraverso una consulenza tecnica d’ufficio. Senza questo passaggio, il rischio è un’inversione indebita dell’onere probatorio. Un altro aspetto di rilievo riguarda la gestione dei comportamenti del paziente. Attività quotidiane, scelte personali o anche atteggiamenti apparentemente contraddittori non sono di per sé sufficienti a invalidare uno stato di malattia. Il medico deve attenersi alla valutazione clinica, mantenendo il proprio giudizio ancorato ai dati sanitari e non a elementi esterni che esulano dalla sfera medica.

 

Comunicato Ausl Romagna : IL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO DELLA SANITÀ ROMAGNOLA AL FORUM PA DI ROMA. Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini

Grande interesse per il progetto dell’AUSL Romagna presentato da Sonia Muzzarelli nel talk “Art, Green, Energy” della Regione Emilia-Romagna.

Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini

 

Il patrimonio culturale della sanità pubblica romagnola è stato al centro dell’attenzione a Roma in occasione del prestigioso Forum PA 2026 .

All’interno del talk intitolato “Art, Green, Energy (A.G.E.): progetti che integrano arte, cultura e transizione ecologica”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna, ha riscosso grande successo la presentazione del progetto “La cura attraverso l’arte: il Museo diffuso dell’arte sanitaria romagnola”

curata da Sonia Muzzarelli, Conservatrice del patrimonio artistico, archivistico e storico dell’AUSL Romagna.

L’evento ha visto la partecipazione di rappresentanti del panorama istituzionale e scientifico regionale e nazionale, Cristina Ambrosini (Dirigente responsabile del Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna), Sonia Di Silvestre (Responsabile eventi e promozione della Direzione Sviluppo Economico, cultura e turismo della Regione),Antonio Disi (Responsabile Laboratorio Strumenti per la Promozione dell’Efficienza Energetica del Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica – ENEA), Anna Maria Linsalata (Responsabile Comunicazione Programmi regionali Fesr e Fse+ della Regione Emilia-Romagna), Fabiana Raco (Ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara), che ha illustrato la sfida scientifica e di ricerca metodologica dietro al progetto dell’Ausl Romagna.

La presentazione del Museo diffuso di Sonia Muzzarelli ha sollevato un profondo interesse tra il pubblico e gli addetti ai lavori presenti a Roma, sia per l’oggettiva complessità tecnica e gestionale, sia soprattutto per la sua lungimiranza. L’iniziativa dimostra infatti come una gestione consapevole e scientifica del patrimonio culturale possa integrarsi perfettamente con la digitalizzazione e tradursi in uno strumento concreto a supporto delle attività rivolte ai cittadini e al benessere delle persone assistite. Sebbene “il terreno in Romagna fosse già pronto”, grazie ad azioni di tutela e valorizzazione avviate sin dai primi anni Duemila dalle ex aziende sanitarie poi confluite nell’attuale AUSL Romagna , le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) hanno permesso di compiere un vero e proprio salto di qualità.

A Roma è stato infatti presentato, anche attraverso un video emozionale, quello che a tutti gli effetti è il primo allestimento immersivo italiano dedicato al patrimonio storico-artistico della sanità pubblica, un’esperienza che unisce l’innovazione tecnologica, la valorizzazione culturale e la memoria collettiva.

Il cuore e il motore del progetto è il corridoio immersivo realizzato presso l’Ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì, un luogo (Ndr. recentemente inaugurato come prima esperienza del genere a livello nazionale) che accoglie i visitatori scatenando reazioni di autentico stupore, in gran parte dovuto al fatto che questo immenso patrimonio (che attraversa e racconta quasi nove secoli di storia) è ancora poco conosciuto.

A sorprendere il pubblico del Forum PA è stata anche la scelta della modalità dell’allestimento.

“Molte persone riferiscono la sensazione di entrare in una sorta di cinema immersivo — ha spiegato Sonia Muzzarelli nel corso del suo intervento a Roma — Questa scelta ha una motivazione storica precisa e si collega alla storia stessa dell’edificio: l’Ospedale “Morgagni-Pierantoni” nacque infatti come sanatorio e, nei sanatori, la proiezione di film rappresentava un’importante occasione per aprire una finestra sul mondo e offrire sollievo e stimoli culturali alle persone ricoverate. Nella nostra collezione è conservata anche una cinepresa degli anni Trenta del Novecento, testimonianza concreta di quella esperienza. Oggi quell’alleanza tra cultura e cura rinasce in chiave digitale Il percorso multimediale non si limita a mostrare la straordinaria consistenza di opere d’arte, ospedali storici, chiese e oratori ospedalieri, ma mette al centro le storie delle donne e degli uomini che hanno dedicato il proprio impegno alla costruzione della sanità pubblica, integrando la narrazione con i volti e le vicende del territorio romagnolo.”

