Cassazione e consenso: si possono omettere le informazioni su complicanze eccezionali e improbabili

(da DottNet)   Il medico, prima di eseguire un trattamento sanitario, deve informare il paziente su tutti i rischi prevedibili, compresi le complicanze statisticamente meno frequenti e con esclusione soltanto di quelle eccezionali e altamente improbabili. Lo ha affermato la Cassazione con l’ordinanza 16633 del 12 giugno 2023 la quale, oltre a distinguersi per aver ripercorso in termini generali lo statuto della responsabilità da mancato consenso informato, fornisce qualche concreto elemento di valutazione della soglia di rilevanza statistica (di una data complicanza), al di sotto della quale l’informazione può essere omessa.

Nel caso in esame il paziente aveva chiesto la condanna dell’azienda sanitaria al risarcimento dei danni fisici, deducendo un errore nell’esecuzione di un intervento chirurgico di asportazione di un’ernia discale, oltre a una ulteriore posta risarcitoria per la violazione del diritto all’autodeterminazione perché il consenso che aveva prestato non aveva tenuto conto – in quanto non riferitagli, si legge su il Sole24ore -– dell’eventuale insorgenza, all’esito dell’intervento, di una seria sintomatologia dolorosa (poi effettivamente manifestatasi).

Il Tribunale di Trento aveva respinto entrambe le domande, mentre la Corte d’appello aveva riconosciuto fondata la sola pretesa risarcitoria per la violazione degli obblighi in tema di consenso. Investita della questione, la Cassazione ha confermato la sentenza d’appello, precisando che, nel caso esaminato, il danno risarcibile derivava proprio, e solo, dalla violazione del diritto all’autodeterminazione del paziente in sé e per sé considerata; e consisteva non in un pregiudizio alla salute ma nella sofferenza di carattere morale causatagli dalla «sorpresa e impreparazione» derivante dagli esiti inattesi dell’intervento, ancorché ben eseguito. A questo titolo il giudice di merito aveva ritenuto congruo, per rimediare al deficit informativo, un risarcimento liquidato in 7mila euro.

In un contesto storico - riporte il Sole24ore - in cui la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari è oggetto di severa preoccupazione (al pari dei costi impropri della medicina difensiva) si può discutere della bontà di una tale impostazione, tesa a tutelare pregiudizi di sofferenza difficilmente misurabili in concreto e comunque intrinsecamente connessi a una prestazione effettuata con successo. Ma il principale punto di interesse dell’ordinanza del 12 giugno sta nel fatto che la percentuale di verificazione della particolare sintomatologia dolorosa lamentata dal paziente (5% dei casi) è stata qualificata dalla Corte non «eccezionale» (come avrebbe voluto la struttura sanitaria) né «altamente improbabile, essendo piuttosto a essa assegnata una percentuale di verificazione (5%) bensì bassa ma tuttavia non a tal punto da potersi qualificare nei termini anzidetti».

Queste argomentazioni inducono altre riflessioni in relazione a quale possa essere la (minore) soglia statistica al di sotto della quale una complicanza possa davvero ritenersi eccezionale (e dunque tale da non dover essere oggetto di informativa in vista del consenso). Va da sé che più si abbassa tale soglia più il modello di consenso dovrà estendersi per contenuto, ponendo qualche problema di agevole fruibilità da parte del paziente. Infatti, secondo la Suprema Corte, la struttura e il medico hanno il dovere di informare il paziente «esprimendosi in termini adatti al livello culturale dell’interlocutore, adottando un linguaggio a lui comprensibile - come descrive il caso ilSole24ore -, secondo il relativo stato soggettivo e il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone» (sentenza 18283 del 2021). Ciò equivale a dire che alla completezza quantitativa dell’informazione dovrà essere abbinata una irrinunciabile chiarezza qualitativa; dunque, non ci si può limitare a una semplice esposizione tecnica o gergale delle possibili complicanze.

