Bmj: miele meglio dei farmaci per trattare tosse e mal di gola

(da Nutrienti e Supplementi)    Il miele come prezioso e insostituibile alleato per combattere le infezioni vie respiratorie. Addirittura, meglio dei trattamenti abituali nel risolvere sintomi particolarmente fastidiosi come la tosse e valida alternativa agli antibiotici, spesso usati impropriamente. Questi i risultati di una review pubblicata nei giorni scorsi sul British medical journal che per la prima volta fa il punto sull’impiego del miele nel trattamento delle infezioni delle vie respiratorie mettendo insieme i dati oggi disponibili in letteratura.   Nello specifico, sono stati presi in esame i risultati di 14 trial clinici per un totale di 1.761 partecipanti di varie, confrontando l’efficacia del miele o prodotti a base di miele rispetto ad antistaminici, mucolitici e fluidificanti, medicinali contro la tosse e antidolorifici nel migliorare i sintomi a carico delle vie respiratorie.    Il miele si è rivelato superiore, in particolare nel migliorare frequenza e gravità della tosse con un paio di trial in cui addirittura ha dimostrato di accorciare la durata dei sintomi fino a due giorni rispetto ai farmaci.    “Si tratta di un rimedio usato tradizionalmente per curare tosse e raffreddore” coomentano gli Autori. “Ci sono prove per il suo impiego nei bambini, ma per un uso ad ampio raggio mancava finora una revisione dei dati oggi disponibili. Alla luce di questi risultati, possiamo affermare che il miele rappresenti un’alternativa efficace, economica, facilmente disponibile e senza effetti collaterali agli antibiotici, spesso prescritti in maniera inappropriata in quanto trattasi di infezioni più comunemente causate da virus”.

La solitudine favorisce il diabete, predice l’esordio della malattia

(da DottNet)   La solitudine potrebbe favorire lo sviluppo del diabete e predice l’esordio della malattia. Lo rivela uno studio condotto presso il King’s College di Londra e pubblicato sulla rivista Diabetologia. Il lavoro si è basato sui dati del progetto di ricerca longitudinale “English Longitudinal Study Ageing” che ha coinvolto 4112 adulti dai 50 anni in su, tutti sani all’inizio dello studio. Nell’arco di 12 anni è stato diagnosticato il diabete a 264 di loro. Il livello di solitudine registrato per ciascuno all’inizio del lavoro è risultato essere un importante fattore predittivo dello sviluppo del diabete negli anni a venire. L’associazione tra solitudine e rischio diabete persiste anche quando si tiene conto di noti fattori di rischio della malattia (dal fumo al sovrappeso, dal consumo di alcolici alla glicemia alta a digiuno, dalla pressione alta ad altri problemi cardiovascolari fino pure alla depressione).

Leggi tutto

Coronavirus, Ecdc raccomanda quarantena 14 giorni, si può ridurre a 10 con test

(da Adnkronos Salute) – “La quarantena di 14 giorni è raccomandata per le persone che hanno avuto contatti con casi confermati di Sars-CoV-2. Questo periodo può essere ridotto a 10 giorni dopo l’esposizione” al virus, “se viene eseguito un test Pcr il decimo giorno ed è negativo”. E’ quanto si legge nell’aggiornamento sul livello di rischio Covid in Europa diffuso il 24/09/20 dall’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc).

Scuole, certificati e tamponi: la guida per i medici

(da DottNet)   La circolare ‘Riapertura delle scuole. Attestati di guarigione da COVID-19 o da patologia diversa da COVID-19″  (vedi a questo LINK) per alunni o personale scolastico con sospetta infezione da SARS-CoV-2′, che porta la data di ieri ed è a firma del Direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza, riassume i criteri previsti per il rientro a scuola di alunni e personale docente e non docente in caso di Covid o di altra patologia.   Con febbre superiore al 37,5° o sintomi compatibili con il Covid scatta il tampone per alunni o operatori scolastici che avranno in ogni caso una corsia preferenziale per l’effettuazione del test.  La circolare, inviata ad una cinquantina di soggetti interessati fra ministeri enti e Federazioni, prevede 4 tipologie di intervento:

