Covid-19, ecco l’aggiornamento sui farmaci che si possono utilizzare

da Doctor33)    Sul sito dell’Aifa vengono riportate informazioni aggiornate sui farmaci che è possibile utilizzare al di fuori delle sperimentazioni cliniche per i pazienti con Covid-19, anche senza che abbiano un’indicazione specifica per questa patologia. Le schede, aggiornate continuamente in base alle più recenti prove cliniche, riferiscono le necessarie informazioni su efficacia e sicurezza, interazioni e modalità d’uso. Secondo i documenti, per quanto riguarda i pazienti ricoverati in ospedale, lo standard di cura, in questo momento è rappresentato da corticosteroidi ed eparina.
Il desametasone è considerato l’unico trattamento farmacologico con una dimostrata efficacia nella riduzione della mortalità, ed è stato approvato dall’Ema per l’uso in adulti e adolescenti che necessitano di terapia con ossigeno standard oppure ventilazione meccanica. Il beneficio clinico è stato comunque evidente anche con altri corticosteroidi.
Le eparine invece possono essere utilizzate a scopo profilattico, con le dosi in uso abitualmente, nei pazienti con infezione respiratoria acuta e mobilità ridotta se non sono presenti controindicazioni, e questo vale anche per i pazienti ricoverati in case di riposo o Rsa. L’uso a dosi medie o alte invece può essere considerato in casi gravi di Covid-19 valutando il rapporto tra benefici e rischi per ogni individuo, tenendo conto in particolare la presenza di livelli di D-dimero 4-6 volte superiori alla norma o un punteggio dello score Sic maggiore o uguale a 4, ferritina maggiore di 1000 mcg/L o indice di massa corporea maggiore di 30.
Remdesivir, approvato da Ema per il trattamento degli adulti e degli adolescenti con polmonite che richiede ossigenoterapia supplementare, non può essere ancora considerato uno standard di cura in quanto il beneficio clinico non è ben chiaro, e Aifa ne considera l’utilizzo solo in casi selezionati.
Altri trattamenti, quali terapie immunomodulanti, lopinavir/ritonavir, o antibiotici di routine, non sono raccomandati. Anche l’uso di idrossiclorochina/clorochina non è raccomandato dall’Aifa; il Consiglio di Stato ne ha però autorizzato l’utilizzo in base alla scelta del medico.
Per quanto riguarda invece i pazienti da assistere a domicilio, cioè i casi lievi, che non presentano dispnea, disidratazione, alterazioni dello stato di coscienza o sepsi, dal punto di vista farmacologico non è disponibile alcun farmaco che sia risultato efficace nel prevenire la comparsa di sintomi o modificare l’evoluzione della malattia negli asintomatici, né che abbia mostrato migliorato il decorso clinico o l’evoluzione della malattia nei sintomatici in fase iniziale dell’infezione. Si raccomanda quindi di utilizzare trattamenti mirati ai sintomi, come il paracetamolo, di curare idratazione e nutrizione e di non modificare le terapie croniche in corso, di non utilizzare integratori alimentari o vitaminici e di non somministrare farmaci tramite aerosol se la persona è in isolamento in famiglia per non diffondere il virus.
Sempre secondo l’Aifa, i corticosteroidi vanno presi in considerazione solo nei pazienti che necessitano di ossigenoterapia, anche perché che nella fase iniziale della malattia tali medicinali potrebbero avere un risvolto negativo sull’immunità, e i pazienti con malattie croniche potrebbero soffrire di gravi eventi indesiderati. Per quanto riguarda le eparine, esse possono essere usate come profilassi nelle persone con scarsa mobilità come da linee guida. L’uso di routine non è comunque raccomandato nei pazienti non allettati.
(https://www.aifa.gov.it/aggiornamento-sui-farmaci-utilizzabili-per-il-trattamento-della-malattia-covid19)