Comunicazione scientifica

In allegato due lavori scientifici a cui hanno partecipato Piero Parchi e Simone Baiardi (Università di Bologna e IRCCS - Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna), con Corinne Quadalti, Marcello Rossi, Angela Mammana e Sofia Dellavalle (IRCCS - Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna)" , editi a stampa la scorsa settimana sulla rivista Nature Medicine e il breve comunicato stampa rilasciato dall'Università di Bologna:

https://magazine.unibo.it/archivio/2023/07/25/un-test-per-svelare-parkinson-e-demenza-da-corpi-di-lewy-prima-della-comparsa-dei-sintomi

 Ci complimentiamo vivamente con il nostro iscritto Simone Baiardi.

Donazione Fondazione Enpam 5 x 1000

Ai Presidenti degli Ordini dei Medici
chirurghi e degli Odontoiatri d'Italia


Roma, 24 luglio 2023
 
Caro/a Presidente,

mi fa piacere ricordarti che è possibile destinare il proprio 5 x 1000 alla Fondazione Enpam 5x1000 - Onlus.

Per fare ciò, al momento della dichiarazione dei redditi, basta firmare e indicare nello spazio "Sostegno degli enti del Terzo settore nonché sostegno delle Onlus", il codice fiscale (valido solo per il 5 x 1000)

96413820588

Le somme attribuite saranno utilizzate per la ricerca scientifica, prevalentemente a carattere medico, e per l'assistenza socio-sanitaria in via prioritaria a favore degli iscritti.

Ti sarei grato se potessi divulgare l'iniziativa, anche tramite il sito web del tuo Ordine, e in tal senso ti allego un banner realizzato per questa iniziativa.

Un caro saluto.
Alberto Oliveti

_________________

Fondazione Enpam
Il Presidente
Piazza Vittorio Emanuele II, 78
00185 Roma
 

Il consumo di alcol contribuisce al dolore

da Quotidiano Sanità)   Secondo la 'National Survey on Drug Use and Health' del 2021, i disturbi associati all’alcol (AUD – alcohol use disorder) interessano 29,5 milioni di persone solo negli USA. Gli AUD possono spesso provocare l’insorgere di numerose malattie croniche, disturbi cardiaci, ictus, patologie epatiche e alcune forme tumorali.
Tra i problemi legati ai disturbi associati all’alcol a maggior impatto a lungo termine c’è anche il dolore: più della metà delle persone con AUD lo sperimentano nella forma persistente.   Alcuni studi hanno mostrato come gli AUD incidano sul cervello nel processo del signaling del dolore e rivestano un ruolo importante anche nell’attivazione del sistema immunitario.  La sospensione dell’alcol, invece, può provocare allodinia, una condizione in cui uno stimolo anche innocuo è percepito come doloroso.
Lo studio     Per scoprire le cause alla base di questi diversi tipi di dolore correlato all’alcol, il team dello Scripps Research Institut – coordinato da Marisa Roberto – ha condotto uno studio su animali da laboratorio divisi in tre gruppi: quelli dipendenti dall’alcol, che abusavano delle bevande alcoliche, animali che avevano accesso limitato all’alcol, quindi non considerati dipendenti, che facevano un uso moderato di alcool, e quelli che non avevano mai assunto alcol.   Dai risultati è emerso che nel primo gruppo, la sospensione dell’alcol provocava allodinia e il successivo accesso all’alcol riduceva la sensibilità al dolore.   Circa la metà degli animali che non erano dipendenti dall’alcool mostrava segnali di aumento della sensibilità al dolore durante la sospensione dell’alcol ma, a differenza degli animali dipendenti, questa condizione non scompariva con una nuova esposizione all’alcol.  Andando, poi, a misurare i livelli di proteine infiammatorie negli animali, i ricercatori hanno scoperto che i pathway infiammatori erano elevati sia negli animali dipendenti, sia in quelli non dipendenti, mentre le molecole specifiche erano aumentate solo negli animali dipendenti.

