Retrodatazioni, deleghe e richieste improprie: come gestire le situazioni più delicate in ambulatorio

(da DottNet)    Tra le attività che accompagnano quotidianamente il lavoro del medico di medicina generale, la certificazione è probabilmente una delle più esposte al rischio di incomprensioni con l'utenza. Non sempre, infatti, ciò che il paziente ritiene ragionevole o scontato coincide con ciò che la normativa e la deontologia consentono di attestare. Proprio per questo motivo conoscere con precisione i limiti dell'attività certificativa può rappresentare uno strumento utile non soltanto sotto il profilo professionale, ma proprio per evitare incomprensioni o tensioni nella gestione del rapporto con il paziente. Il problema delle retrodatazioni Una delle richieste più frequenti riguarda la possibilità di attestare oggi una situazione verificatasi giorni o settimane prima. Su questo punto la normativa lascia poco spazio a interpretazioni. Un certificato retrodatato costituisce un falso.  Ciò non significa che il medico non possa documentare eventi clinici riferiti a quanto accaduto prima dell’atto della certificazione. Se il paziente è stato effettivamente seguito per una determinata patologia, il professionista può ricostruire la storia clinica sulla base della documentazione disponibile. Ciò che non può fare è attribuire al certificato una data diversa da quella reale di rilascio. La distinzione può apparire formale, ma ha rilevanti implicazioni giuridiche. Quando a chiedere il certificato è un familiare Un'altra situazione che può generare difficoltà riguarda le richieste avanzate da coniugi, figli o altri familiari. La presenza di un rapporto familiare non autorizza automaticamente il rilascio di certificazioni sanitarie. In assenza di una delega espressa dell'interessato, il medico non può infatti trattare informazioni sanitarie né rilasciare documentazione a soggetti terzi.  Si tratta di un principio che può creare tensioni soprattutto nei confronti di familiari che ritengono di agire nell'interesse del paziente, ma che trova fondamento nella tutela della riservatezza e dell'autodeterminazione della persona assistita. Le richieste che esulano dalle competenze del medico curante Vi sono poi certificazioni che il medico di medicina generale non può rilasciare semplicemente perché non rientrano nelle proprie competenze. Un esempio è la certificazione dell'incapacità di intendere e di volere. Si tratta di una valutazione che produce effetti giuridici particolarmente rilevanti e che non può essere affidata al medico curante come semplice attestazione clinica. Nei casi previsti dalla legge è l'autorità giudiziaria a pronunciarsi, eventualmente sulla base di specifiche perizie.  Anche in queste circostanze il rifiuto non rappresenta una mancanza di collaborazione nei confronti del paziente, ma il rispetto dei limiti previsti dall'ordinamento. Quando il problema non è il certificato ma la documentazione Molte richieste improprie nascono da un presupposto comune: la convinzione che il medico possa attestare fatti che non ha direttamente osservato o che non risultano documentati. Il principio che governa l'intera attività certificativa è invece opposto. Ogni attestazione deve poggiare su dati anamnestici raccolti, rilievi clinici direttamente constatati oppure elementi oggettivamente documentabili.   Quando questi presupposti mancano, il professionista non dispone semplicemente di una facoltà di rifiuto, ma spesso di un vero e proprio obbligo di non certificare. Uno strumento di tutela anche per il rapporto con il paziente Nella pratica quotidiana le richieste più difficili non sono necessariamente quelle clinicamente complesse, ma quelle che si collocano in una zona grigia tra aspettative del cittadino, esigenze amministrative e limiti normativi.   In questi casi il riferimento a regole chiare e condivise può aiutare il medico a trasformare un potenziale conflitto in un momento di corretta informazione. Perché il rifiuto di una certificazione non nasce da una scelta discrezionale del professionista: al contrario rappresenta il rispetto dei confini entro i quali la certificazione conserva il proprio valore clinico e giuridico.