I segreti di lunga vita, mangiare bene e fare sport

(da DottNet)   Mangiare ‘bene’ e fare sport allunga la vita. Anche nei pazienti diabetici. Invecchiare male, invece, costa. Con la prospettiva di un invecchiamento progressivo della popolazione (si stima che nel 2050, 1 italiano su 3 avrà più di 65 anni) la prevenzione delle malattie croniche è centrale. Uno dei più importanti fattori di rischio da combattere è il sovrappeso. Soprattutto l’obesità viscerale si associa a fattori di rischio cardio-metabolici come il diabete di tipo 2, le infiammazioni, la dislipidemia, l’ipertensione, lo scompenso cardiaco, l’ictus, la demenza vascolare, ma anche la Nash (la steatoepatite non alcolica) e una serie di tumori (colon, mammella, utero, rene, esofago, pancreas, fegato).  È questo quanto emerge dalla lettura magistrale di Luigi Fontana, direttore dell’Healthy Longevity Program Charles Perkins Centre dell’Università di Sidney (Australia) per il 28esimo Congresso nazionale della Sid, la Società italiana di diabetologia. Per Fontana l’attività fisica è “un ‘farmaco’ potentissimo per migliorare la sensibilità all’insulina“, perché con l’attività fisica si riduce il grasso viscerale e aumentano numero e attività dei mitocondri nel sistema muscolo-scheletrico. Questo permette di aumentare il consumo di ossigeno. Già 15 anni prima della comparsa del diabete, spiega Fontana, le persone presentano insulino-resistenza e in seguito si assiste ad un aumento progressivo dell’insulino-resistenza e dei livelli di insulina circolante. “Per questo è fondamentale non aspettare che una persona arrivi da noi con 115 mg/dl, perché significa che ha avuto iperinsulinemia per 10-15 anni, condizione che promuove invecchiamento, e cancro”.

“Mangiare meno e mangiare ‘bene’ allunga la vita – afferma il professor Agostino Consoli (nella foto), presidente eletto della Società italiana di diabetologia – Questo è uno dei messaggi chiave della lettura del professor Fontana. E’ un messaggio che il professor Fontana è uno dei più qualificati al mondo a portare, perché autore di una serie di studi fondamentali che questo concetto lo hanno scientificamente dimostrato. E allora, non solo per prevenire o gestire il diabete, ma proprio per vivere più a lungo in salute è necessario limitare l’introito calorico e scegliere con cura il poco cibo con il quale nutrirsi, in modo da privilegiare una dieta bilanciata nei suoi componenti, ma comunque ricca in fibre ed in vegetali e non troppo ricca in proteine ed in grassi saturi”.

Gruppo sanguigno, nuovo studio: nessuna influenza sulla dieta

(da Nutrienti e Supplementi)  La ‘dieta del gruppo sanguigno’ segna un nuovo passaggio a vuoto dopo la pubblicazione di uno studio clinico che non ha evidenziato differenze di risposta su parametri antropometrici, metabolici ed ematochimici di una dieta di tipo vegetariano in soggetti in sovrappeso.   Tutto nasce da un trial clinico randomizzato pubblicato su ‘Jama Network’ (https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/10.1001/jamanetworkopen.2020.25454),che ha preso in esame 244 partecipanti, di età compresa tra i 25 e 75 anni e con Bmi tra 28 e 40 Kg/m2.   Due i gruppi valutati nell’arco di 16 settimane. Il primo, doveva seguire una dieta prevalentemente basata su verdure, cereali, legumi e frutta, senza prodotti di origine animale o grassi aggiunti (circa il 75% dell’energia dai carboidrati, il 15% di proteine​​e il 10% di grassi), con un’integrazione di 500 μg/die di vitamina B12. Il secondo la dieta abituale. I risultati evidenziano una riduzione di peso di circa sei chili tra chi seguiva una dieta vegetale, frutto sia del minor introito calorico sia di un aumentato metabolismo post-prandiale. I cambiamenti erano associati a riduzione del grasso a livello di cellule epatiche e miociti e incremento della sensibilità all’insulina. Nessuna variazione, invece, nel gruppo di controllo.

A questo punto i ricercatori hanno condotto una subanalisi per verificare una correlazione tra tali risultati e i gruppi sanguigni di 68 tra partecipanti che avevano seguito la dieta a base vegetale, pubblicando i risultati sul ‘Journal of the Academy of nutrition and dietetics’. I principali indicatori valutati sono stati ​​peso corporeo, massa grassa, volume del grasso viscerale, lipidemia, glicemia a digiuno e HbA1c. Nessuna differenza significativa è emersa tra i gruppi sanguigni: la variazione del peso corporeo medio era di -5,7 kg per i partecipanti di gruppo sanguigno A e di -7,0 kg per i non-A, e di -7,1 kg per i partecipanti di tipo O e -6,2 kg per i non-O. Il colesterolo totale medio è diminuito di 17,2 mg/dl nel gruppo di tipo A e di 18,3 mg/dl nei non-A e di 17,4 mg/dl tra i partecipanti di tipo O e di 18,4 mg/dl per i non-O.  “Secondo i dettami della dieta del gruppo sanguigno, un’alimentazione a base vegetale dovrebbe essere più indicata per il gruppo A rispetto allo O, mentre dai nostri dati risulta benefica per tutti, senza peraltro evidenze di vantaggi per chi consuma carne”, sottolinea Neal Barnard, presidente del Physicians committee for responsible medicine, and adjunct faculty alla George Washington University e prima firma dello studio. “I risultati da noi ottenuti indicano come tutti i gruppi sanguigni traggano uguali benefici da una dieta basata sul consumo di frutta e verdura, legumi e cereali integrali, in particolare per ciò che concerne calo ponderale e salute cardiometabolica negli adulti in sovrappeso”.

