Diagnosi complesse: la comunicazione clinica diventa parte integrante del percorso di cura

(da DottNet)    La comunicazione di una diagnosi complessa costituisce uno dei momenti più delicati dell’assistenza sanitaria. Informare un paziente della presenza di una patologia oncologica, di una malattia rara o di una condizione cronica ad alto impatto richiede competenze che vanno oltre la trasmissione di dati clinici, coinvolgendo aspetti relazionali, emotivi ed etici.  Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), una comunicazione efficace rappresenta un elemento fondamentale dell’assistenza centrata sulla persona. La comprensione delle informazioni ricevute influisce infatti sulla capacità del paziente di partecipare alle decisioni terapeutiche e di orientarsi all’interno del percorso assistenziale.

Le principali società scientifiche internazionali sottolineano l’importanza di adottare un approccio strutturato nella comunicazione delle cosiddette “bad news”, ovvero informazioni che modificano in modo significativo le aspettative di vita o lo stato di salute dell’individuo. Tra le raccomandazioni più diffuse figurano la preparazione del colloquio, la valutazione delle conoscenze pregresse del paziente, l’utilizzo di un linguaggio chiaro e la verifica della corretta comprensione dei contenuti comunicati.

Le evidenze pubblicate in letteratura indicano che una comunicazione inadeguata può generare confusione, sfiducia e difficoltà nell’adesione ai trattamenti. Al contrario, un confronto trasparente e personalizzato favorisce una maggiore partecipazione alle decisioni cliniche e contribuisce a migliorare la soddisfazione del paziente e dei caregiver.  Particolare attenzione viene dedicata al concetto di decisione condivisa, promosso da organismi come l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dalla Commissione europea. Questo modello prevede il coinvolgimento attivo del paziente nella valutazione delle opzioni terapeutiche, tenendo conto non solo delle evidenze scientifiche disponibili, ma anche delle preferenze individuali e del contesto di vita della persona.

Anche la dimensione emotiva assume un ruolo rilevante. Le linee guida internazionali raccomandano ai professionisti sanitari di riconoscere le reazioni psicologiche associate alla diagnosi, offrendo tempo adeguato per l’elaborazione delle informazioni e garantendo, quando necessario, il supporto di figure specialistiche dedicate.  Con l’aumento delle patologie croniche e l’evoluzione della medicina personalizzata, la comunicazione della diagnosi sta assumendo una funzione sempre più strategica. Non si tratta soltanto di trasferire informazioni cliniche, ma di costruire le condizioni affinché il paziente possa comprendere la propria situazione, partecipare consapevolmente alle scelte terapeutiche e affrontare il percorso di cura con strumenti adeguati

Elezioni ONAOSI: proroga del termine di ricevimento della scheda di voto al 7 agosto 2026 ore 12.00

La Fondazione ONAOSI comunica che, sulla base di molteplici segnalazioni che evidenziano un persistente ritardo nella consegna dei plichi elettorali, il Consiglio di Amministrazione, al fine di tutelare la parità di accesso al diritto di voto dei suoi contribuenti, ha deliberato:
l’ulteriore proroga del termine ultimo di ricezione delle schede di voto alle ore 12.00 del 7 agosto 2026;
l’ulteriore proroga del termine ultimo per la richiesta del duplicato del materiale elettorale entro il 18 luglio 2026.

Richiedi il duplicato del materiale elettorale cliccando qui: DUPLICATO DEL MATERIALE ELETTORALE (se non funziona il link incolla il seguente testo sulla URL del browser: https://www.onaosi.it/elezioni/modulistica.jsp)

Si consiglia di effettuare la spedizione delle schede di voto con adeguato anticipo rispetto al termine perentorio delle ore 12.00 del 7 agosto 2026.

FONDAZIONE ONAOSI

Stipendi dei medici del Ssn, aumenti inferiori all’inflazione: Il Conto annuale 2024

(da Doctor33)   Gli aumenti delle retribuzioni dei medici del Servizio sanitario nazionale nel 2024 sono rimasti inferiori all’inflazione. È quanto emerge dall’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore sui dati del Conto annuale 2024 della Ragioneria generale dello Stato, che evidenzia come gli incrementi salariali registrati nell’ultimo anno non abbiano compensato la dinamica dei prezzi.