Federfarma lancia per l’estate un’iniziativa di prevenzione contro il drink spiking: i kit CYD saranno disponibili gratuitamente nelle farmacie private associate della provincia

In vista dell'estate, con l'aumento di serate e occasioni di socialità, le Farmacie private associate di Forlì-Cesena diventano punto di distribuzione gratuita dei test CYD, dispositivi rapidi e discreti per rilevare la presenza di droghe dello stupro nelle bevande. L'iniziativa è promossa da Federfarma Forlì-Cesena, l'associazione di categoria delle farmacie private della provincia, in collaborazione con Voden Medical S.p.A. Il drink spiking — l'aggiunta di sostanze stupefacenti a una bevanda a insaputa di chi la consuma — è un fenomeno in crescita, strettamente legato alla violenza sessuale. Le sostanze più utilizzate, GHB (la cosiddetta "droga dello stupro"), chetamina e benzodiazepine, sono inodori e incolori, metabolizzati rapidamente dall'organismo, il che li rende difficilmente rilevabili se non in tempi brevissimi. I dati ISTAT indicano che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni — quasi 7 milioni di persone — ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Per contrastare concretamente questo fenomeno, Federfarma Forlì-Cesena ha acquistato un'importante fornitura di test CYD (Check Your Drink), prodotti dalla omonima società inglese e distribuiti in Italia da Voden Medical S.p.A., e li metterà a disposizione gratuitamente attraverso le proprie farmacie associate. Il test — validato dall'Università di Strathclyde di Glasgow e certificato dall'agenzia britannica per la prevenzione della criminalità SBD — consente di rilevare in pochi secondi, con una goccia di bevanda su un'apposita card, la presenza di GHB, chetamina, benzodiazepine e cocaina, con un'accuratezza del 98%. Federfarma Forlì-Cesena è la prima in Emilia-Romagna a lanciare questa campagna di sensibilizzazione. I test CYD sono già adottati in molti Paesi Europei e negli Stati Uniti. Emblematico il caso del Parlamento britannico, che ha introdotto misure specifiche contro il drink spiking dopo che la bevanda di un membro del Parlamento fu additivata da un ospite — un episodio che fece scalpore nei media internazionali. "La farmacia territoriale è per natura un presidio di prossimità, accessibile, professionale e privo di barriere. Riteniamo che sia esattamente il luogo giusto per un'iniziativa come questa: non solo per distribuire uno strumento concreto di prevenzione, ma per creare un punto di riferimento per le donne e le ragazze in difficoltà." I test CYD sono disponibili gratuitamente presso le farmacie private associate a Federfarma Forlì-Cesena. Non è necessaria alcuna prescrizione. Il personale delle Farmacie aderenti è disponibile a illustrarne l’utilizzo.

Dolore cronico come priorità sanitaria: se ne discute al Senato della Repubblica con il contributo dell’AUSL Romagna L’esperienza della sanità romagnola al centro del confronto nazionale. Il Direttore della Terapia Antalgica della Romagna interviene alla Biblioteca “Giovanni Spadolini” di Roma per presentare le prospettive di sviluppo della terapia del dolore in Italia