(https://jandonline.org/article/S2212-2672(20)31197-7/fulltext)

Aumenti Enpam ogni anno ai pensionati che lavorano

(da enpam.it)   I medici pensionati dell’Enpam che continueranno a lavorare potranno ricevere la pensione supplementare ogni anno, e non più ogni tre come accadeva finora. La maggiorazione scatterà dal 1° gennaio successivo all’anno in cui si pagano i contributi.  Per capire quello che accadrà basta fare un semplice esempio. Se ci si è pensionati nel 2018 e nel 2019 si è continuato a lavorare, quest’anno si è dichiarato il proprio reddito e pagato i relativi contributi della Quota B. Dal 1° gennaio prossimo scatterà il diritto alla pensione supplementare. Nei fatti ci vorrà qualche mese in più perché l’aumento venga calcolato e accreditato, ma nel momento in cui accadrà Enpam metterà sul conto del pensionato anche gli arretrati a partire da gennaio.

IN AUTOMATICO   Il supplemento verrà pagato d’ufficio, senza dover fare alcuna domanda, e – se si continua a lavorare e a versare la quota B – il meccanismo si ripeterà automaticamente ogni anno per valorizzare i nuovi contributi mano a mano che arrivano.  “Era un impegno assunto e siamo soddisfatti di essere riusciti a ottenere l’autorizzazione ministeriale per poterlo realizzare – commenta il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti ­–. A differenza di quanto accade altrove, ogni euro che i medici e i dentisti versano all’Enpam viene trasformato in pensione. Oggi anche con maggiore frequenza”.

CONFRONTO    Per comprendere al meglio quali siano i vantaggi di questa novità, basta fare un confronto con quanto avviene invece per i pensionati lavoratori iscritti all’Inps. Il regolamento dell’istituto pubblico prevede infatti che la prima richiesta di supplemento di pensione si possa fare solo dopo due anni, mentre le successive addirittura ogni cinque anni.   Quindi, andando in pensione a 68 anni e continuando a lavorare, si potrà chiedere un primo supplemento a 70 anni, mentre per i cinque anni successivi, cioè fino a 75 anni, non si beneficerà in nessun modo dei contributi versati nello stesso periodo. E lo stesso, a seguire, fino a 80 anni.   Inoltre, a differenza di quanto avviene all’Enpam, dove come accennato la procedura è automatica, all’Inps bisogna premurarsi, ad ogni scadenza di termine, di presentare una richiesta specifica per ottenere il nuovo supplemento.

PERCHÉ L’OBBLIGO   L’Enpam fino a dieci anni fa non richiedeva ai pensionati di continuare a versare contributi previdenziali. Poi l’Inps con l’operazione “Poseidone” cominciò a pretendere contributi dai medici e dai dentisti che non versavano più al proprio ente di categoria, applicando aliquote molto più alte di quelle Enpam. Furono migliaia allora i pensionati che chiesero di ritornare sotto l’ombrello della Fondazione, ottenendo la cancellazione delle cartelle Inps.   Infine una legge dello Stato (art. 18, comma 11, D.L. n.98/2011) ha introdotto l’obbligo di iscrizione alle Casse per tutti i pensionati professionisti e ha stabilito che l’aliquota contributiva non potesse essere più bassa della metà di quella ordinaria.  Oggi i pensionati che lavorano pagano all’Enpam il 9,25 per cento, mentre chi non è iscritto a un ente previdenziale dei professionisti è tenuto a pagare il 24% all’Inps.