Leggi tutto

ANNULLAMENTO ASSEMBLEA ELETTIVA DEL 26-27 SETTEMBRE 2020

Caro Collega,

l’Assemblea elettiva del 26-27 settembre 2020 È STATA ANNULLATA in quanto, come da regolamento FNOMCeO, entro le tre ore previste non è stato possibile insediare il seggio con 4 titolari e 4 supplenti.

Resta valida la successiva convocazione prevista per il 24-25 ottobre p.v. con il relativo quorum.

Il Presidente

Dott. Michele Gaudio

La personalità ostile è un fattore predittivo di mortalità cardiaca

(da M.D.Digital)    L’ostilità può aumentare il rischio di mortalità nei pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA), sebbene non influisca sul rischio di SCA ricorrente.   L’ostilità è un tratto della personalità che include l’essere sarcastici, cinici, risentiti, impazienti o irritabili, ha riferito un ricercatore dell’Università del Tennessee College of Nursing di Knoxville. Non è solo un evento una tantum, ma caratterizza il modo in cui una persona interagisce con il suo prossimo. Sappiamo che prendere il controllo delle abitudini di vita migliora le prospettive per i pazienti con infarto e questo nuovo studio suggerisce che anche il miglioramento dei comportamenti ostili potrebbe essere una strategia positiva.
In un’analisi secondaria dello studio PROMOTION pubblicato sull’European Journal of Cardiovascular Nursing, i ricercatori hanno analizzato i dati di 2.321 pazienti (età media, 67 anni; 68% uomini; 73% sposati) con SCA. Le informazioni sono state raccolte attraverso la revisione della cartella clinica, interviste strutturate e questionari scritti, uno dei quali era la Check List degli aggettivi multipli per misurare l’ostilità. Attraverso di esso, i pazienti hanno selezionato aggettivi che descrivevano i loro sentimenti nell’ultima settimana. I punteggi più alti suggerivano una maggiore ostilità. La soglia per un paziente con un alto livello di ostilità era un punteggio di 7.
Nel follow-up di 24 mesi sono state registrate le recidive di SCA e la mortalità per tutte le cause.
Dei pazienti partecipanti allo studio, il 57% è stato considerato ostile (punteggio medio 7.56). Il punteggio medio nei pazienti con ostilità era 10.3 rispetto a 4 dei soggetto non ostili ostilità (p<0.001).
La recidiva di SCA si è verificata nell’8.3% dei pazienti e l’ostilità non è risultata un predittore indipendente di recidiva (p=0.792).    Durante il follow-up, l’1.6% dei pazienti è deceduto e nei confronti di questo endpoint è emerso che l’ostilità era un predittore indipendente di mortalità per tutte le cause (p<0.039), dove ogni aumento di unità nel punteggio di ostilità è risultato collegato a una probabilità di mortalità superiore del 52%.
Identificare e trattare l’ostilità deve essere una priorità, insieme all’ottimizzazione dei comportamenti fisici e di salute per ridurre il rischio cardiovascolare, hanno concluso i ricercatori, spiegando che la prevenzione e il trattamento dell’ostilità per ridurre la mortalità sembrano essere obiettivi importante del trattamento, in particolare in un approccio multidisciplinare.
(Vitori TK, et al. Hostility predicts mortality but not recurrent acute coronary syndrome. Eur J Cardiovasc Nurs 2020; doi:10.1177/1474515120950913.)

Alcol: bere poco e spesso abbassa il rischio cognitivo a lungo termine

(da Univadis)  Uno studio di coorte prospettico ha incluso un campione di 20.000 adulti (età media: 62 anni) rappresentativo della popolazione degli Stati Uniti e ha scoperto, dopo un follow-up medio di 9 anni, che il consumo di alcol da basso a moderato (1-7 alcolici/settimana nelle donne, 1-14 alcolici/settimana negli uomini) è associato a un RR corretto significativamente inferiore di declino cognitivo, in tutte le dimensioni valutate (punteggio totale, vocabolario, rievocazione di parole, ecc.). Tuttavia, questo effetto positivo non è stato osservato nei forti bevitori.

