Liberi professionisti Enpam: in arrivo l’assicurazione per i primi 30 giorni di malattia

Liberi professionisti Enpam: in arrivo l’assicurazione per i primi 30 giorni di malattia

(da DottNet)  Dopo aver conquistato, in analogia con le altre gestioni previdenziali dell’Enpam, la tutela previdenziale dell’inabilità temporanea a partire dal 31° giorno di malattia, i liberi professionisti iscritti alla Quota B dell’Enpam (in prima fila i dentisti), stanno per guadagnare la parificazione integrale con i loro colleghi convenzionati, grazie ad una innovativa copertura anche dei primi trenta giorni di inabilità. 

Inizialmente la Fondazione ha ragionato sull’ipotesi di una polizza assicurativa che garantisse una indennità pari all’80 per cento del reddito imponibile, solo nel caso di malattia che si prolunghi oltre i primi trenta giorni, con una franchigia di 5 giorni. Il finanziamento sarebbe dovuto provenire da risorse interne al Fondo della libera professione (parte del contributo all’1% eccedente il limite annuo per la contribuzione ordinaria e parte del contributo dello 0,5% a carico delle società odontoiatriche). 

Da un paio di mesi la situazione è però cambiata. A fine ottobre, infatti, alla Fondazione è pervenuta un’ipotesi di convenzionamento proposta dalla società Oris Broker S.r.l., diretta emanazione dell’Andi, relativamente ad una polizza assicurativa che ha per oggetto appunto la copertura dei primi 30 giorni per gli eventi da infortunio e malattia che comportino l’interruzione dell’attività lavorativa per periodi, come nell’ipotesi originaria, superiori a trenta giorni. La Società assicurativa che fornirebbe materialmente il servizio è la Cattolica Assicurazioni, già titolare della polizza trenta giorni dei convenzionati. 

La polizza, che ha durata annuale, prevede l’estensibilità della copertura a tutti i medici liberi professionisti iscritti alla Gestione previdenziale “Quota B” dell’Enpam, a fronte di un premio annuo pro capite di 120 euro per iscritto. L’indennità destinata al contraente è pari a 150 euro giornalieri, erogati solamente nel caso di totale incapacità fisica dell’assicurato ad attendere alle occupazioni professionali a seguito di un infortunio o di una malattia con durata superiore a 30 giorni lavorativi in via continuativa. L’indennità giornaliera è liquidata a decorrere dal sesto giorno di assenza dal lavoro, sino ad un massimo di trenta giorni per evento, compresa la franchigia di cinque giorni, e di 90 giorni per ogni anno assicurativo, franchigie comprese. L’indennizzo viene quindi riconosciuto per un massimo di 25 giorni per evento. 

L’ipotesi in questione è stata, sempre a fine ottobre, sottoposta all’attenzione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, che ha avuto la possibilità di vagliarne gli aspetti principali. Gli Uffici competenti hanno quindi compiuto i necessari approfondimenti tecnici e a metà novembre la proposta ha ricevuto il parere favorevole del Comitato Consultivo della gestione Quota B. 

E’ lecito ritenere che in tempi brevi si possa avere il via libera definitivo dell’Enpam e che già all’inizio del 2022 possano partire le adesioni all’iniziativa, in quanto, trattandosi di proposta assolutamente privata, essa non dovrebbe essere soggetta alle valutazioni ed all’assenso delle autorità vigilanti. Ed in effetti, di primo acchito, proprio la duttilità dello strumento ed il suo costo limitato ne appaiono i principali punti di forza. L’adesione totalmente libera e volontaria da parte del singolo iscritto, con un costo totalmente a suo carico, libererebbe inoltre importanti risorse che la Fondazione potrebbe utilmente destinare ad attivare o implementare iniziative di welfare a vantaggio dei liberi professionisti. Non resta che consigliare agli interessati di tenere d’occhio il sito della Fondazione, per seguire gli sviluppi dell’iniziativa e conoscere le modalità di adesione.