Covid. Arcuri: “Entro settembre vaccineremo tutti. Da luglio coinvolti anche medici di famiglia, pediatri e farmacie”

Per il vaccino Pfizer sono già stati individuati 300 punti di somministrazione. Sostanzialmente si tratta di presidi ospedalieri, l’87% dei quali dispone già delle celle frigorifere necessarie per conservare le dosi a temperature estremamente basse (almeno -75° C), anche per un periodo superiore ai 15 giorni. A partire dal secondo trimestre 2021 saranno coinvolti anche Mmg e pediatri di libera scelta e più avanti ancora sarà possibile coinvolgere anche le farmacie.   Leggi L’articolo completo al LINK             

Nuovi aiuti Enpam per Covid-19

(da enpam.it)  Un assegno per i contagiati da Covid-19 e la presa in carico delle spese funerarie di tutti i medici e odontoiatri caduti a causa della pandemia. Sono le due nuove misure che la Fondazione Enpam si appresta ad introdurre per estendere ulteriormente gli aiuti messi in campo a seguito dell’emergenza sanitaria.  I provvedimenti, che dovranno essere prima deliberati dal Cda, saranno poi trasmessi ai Ministeri vigilanti per ricevere l’approvazione.

SUSSIDIO PER I CONTAGIATI       Già dallo scorso marzo la Fondazione riconosce un sussidio di quarantena agli iscritti che, pur non contagiati, sono costretti a non lavorare per provvedimento dell’autorità sanitaria.  Ma che succede loro invece in caso di contagio da Covid-19? Per i liberi professionisti c’è la possibilità di usufruire dell’indennità di inabilità temporanea prevista però a partire dal 31° giorno di malattia.  Di fatto per i primi trenta giorni nessuna tutela è prevista per i camici bianchi che non hanno sottoscritto una propria polizza assicurativa.  Per questo la Consulta Enpam dei liberi professionisti e il Consiglio di amministrazione hanno studiato una tutela specifica per i liberi professionisti, inclusi i pensionati ancora attivi, che si sono ammalati di Covid-19.

GLI IMPORTI     La proposta è di mettere in campo una tutela eccezionale forfetaria (senza il conteggio dei giorni di malattia) per i contribuenti alla Quota B che dall’inizio dell’emergenza sono risultati affetti da Covid-19. Non è previsto, tranne che per i pensionati, un limite di reddito familiare per poterne usufruire.   Gli importi del sussidio, in fase di valutazione da parte degli attuari, che dovranno certificare la sostenibilità della misura, saranno proporzionali sia allo stato di malattia, sia all’aliquota contributiva con cui gli iscritti versano i contributi di Quota B.   L’orientamento per quanto riguarda l’ammontare degli aiuti, è quello di distinguere tre livelli di gravità della malattia con il conseguente aumento proporzionale della somma. Si partirebbe dalla forma più lieve con isolamento obbligatorio per positività, per passare a una forma intermedia con ricovero ospedaliero, sino al livello massimo di severità della patologia con il ricovero in terapia intensiva.   Nell’ipotesi in cui, dopo la presentazione della domanda, si dovesse verificare un aggravamento delle condizioni del malato, con l’integrazione della richiesta si potrà poi avere un conguaglio della somma.  Un dettaglio importante riguarda la tassazione di questo sussidio, che al contrario di quanto avvenuto per i Bonus Enpam e Enpam +, potrebbe essere esente da imposte. Ciò perché si tratterebbe di una somma forfetaria una tantum, che non ha lo scopo di sostituire o compensare un reddito perduto, ma di dare una forma di sostegno di fronte a una condizione di malattia.

I REQUISITI     Primo requisito, presente anche tra quelli per l’erogazione dei Bonus Enpam, è essere in regola con i contributi.  In seconda battuta, gli iscritti dovranno aver prodotto un reddito imponibile presso la gestione di Quota B nel 2019. Per i neo-contribuenti, cioè quelli che verseranno la Quota B per la prima volta nel 2021, se volessero fare domanda ci sarà l’obbligo di dichiarare che presenteranno il modello D 2021 (redditi 2020).  Chi invece a causa di una malattia o un infortunio, oppure per non aver raggiunto il limite coperto dalla Quota A, non ha dichiarato il reddito da libera professione nel 2020 (redditi 2019), potrà fare domanda solo se ha contribuito per il 2017 (Modello D 2018) e per il 2018 (Modello D 2019) e dichiara che presenterà il modello D nel 2021 (redditi 2020) perché ha prodotto un reddito che supera l’imponibile coperto dalla Quota A.    Per i pensionati ancora attivi, i requisiti principali sono l’essere in regola con i contributi, e non avere percepito per l’anno che precede il contagio un reddito complessivo del nucleo familiare superiore a sei volte il minimo Inps. Gli altri requisiti specifici che riguardano i pensionati verranno comunicati per tempo.