L’altro pilastro del progetto, che ha fortemente convinto la platea del Forum PA, è la dimensione inclusiva dell’allestimento. Il corridoio immersivo è stato concepito per abbattere le barriere sensoriali ed essere accessibile al maggior numero possibile di persone, comprese quelle con disabilità. Sono stati infatti previsti strumenti e contenuti specifici che consentono anche alle persone sorde di fruire dell’esperienza e dei suoi contenuti narrativi.

Un’attenzione che rafforza il valore sociale del progetto: la memoria della sanità pubblica non deve essere solo raccontata, ma vissuta in modo partecipato e realmente condiviso da tutte e tutti.

Tiziana Rambelli

Dirigente sociologo

Ufficio Stampa – Ausl Romagna

cell.328/5305564

 

 

 

Sigarette elettroniche e salute cerebrale: cresce l’allarme sul possibile legame con l’ictus

(da DottNet)     Le sigarette elettroniche continuano a diffondersi rapidamente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, sostenute dalla percezione di essere meno dannose rispetto al tabacco combusto. Ma mentre il vaping conquista nuove fasce di popolazione, cresce anche l’attenzione della comunità scientifica sui possibili effetti a carico del sistema cardiovascolare e cerebrovascolare.  A rilanciare l’allerta è A.L.I.Ce. Italia OdV, l’associazione impegnata nella lotta all’ictus cerebrale, che richiama istituzioni, operatori sanitari e cittadini alla necessità di considerare le e-cig come un potenziale fattore di rischio emergente per le patologie vascolari.

Se il rapporto tra fumo tradizionale e ictus è ormai consolidato, le conoscenze sugli effetti a lungo termine delle sigarette elettroniche sono ancora in evoluzione. Tuttavia, i dati accumulati negli ultimi anni suggeriscono che questi dispositivi non siano privi di conseguenze biologiche rilevanti.  Gli aerosol generati dalle e-cig possono infatti contenere nicotina, composti organici volatili, particelle ultrafini, metalli pesanti e sostanze aromatiche potenzialmente tossiche. Secondo gli esperti, tali elementi sarebbero in grado di danneggiare l’endotelio vascolare, ossia il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo processi infiammatori e alterazioni circolatorie strettamente correlate al rischio cerebrovascolare.

La letteratura scientifica più recente descrive un possibile collegamento tra vaping e aumento dello stress ossidativo, disfunzione endoteliale, vasocostrizione e incremento pressorio. Meccanismi che, nel tempo, possono contribuire allo sviluppo di aterosclerosi e trombosi, due condizioni chiave nell’insorgenza dell’ictus ischemico.   Particolare attenzione viene posta ai cosiddetti “dual users”, ossia coloro che utilizzano contemporaneamente sigarette tradizionali ed elettroniche. In questa popolazione il rischio cardiovascolare sembrerebbe ulteriormente amplificato.

“La sigaretta elettronica non può essere considerata innocua”, sottolinea Massimo Del Sette, direttore della Neurologia con Centro Ictus dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. Secondo il neurologo, le evidenze disponibili indicano effetti negativi sulla funzione vascolare e rendono necessaria una corretta informazione, soprattutto nei confronti delle fasce più giovani.  Il tema della prevenzione resta centrale. Ogni anno in Italia migliaia di persone convivono con le conseguenze di un ictus, che può provocare disabilità motorie, deficit cognitivi e perdita dell’autonomia. Per questo A.L.I.Ce. Italia invita a includere anche il vaping tra i fattori di rischio modificabili da affrontare nelle campagne di salute pubblica.

L’associazione chiede programmi educativi mirati, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e una più ampia integrazione del tema sigarette elettroniche nei percorsi di prevenzione cardiovascolare.  “Informare significa prevenire”, evidenzia Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia OdV. “È fondamentale aumentare la consapevolezza sui rischi emergenti legati al vaping, soprattutto tra i giovani, per ridurre l’impatto futuro dell’ictus sulla popolazione”.

Uno sprint contro il panico

(da internazionale.it) Secondo uno studio pubblicato in ‘Frontiers in Psychiatry’ un’attività fisica intensa di breve durata, come gli sprint di corsa veloce, potrebbe aiutare le persone che soffrono di attacchi di panico. I ricercatori hanno visto che ricreare alcune sensazioni fisiche del panico (battito accelerato, respiro corto, sudorazione) attraverso sforzi fisici intensi riduce l’intensità e la frequenza degli attacchi d’ansia perché aiuterebbe i pazienti a “reinterpretarle come non pericolose”.  I risultati sono superiori a quelli di un training relazionale ha spiegato Ricardo William Muotri dell’Università di Sao Paulo, autore principale dello studio

(https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2025.1739639/full)

La “prescrizione” di arte può avere un ruolo nella medicina di base?