(Association of Low to Moderate Alcohol Drinking With Cognitive Functions From Middle to Older Age Among US Adults   https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2767693)

Certificato telematico: il lavoratore deve collaborare col medico

(da DottNet)    Il lavoratore deve sempre collaborare con il medico per la certificazione telematica della malattia, come per altro confermato dalla sentenza della Corte d’Appello di Cagliari sez. dist. di Sassari e dalla  Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., (ud. 12-02-2020) 11-09-2020, n. 18956 sul provvedimento espulsivo. Ma prima di esporre i fatti in questione, è la stessa Inps che invita il lavoratore a vigilare: “Con il certificato telematico non cambia, infatti, la responsabilità del lavoratore riguardo il dovere di diligenza nel collaborare pienamente al compimento degli eventuali accertamenti medici di controllo che il datore di lavoro o l’INPS vorranno effettuare. Se la visita non può concludersi per indicazione errata o incompleta del domicilio, il lavoratore non è normalmente ritenuto giustificabile, verrà sanzionato secondo graduale aggravamento della sanzione fino alla perdita totale dell’indennità di malattia. Per questo si raccomanda al lavoratore, in quanto responsabile dei dati anagrafici riportati nel certificato, di controllarne con la massima attenzione la correttezza al momento della redazione. Il lavoratore potrà, inoltre, fare richiesta al medico curante di copia del certificato e dell’attestato di malattia, come previsto nella circolare 18 marzo 2011, n. 4 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Dipartimento della funzione pubblica. La circolare riconosce espressamente al lavoratore la possibilità di richiedere al medico copia cartacea del certificato e dell’attestato di malattia o, in alternativa, l’invio dei documenti in formato pdf alla propria casella di posta elettronica. L’obbligo di invio del certificato alla casella PEC del lavoratore che ne fa richiesta da parte del medico è stato successivamente previsto dall’articolo 7, comma 1 bis, decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni nella legge 17 dicembre 2012, n. 221. Il lavoratore può, infine, visualizzare il proprio certificato e/o attestato di malattia attraverso i servizi messi a disposizione dall’INPS con le previste modalità. In caso di errori o inesattezze, il certificato può essere annullato dal medico estensore entro 24 ore dal suo rilascio”. Dunque ribadisce sempre l’INPS, “ deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti. Può inoltre verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito INPS, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e PIN o SPID per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Ed ecco quanto accaduto: con sentenza della Corte d’Appello di Cagliari sez. dist. di Sassari si confermava la decisione resa dal Tribunale di Sassari con la quale si rigettava la domanda proposta dal lavoratore nei confronti della sua società datrice di lavoro avente ad oggetto la declaratoria dell’illegittimità del licenziamento disciplinare intimato alla dipendente in relazione alle contestate assenze ingiustificate. Come confermato dalla Cassazione affermando il principio secondo cui i giorni di ritardo di invio del certificato medico sono assenza ingiustificata

“Rilevata l’infondatezza del primo motivo, non ravvisandosi a carico della Corte territoriale alcun errore in procedendo nel decidere sulla base della documentazione disponibile in atti, essendo onere della parte provvedere alla produzione del fascicolo, onere del cui assolvimento non è data qui dimostrazione alcuna ed alla cui inosservanza, stante il carattere dispositivo del giudizio, la Corte stessa non può sopperire provvedendovi d’ufficio o assegnando un nuovo termine, si deve ritenere l’infondatezza delle ulteriori censure dovendo convenirsi con il principio di diritto cui si richiama la Corte territoriale per il quale devono qualificarsi in termini di assenza ingiustificata i giorni di assenza risultati solo a seguito del tardivo invio di certificazione medica riconducibili ad uno stato di malattia”.