Secondo l’elaborazione del quotidiano economico, a fronte di un’inflazione pari al 4,7% nel biennio 2023-2024, la retribuzione media dei medici è aumentata dell’1,63%. Incrementi ancora più contenuti riguardano il personale delle professioni sanitarie, fermo allo 0,68%, mentre i dirigenti delle professioni sanitarie registrano un aumento del 3,47%.

Il Conto annuale 2024 conferma che la retribuzione media dei dirigenti sanitari continua comunque a crescere nel lungo periodo, raggiungendo circa 88.900 euro annui nel 2024. La Ragioneria generale dello Stato attribuisce l’incremento osservato negli ultimi anni soprattutto agli effetti economici dei rinnovi contrattuali relativi ai trienni 2016-2018 e 2019-2021, oltre che alla diversa composizione del personale, influenzata dai pensionamenti, dalle nuove assunzioni e dalla distribuzione degli incarichi dirigenziali.

Il tema retributivo si inserisce in un contesto di persistenti difficoltà nel reclutamento e nella fidelizzazione del personale sanitario. Sempre secondo i dati del Conto annuale, nel 2024 il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale è aumentato rispetto all’anno precedente, ma la crescita non è stata sufficiente a colmare le carenze che interessano diverse professioni e territori. La stessa Ragioneria sottolinea come l’espansione degli organici degli ultimi anni sia stata favorita sia dall’allentamento dei vincoli di spesa sia dalle procedure straordinarie di reclutamento e stabilizzazione introdotte dopo la pandemia.

Determinanti sociali e obesità: una connessione tra stress, microbiota e salute metabolica

(da DottNet)    L’obesità è una condizione complessa influenzata da fattori biologici, genetici e sociali. I Determinanti Sociali della Salute (SDOH) giocano un ruolo cruciale, aumentando il rischio e complicando la gestione. Un approccio biopsicosociale integrato, che consideri anche gli aspetti psicologici e sociali, è fondamentale per il trattamento efficace.  L’obesità si conferma sempre più una sfida di sanità pubblica dalle radici complesse, che travalica ampiamente la dimensione delle scelte alimentari individuali. Negli Stati Uniti, le complicanze ad essa correlate generano un onere economico annuo di 173 miliardi di dollari sul sistema sanitario, mentre un’evidenza emergente colloca i Determinanti Sociali della Salute (SDOH) come stabilità economica, contesto comunitario, isolamento relazionale, tra i fattori causali primari piuttosto che meramente accessori. Un’indagine condotta su 160.000 adulti ha documentato una relazione proporzionale tra grado di svantaggio sociale e probabilità di sviluppare obesità.

Il meccanismo che lega condizione sociale e biologia metabolica passa attraverso l’asse cervello-intestino-microbiota (BGM), un sistema di comunicazione bidirezionale sempre più centrale nella comprensione delle patologie metaboliche. L’insicurezza alimentare, da sola, incrementa il rischio di obesità del 32%, mentre lo stress cronico, frequentemente associato a basso status socioeconomico o a esperienze di discriminazione razziale, induce alterazioni misurabili nella composizione del microbiota intestinale.  Nelle popolazioni afroamericane e ispaniche, in particolare, le esperienze discriminatorie attivano circuiti cerebrali centrati sull’amigdala, potenziando la connettività delle reti neurali deputate all’introspezione e al controllo cognitivo. Questo stato di attivazione persistente si traduce in modificazioni metaboliche concrete: l’aumento dei livelli di glutammato a livello intestinale genera stress ossidativo e infiammazione locale, mentre la disbiosi conseguente favorisce la proliferazione di specie batteriche come Prevotella copri, implicate nell’infiammazione del tessuto adiposo e nell’insulino-resistenza. A questo si aggiunge un meccanismo comportamentale: lo stress cronico favorisce strategie di coping disadattive, in cui la difficoltà di regolazione emotiva si traduce in un ricorso più frequente ad alimenti ad alta densità calorica.