(https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bph.16091)  

La vitamina D potrebbe ridurre il rischio di infarto. Ecco per quali soggetti è indicata

(da Doctor33)   Secondo uno studio clinico pubblicato dal 'British Medical Journal', gli integratori di vitamina D possono ridurre il rischio di eventi cardiovascolari gravi, come l'infarto, nelle persone di età superiore ai 60 anni. Lo studio è stato condotto da Rachel Neale del QIMR Berghofer Medical Research Institute, Population Health Program, in Australia. Si tratta del più grande trial clinico di questo tipo condotto finora.
In questo lavoro, i ricercatori australiani si sono posti l'obiettivo di verificare se l'assunzione di dosi mensili di vitamina D modifichi il tasso di eventi cardiovascolari gravi. Il D-Health Trial è stato condotto dal 2014 al 2020 e ha coinvolto 21.315 australiani di 60-84 anni, che hanno ricevuto una capsula di vitamina D da 60.000 UI (10.662 partecipanti) o un placebo (10.653 partecipanti) da assumere per via orale all'inizio di ogni mese per un massimo di 5 anni. I dati sui ricoveri ospedalieri e sui decessi sono stati poi utilizzati per identificare gli eventi cardiovascolari, tra cui infarti, ictus e rivascolarizzazione coronarica (trattamento per ripristinare il normale flusso sanguigno al cuore). La durata media del trattamento è stata di 5 anni. Durante lo studio, 1.336 partecipanti hanno sperimentato un evento cardiovascolare grave (6,6% nel gruppo placebo e 6% nel gruppo vitamina D).
Il tasso di eventi cardiovascolari gravi è risultato inferiore del 9% nel gruppo vitamina D rispetto al gruppo placebo (equivalente a 5,8 eventi in meno ogni 1.000 partecipanti). Il tasso di infarto è stato inferiore del 19% e il tasso di rivascolarizzazione coronarica è stato inferiore dell'11% nel gruppo della vitamina D, ma non vi è stata alcuna differenza nel tasso di ictus tra i due gruppi. I risultati suggeriscono che l'integrazione di vitamina D può ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori. "Questo effetto protettivo potrebbe essere più marcato nei soggetti che assumono statine o altri farmaci cardiovascolari al basale", aggiungono, e suggeriscono la necessità di ulteriori valutazioni per contribuire a chiarire questo aspetto.

Meno della metà dei nuovi farmaci è migliore di quelli in uso

(da DottNet)   Meno della metà dei nuovi farmaci approvati dalle agenzie regolatorie aggiunge un valore terapeutico sostanziale rispetto ai trattamenti esistenti: lo rivela un lavoro dell'Università di Zurigo pubblicato sul British Medical Journal. I pazienti hanno bisogno di trattamenti migliori, non solo di altri uguali a quelli già in uso, sostiene l'autore del lavoro Kerstin Vokinger. I nuovi farmaci sono spesso utilizzati non solo come prima indicazione per una malattia, ma anche per altre malattie (indicazioni supplementari). Ma lo studio rileva che meno della metà delle prime indicazioni approvate per i nuovi farmaci in USA e Europa tra 2011 e 2020 aggiungono un valore terapeutico sostanziale rispetto ai trattamenti esistenti e solo un terzo circa delle approvazioni supplementari. I ricercatori hanno esaminato tutti i nuovi farmaci approvati con più di un'indicazione negli Stati Uniti e in Europa tra il 2011 e il 2020 e valutato il valore terapeutico delle indicazioni supplementari rispetto alle prime indicazioni.   Hanno utilizzato i dati pubblicamente disponibili per identificare 124 prime indicazioni e 335 indicazioni supplementari approvate dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense e 88 prime indicazioni e 215 indicazioni supplementari approvate dall'Agenzia europea per i medicinali (EMA) tra gennaio 2011 e dicembre 2020. Negli Stati Uniti, il 48% dei farmaci aveva una sola indicazione supplementare, il 20% ne aveva due, il 14% ne aveva tre e il 18% ne aveva quattro o più. In Europa, il 48% dei farmaci aveva un'indicazione supplementare, il 23% due, il 13% tre e il 17% quattro o più. La maggior parte (58%) delle indicazioni approvate dalla FDA e dall'EMA riguardava farmaci antitumorali. Le valutazioni terapeutiche degli organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie (Health Technology Assessment - HTA) francesi e tedeschi erano disponibili per 107 (86%) prime indicazioni e 179 (53%) indicazioni supplementari negli Stati Uniti e per 87 (99%) prime indicazioni e 184 (86%) indicazioni supplementari in Europa. Tra le indicazioni approvate dalla FDA con valutazioni disponibili, il 41% (meno della metà, 44 su 107) aveva valutazioni di alto valore terapeutico per le prime indicazioni, e il 34% (61 su 179) per quelle supplementari. In Europa, il 47% (41 su 87) delle prime indicazioni e il 36% (67 su 184) delle supplementari avevano valutazioni di alto valore terapeutico.