LA DOMANDA     In caso di approvazione dei Ministeri vigilanti, si potrà fare domanda direttamente dall’area riservata del sito. Insieme alla richiesta, gli iscritti dovranno allegare un documento che certifichi lo stato di malattia o il ricovero in ospedale. Se l’iscritto a causa della sua condizione di salute non potesse fare domanda, la richiesta potrà essere fatta anche da un familiare o da una persona delegata.

SUSSIDIO PER LE SPESE FUNERARIE   Per quanto riguarda invece le spese funerarie, bisogna ricordare che tra le prestazioni assistenziali fornite dalla Fondazione esiste già un sussidio per casi simili. La misura in questione prevede un sussidio per le spese sostenute dal nucleo familiare per far fronte alla malattia o al decesso del medico o del dentista. Un limite della misura è che sono presenti dei requisiti reddituali da rispettare e per questo motivo non tutti gli iscritti ne hanno diritto.   Nel caso del Covid-19, tuttavia, la Fondazione intende farsi carico di tutti i medici e gli odontoiatri che ne sono rimasti vittime, indipendentemente dai limiti di reddito. Il sussidio infatti, oltre a sollevare i familiari dalle spese, vuole manifestare la solidarietà della categoria nei confronti dei colleghi che hanno pagato con la vita l’impegno contro la pandemia.   Anche in questo caso il contributo coprirà gli eventi successi a partire dalla proclamazione dello stato di emergenza nazionale, che sino a questo momento è stato prorogato sono al 31 gennaio 2021.  L’importo sarà stabilito in seguito alla valutazione degli attuari, come accade per le altre tutele Enpam. Per fare domanda si dovranno presentare i documenti che dimostrino le spese sostenute.

Sondaggio nazionale Associazione Women In Surgery Italia

Egregio Presidente, 

Egregi Membri del Consiglio Direttivo, 

scriviamo a nome e per conto dell’Associazione Women In Surgery Italia, associazione nazionale di Chirurghe, per promuovere la diffusione di un sondaggio il cui obiettivo è indagare la formazione, il lavoro, l’equilibrio vita – lavoro e la soddisfazione delle chirurghe di tutte le specialità. E’ la prima volta che un questionario simile viene proposto alle chirurghe italiane. 

Siamo felici e onorate di segnalarvi che la FNOMCeO ha sostenuto l’iniziativa, pubblicando l’invito a compilare il questionario sul sito nazionale https://portale.fnomceo.it/lassociazione-women-in-surgery-italia-promuove-un-sondaggio-rivolto-a-tutte-le-chirurghe-italiane/  così come, sui rispettivi siti web e social network, gli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Brescia, di Catania e di Napoli, che ringraziamo sentitamente. 

Vi chiediamo gentilmente di unirvi a loro e a diffondere il questionario tra i vostri iscritti, per permetterci di rilevare l’opinione di tutte le Colleghe. 

Qui di seguito trovate il link del questionario per la diffusione diretta: https://is.gd/womeninsurgery20 

Speranzose nella vostra gentile collaborazione, restiamo a disposizione per qualsiasi chiarimento a riguardo. 

Cordiali saluti, 

Gaya Spolverato, Medico Chirurgo, Presidente di Women In Surgery Italia 

Daunia Verdi, Medico Chirurgo, Vicepresidente di Women In Surgery Italia  

Daniela Lucidi, Medico Chirurgo 

Sara Parini, Medico Chirurgo 

Covid: scala a punti per le cure a casa. Linee guida per Mmg

(da DottNet)     Sarà una scala a punti a definire lo stato del paziente Covid gestito al domicilio dal medico di famiglia: basata su precisi parametri, consentirà di dividere i pazienti in tre categorie di rischio. La novità è prevista nella circolare del ministero della Salute (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2020&codLeg=77456&parte=1%20&serie=null)     pubblicata oggi, per la ‘gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2’, che fornisce a medici e pediatri delle linee guida per la cura a casa di questi pazienti, dai farmaci da utilizzare all’indicazione delle situazioni in cui si raccomanda una visita diretta da parte del medico.