L'Azienda USL della Romagna ha partecipato ai lavori dell'incontro istituzionale "La vita delle persone con dolore cronico: costruire risposte, avviare percorsi, garantire cura ed assistenza", svoltosi presso la Sala Atti Parlamentari della Biblioteca "Giovanni Spadolini" del Senato della Repubblica, promosso dall'Alleanza sul Dolore con il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni, del mondo clinico e delle associazioni dei pazienti.Nel corso del dibattito è intervenuto il Dott. Massimo Innamorato, Direttore della U.O.C. Terapia Antalgica dell'AUSL Romagna e coordinatore del Programma Aziendale per il Contrasto del Dolore Acuto e Cronico, rappresentando il valore dell'esperienza maturata sul territorio romagnolo, mettendo però in luce le grandi difficoltà che i pazienti italiani devono ancora affrontare ogni giorno per curarsi di dolore cronico. L'obiettivo dell'intervento è stato di spiegare chiaramente ai parlamentari e alle associazioni a che punto sia oggi la terapia del dolore in Italia. Sebbene nel nostro Paese esista una legge all'avanguardia (la Legge 38/2010), la realtà dimostra che l'accesso alle cure varia tantissimo, da Regione a Regione. Manca ancora un'assistenza davvero su misura e le reti di cura non sono sviluppate ovunque allo stesso modo. Questa rappresentazione è emersa anche da una recente indagine nazionale, presentata durante l'incontro, che denuncia forti ritardi nelle diagnosi, ostacoli nel trovare i percorsi giusti e un peso economico e sociale enorme per chi soffre di dolore cronico. Nel suo intervento, il Dott. Innamorato ha illustrato alcune proposte operative per rafforzare il sistema nazionale della terapia del dolore, tra cui riconoscere a pieno il valore dello specialista in Terapia del Dolore, rafforzare le reti di cura sul territorio (il modello Hub & Spoke che unisce centri principali e ambulatori vicini ai cittadini), garantire gli stessi percorsi di cura in tutta Italia, senza differenze tra regioni, raccogliere i dati clinici in modo organizzato per aiutare la sanità a programmare meglio i servizi, investire di più sulla formazione dei medici specialisti e creare un'alleanza più forte tra istituzioni, medici e associazioni dei pazienti. Tutti questi punti sono stati raccolti in un documento strategico, elaborato per favorire lo sviluppo dell'area della terapia del dolore non correlata al fine vita, che individua azioni concrete per migliorare l'organizzazione dei servizi e garantire un accesso più equo alle cure. "Il dolore cronico – spiega il Dott. Massimo Innamorato -  non rappresenta soltanto un sintomo, ma una vera e propria patologia che limita autonomia, qualità della vita e partecipazione sociale di milioni di cittadini. È necessario trasformare il diritto sancito dalla Legge 38 in un diritto realmente esigibile, attraverso reti organizzative efficienti, professionisti dedicati e percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale". L'AUSL Romagna è da anni impegnata nello sviluppo della rete di Terapia Antalgica regionale, promuovendo modelli organizzativi orientati alla presa in carico multidisciplinare, all'appropriatezza delle cure e all'impiego delle più avanzate tecniche farmacologiche e interventistiche, con l'obiettivo di garantire ai cittadini un'assistenza sempre più qualificata e uniforme. La partecipazione all'iniziativa del Senato rappresenta un importante momento di confronto istituzionale volto a contribuire all'evoluzione delle politiche sanitarie nazionali dedicate al dolore cronico, favorendo una maggiore attenzione verso una condizione che interessa milioni di persone e che produce un rilevante impatto sanitario, sociale ed economico.

Ripensare l’anoressia

(da internazionale.it)  L'anoressia nervosa colpisce sempre più persone di ogni età, e i social media sembrano avere un ruolo nell'alimentarne la diffusione, favorendo la circolazione di modelli corporei irrealistici.  E' uno di disturbi psichiatrici a più alta mortalità: circa un terzo di chi ne soffre non guarisce, e le ricadute sono frequenti anche dopo anni di cura. Una delle ragioni potrebbe trovarsi nel cervello. Studi di neuroimaging hanno mostrato che l'anoressia non è solo una questione psicologica: coinvolge alterazioni nei circuiti cerebrali che regolano ricompensa, emozioni e abitudini. E' per questo che molte persone continuano a limitare l'assunzione di cibo anche quando vogliono guarire dall'anoressia, non per mancanza di volontà ma perché il cervello ha imparato a funzionare diversamente. Questa prospettiva sta spingendo la ricerca verso nuove strade: dalla stimolazione magnetica transcranica, per agire sulle scelte alimentari, a sostanze come la psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni. Anche se le evidenze restano preliminari e le terapia sono ancora in fase di studio, l'ipotesi di una base neurologica dell'anoressia apre possibilità che fino a pochi anni fa sembravano remote (https://www.newscientist.com/article/2528588-understanding-anorexias-grip-on-the-brain-could-unlock-new-therapies/)

Certificati medici, quando il rilascio è obbligatorio e quando il medico può dire no