Covid. Gli enti regolatori mondiali confermano il buon profilo di sicurezza dei vaccini approvati

(da Quotidiano Sanità)   L'Ema ha appena approvato una dichiarazione congiunta sulla sicurezza dei vaccini Covid (https://icmra.info/drupal/strategicinitiatives/vaccines/safety_statement)  rilasciata dalla Coalizione Internazionale delle Autorità Regolatorie dei Medicinali (Icmra).
I dati relativi a oltre 13 miliardi di dosi di vaccini Covid somministrati in tutto il mondo dimostrano che questi vaccini, volti a proteggere le persone dagli esiti gravi della Covid, hanno un "ottimo profilo di sicurezza in tutte le fasce d'età, compresi i bambini e le persone con condizioni mediche di base, i pazienti immunocompromessi e le donne in gravidanza. I vaccini hanno salvato milioni di vite in tutto il mondo, riducendo in modo significativo il rischio di malattie gravi, ricoveri ospedalieri e decessi dovuti all'infezione da Sars-CoV-2".
La dichiarazione sottolinea inoltre che i vaccini riducono l'impatto del long Covid sulla base di diversi studi su dati reali e che non vi è alcun segnale di sicurezza dall'insieme molto ampio di dati in possesso delle autorità regolatorie internazionali che suggerisca che questa condizione sia un possibile effetto collaterale della vaccinazione Covid.
Mentre la stragrande maggioranza degli effetti collaterali del vaccino sono "lievi e temporanei", i sistemi di monitoraggio della sicurezza hanno identificato alcuni effetti collaterali molto rari (si verificano in meno di 1 persona su 10.000) ma gravi. La dichiarazione sottolinea che i Paesi dell'Icmra dispongono di sistemi di monitoraggio della sicurezza molto solidi, che raccolgono e analizzano continuamente le segnalazioni di sospetti effetti collaterali, e di misure solide per ridurre il rischio di danni da questi effetti collaterali.
La dichiarazione richiama l'attenzione sull'impatto devastante che informazioni false e fuorvianti sulla sicurezza dei vaccini Covid hanno sulla salute pubblica, in quanto possono provocare decessi o gravi malattie se le persone evitano di ricevere i vaccini di cui hanno bisogno. Poiché sui social media sono state diffuse false affermazioni secondo cui i vaccini Covid sarebbero responsabili dell'eccesso di decessi durante la pandemia, la dichiarazione sottolinea la mancanza di prove che dimostrino come i vaccini Covid starebbero causando un eccesso di mortalità. Gli enti regolatori mondiali incoraggiano le persone a ottenere informazioni da fonti affidabili, come gli operatori sanitari, le fonti scientifiche e gli enti regolatori dei farmaci.
L'Icmra riunisce 38 autorità regolatorie dei farmaci di ogni regione del mondo, con l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) come osservatore. Gli enti regolatori dei farmaci riconoscono l'importanza di facilitare l'accesso a prodotti sicuri, efficaci e di alta qualità, essenziali per la salute e il benessere dell'uomo. Ciò significa tenere il passo con i progressi scientifici necessari per definire gli standard e guidare il processo decisionale, nonché mantenere processi normativi efficienti che supportino lo sviluppo e la fornitura di medicinali innovativi, garantendo al contempo che i benefici di questi prodotti siano superiori ai rischi associati.