Anche il contesto abitativo e relazionale gioca un ruolo determinante. I quartieri caratterizzati da un elevato Indice di Deprivazione di Area (ADI) presentano tipicamente “deserti alimentari” e condizioni di insicurezza che scoraggiano l’attività fisica all’aperto. L’isolamento sociale, dal canto suo, riduce l’attivazione delle vie dopaminergiche cerebrali: il calo del piacere derivante dalle interazioni umane spinge il sistema nervoso a ricercare gratificazione alternativa nel cibo, un meccanismo descritto come stato ipodopaminergico.    Gli effetti degli SDOH si estendono inoltre su scala intergenerazionale: lo stress materno e l’obesità prenatale possono indurre alterazioni nel feto, con conseguente incremento del rischio metabolico nella vita post-natale del bambino. Esistono tuttavia fattori protettivi documentati: l’allattamento al seno, ad esempio, riduce del 25% l’associazione tra basso status socioeconomico e aumento dell’indice di massa corporea in adolescenza.

Alla luce di queste evidenze, gli esperti sollecitano l’adozione di un modello di cura biopsicosociale. Lo screening standardizzato per i determinanti sociali (stabilità abitativa, situazione finanziaria, esperienze di discriminazione) dovrebbe entrare nella pratica clinica routinaria, integrato da percorsi di psicogastroenterologia basati su terapia cognitivo-comportamentale e mindfulness per il rafforzamento della resilienza individuale e del controllo degli impulsi. A completamento, interventi di policy sistemica restano necessari per migliorare l’accesso ai servizi sanitari e sostenere le comunità più esposte alla deprivazione ambientale, agendo così sulla radice strutturale, e non solo clinica, del fenomeno obesità.

(Sood R, Kilpatrick LA, Keefer LA, Church A. Biopsychosocial and Environmental Factors That Impact Brain-Gut-Microbiome Interactions in Obesity. Clin Gastroenterol Hepatol. 2026 Jan;24(1):10-20. doi: 10.1016/j.cgh.2025.07.045. Epub 2025 Sep 4. PMID: 40914285.)