(da Univadis – Álvaro de la Serna)     Negli ultimi anni, l’integrazione di interventi non farmacologici con un impatto sulla salute mentale e il benessere ha acquisito sempre maggiore importanza, parallelamente alla necessità di modelli assistenziali integrati. In questo contesto, la Società di Medicina di Famiglia e di Comunità di Madrid (SoMaMFyC) ha lanciato il primo gruppo strutturato in Spagna per la Prescrizione di Arte e Cultura nell’Assistenza Primaria (PA-AP), un’iniziativa che mira a trasferire in ambito clinico un approccio finora frammentato e poco sistematico.

Il punto di partenza si basa su un progressivo cambiamento di paradigma.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva sottolineato già nel 2019 il potenziale dell’arte come risorsa terapeutica, e più recentemente è stato formalizzato in Spagna un accordo tra i Ministeri della Salute e della Cultura per integrare le arti nell’assistenza sanitaria, con particolare attenzione alla salute mentale e all’umanizzazione dell’assistenza. Tuttavia, il valore distintivo di questa proposta risiede nella sua applicazione nell’ambito dell’assistenza primaria.

Cinema e musica nel ricettario del medico di famiglia

Il gruppo nasce come evoluzione di un’esperienza avviata presso il Centro sanitario universitario Santa Hortensia (Madrid), dove per anni sono state organizzate attività artistiche nella sala d’attesa con la partecipazione dei pazienti. Come spiega a Univadis Spagna María José Álvarez Pasquín, medico di famiglia e partecipante al progetto, quelle prime iniziative — incentrate sull’opera, il cinema o la musica — hanno permesso di esplorare “il rapporto tra diverse forme d’arte e la salute nella letteratura scientifica” e di verificarne l’accettazione sia da parte dei pazienti sia dei professionisti.  In questo contesto, il nuovo gruppo adotta un approccio più strutturato. Si tratta di un team multidisciplinare che riunisce operatori sanitari, artisti e pazienti, con l’obiettivo di passare dall’esperienza comunitaria alla prescrizione formale. Come afferma Álvarez Pasquín, l’iniziativa mira a “promuovere l’integrazione della prescrizione di arte e cultura nella pratica della medicina di famiglia come strumento complementare per migliorare la salute, il benessere e l’equità”.  Questo cambio di prospettiva è significativo, poiché non si limita a introdurre attività culturali in ambito sanitario, ma mira a definire criteri clinici, indicazioni e profili dei pazienti nei quali tali interventi possano svolgere un ruolo terapeutico.

Per quali malattie?

Uno degli elementi centrali del progetto è il suo inserimento in un modello di cure primarie che integra determinanti sociali, emotivi e culturali. Come sottolinea Álvarez Pasquín, “prescrivere” arte e cultura “costituisce una strategia innovativa basata su dati scientifici che integra l’assistenza clinica convenzionale”.    L’interesse clinico si concentra in particolare su contesti quali le malattie croniche, il disagio emotivo o la solitudine involontaria, in cui gli interventi biomedici tradizionali mostrano limiti. In questo senso, il progetto non mira solo a potenziali benefici per i pazienti, ma anche a un impatto sugli stessi professionisti e sul contesto assistenziale.  Tuttavia, l’evoluzione stessa del gruppo evidenzia che i dati disponibili sono ancora limitati ed eterogenei. Alcune linee di ricerca — come gli studi pilota sull’ansia e la depressione nei giovani o gli interventi comunitari legati alla violenza di genere — suggeriscono benefici, ma necessitano di una convalida attraverso studi più ampi e con un maggiore rigore metodologico.

Medicina ribelle

Al di là dei risultati preliminari, l’iniziativa stimola una riflessione fondamentale sul ruolo dell’assistenza primaria. La stessa responsabile lo afferma in modo esplicito: “Prescrivere arte e cultura nell’assistenza primaria è una forma di ribellione che umanizza l’assistenza sanitaria”.   Questa affermazione sintetizza l’approccio del progetto, ma anche le sue principali sfide. L’effettiva attuazione di questo tipo di interventi richiede risorse comunitarie accessibili, una formazione specifica, tempo a disposizione e, soprattutto, una base di dati scientifici che consenta di individuare in quali pazienti e in quali condizioni possano rivelarsi utili.    In questo senso, la proposta della Società Madrilena di Medicina di Famiglia e Comunitaria apre una linea di lavoro promettente, ma ancora in fase di consolidamento. Il suo futuro dipenderà, in larga misura, dalla sua capacità di tradurre un’idea concettualmente valida in uno strumento utilizzabile e valutabile nella pratica clinica quotidiana.

 

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