La sanità è donna, ma nei tavoli che contano ci sono solo uomini

(da M.D.Digital)  Secondo i dati del Servizio Sanitario Nazionale di appena due anni fa si contavano il 78% di donne tra gli infermieri e il 72,3% di donne tra il personale amministrativo, senza contare i medici, con le dottoresse che fanno segnare oltre il 48% della forza lavoro stabile (e che peraltro sono quasi il 65% dei medici sotto i 45 anni). Per questo, l’associazione ‘Donne protagoniste in sanità’, coordinata da Monica Calamai, ha espresso il proprio dissenso sulle nomine del tavolo tecnico  riguardanti i decreti ministeriali 70 e 77 in cui non è rappresentata alcuna donna. Motivo per cui l'Associazione ha lanciato una petizione in cui chiede la revisione del tavolo tecnico e ha inviato una lettera aperta al ministro della Salute Orazio Schillaci e al Ministro delle Pari Opportunità Eugenia Roccella che ha risposto prontamente alla missiva, assicurando che interloquirà con il Ministro Schillaci.

“Intendiamo esprimere una profonda preoccupazione e delusione alla luce delle nomine del Tavolo istituito dal Ministero della Salute per la revisione degli standard di ospedali e territorio. È estremamente difficile  - ha precisato nella missiva l'associazione ‘Donne protagoniste in sanità’ - comprendere come, in tutta Italia, non sia stata inclusa nemmeno una donna”, si legge nell’attacco della lettera aperta destinata ai due membri del governo, ai quali si rammenta che “nel settore sanitario le donne rappresentano il 70% degli operatori. Abbiamo direttrici generali, presidenti di società scientifiche, accademiche, medici del territorio ed esperte della materia, ma sembra che nemmeno una di loro sia stata considerata idonea”.

Una scelta che per l’associazione è “umiliante per le tante professioniste del Ssn”, che lamentano la mancanza di una rappresentanza femminile “in un contesto decisionale così rilevante”.   “Desideriamo sottolineare che solo una settimana fa si è tenuta a Bologna la Convention della nostra community, un evento che ha visto ben 3.700 partecipanti, di cui 700 in presenza, discutendo proprio delle tematiche legate al territorio. Questo simposio ha dimostrato l’entusiasmo e l’impegno delle donne nel contribuire allo sviluppo e alla crescita del settore sanitario. È fondamentale che tale impegno venga riconosciuto e che queste voci influenti siano considerate nel processo decisionale. La vostra decisione di escludere le donne è, invece, un indicatore chiaro del persistente problema di disuguaglianza di genere in Italia, come dimostra il recente Global Gender Report, in cui il nostro Paese ha addirittura subito un regresso rispetto al 2022, quando già occupava una posizione poco favorevole. Ancora più preoccupante è l’assenza di figure provenienti dalle professioni sanitarie, protagonisti concreti del sistema salute e della cura dei pazienti. Come può un tavolo tecnico affrontare le problematiche legate ai DM 70 e 77 senza la partecipazione di coloro che vivono e affrontano quotidianamente le sfide del settore sanitario? Questa mancanza di rappresentanza solleva dubbi sulla validità e sulla completezza delle delibere e dei documenti prodotti”, prosegue la missiva.

“Questa non è solo una questione di giustizia e uguaglianza, ma anche di efficienza e progresso. Siamo convinte che la vostra volontà di agire sarà una testimonianza della vostra sensibilità e impegno per il futuro del nostro Paese”, conclude la lettera.

Da luglio è consultabile la banca dati delle Pec

(da Odontoiatria33)  Dal giorno 6 luglio è consultabile la banca dati degli indirizzi Pec delle persone fisiche, Indice Nazionale dei Domicili Digitali (INAD). Da questo mese darà la possibilità di ricercare gli indirizzi PEC, o meglio il domicilio digitale, dei cittadini e dei professionisti inscritti agli Albi. La consultazione è libera, basta inserire (al LINK https://domiciliodigitale.gov.it/dgit/home/public/#!/home) il numero di codice fiscale o partita iva di chi cerchiamo ed otterremo l’indirizzo PEC registrato.   Il portale sarà utilizzato dalla Pubblica Amministrazione per notificare cartelle di pagamento, avvisi di accertamento, atti di recupero, multe per infrazioni al codice della strada e altri atti aventi valore legale a mezzo posta elettronica certificata (PEC). 