Naturopata a Catania, ben oltre il danno di immagine

(da Univadis – Roberta Villa) Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire, dopo le proteste che hanno portato alla risoluzione del contratto libero-professionale della naturopata Giordana Proto con l’Ospedale Policlinico “Gaspare Rodolico – San Marco” di Catania. Proto era stata ingaggiata per “la realizzazione di specifiche attività di supporto nell’ambito di studi clinici condotti con la chirurgia vascolare e il centro trapianti e la pediatria a indirizzo reumatologico”. L’incarico era parso poco consono a un policlinico universitario che si presume basato sulla trasmissione e sull’applicazione di conoscenza scientifica, non su pratiche prive di tale fondamento. Nei giorni scorsi, quindi, la vicenda aveva scatenato molte reazioni da parte di vari divulgatori scientifici, tra cui Beatrice Mautino – voce del podcast del Post di “Ci vuole una scienza” insieme a Emanuele Menietti –, dell’infettivologo Matteo Bassetti e del virologo Roberto Burioni, che sui social media ha commentato sarcasticamente la notizia con la frase: “Il rilancio del Servizio sanitario nazionale, con i soldi dei contribuenti”.
Una lettera direttamente al ministero
La posizione più forte però è venuta dal CICAP, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato nel 1989 da Piero Angela, che ha scritto una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, con la richiesta “di promuovere, per quanto di Sua competenza, una verifica dei presupposti scientifici e professionali dell’incarico e, qualora non risultassero adeguati, di intervenire affinché la decisione sia sospesa e revocata, a tutela dei pazienti e dell’Ospedale stesso, in attesa di un parere delle società scientifiche di riferimento (chirurgia vascolare, reumatologia pediatrica)”. Aggiunge il presidente del CICAP, Lorenzo Montali, che firma il documento: “La medicina pubblica e universitaria ha il dovere di tutelare i pazienti fragili dal rischio di pratiche non validate, indipendentemente dalla buona fede di chi le propone”. Poche righe sopra, Montali, che è anche docente di psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, precisava: “Il problema non è la presenza negli ospedali di professionisti non medici, che svolgono funzioni essenziali nell’assistenza e nella ricerca. Il problema è comprendere perché una formazione di questo tipo sia stata considerata appropriata per partecipare ad attività definite come studi clinici, in reparti che assistono anche persone sottoposte a trapianto e minori con patologie reumatologiche. Un incarico retribuito conferito da un’azienda ospedaliero-universitaria attribuisce inevitabilmente credibilità istituzionale alle competenze selezionate”. Ecco, questo mi sembra il tema. Non tanto il danno di immagine per l’Istituzione ravvisato dal direttore generale del Policlinico di Catania, Giorgio Giulio Santonocito, che oggi si smarca con una nota durissima, focalizzata sul fatto che Proto “non aveva alcuna autorizzazione da parte di questa Direzione strategica […] per la pubblicazione di atti o notizie che coinvolgono l’azienda”. Come se il problema fosse solo aver fatto pubblicità al suo studio privato con il cartellino dell’ospedale o aver reso pubblico un incarico che lo stesso dirigente aveva sottoscritto e firmato il 21 novembre scorso, in qualità di Commissario straordinario ad interim, con la “clausola di immediata esecutività, stante la necessità di rispettare il cronoprogramma delle attività progettuali”.
La storia della naturopata
Insomma, è un po’ tardi per accorgersene, quando tutti protestano. Tutti tranne Repubblica, a dire il vero, che in un articolo non firmato dedica a Proto una lunga e lusinghiera intervista, che ci spiega come “la medicina naturale non sostituisca la tradizionale, ma possa integrarla” e come la naturopata “non faccia diagnosi né prescriva farmaci, ma punti all’equilibrio energetico”. E nessuno che le chieda in che cosa consista questo fantomatico “equilibrio energetico”, né in che modo la presenza di articoli di medicina naturale su PubMed – che non è altro che una biblioteca virtuale –, ne garantisca il fondamento scientifico. Repubblica ci spiega anche in che modo la naturopata è arrivata a introdursi al Policlinico di Catania, cioè tramite l’intervento del “professor Massimiliano Veroux, trapiantologo, docente di chirurgia all’Università di Catania, colpito dai racconti di alcuni pazienti che seguivano consulenze online con lei”. Massimiliano Veroux è fratello di Pierfrancesco Veroux, che sarà poi promotore delle sperimentazioni cliniche per le quali è stato aperto il bando di cui si discute, dal 2023 è direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico-chirurgiche e già candidato alla carica di rettore dell’Università di Catania. L’ambiente della chirurgia non era stato estraneo in passato a Giordana Proto, che, prima di essere fulminata sulla via della naturopatia, aveva lavorato per dieci anni nell’azienda di famiglia, IMESI, di cui è titolare il padre Franco, che ha il suo stabilimento a Dittaino, in provincia di Enna, e che produce kit procedurali monouso personalizzati per sale operatorie.
Una ‘laurea’ svizzera
Ciò, ovviamente, non sostituisce una laurea in medicina. La sua è in Relazioni pubbliche e comunicazione, non in medicina o in altre professioni sanitarie, a meno che si voglia considerare tale la “laurea in scienze olistiche, a indirizzo Educazione Alimentare e Nutrizione” che Proto sostiene di aver ottenuto in Svizzera, presso il LinkCampus di Zug. Per capire il valore di questo titolo è bene sapere che la LPSU (Legge Federale sulla Promozione e il coordinamento del Settore universitario svizzero), in vigore dal 1° gennaio 2015, ha introdotto l’accreditamento istituzionale obbligatorio per le istituzioni che vogliano usare denominazioni come ‘università’, ‘scuola universitaria professionale’ o ‘alta scuola pedagogica’, anche se, in Svizzera, chiunque può aprire un istituto di formazione e conferire qualsiasi tipo di diploma. Solo chi è ufficialmente accreditato può denominarsi università, ma per aggirare questa norma basta chiamarsi ‘ateneo’, ‘accademia’ o ‘campus’, termini non protetti a livello federale. Questi istituti che erogano lauree in scienze olistiche adottano quindi questa strategia: si definiscono ‘istituzione privata unitelematica svizzera’, costituita ai sensi del Codice Civile svizzero, evocando una cornice giuridica che suona legittima, ma che non equivale ad accreditamento universitario federale. Per farsi un’idea, il piano di studi pubblicato da LinkCampus comprende, tra gli altri, insegnamenti di iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia carmica, riflessologia ‘planetare’ (con un refuso, sarebbe ‘plantare’) e aromoterapia tibetana. “Si tratta di approcci che nascono da presupposti teorici incompatibili con lo stato dell’arte delle conoscenze mediche” precisa la lettera del CICAP, “non sono supportati da evidenze scientifiche adeguate e non rientrano nella formazione sanitaria universitaria italiana”. Un laureato in scienze della nutrizione con una di queste università telematiche è persino finito sotto inchiesta per abuso della professione di nutrizionista, poiché il suo titolo non è stato ritenuto valido. Proto, invece, ancora prima dell’incarico che ha fatto scalpore, aveva addirittura già svolto attività di docente a contratto nell’ambito di un master di II livello. Al concorso, poi, si era anche presentata un’altra persona, la cui identità non è resa nota, con più titoli di Proto, che però l’avrebbe superata dopo il colloquio. Di tutto questo però per oltre sei mesi non si è saputo nulla. O meglio, era da qualche mese che la notizia del “primo concorso pubblico vinto da una naturopata”, grazie a “un’iniziativa pionieristica che vede la collaborazione tra medicina tradizionale e naturopatia olistica” serpeggiava su pubbliredazionali di siti come Today e Il Tempo. Traduco per i non esperti: il termine pubbliredazionale indica un’inserzione pubblicitaria, più o meno mascherata da articolo o servizio giornalistico in video, ma pur sempre pubblicità. Pubblicità che, quindi, deve essere pagata da qualcuno: da chi? Per il suo incarico, Proto avrebbe dovuto ricevere un compenso lordo complessivo pari a euro 14.600 annui, certo non sufficienti a pagare anche la propria promozione sulla stampa nazionale. Chi sponsorizzava Proto, e forse anche questa ricerca? Queste mi sembrano le domande su cui il direttore generale dell’ospedale, se vuole uscirne bene, dovrebbe trovare una chiara risposta.

