Inps ed Enpam, bonus bebè per i medici: come fare per ottenerlo

da DottNet)    Buone notizie per i medici che sono diventati genitori. Infatti, in aggiunta al mantenimento dello stipendio (per le dottoresse dipendenti) ad all’indennità di maternità Enpam (per le libere professioniste), Inps ed Enpam hanno recentemente attivato delle interessanti prestazioni aggiuntive, i cosiddetti bonus bebè. Si tratta di erogazioni una tantum, eventualmente anche cumulabili tra loro, per i soggetti in possesso dei requisiti prescritti. Iniziamo dall’Inps. Dallo scorso 17 aprile è possibile presentare la domanda per il Bonus nuovi nati.  Proprio per incentivare la natalità, la Legge di bilancio 2025 ha introdotto questa prestazione, che consiste nell’erogazione, da parte dell’Inps, di un importo una tantum di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2025.. 

INPS  Per accedere al bonus, i genitori richiedenti debbono entrambi possedere i requisiti di cittadinanza, residenza ed economici indicati nella Circolare Inps n. 76 del 14 aprile 2025. Nel dettaglio:

–  Cittadinanza: possono richiedere il bonus i cittadini italiani, quelli di Stati membri dell’UE, nonché cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno di lungo periodo e altri specifici permessi.

–  Residenza: il genitore richiedente deve essere residente in Italia al momento dell’evento e in quello della presentazione della domanda.

–  Requisito economico: è necessario presentare un ISEE minorenni non superiore a 40.000 euro annui. Si escludono dalla determinazione dell’indicatore le erogazioni relative all’Assegno Unico e Universale.

La domanda dovrà essere presentata entro 60 giorni dalla data di nascita o dalla data di ingresso in famiglia del figlio. Per gli eventi precedenti (dal 1° gennaio al 13 aprile) i 60 giorni decorrono dal 14 aprile 2025. La richiesta si presenta online, tramite il servizio dedicato accessibile dal sito Inps; in alternativa si possono utilizzare la App Inps mobile, il Contact Center Multicanale Inps, oppure gli istituti di patronato. Il Bonus nuovi nati può essere richiesto, in alternativa tra loro, da uno soltanto dei genitori. Nel caso di genitori non conviventi, il Bonus può essere richiesto dal genitore che convive con il figlio nato, adottato o in affido preadottivo.

ENPAM  Passiamo all’Enpam. Gli iscritti (qui parliamo quindi soltanto di medici) possono usufruire di un sussidio per i figli nati a partire dal 1° gennaio 2024 fino alla data di chiusura del Bando, fissata al 26 giugno 2025 (stesso periodo anche in caso di adozione o affidamento). Per tutti i nati successivamente alla data di chiusura del Bando, si ricorda che si potrà avanzare richiesta nel successivo Bando, in quanto, come da consuetudine, si ripartirà con i nati dal 1° gennaio dell’anno precedente.

Il sussidio è pensato come sostegno alle spese legate al nuovo ingresso in famiglia comprese quelle per asili nido e babysitter. A tal fine, viene riconosciuto agli iscritti alla Quota A un sussidio di 2.000 euro e agli iscritti alla Quota B (con almeno tre anni di contribuzione negli ultimi 10) un ulteriore sussidio di 2.000 euro cumulabile con quello relativo alla Quota A. Quindi in caso di genitori entrambi medici ed entrambi iscritti alla Quota B si può arrivare ad una erogazione di 8.000 euro per ciascun figlio.  Possono fare domanda tutti gli iscritti all’Ordine che:

–  hanno dichiarato ai fini dell’Irpef un reddito lordo annuo medio degli ultimi tre anni, di qualsiasi natura e dell’intero nucleo familiare, non superiore a 8 volte il trattamento minimo Inps del 2024 (il limite per questo bando è € 62.255,44). Il reddito superiore è incrementato di un importo pari al trattamento minimo Inps 2024 (€ 7.781,93) per ogni componente il nucleo familiare, escluso il richiedente.

–  sono in regola con il pagamento dei contributi previdenziali;

–  non hanno già ottenuto il sussidio bambino nel 2024.