Le raccomandazioni si riferiscono alla gestione farmacologica in ambito domiciliare dei casi lievi di Covid-19 e si applicano sia ai casi confermati sia a quelli probabili. Ad oggi i pazienti Covid al domicilio hanno superato quota 750mila. Un ruolo importante avrà dunque la nuova scala: definita Mews (Modified early warning score), servirà a quantificare la gravità del quadro clinico del paziente Covid al domicilio e la sua evoluzione. L’instabilità clinica è correlata nella scala all’alterazione dei parametri fisiologici (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura, livello di coscienza, saturazione di ossigeno) e permette di identificare il rischio di un rapido peggioramento clinico o di morte. Attraverso la scala Mews, i pazienti vengono quindi stratificati in 3 gruppi di rischio: basso/stabile (score 0-2); medio/instabile (score 3-4); alto/critico (score 5).

La valutazione dei parametri “al momento della diagnosi di infezione e il monitoraggio quotidiano, anche attraverso approccio telefonico, soprattutto nei pazienti sintomatici lievi è fondamentale poiché – si legge nella circolare – circa il 10-15% dei casi lievi progredisce verso forme severe”. Precise le indicazioni su come gestire la cura a casa: misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno (che non deve essere sotto il 92%) tramite saturimetri, trattamenti sintomatici (paracetamolo), appropriate idratazione e nutrizione e l’avvertenza di non modificare terapie croniche in atto per altre patologie, in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti.

Rispetto ai farmaci cui fare riferimento, si raccomanda di non utilizzare routinariamente corticosteroidi (raccomandati solo nei soggetti gravi che necessitano di supplementazione di ossigeno); non utilizzare eparina (l’uso è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto); non utilizzare antibiotici (il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica). Si indica inoltre di non utilizzare idrossiclorochina, “la cui efficacia non è stata confermata in alcuno degli studi clinici fino ad ora condotti”.  Si raccomanda anche di non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente.

La circolare sottolinea poi che “non esistono, ad oggi, evidenze solide di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo per questa indicazione non è, quindi, raccomandato”.   Per gestire il paziente, si sottolinea, fondamentale è la collaborazione con le Unità speciali di continuità assistenziale Usca che effettuano l’assistenza al domicilio.   Tuttavia, afferma la circolare, nelle situazioni di aggravamento del paziente è “largamente raccomandabile che, in presenza di adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, i medici e i pediatri, anche integrati nelle Usca, possano garantire una diretta valutazione dell’assistito attraverso l’esecuzione di visite domiciliari”.

I dettagli del documento

Definizione di paziente a basso rischio. “I pazienti a basso rischio sono definiti dall’assenza di fattori di rischio aumentato (ad esempio patologie neoplastiche o immunodepressione) e sulla base delle seguenti caratteristiche:
• sintomatologia simil-influenzale (ad esempio rinite, tosse senza difficoltà respiratoria, mialgie, cefalea);
• assenza di dispnea e tachipnea (documentando ogni qualvolta possibile la presenza di una SpO2 > 92%);
• febbre £38 °C o >38°C da meno di 72 ore;
• sintomi gastro-enterici (in assenza di disidratazione e/o plurime scariche diarroiche);
• astenia, ageusia / disgeusia / anosmia.”
 
Il saturimetro.“Il monitoraggio delle condizioni cliniche e della saturazione dell’ossigeno andrà proseguito nel soggetto infettato da SARS-CoV-2 per tutta la durata dell’isolamento domiciliare – dispone la circolare – , in rapporto alle condizioni cliniche e all’organizzazione territoriale. Il paziente dovrà essere istruito sulla necessità di comunicare una variazione dei parametri rispetto al baseline e, in particolare, dovrà comunicare valori di saturazione di ossigeno inferiori al 92%. Qualora venga esclusa la necessità di ospedalizzazione, potrà essere attivata, con tutte le valutazioni prudenziali di fattibilità del caso, la fornitura di ossigenoterapia domiciliare”.
 
Le indicazioni. In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica:
• vigile attesa;
• misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria;
• trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo);
• appropriate idratazione e nutrizione;
• non modificare terapie croniche in atto per altre patologie (es. terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti), in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti;
• i soggetti in trattamento immunosoppressivo cronico in ragione di un precedente trapianto di organo solido piuttosto che per malattie a patogenesi immunomediata, potranno proseguire il trattamento farmacologico in corso a meno di diversa indicazione da parte dello specialista curante; • non utilizzare routinariamente corticosteroidi;
• l’uso dei corticosteroidi è raccomandato nei soggetti con malattia COVID-19 grave che necessitano di supplementazione di ossigeno. L’impiego di tali farmaci a domicilio può essere considerato solo in quei pazienti il cui quadro clinico non migliora entro le 72 ore, in presenza di un peggioramento dei parametri pulsossimetrici che richieda l’ossigenoterapia;
• non utilizzare eparina. L’uso di tale farmaco è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto;
• non utilizzare antibiotici. Il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica, o, infine, quando l’infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico;
• non utilizzare idrossiclorochina la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati fino ad ora condotti;
• non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente.