Diagnosi di cancro, i pazienti preferiscono sentirla dal medico

(da Sanitainformazione.it)   La diffusione dei portali elettronici per i pazienti, che consentono di consultare rapidamente referti, esami e informazioni cliniche, sta cambiando anche il modo in cui vengono comunicate diagnosi particolarmente delicate, come quelle oncologiche. Un nuovo sondaggio condotto presso l’UT Southwestern Medical Center e pubblicato su JAMA Network Open mostra però che, quando si tratta di una diagnosi di cancro, la maggior parte dei pazienti continua a preferire il contatto diretto con il medico.  L’indagine, realizzata nel 2025, ha raccolto le risposte di oltre 2.400 pazienti a cui era stato diagnosticato un tumore presso il Simmons Cancer Center tra il 2019 e il 2023. I risultati indicano che il 75% degli intervistati vorrebbe ricevere una nuova diagnosi oncologica direttamente dal proprio medico, di persona o attraverso una visita in telemedicina, piuttosto che scoprirla autonomamente tramite un portale digitale.

L’accesso immediato ai referti può aumentare ansia e incertezza

Il tema nasce anche dalle conseguenze del 21st Century Cures Act, entrato in vigore negli Stati Uniti nel 2021, che ha rafforzato il diritto dei pazienti ad accedere in modo tempestivo e ampio alle proprie informazioni sanitarie elettroniche. Questa misura ha migliorato la trasparenza e la disponibilità dei dati clinici, ma ha aperto una questione complessa: non tutti i risultati hanno lo stesso peso emotivo e non tutte le informazioni possono essere recepite senza un adeguato accompagnamento. Secondo Sheena Bhalla, autrice principale dello studio e oncologa medica presso l’UT Southwestern, per i pazienti oncologici il rapido accesso elettronico ai referti può avere effetti diversi rispetto alla popolazione generale.  Ricevere una diagnosi di cancro senza poter porre subito domande, chiarire i dubbi o discutere i passi successivi con un medico di fiducia può aumentare stress, paura e senso di incertezza. Il problema, quindi, non è l’accesso digitale in sé, ma il modo in cui questo accesso viene integrato nella relazione di cura.