Possono fare domanda anche le laureande e i laureandi che hanno scelto di iscriversi all’Enpam. Le domande possono essere trasmesse alla Fondazione a partire dalle ore 12 del 14 aprile e fino alle ore 12 del 26 giugno e devono essere proposte esclusivamente mediante l’Area Riservata Enpam. L’Enpam invierà all’interessato, tramite e-mail, comunicazione dell’esito dell’istanza entro il 20 ottobre.

Scoperto legame molecolare tra tessuto adiposo e ansia

(da AGI)  Rivelato collegamento molecolare tra il tessuto adiposo e l”ansia, gettando luce sull”intricata relazione tra metabolismo e salute mentale. Lo rivela uno studio condotto da ricercatori della McMaster University. La ricerca, pubblicata su’ Nature Metabolism’, è particolarmente rilevante in un contesto di aumento globale sia dell”obesità sia dei disturbi d”ansia. La squadra di ricerca guidata da Gregory Steinberg, professore nel Dipartimento di Medicina e Canada Research Chair in Metabolismo e Obesità, ha scoperto che lo stress psicologico attiva la lipolisi nelle cellule adipose, processo che libera grassi. Questi grassi stimolano il rilascio dell”ormone GDF15 da parte delle cellule immunitarie presenti nel tessuto adiposo. Il GDF15 comunica con il cervello, inducendo sintomi di ansia. La scoperta è stata ottenuta attraverso esperimenti su modelli murini, che hanno combinato test comportamentali per valutare l”ansia e analisi molecolari per identificare le vie metaboliche attivate. “Comprendere come le modificazioni indotte dallo stress nelle cellule adipose influenzino l”ansia ci permette di esplorare strategie innovative che mirano a questi processi metabolici, potenzialmente offrendo sollievo più efficace e mirato per chi soffre di disturbi d”ansia”, ha detto Logan Townsend, primo autore dello studio e borsista post-dottorato. “Alcune aziende stanno già sviluppando inibitori di GDF15 per il trattamento del cancro, suggerendo un possibile riutilizzo di tali farmaci per l”ansia”, ha aggiunto Townsend. Questa ricerca rappresenta un passo significativo verso la comprensione dei meccanismi biologici che collegano il metabolismo e la salute mentale, con potenziali ricadute importanti per lo sviluppo di nuovi trattamenti contro l”ansia.

Farmaci generici, Italia spaccata

(da Il Sole 24 Ore)  Da Roma in giù i farmaci generici non passano una immaginaria frontiera – una sorta di linea gotica – fatta di pregiudizi e timori infondati. Meno costosi e uguali a quelli di marca per efficacia e principio attivo continuano a non fare breccia nel cuore di siciliani, pugliesi, calabresi, pugliesi, campani, molisani fino a raggiungere marchigiani e gli abitanti del Lazio tutti disposti a spendere il doppio – dai 20 ai 24 euro a testa all’anno in più – rispetto a esempio a chi abita al Nord dove l’esborso è quasi la metà: a Bolzano o Trento si spende pro capite per avere i medicinali di marca 11,3 euro e 12,7, in Lombardia 13,8 euro, in Piemonte 13,6, in Veneto ed Emilia Romagna rispettivamente 13,9 e 14,4 euro. Il conto salato che pagano gli italiani per non rinunciare ai farmaci “griffati” da quasi 10 anni si aggira complessivamente sul miliardo all’anno, come mostrano gli ultimi dati raccolti da Egualia – l’associazione dei produttori dei farmaci equivalenti, appunto i generici – che saranno pubblicati in questi giorni nel loro report annuale: nel 2024 il costo in più pagato dai cittadini (il cosiddetto “differenziale”) per assicurarsi il farmaco di marca è stato difatti di 1,034 miliardi, nel 2017 era praticamente allo stesso livello e cioè 1,050 miliardi a dimostrazione di come alcune abitudini siano difficili da scardinare. In particolare nel Sud (compreso il Lazio) dove ci sono i redditi più bassi ma dove si spende oltre metà (555 milioni) di questo costo aggiuntivo nonostante le tante campagne di comunicazione che si sono succedete negli anni sull’efficacia degli equivalenti. Tanto che il dossier ora è sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci per provare a studiare qualche strumento che incentivi il loro utilizzo almeno a livello omogeneo in tutto il Paese. Anche perché l’Italia è tra i Paesi fanalino di coda nel consumo dei generici con il terz’ultimo posto in Europa