Chi non è presente nell’elenco riceverà le comunicazioni attraverso i soliti canali, raccomandata, con addebito dei costi.    Se i cittadini dovranno iscriversi (basta entrare con lo Spid e indicare il proprio indirizzo di posta Certificata) per essere presenti nell’elenco e ricevere le comunicazioni della PA via mail, i professionisti iscritti ad un Ordine professionale, se avevano fornito la propria Pec (cosa obbligatoria per legge) sono iscritti d’ufficio. 

Entrando nel portale si potrà eventualmente cambiare il proprio indirizzo Pec, se si vuole ricevere le comunicazioni ad uno diverso da quello registrato, ma non sembra essere prevista la possibilità di cancellarsi se non inviando una comunicazione scritta ad INAD che dovrà essere vagliata ed eventualmente approvata entro 90 giorni.

(N.B: ai sensi di questo provvedimento da oggi in poi i cittadini sono tenuti a verificare regolarmente la propria casella di posta elettronica certificata per essere informati delle comunicazioni ufficiali inviate. Non ricevere o non visualizzare le notifiche inviate tramite PEC non costituisce motivo di opposizione o annullamento della notifica stessa.)

Psichiatri forensi, ‘troppi pseudo-sani pericolosi, servono nuovi modelli’

(da Adnkronos Salute)  "E’ imprecisato il numero dei soggetti considerati 'pericolosi' che minacciano medici, infermieri, avvocati, magistrati, insegnanti, etc., ai quali non si riesce a fornire una risposta di cura o rieducazione. Non sono così 'malati' da poter essere sottoposti a Trattamento sanitario obbligatorio, che comunque dura una settimana e loro stessi non si ritengono 'malati' per sottoporsi volontariamente ad alcuna forma di trattamento. Tuttavia, non appaiono così 'sani' da poter essere arrestati e custoditi in carcere senza un accertamento psichiatrico". Lo denuncia il presidente della Società italiana di psichiatria forense che, Enrico Zanalda, che dopo l’agguato mortale alla psichiatra di Pisa, Barbara Capovani, sollecita le Istituzioni a risposte concrete, a partire dal conferire un maggior potere ai giudici tutelari e nuove strutture educative".

"Queste persone attribuiscono il loro disagio interno alla società o ad alcune categorie di questa che diventano il loro persecutore; hanno delle idee così bizzarre che difficilmente vengono considerati sani. Talvolta si mimetizzano in gruppi o associazioni alternative in cui ci sono correnti di pensiero come quella antipsichiatrica, terrapiattisti, cercatori di Ufo che comprendono persone rispettabili e tutt’altro che violente. E’ un argomento delicato perché da un lato non si riescono a prevenire omicidi di sanitari come quello di Pisa, e dall’altro non si vuole impedire alle persone di manifestare il proprio dissenso o pensiero in qualunque ambito anche molto originale. Bisogna impedire però - spiega Zanalda - che dal dissenso si passi alla rabbia e da questa alla violenza che viene agita da quei soggetti meno dotati intellettivamente che non riescono a dominare l’impulso violento".

"Bisognerebbe poter contenere e rieducare queste persone dal momento in cui diventano reiteratamente minacciose, individuando delle soluzioni restrittive che non sono né il carcere né la Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza). Molti dei pazienti in Rems non hanno una malattia psichiatrica certa: si tratta di detenuti assegnati alla Rems per disturbi di personalità antisociale e dipendenza da sostanze o marginalità sociale, che non vanno confuse con le malattie mentali che possono usufruire dei percorsi residenziali nelle strutture di cura".