(da DottNet)    Il rilascio di certificati rappresenta una delle attività più frequenti nella pratica quotidiana del medico di medicina generale. Eppure, dietro un gesto apparentemente semplice come la firma di un documento, si nasconde un quadro normativo preciso che definisce obblighi, limiti e responsabilità professionali. Il punto di partenza è l'articolo 24 del Codice di deontologia medica, secondo il quale il medico è tenuto a rilasciare certificazioni relative allo stato di salute della persona assistita sulla base dei dati anamnestici raccolti e dei rilievi clinici direttamente constatati o oggettivamente documentati.  In altre parole, quando esistono i presupposti clinici e la richiesta rientra nelle competenze professionali del medico, il certificato non può essere negato. Quando il certificato è un obbligo professionale L'obbligo di certificare nasce dal rapporto di cura con il paziente e dall'esigenza di attestare condizioni cliniche che possono avere effetti concreti nella vita quotidiana, nel lavoro, nello sport o nell'accesso a particolari diritti e prestazioni. La certificazione non rappresenta quindi una concessione discrezionale del professionista, ma un atto che rientra tra i doveri previsti dall'esercizio della professione medica.   Naturalmente il presupposto resta sempre lo stesso: il medico deve poter fondare le proprie attestazioni su elementi clinici acquisiti direttamente oppure su documentazione oggettivamente verificabile. Quando il medico può rifiutarsi L'obbligo di certificare non significa però che ogni richiesta avanzata dal paziente debba essere automaticamente accolta. Esistono infatti situazioni nelle quali il medico può legittimamente rifiutarsi di rilasciare una certificazione. La prima riguarda la mancanza di elementi sufficienti per formulare l'attestazione richiesta. Se il professionista non dispone di dati clinici adeguati o non ha potuto verificare direttamente la condizione riferita dal paziente, il certificato non può essere emesso.   Il secondo limite riguarda le competenze professionali. Alcune certificazioni sono infatti riservate dalla normativa a figure specifiche e non possono essere rilasciate da qualsiasi medico. Le certificazioni riservate ad altri professionisti Tra gli esempi più noti rientra l'idoneità sportiva agonistica, che compete agli specialisti in medicina dello sport. Analogamente, l'idoneità alla mansione lavorativa specifica è di competenza del medico del lavoro, mentre altre certificazioni seguono percorsi definiti dalla normativa, come quelle relative alla patente di guida o al porto d’armi. In questi casi il rifiuto non rappresenta una scelta discrezionale del professionista, ma il rispetto di una precisa ripartizione delle competenze prevista dalla legge. Il certificato non può basarsi su ciò che non è verificabile Il principio che emerge dalla normativa è semplice ma fondamentale: il medico può certificare soltanto ciò che conosce, ha osservato direttamente oppure può documentare in modo oggettivo.   Quando questi presupposti mancano, il professionista non solo può rifiutare la richiesta, ma in molti casi è tenuto a farlo. La tutela del paziente e quella del medico passano infatti dalla stessa regola: ogni certificazione deve poggiare su elementi clinici reali, verificabili e documentabili.   È proprio questo equilibrio tra obbligo di certificare e dovere di non attestare ciò che non può essere dimostrato a rappresentare il fondamento dell'intera attività certificativa.  

Da PCOS a PEMOS: proposta una nuova definizione per riconoscere la natura sistemica della sindrome

(da DottNet)   La sindrome dell’ovaio policistico potrebbe presto essere identificata con una nuova denominazione. Un consenso internazionale pubblicato su The Lancet propone infatti di sostituire l’attuale termine PCOS (Polycystic Ovary Syndrome) con Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PEMOS), con l’obiettivo di descrivere in modo più accurato la complessità clinica e fisiopatologica della malattia.   Secondo gli autori, la nomenclatura attualmente in uso non riflette pienamente la natura della sindrome. Il riferimento alle ovaie policistiche viene considerato limitante, poiché non tutte le pazienti presentano questa caratteristica, mentre numerose manifestazioni della patologia coinvolgono aspetti metabolici, endocrini e riproduttivi che si estendono ben oltre il comparto ovarico. La proposta nasce da un ampio processo di consenso che ha coinvolto specialisti di endocrinologia, ginecologia, medicina della riproduzione, metabolismo e sanità pubblica, insieme a rappresentanti delle associazioni di pazienti. Attraverso una metodologia strutturata, il gruppo di lavoro ha valutato diverse possibili alternative terminologiche, individuando in PEMOS la definizione più adatta a rappresentare le principali caratteristiche della sindrome.  La nuova denominazione pone l’attenzione sul carattere multisistemico della patologia, evidenziando il ruolo delle alterazioni endocrine e metaboliche che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza, disfunzioni ovulatorie, iperandrogenismo e aumentato rischio cardiometabolico. Negli ultimi anni, infatti, la letteratura scientifica ha consolidato le evidenze che collegano la sindrome non soltanto ai disturbi della funzione riproduttiva, ma anche a condizioni quali obesità, diabete di tipo 2, dislipidemie, steatosi epatica metabolica e incremento del rischio cardiovascolare. In questo contesto, una definizione più completa potrebbe favorire una maggiore consapevolezza della malattia sia tra i professionisti sanitari che tra le pazienti. Gli autori sottolineano che la proposta di rinominare la sindrome non comporta modifiche agli attuali criteri diagnostici o alle raccomandazioni terapeutiche. L’obiettivo è piuttosto quello di allineare il linguaggio medico alle conoscenze scientifiche più recenti, contribuendo ad una migliore comprensione della patologia e ad una gestione maggiormente integrata dei diversi aspetti clinici. L’adozione del termine PEMOS non sarà immediata. Il documento prevede infatti un percorso di transizione della durata di circa tre anni, durante il quale società scientifiche, ricercatori, associazioni di pazienti e altri stakeholder saranno coinvolti nel processo di implementazione e diffusione della nuova terminologia a livello internazionale.  