Obesità, per l’Italia numeri in continua crescita

(da Nutrienti e Supplementi)   In Italia sovrappeso e obesità interessano un adulto su due, con un aumento di incidenza del 30 per cento nell’arco degli ultimi 30 anni.  La prevalenza cresce al crescere dell’età, tanto che se l’eccesso di peso riguarda un minore su quattro, la quota quasi raddoppia tra gli adulti, raggiungendo il 46,1 per cento tra le persone di 18 anni e oltre. Questi alcuni dei dati della seconda edizione dell’Italian obesity barometer, report realizzato in collaborazione con Istat, con il contributo di Novo Nordisk, e presentata nei giorni scorsi a Roma dall’Italian barometer diabetes observatory (Ibdo) foundation.  Secondo il report, la prevalenza maggiore si riscontra in entrambi i generi nella classe 65-74 anni (61,1 per cento) e, mentre la maggioranza degli uomini presenta un eccesso ponderale già a partire dai 45 anni, per le donne ciò si verifica dopo i 65. 

Analizzando i fattori socio-culturali, il rapporto mette in luce un elemento sin qui poco noto: la relazione tra l’eccesso di peso e il luogo di origine dell’individuo. Esiste infatti un legame con aspetti influenti, come, per esempio, il rapporto con il cibo o l’adozione di modelli alimentari e stili di vita acquisiti e radicati nella zona di nascita prima di diventare adulti, tanto che nelle regioni del centro-nord le prevalenze dell’eccesso di peso delle persone nate nel Mezzogiorno sono superiori al dato medio regionale. Per esempio, in Piemonte dove oltre il 15 per cento degli adulti residenti ha dichiarato di essere nato in una regione del Mezzogiorno, l’eccesso ponderale delle persone che sono migrate è più elevato del 30 per cento rispetto al dato medio piemontese. Viceversa, nelle regioni del Mezzogiorno, sebbene le prevalenze siano riferite a un campione molto più ristretto per la minore consistenza delle migrazioni da nord a sud, le prevalenze delle persone nate al centro-nord si collocano sempre al di sotto della media regionale.  L’Italia, inoltre, pur presentando livelli di obesità e sovrappeso meno allarmanti rispetto agli altri paesi europei, registra un aumento dell’incidenza di sovrappeso e obesità del 30 per cento negli ultimi 30 anni, di cui solo un terzo attribuibile all’invecchiamento della popolazione. 

“L’obesità è una patologia cronica multifattoriale che richiede una gestione di lungo termine”, dice Paolo Sbraccia, vicepresidente Ibdo Foundation e docente di Medicina interna all’Università di Roma Tor Vergata. “Spesso viene considerata come responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Questa convinzione, fortemente presente nell’opinione pubblica, è presente anche negli operatori sanitari, individuati come la seconda fonte più frequente di stigma dopo i familiari. Il pregiudizio sul peso tra gli operatori sanitari impedisce il rapporto emozionale con i pazienti, aspetto che può portare alla mancanza di diagnosi e di sostegno e, di conseguenza, a un efficace intervento per la gestione del peso. La barriera a una cura efficace non è solo conseguenza dello stigma. Per le persone con eccesso di peso, la stigmatizzazione è associata a una maggiore sofferenza psicologica e a un’obesità più grave”.

Così conclude Andrea Lenzi, presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della presidenza del Consiglio dei ministri: “Per affrontare e vincere la sfida contro l’obesità, i cui costi relativi a livello globale sono in aumento e sovrapponibili a quelli derivati dalle guerre, dal terrorismo e all’uso delle armi, non è più possibile continuare ad agire a silos, dove ognuno è depositario di un pezzo della cosiddetta verità.   È necessario passare dalla creazione di network virtuali a quello di network virtuosi, in grado di integrare saperi e competenze, dove le Istituzioni debbono colloquiare con i clinici e le Università, con il tessuto sociale e con l’industria in un modello moderno di cross-sector partnership”.