Enpam, ritorna il mutuo agevolato per gli iscritti: come ottenerlo

(da DottNet)  Riparte il mutuo agevolato per gli iscritti Enpam, molto atteso dagli interessati, perché, anche se (per ragioni connesse alle funzioni istituzionali principali della Fondazione) il costo è leggermente superiore alle offerte reperibili sul mercato, in quanto deve garantire all’investimento un rendimento adeguato; tuttavia è assai più agevole da ottenere specie per medici ed odontoiatri giovani, ai quali sono richieste garanzie piuttosto limitate. Il mutuo agevolato può essere indirizzato all’acquisto o alla ristrutturazione della prima casa ovvero dello studio professionale. Il mutuo può essere chiesto anche dagli iscritti riuniti in associazione o in società di professionisti, purché tutti i componenti abbiano i requisiti previsti dal Bando. Per l’acquisto è possibile chiedere fino a 300mila euro; per la ristrutturazione il limite è di 150mila euro.  Il mutuo può essere chiesto anche per sostituirne un altro esistente (la cosiddetta surroga).

La domanda va presentata dall’Area Riservata Enpam dalle ore 12 del 14 aprile 2025 alle ore 12 del 12 settembre 2025. Il mutuo è riservato a tutti gli iscritti e ai medici in formazione (specializzandi e corsisti di Medicina generale). Può servire a finanziare l’acquisto o la ristrutturazione dell’immobile fino all’80 per cento del valore. L’immobile deve trovarsi in Italia, nel comune dove si risiede o si svolge l’attività lavorativa principale, e non deve appartenere alle categorie residenziali di lusso.

Possono fare richiesta di mutuo gli iscritti che:

– non hanno già finanziamenti o mutui pagati dalla Fondazione o una rateizzazione da regime sanzionatorio in corso (cioè stanno recuperando una morosità contributiva pregressa);

– sono in regola con i versamenti;

– hanno almeno un anno d’iscrizione e di contribuzione effettiva.

– non hanno ottenuto l’assegnazione o la locazione con patto di futura vendita e riscatto di un altro alloggio e non sono proprietari di un altro immobile nel Comune dove risiedono o dove svolgono l’attività lavorativa principale (questo requisito si estende anche al coniuge e/o a uno dei familiari a carico per cui si percepiscono gli assegni familiari).

L’età di chi fa la domanda sommata al numero di anni di ammortamento, però, non deve superare 80 anni. Il reddito personale o del nucleo familiare non deve essere inferiore a 5 volte il trattamento minimo Inps per il 2024, e cioè 38.909,65 euro. Per i medici con meno di 40 anni iscritti al regime fiscale agevolato il limite scende a 20.000 euro; i medici in formazione debbono dimostrare soltanto l’effettiva percezione del loro stipendio. Il mutuo è proposto ad un tasso fisso pari al tasso di riferimento della Banca Centrale Europea in vigore alla data di stipula del mutuo, maggiorato dell’1% (attualmente 2,40% + 1% = 3,40%).

Il mutuo può durare fino a un massimo di 30 anni. Il pagamento delle rate ha inizio dal mese successivo a quello in cui viene erogato il mutuo. Si paga con cadenza mensile mediante addebito diretto sul conto corrente bancario dichiarato all’Enpam. La rata viene riscossa l’ultimo giorno del mese di scadenza. È prevista la possibilità di rimborsare il credito in anticipo, sia totalmente, sia parzialmente, diminuendo quindi la durata del mutuo o l’importo delle rate residue. In alcuni limitati casi, si può chiedere il mutuo anche se si è proprietari di un’altra abitazione. Ciò, ad esempio, avviene se l’altra casa non è disponibile perché gravata da diritti reali, quali usufrutto, uso e abitazione, a favore dei soli familiari fino al secondo grado di parentela, oppure se la quota di proprietà è inferiore al 50%.