"Le Rems - continua Zanalda - dovrebbero accogliere solo autori di reato giudicati, in maniera definitiva, infermi o seminfermi di mente, socialmente pericolosi e non adatti a soluzioni meno restrittive”. Sui 709 ospiti ricoverati nelle 31 Rems distribuite sul territorio nazionale, oltre la metà sono destinatari di misure provvisorie, analoghe alla custodia cautelare in carcere. In molti casi si tratta di detenuti non affetti da una patologia mentale conclamata che vengono ‘etichettati’ come psichiatrici e assegnati alle Rems senza avere un’indicazione clinica. Persone che sottraggono posti a chi ne ha davvero bisogno e che dovrebbero andare in carcere o essere presi in carico da altri servizi sociosanitari rieducativi. Per queste ragioni si può ritenere non necessario aumentare i posti nelle Rems ma poter indirizzare le persone con disturbo antisociale di personalità in altre situazioni rieducative. Tra queste già esistono le 'case di lavoro' sottoutilizzate e sottorappresentate. Per curare bisogna prevenire ma non vi sono strumenti per poter limitare pazienti con noti comportamenti violenti prima che venga commesso un grave reato”.

"L’accesso nelle carceri, nelle case di lavoro o nelle Rems - prosegue il presidente degli psichiatri forensi - avviene solo successivamente a un reato grave. Vi è la necessità di strutture comunitarie nuove, educative e contenitive il cui accesso prescinde dalla condanna ma potrebbe attuarsi attraverso la segnalazione al Giudice tutelare da parte delle agenzie deputate alla tutela e alla cura della persona, come già avviene in molti paesi dell’Unione europea. E’ necessario pertanto realizzare nuovi percorsi rieducativi - conclude Zanalda - in particolare per quei soggetti con disturbo antisociale di personalità che non beneficiano di trattamenti psichiatrici tradizionali. Per loro risulterebbero utili percorsi contenitivi e di rieducazione di lunga durata a cui se non costretti non si sottopongono. Il problema della psichiatria trattamentale - conclude - è un tema estremamente attuale tanto che durante il recente convegno della Psichiatria Forense si è discusso su come individuare nuovi modelli di intervento da proporre alle Istituzioni come risposta concreta a questa nuova emergenza".

Colazione, chi la evita è a rischio di declino cognitivo

(da M.D.Digital)   Precedenti studi hanno delineato la correlazione degli effetti avversi del saltare la colazione con la funzione cognitiva. Tuttavia, la maggior parte di questi studi si è concentrata sugli effetti a breve termine; ad oggi, l'effetto a lungo termine del saltare la colazione sulla funzione cognitiva tra gli anziani rimane poco chiaro. In un recente studio prospettico di coorte condotto su una coorte di 712 adulti anziani (età media 70.8 anni), è stata indagata la correlazione tra saltare la colazione una o più volte alla settimana e il declino del punteggio cognitivo (definito come diminuzione del punteggio del Mini-Mental State Examination MMSE) di due o più punti nel periodo osservato. Durante il follow-up 135 dei 712 partecipanti hanno evidenziato un calo del punteggio cognitivo.

L’analisi statistica ha confermato che il tasso di incidenza del declino del punteggio cognitivo era significativamente più alto in chi faceva a meno del primo pasto della giornata (rapporto del tasso di incidenza (IRR), 2.10). Ulteriori aggiustamenti del punteggio di propensione relativi all’evitamento della colazione rispetto ai parametri di base (età, sesso, abitudine al fumo e al consumo di alcol, indice di massa corporea, reddito familiare, livello di istruzione, sintomi depressivi, ipertensione, diabete, sonniferi, attività fisica, apporto calorico e cognizione di base) hanno prodotti risultati coerenti (IRR, 2.21). Per quanto riguarda l'assunzione giornaliera di gruppi di alimenti, chi saltava la colazione consumava una quantità significativamente inferiore di verdura, frutta e pesce rispetto a chi faceva colazione. In conclusione, i dati sembrano quindi deporre a favore del fatto che che saltare la colazione si associa a un declino del punteggio cognitivo tra gli anziani.

(Rika Ishizuka, et al. Breakfast Skipping and Declines in Cognitive Score Among Community-Dwelling Older Adults: A Longitudinal Study of the HEIJO-KYO Cohort. J Geriatr Psychiatry Neurol 2023; 36: 316-322. Doi: 10.1177/08919887221135551) 

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