Donne medico in Italia: sottostimate e penalizzate

(da DottNet)   La medicina si fa sempre più rosa, ma nonostante la percentuale di donne medico sia cresciuta negli anni, continua ad esserci una disparità di genere tra i professionisti sanitari in termini di opportunità di carriera, di trattamento ricevuto sul luogo di lavoro e di credibilità agli occhi dei pazienti. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Univadis Medscape Italia – il portale di informazione per i professionisti della salute con notizie, strumenti, aggiornamenti e formazione continua per la classe medica – che ha indagato a che punto siamo nel nostro Paese in tema di gender equity in medicina. 

Dal sondaggio condotto online tra il 25 maggio e il 15 agosto 2021 su 1.779 intervistati (di cui 999 maschi e 780 femmine) è emerso che la progressione della carriera riscuote un interesse paragonabile tra i due sessi. Nonostante ciò, il genere sembra giocare un ruolo importante, difatti il 44% delle donne si sente penalizzata contro il solo 10% degli uomini. L’impatto sembra attenuarsi nel caso del reddito, forse anche per le caratteristiche del campione, per lo più composto da medici dipendenti o convenzionati con il servizio pubblico, dove lo stipendio non è oggetto di contrattazione individuale.

A rimarcare maggiormente la differenza di genere è il dato che sottolinea come i rappresentanti maschili del campione siano divisi quasi a metà tra chi ha un ruolo direttivo e chi no, fatto che non vale per il sesso femminile: solo 1 donna su 3 ricopre un ruolo apicale, mentre circa il 48% riferisce di aver personalmente subito un trattamento diverso sul luogo di lavoro perché donna. Questo sentimento risulta preponderante nella generazione X (nate tra 1981 e il 2000), probabilmente più consapevole dei propri diritti rispetto alle generazioni precedenti.  

Anche in questioni in cui teoricamente la qualità scientifica dovrebbe essere l’unico metro di giudizio, le donne hanno la chiara percezione di partire svantaggiate: oltre 1 su 5 trova ingiustificate difficoltà a pubblicare nella letteratura scientifica e 1 su 3 a essere invitata a presentare le proprie ricerche in un consesso di colleghi.

Il gender gap viene spesso enfatizzato anche dai pazienti stessi e dai loro familiari: è infatti emerso dall’indagine che le donne medico vengono spesso confuse con altri professionisti sanitari – come ad esempio gli infermieri – e hanno una minore credibilità agli occhi del malato, del loro accompagnatore e a volte dei colleghi uomini, specialmente se il rapporto lavorativo è occasionale. 

La mancata credibilità agli occhi dei pazienti e dei propri colleghi, oltre all’esistenza di stereotipi di genere che portano a sottostimare le caratteristiche personali realmente necessarie per svolgere una particolare funzione, generano nelle donne medico un sentimento di frustrazione che si aggiunge alle difficoltà già note di queste professioniste” – commenta Daniela Ovadia, Coordinatore Editoriale Univadis Medscape Italia e autrice del report. “Essere chiamate ‘signorina’, piuttosto che con il proprio titolo lavorativo, dimostra come sia necessario un cambio di passo per dare una reale possibilità alle professioniste di dedicarsi alla carriera senza dover sacrificare la vita privata e gli affetti“. 

Ma in cima alle preoccupazioni dei medici italiani, a prescindere dal genere, c’è la ricerca di un difficile equilibrio volto a conciliare vita privata e professionale – indicata dal 40% dei maschi intervistati e dal 33% delle femmine, con una differenza modesta tra chi ha figli e chi non ne ha. In questo contesto la pandemia ha aumentato la pressione associata a questo lavoro influendo sul modo in cui i medici vedono la propria professione, con 1 donna su 2 che è stata spinta a rimettere in discussione la propria carriera di medico per motivazioni quali l’eccessiva richiesta di sacrifici senza riscontro economico, l’elevato livello di rischi e la necessità di dare priorità alla famiglia e ai propri affetti. Il COVID-19 ha però solo evidenziato alcune delle lacune del sistema lavoro che hanno portato negli anni ad una disuguaglianza sistemica: infatti, il 51% delle donne medico ha rinunciato ai figli per la carriera o ne ha avuti meno di quelli che desiderava, contro il 18% dei medici uomini, dato avvalorato anche dalle stime ISTAT che confermano che il 45,4% delle donne di età compresa tra i 18 e i 49 anni è senza figli. Come emerso dal report, malgrado un’apparente equa distribuzione di imprevisti ed emergenze, è la donna medico a occuparsi della gestione dell’ordinario familiare, sentendosi spesso in difficoltà a causa degli orari di lavoro. Da sottolineare anche la scorretta percezione della gestione della famiglia tra donne e uomini, con i secondi più convinti di essere protagonisti di un impegno paritario, più di quanto non percepiscano le donne che hanno risposto al sondaggio.