Alzheimer, più rischi con poche ore di sonno profondo

(da DottNet)    Gli adulti che dormono un numero insufficiente di ore nella fase piu’ profonda e ad onde lente del sonno – la Rem – hanno piu’ alte probabilita’ di andare incontro ad una riduzione del volume di un’area del cervello legata allo sviluppo del morbo di Alzheimer. Un nuovo studio americano ha osservato in questi individui con carenza di sonno ristoratore una più frequente atrofizzazione della zona cerebrale parietale inferiore, cruciale per il corretto funzionamento cerebrale e cognitivo. L’ atrofizzazione e’ spesso rilevata nei malati del morbo, e viene considerata uno dei primi segnali che il paziente soffre di Alzheimer.

La fase Rem del sonno funziona infatti da ‘spazzino’ dei residui tossici accumulati nel giorno dal cervello – vere e proprie cellule morte ma anche affaticamenti mentali – e aiuta a consolidare le memorie, processare eventi e pensieri e preparare il cervello per il giorno seguente.   La ricerca della Yale school of medicine ha seguito per anni 270 persone di 61 anni di età media, tutte sane all’ avvio dei test.

I partecipanti sono stati sottoposti ad esami cognitivi, test radiologici del cervello e analisi del sonno: chi dormiva meno ore nella fase Rem, con un sonno interrotto o insufficiente, ha evidenziato più spesso un restringimento dell’ area cerebrale parietale inferiore. Quando l’ architettura’ del sonno si altera – spiega la ricerca, pubblicata sul ‘Journal of Clinical Sleep Medicine’ – l’ impatto sul cervello é potenzialmente forte.   “Sono risultati che mostrano come una ridotta attività neurologica durante il sonno, con la mancata attivazione della fase Rem, può contribuire alla diminuzione della massa del cervello e così all’ incremento dei pericoli di Alzheimer”, ha commentato l’ autore dello studio Gawon Cho.

Semplificazione dei piani terapeutici: un’occasione persa

(da M.D.Digital)  Cinque milioni di visite specialistiche l’anno: tanti sono i posti che, potenzialmente, si sarebbero liberati, se fosse stato approvato l’emendamento Calandrini-Zullo al Ddl Prestazioni sanitarie, che avrebbe aperto a tutti i medici la prescrizione dei farmaci sottoposti a piano terapeutico, dopo 12 mesi dalla prima volta. L’emendamento è, però, stato ritirato. Il Ddl ha ricevuto il via libera del Senato e passa ora alla Camera. A fare i conti è il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli. Che, pur manifestando un giudizio complessivamente positivo sul Ddl, definisce il ritiro dell’emendamento “un’occasione persa”.

“Sono quasi due milioni e trecentomila – ha spiegato Anelli – i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a Piano Terapeutico. Questi pazienti che, per il 69%, hanno oltre 70 anni, devono recarsi una, due, anche tre o persino quattro volte l’anno dallo specialista, solo per rinnovare il piano terapeutico. Semplificare la prescrizione di questi medicinali, lasciando la prima allo specialista e aprendola poi, dopo 12 mesi, a qualsiasi medico, compreso il medico di medicina generale, significherebbe un risparmio in termini di spostamenti, di tempo, di energie per i pazienti e i caregiver.  E, soprattutto, significherebbe liberare ore di visite specialistiche da utilizzare per l’attività clinica, anziché per pratiche burocratiche, con un effetto reale e misurabile sull’abbattimento delle liste d’attesa”.

Il rammarico per il ritiro dell’emendamento si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la governance della sanità in Italia. Negli ultimi anni, la mancanza di coordinamento tra i vari livelli di assistenza sanitaria e l’insufficiente integrazione tra i servizi sanitari e sociali hanno portato a un deterioramento della qualità delle prestazioni sanitarie fornite ai cittadini. In questo scenario, l’emendamento Calandrini-Zullo rappresentava un’opportunità per migliorare l’efficacia del sistema sanitario, aumentando il numero di professionisti autorizzati a prescrivere farmaci vitali e facilitando la continuità dell’assistenza.  Delusione, da parte della Fnomceo, è stata espressa anche per il ritiro dell’emendamento che avrebbe reinvestito sulla formazione dei professionisti sanitari parte delle risorse da essa stessa generate.

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