Insomma, è sempre bene appurarsi che la certificazione medica sia stata inoltrata in modo corretto. Infatti come è noto, in caso di malattia,oggi, il lavoratore non è più tenuto a consegnare una copia dell’attestato di malattia al datore di lavoro, ma deve semplicemente contattare il proprio medico e comunicare al datore di lavoro la propria assenza e un indirizzo per la sua reperibilità. Questo è quanto rende noto l’INPS. Specificando che spetta al medico compilare il certificato telematico per conto del lavoratore che, tramite un apposito sistema, viene inoltrato all’Inps. L’Istituto, attraverso il suo portale web rende disponibili, sia ai lavoratori che ai datori di lavoro, i certificati e gli attestati di malattia pervenuti. Il datore di lavoro può visionare esclusivamente l’attestato di malattia del lavoratore, un documento che contiene tutti i dati del certificato esclusa la diagnosi. Il lavoratore, invece, ha la possibilità di visionare sia l’attestato che il certificato medico comprensivo di tutti i dati relativi alla malattia. Dunque anche se non ha l’onere il lavoratore di inoltrare più la certificazione medica, è consigliabile che lo stesso verifichi tramite la procedura telematica che l’attestato medico di tutti i dati riguardanti la malattia sia stato correttamente inviato per evitare di incorrere in problematiche che possono avere risvolti anche disciplinari. Va ricordato che in base all’articolo 55 quater comma 1 lettera b) del TU del Pubblico Impiego, l’assenza priva di valida giustificazione per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio o comunque per piu’ di sette giorni nel corso degli ultimi dieci anni ovvero mancata ripresa del servizio, in caso di assenza ingiustificata, entro il termine fissato dall’amministrazione.

 

Covid, aumenta la disinformazione sul web

(da DottNet)    La pandemia ha portato un peggioramento per quanto riguarda la disinformazione sul web e in particolare sui social network: fare polemica, creare odio e dirigerlo contro un determinato gruppo di persone e’ stato ancora più facile in un terreno fertile come quello determinato da una problematica che ha toccato tutti nel mondo profondamente.  Facebook, ad esempio, e’ una risorsa per la circolazione delle informazioni e come possibilità di reperirle, ma è anche un problema, che richiede una valutazione critica della qualità dell’informazione che vi viene prodotta, per i giornalisti e non solo. Può essere infatti territorio di professionisti della disinformazione. Se n’è parlato al Tavolo digitale di confronto – Facebook: educazione, informazione, ingaggio, di Cicap e Fondazione Msd.  Che strumenti hanno in particolare i professionisti dell’informazione per verificare le informazioni e difendere se stessi e i lettori dalle fake news? Prima di tutto dedicare risorse specifiche al monitoraggio dei social network, magari uno specialista. “Non può essere un qualcosa di temporaneo, da aggiungere al lavoro che si fa già quotidianamente, ci vogliono risorse dedicate”, spiega Paolo Attivissimo, Giornalista IT, Radio svizzera, Il Disinformatico, anche debunker.  Ci sono poi strumenti per verificare ad esempio le origini delle foto, dei video e anche di alcune dichiarazioni. Occorre inoltre essere consapevoli di poter incappare nella disinformazione. “Basti pensare – spiega Enrico Bucci, professore aggiunto di Biologia dei sistemi complessi, Temple University di Philadelphia – che il coronavirus è stato terreno di una fabbrica di disinformazione, partita su Twitter, che ha utilizzato il film Contagion del 2015. Fin da gennaio fabbriche professionali hanno diffuso l’idea che quello fosse il trailer di un film che doveva uscire a settembre 2020. Questo per rinforzare l’idea che una certa elite avesse già previsto tutto, addirittura che fossero loro ad aver creato il virus, per creare un mercato per un vaccino già pronto e brevettato”.

1 200 201 202 203 204 343