Una comunicazione troppo automatica rischia di lasciare soli i pazienti

Il sondaggio ha mostrato che le preferenze dei pazienti non sono uniformi e possono variare in base alle esperienze precedenti, all’abitudine nell’utilizzo del portale e ad alcune caratteristiche demografiche. Gli uomini, ad esempio, sono risultati più propensi a preferire la comunicazione della diagnosi tramite il portale. Tuttavia, il dato complessivo resta chiaro: per una comunicazione che può cambiare radicalmente la vita di una persona, molti pazienti desiderano ancora la presenza, anche virtuale, di un medico.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda le circostanze concrete in cui i pazienti vengono a conoscenza dei risultati. Più della metà di coloro che hanno scoperto la diagnosi attraverso il portale ha riferito di essere sola in quel momento. Secondo Bhalla, questa rappresenta una delle conseguenze indesiderate dell’accesso in tempo reale: il paziente può ricevere una notizia ad alto impatto emotivo senza il supporto del medico, dei familiari o di una persona di fiducia. Il rischio è che uno strumento pensato per aumentare l’autonomia finisca, in alcune situazioni, per accentuare vulnerabilità e disorientamento. Per David Gerber, autore senior dello studio, i risultati indicano la necessità di superare un approccio standardizzato e di costruire modalità di comunicazione più personalizzate, attente e compassionevoli.

Verso portali più flessibili e strumenti digitali di supporto

Secondo i ricercatori, il punto non è tornare indietro rispetto alla digitalizzazione, ma renderla più adatta alla complessità delle informazioni sanitarie. Una prima soluzione potrebbe essere quella di aumentare la consapevolezza, sia tra i medici sia tra i pazienti, sulle impostazioni di notifica disponibili nei portali, in modo da gestire meglio tempi e modalità di ricezione dei risultati. Un’altra possibilità riguarda lo sviluppo di sistemi di rilascio graduale o differito per i referti particolarmente sensibili, come quelli relativi a nuove diagnosi oncologiche o recidive.

 

Dipendenze, l’ISS unifica i numeri verdi e apre alla sfera digitale

(da DottNet)   Un unico punto di accesso per orientare cittadini, familiari e operatori tra i servizi dedicati alle dipendenze. È operativo da oggi il nuovo Numero Verde Dipendenze dell’Istituto Superiore di Sanità, che riunisce sotto un’unica numerazione i servizi finora dedicati separatamente a droghe, alcol, tabacco, gioco d’azzardo e doping.   Il nuovo numero nazionale, 800940789, è stato realizzato con il finanziamento del Dipartimento per le Politiche contro la Droga e le altre Dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri ed è accessibile gratuitamente e in forma anonima sia da telefono fisso sia da cellulare.   A rispondere è un’équipe composta da psicologi, ricercatori e professionisti specializzati nelle diverse forme di dipendenza. Attraverso una voce guida iniziale, gli utenti possono essere indirizzati verso il counselor più adatto alle proprie esigenze.

Entrano le dipendenze da Internet e nuove tecnologie

La principale novità riguarda l’introduzione di una linea specialistica dedicata alle dipendenze da Internet e dalle nuove tecnologie, che si affianca ai servizi storicamente rivolti alle dipendenze da sostanze e ai comportamenti a rischio. L’iniziativa riflette l’attenzione crescente delle istituzioni sanitarie verso fenomeni che coinvolgono in particolare adolescenti e giovani adulti, come l’uso problematico dei social network, il gaming compulsivo e altre forme di dipendenza comportamentale legate agli ambienti digitali.   L’inserimento di queste problematiche all’interno di un servizio nazionale dedicato alle dipendenze rappresenta un ulteriore segnale della loro crescente rilevanza sul piano sanitario e sociale.

Orientamento e informazioni validate

Il numero verde è attivo dal lunedì al venerdì e svolge funzioni di informazione, ascolto e orientamento verso i servizi presenti sul territorio. Restano comunque operativi anche i singoli numeri verdi già esistenti, compreso quello dedicato alla cessazione del fumo riportato sui pacchetti di sigarette.  Accanto al servizio telefonico, l’Iss mette inoltre a disposizione due piattaforme online dedicate rispettivamente alle dipendenze da sostanze e alle dipendenze digitali: zerosostanze.iss.it e benessereinrete.iss.it. I portali consentono di consultare informazioni scientificamente validate e di individuare le strutture territoriali che si occupano di prevenzione, cura e supporto.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’obiettivo dell’iniziativa è rendere più semplice e immediato l’accesso ai servizi di consulenza e orientamento, favorendo una presa in carico più tempestiva delle diverse forme di dipendenza.

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