“Il caregiver non è un visitatore”: dal Garante una Raccomandazione per garantire l’accesso alle cure alle persone con disabilità

(da Sanitainformazioone.it)    Il caregiver non può essere considerato un semplice visitatore. È questo il principio cardine della 'Raccomandazione n. 03 del 29 maggio 2026' (vedi Link sotto) approvata dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che interviene su un tema da tempo segnalato da famiglie e associazioni: la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate dalla propria persona di riferimento durante ricoveri, accessi al pronto soccorso, visite specialistiche ed esami diagnostici. Secondo il Garante, sul territorio nazionale continuano a esistere regole molto diverse tra loro. In alcune strutture sanitarie la presenza del caregiver viene riconosciuta senza particolari difficoltà, mentre in altre è limitata o addirittura negata sulla base di regolamenti interni, interpretazioni non formalizzate o dell’errata assimilazione del caregiver alla figura del visitatore. Una situazione che, secondo l’Autorità, rischia di compromettere l’effettivo esercizio del diritto alla salute delle persone con disabilità. Quando la presenza del caregiver è essenziale La raccomandazione afferma che la presenza del caregiver, quando necessaria in relazione ai bisogni assistenziali, comunicativi, cognitivi, comportamentali o relazionali della persona con disabilità, costituisce una misura di accomodamento ragionevole e può rappresentare una condizione indispensabile per rendere realmente accessibili le cure. “Il caregiver, in questi casi, non è un visitatore: è una figura di supporto che può rendere concretamente possibile l’accesso alle cure, la comunicazione con il personale sanitario, la comprensione dei bisogni della persona e la continuità del percorso assistenziale”, sottolinea il Collegio dell’Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal componente vicario Francesco Vaia e dal componente Antonio Pelagatti. Per il Garante, negare la presenza del caregiver quando questa è necessaria e non sostituibile con altre misure adeguate può tradursi in una limitazione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta. Non solo non autosufficienza Uno degli aspetti più rilevanti del documento riguarda il superamento di una visione esclusivamente legata alla non autosufficienza fisica. L’Autorità chiarisce infatti che il bisogno di caregiver può riguardare anche persone con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettive e cognitive, deficit comunicativi, disabilità sensoriali, SLA, patologie neuromuscolari, pluriminorazioni o condizioni psichiche che rendono essenziale la presenza di una persona di fiducia. Il criterio da adottare, si legge nella raccomandazione, non è la classificazione formale della disabilità, ma il bisogno concreto della persona nel contesto sanitario specifico. Il caregiver come parte del percorso di cura Il documento invita le strutture sanitarie a riconoscere formalmente il caregiver come parte integrante del percorso assistenziale. Chi assiste quotidianamente una persona con disabilità conosce modalità comunicative, segnali di sofferenza, comportamenti, abitudini, strategie di rassicurazione e bisogni che spesso non sono immediatamente percepibili dal personale sanitario. Un patrimonio di conoscenze che non sostituisce la competenza clinica dei professionisti, ma che può contribuire a migliorare la qualità, la sicurezza e l’umanizzazione delle cure. Per questo motivo il Garante raccomanda di prevedere procedure specifiche per il riconoscimento e l’accesso del caregiver, distinte da quelle previste per i visitatori. Disability Card e meno burocrazia La raccomandazione dedica particolare attenzione anche alla European Disability Card. L’Autorità suggerisce che la Disability Card recante l’indicazione “A”, che certifica la necessità di un accompagnatore, venga riconosciuta dalle strutture sanitarie come strumento sufficiente per attestare il bisogno della presenza del caregiver, evitando alle famiglie di dover presentare ogni volta nuova documentazione sanitaria o sottoporsi a valutazioni differenti da struttura a struttura. L’obiettivo è ridurre gli oneri burocratici e garantire maggiore uniformità sul territorio nazionale. La presenza deve essere la regola Il Garante individua un principio generale molto chiaro: la presenza del caregiver deve rappresentare la regola e non l’eccezione. Eventuali limitazioni possono essere previste soltanto in presenza di specifiche esigenze cliniche, organizzative o di sicurezza, devono essere temporanee, proporzionate e adeguatamente motivate. Inoltre, ogni diniego dovrebbe essere formalizzato per iscritto e tracciato. La raccomandazione è rivolta al Ministero della Salute, alla Conferenza Stato-Regioni, alle Regioni, alle Province autonome, alle aziende sanitarie, agli ospedali e agli Irccs affinché adottino criteri uniformi e non discriminatori. L’obiettivo finale è garantire che le persone con disabilità possano accedere alle cure nelle condizioni più adeguate ai propri bisogni, riconoscendo il valore della relazione di cura costruita quotidianamente con il caregiver e superando definitivamente l’idea che la sua presenza sia una semplice visita di cortesia. raccomandazione-n.03-del-29.05.2026