Chi sono gli italiani più indecisi di fronte al vaccino

(da AGI)  ‘Vacillano’ maggiormente coloro che si avvalgono spesso o molto spesso di informazioni provenienti dai media e tendono a spiegare gli eventi attraverso teorie di tipo cospirazionista. Inoltre, le donne e i giovani sono più riluttanti a vaccinarsi nel caso in cui dovessero risultare positivi al Covid-19, mentre chi ha un’elevata scolarizzazione tende ad essere meno propenso ad approfittare della vaccinazione altrui. Sono questi alcuni dei risultati che emergono da uno studio multinazionale in corso in 30 paesi europei promosso e coordinato dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per monitorare la conoscenza, la percezione del rischio, la fiducia e i comportamenti preventivi durante la pandemia di COVID-19.   In Italia il progetto è stato denominato COMIT (Covid Monitoring in Italy) ed è coordinato da Giovanni de Girolamo dell’IRCSS Fatebenefratelli di Brescia, da Gemma Calamandrei dell’Istituto Superiore di Sanità e da Fabrizio Starace dell’AUSL di Modena, che si sono avvalsi della collaborazione di Lorella Lotto del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova.  La recente pubblicazione riguarda i dati raccolti in un campione di 5.006 partecipanti arruolati tra gennaio e febbraio 2021 e si è concentrata sui fattori in grado di predire l’indecisione nei confronti della vaccinazione contro il Covid-19.   Del gruppo di ricerca fanno parte anche le prime autrici del lavoro Marta Caserotti (assegnista di ricerca) e Teresa Gavaruzzi (ricercatrice) dell’Università di Padova che spiegano: “Pensando all’evoluzione dei contagi e della campagna vaccinale, due aspetti potevano contribuire a fare “vacillare” le persone relativamente all’intenzione di vaccinarsi: da una parte avevamo ipotizzato che coloro che si contagiano sviluppando sintomi lievi potessero sottovalutare la potenziale gravità della malattia. Dall’altra – prosegue Caserotti – abbiamo ipotizzato che l’aumento della copertura vaccinale nella popolazione, comportando una riduzione nella circolazione del virus, potesse ridurre la percezione del rischio in coloro che nutrivano dubbi riguardo alla vaccinazione e che, in modo più o meno intenzionale, ciò potesse portare ad ‘approfittare’ opportunisticamente del comportamento altrui, sfruttando la cosiddetta ‘immunità di gregge'”.

“I risultati principali dello studio, che ha coinvolto oltre 5.000 Italiani, hanno messo in luce i fattori che predicono l’incertezza nei riguardi della vaccinazione”. Come illustra Gavaruzzi, “i risultati di una serie di modelli statistici (di cui si è occupato Paolo Girardi, ricercatore dell’Università di Padova) dimostrano che sia coloro che propendono per un atteggiamento opportunistico sia coloro che si dicono riluttanti a vaccinarsi nel caso dovessero risultare positivi al Covid-19 sono maggiormente propensi nei confronti della vaccinazione quando sono: più favorevoli in generale alle vaccinazioni, adottano le misure di salute pubblica raccomandate, hanno fiducia nelle fonti istituzionali che si occupano di problemi sanitari (ministero della Salute, ISS, OMS), e hanno maggiori capacità di resilienza (hanno cioè maggiori capacità di fronteggiare eventi stressanti).

Gli autori concludono che “questi risultati possono essere visti come pezzi di un puzzle complesso nel quale non si possono ignorare gli aspetti psicologici” e si augurano che “il monitoraggio dell’esitazione vaccinale e dei suoi determinanti psicologici possano entrare a fare parte della normale pianificazione sanitaria, al di la’ della pandemia, in modo da consentire interventi mirati e tempestivi nel caso di nuovi eventi epidemici”. 

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