Analizzando i fattori socio-culturali, il rapporto mette in luce un elemento sin qui poco noto: la relazione tra l’eccesso di peso e il luogo di origine dell’individuo. Esiste infatti un legame con aspetti influenti, come, per esempio, il rapporto con il cibo o l’adozione di modelli alimentari e stili di vita acquisiti e radicati nella zona di nascita prima di diventare adulti, tanto che nelle regioni del centro-nord le prevalenze dell’eccesso di peso delle persone nate nel Mezzogiorno sono superiori al dato medio regionale. Per esempio, in Piemonte dove oltre il 15 per cento degli adulti residenti ha dichiarato di essere nato in una regione del Mezzogiorno, l’eccesso ponderale delle persone che sono migrate è più elevato del 30 per cento rispetto al dato medio piemontese. Viceversa, nelle regioni del Mezzogiorno, sebbene le prevalenze siano riferite a un campione molto più ristretto per la minore consistenza delle migrazioni da nord a sud, le prevalenze delle persone nate al centro-nord si collocano sempre al di sotto della media regionale.  L’Italia, inoltre, pur presentando livelli di obesità e sovrappeso meno allarmanti rispetto agli altri paesi europei, registra un aumento dell’incidenza di sovrappeso e obesità del 30 per cento negli ultimi 30 anni, di cui solo un terzo attribuibile all’invecchiamento della popolazione. 

“L’obesità è una patologia cronica multifattoriale che richiede una gestione di lungo termine”, dice Paolo Sbraccia, vicepresidente Ibdo Foundation e docente di Medicina interna all’Università di Roma Tor Vergata. “Spesso viene considerata come responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Questa convinzione, fortemente presente nell’opinione pubblica, è presente anche negli operatori sanitari, individuati come la seconda fonte più frequente di stigma dopo i familiari. Il pregiudizio sul peso tra gli operatori sanitari impedisce il rapporto emozionale con i pazienti, aspetto che può portare alla mancanza di diagnosi e di sostegno e, di conseguenza, a un efficace intervento per la gestione del peso. La barriera a una cura efficace non è solo conseguenza dello stigma. Per le persone con eccesso di peso, la stigmatizzazione è associata a una maggiore sofferenza psicologica e a un’obesità più grave”.

Così conclude Andrea Lenzi, presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della presidenza del Consiglio dei ministri: “Per affrontare e vincere la sfida contro l’obesità, i cui costi relativi a livello globale sono in aumento e sovrapponibili a quelli derivati dalle guerre, dal terrorismo e all’uso delle armi, non è più possibile continuare ad agire a silos, dove ognuno è depositario di un pezzo della cosiddetta verità.   È necessario passare dalla creazione di network virtuali a quello di network virtuosi, in grado di integrare saperi e competenze, dove le Istituzioni debbono colloquiare con i clinici e le Università, con il tessuto sociale e con l’industria in un modello moderno di cross-sector partnership”.

Non consegna documentazione della cura al paziente: sanzionato dall’Ordine

(da Odontoiatria33)   L’iscritto all’Ordine è tenuto a consegnare documentazione delle cure effettuate al paziente, anche se non vi è l’obbligo di tenuta della cartella clinica per i liberi professionisti. A sostenerlo è la CCEPS intervenuta ad esprimersi sul ricorso presentato da un iscritto all’Albo degli Odontoiatri di Cosenza, sospeso per un mese per non aver consegnato al paziente la documentazione che attestava le cure rese. Iscritto che ammetteva di non aver prodotto nessuna documentazione e per questo non poteva consegnarla.  Una circolare FNOMCeO del 2013, per il ricorrente, solleverebbe gli studi libero professionali dall’obbligo di conservare la documentazione medica dei pazienti.

In realtà, secondo quanto FNOMCeO ha risposto alla CAO Cosenza e riportato nella sentenza, “non si può negare l’esistenza di un obbligo a carico degli iscritti agli Albi di tenere e porre a disposizione a chi ne abbia titolo la documentazione clinica della persona assistita. Naturalmente, il ripetuto obbligo non riguarda la cartella clinica, atto pubblico costituente elemento di fede privilegiata che, in quanto tale, deve essere conservata soltanto dalle strutture pubbliche e convenzionate”. 

CCEPS che ritiene, quindi, che sia fondata la contestazione della CAO di Cosenza concernente il mancato rispetto delle disposizioni deontologiche in materia di tenuta della documentazione relativa ai pazienti in cura presso i liberi professionisti. CCEPS che conferma la violazione degli articoli Artt. 1, 2 ,24 e 25 del Codice di deontologia medica, sanzionando l’iscritto con un mese di sospensione dall’iscrizione all’Albo.

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