Comunicato stampa Ausl Romagna “L’ERRORE UMANO SI BATTE IN “SALA PROVE”. NASCE IN ROMAGNA LA RETE DEI FACILITATORI DI SIMULAZIONI PER LA SICUREZZA DELLE CURE”

Una nuova frontiera della sicurezza ospedaliera. In Romagna si è appena concluso il percorso d'eccellenza “Train the Trainer – Corso Facilitatori di tecniche di simulazione”, un progetto che ha visto la partecipazione di team di tutte le Aziende Sanitarie regionali. La prima edizione è stata dedicata a professionisti dell’Azienda Usl Romagna e la seconda a team di tutte le altre Aziende Sanitarie della Regione Emilia Romagna nell’ambito di una collaborazione con il Centro Regionale Gestione del Rischio Sanitario, contribuendo così alla diffusione di competenze e metodologie formative innovative. Dimenticate le vecchie lezioni in aula: qui il cuore pulsante è la simulazione full-scale, l’obiettivo: ridurre incidenti, errori o altri eventi indesiderati. Medici, infermieri e ostetriche, sono stati immersi in scenari critici – dalle emergenze in sala operatoria ai casi clinici più complessi    in reparto o in Pronto Soccorso – dove manichini ad alta tecnologia e  ambienti speculari a quelli reali diventano il terreno di prova per affinare   competenze che vanno ben oltre la tecnica. QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA SCUOLA Il fulcro del progetto, organizzato dalla Struttura di Gestione del Rischio e Sicurezza delle Cure della Direzione Sanitaria AUSL Romagna, è la creazione di una rete di "Facilitatori della Simulazione". Questi professionisti non sono semplici istruttori, ma veri e propri "registi" capaci di progettare situazioni ad alto stress per allenare le cosiddette Non-Technical Skills (NTS): leadership, comunicazione rapida, capacità decisionale sotto pressione e lavoro di squadra. "La simulazione rappresenta oggi lo strumento più potente per garantire la sicurezza del paziente- spiegano i coordinatori del progetto (Elena Bigi, Annita Caminati, Maurizio Menarini, Riccardo Triani, Nicola Zanini) - Consentiamo ai professionisti di mettersi alla prova in un ambiente protetto, analizzando nel debriefing post-scenario comportamenti e decisioni, trasformando ogni esperienza in un'opportunità di apprendimento”. UNA RETE REGIONALE CONTRO IL RISCHIO CLINICO Con sessanta esperti formati nelle prime due edizioni, il progetto "Train the Trainer" si pone come un modello di riferimento. Grazie all'approccio del Crisis Resource Management (CRM), lo standard di sicurezza utilizzato nei settori ad alto rischio come l’aeronautica, l'Emilia-Romagna investe sulla cultura del "fattore umano". Il programma ha integrato teoria avanzata e pratica immersiva, coinvolgendo un team multidisciplinare di docenti provenienti dalle aree dell'emergenza territoriale, dell’anestesia e rianimazione, della sala operatoria e della gestione del rischio. Investire nella simulazione significa anticipare il futuro.