Perché un anziano sano non dovrebbe prendere l’aspirinetta
(da Univadis) Ictus ed emorragia, sono questi i temuti eventi in gioco quando si parla di aspirina a basso dosaggio in prevenzione cardiovascolare primaria. Secondo un’analisi secondaria di uno studio randomizzato che ha coinvolto oltre 19.000 soggetti, negli anziani sani con l’aspirina a basso dosaggio non si riesce a prevenire l’ictus ischemico, ma si va invece ad aumentare significativamente il rischio di sanguinamento intracerebrale. Il bilancio rischio/beneficio in questa popolazione è quindi negativo. Il nuovo dato supporta le linee guida della US Preventive Services Task Force (USPSTF) che sconsigliano la prescrizione indiscriminata dell’aspirina a basso dosaggio, specialmente negli anziani.
Cosa dice lo studio ASPREE Alcuni ricercatori dell’Università di Melbourne (Australia) e della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem (USA) hanno preso in esame i dati dello studio ASPREE (Aspirin in Reducing Events in the Elderly), il più grande studio randomizzato sull’uso dell’aspirina a basso dosaggio nelle fasce anziane della popolazione. I partecipanti allo studio (n=19.114), di età ≥70 anni, senza preesistenti malattie cardiovascolari o cerebrovascolari (fibrillazione atriale, ictus, attacco ischemico transitorio o infarto del miocardio), erano stati randomizzati per ricevere aspirina (100 mg) o placebo. Il follow-up mediano era stato di 4,7 anni (IQR 3,6-5,7). L’esito primario dello studio, la sopravvivenza libera da disabilità (disabilità fisica e demenza), non era risultato diverso nel gruppo aspirina e nel gruppo placebo.
Nella nuova analisi ci si è concentrati su ictus ed eventi emorragici. L’aspirina non ha prodotto una riduzione statisticamente significativa nell’incidenza dell’ictus ischemico (HR 0,89 [95%CI 0,71-1,11). Nel gruppo assegnato all’aspirina è stato però osservato un aumento significativo nel sanguinamento intracranico (1,1% contro 0,8%, HR 1,38 [1,03-1,84]). L’aumento delle emorragie subdurali, extradurali e subaracnoidee, considerate tutte insieme, era più alto con l’aspirina che col placebo (0,6% contro 0,4%; HR 1,45 [0,98-2,16]). L’ictus emorragico ha interessato lo 0,5% dei partecipanti assegnati all’aspirina e lo 0,4% dei partecipanti assegnati al placebo (HR 1,33 [0,87-2,04]).
No alla cardioaspirina per tutti “Le caratteristiche cliniche delle persone anziane includono un’intrinsecamente aumentata suscettibilità all’emorragia, che si può associare a un’aumentata fragilità dei vasi di piccolo calibro – sottolineano gli autori dell’analisi – In più, gli anziani sperimentano una maggiore predisposizione a traumi maggiori o minori come risultato di cadute o altri incidenti”. Questi fattori influenzano l’equilibrio rischio-beneficio delle terapie antiaggreganti e ciò può essere particolarmente vero per coloro che presentano un basso rischio cardiovascolare.
“Il principale riscontro di quest’analisi secondaria di uno studio clinico randomizzato era un aumento negli eventi emorragici intracerebrali che, in termini assoluti, superavano una più piccola e non significativa riduzione negli ictus ischemici – sintetizzano – La mancanza di beneficio e i potenziali rischi nella prevenzione primaria dell’ictus forniscono un’ulteriore evidenza a supporto della raccomandazione dell’USPSTF, recentemente pubblicata, contro la prescrizione di routine dell’aspirina a basso dosaggio come misura di prevenzione primaria, specialmente nelle persone anziane”.
Cloud e colleghi aggiungono due considerazioni sulla terapia antiaggregante in prevenzione primaria. “I nostri risultati indicano cautela anche riguardo all’inclusione dell’aspirina in una polipillola per prevenire la malattia cardiovascolare in anziani e adulti sani – e infine – Le nuove terapie antipiastriniche come clopidogrel, ticagrelor o pasugrel non sono state studiate nel setting della prevenzione primaria e non dovrebbero essere ancora considerate come alternativa all’aspirina per questa indicazione”.
(Cloud GC, Williamson JD, et al.Low-dose aspirin and the risk of stroke and intracerebral bleeding in healthy older people - Secondary analysis of a randomized clinical trial. JAMA Network Open. 2023;6(7):e2325803. doi:10.1001/jamanetworkopen.2023.25803 )
Il caldo estivo favorisce la voglia di dormire durante il giorno
(da DottNet) Il caldo estivo favorisce la voglia di dormire durante il giorno. Su un tema così attuale in questo periodo di temperature record, la Società Italiana di Neurologia diffonde i risultati di importanti studi scientifici che dimostrano i benefici della siesta. L’estate scorsa uno studio della Northwestern University pubblicato su 'Current Biology' (https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(22)01209-X) aveva indicato che le temperature superiori a 25 gradi spingono facilmente alla siesta perché esiste un termometro cerebrale che regola il metabolismo corporeo a seconda delle temperature esterne.
"Col riscaldamento globale queste temperature sono state ormai abbondantemente superate – afferma il Prof. Alfredo Berardelli (nella foto), Presidente della Società Italiana di Neurologia – ma, secondo uno studio appena pubblicato dalle Università di Montevideo e Londra e dal Center for Genomic Medicine di Boston e dal Broad Institute di Cambridge, esiste una predisposizione genetica alla siesta che al contempo sembra essere associata a un maggior sviluppo cerebrale e a un ridotto rischio di malattia di Alzheimer (https://doi.org/10.1016/j.sleh.2023.05.002 )".
MEGLIO SIESTE BREVII benefici cerebrali si evidenziano con una siesta compresa fra 5 e 15 minuti e possono protrarsi fino a 1 o 3 ore dopo il sonnellino pomeridiano. Se la siesta supera mezz’ora invece si osserva un transitorio deterioramento delle performance cognitive.
VALUTAZIONE GENOMICALo studio ha esaminato circa 500mila soggetti di ambo i sessi con età compresa fra 40 e 69 anni che sono stati prima valutati con studi GWAS, cioè di associazione genome-wide che valuta tutte le variazioni geniche tra gli individui in esame, correlandole alle differenze di alcuni tratti particolari."I soggetti del campione sono stati poi valutati tramite imaging cerebrale – ha commentato il Prof.
Giuseppe Plazzi, Responsabile dei Laboratori per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna - ed è risultato che la predisposizione genetica al sonnellino diurno era associata a un volume cerebrale totale maggiore di 15,80 cm3, che secondo gli autori potrebbe suggerire che regolari sonnellini diurni forniscono una certa protezione contro la neurodegenerazione, compensando la carenza di sonno notturno". Non risultava comunque aumentato il volume dell’ippocampo né miglioravano il tempo di reazione e la memoria visiva.
ANNI GUADAGNATIConsiderando che altri studi indicano un declino generale del volume cerebrale totale compreso tra lo 0,2% e lo 0,5% all'anno, questa scoperta potrebbe indicare che chi abitualmente fa la siesta guadagna fra i 2,6 e i 6,5 anni di invecchiamento cerebrale.
ALTRI STUDI. La mancata evidenza di un'associazione tra la siesta, il volume dell'ippocampo e i miglioramenti cognitivi potrebbe però indicare che altre aree cerebrali come ad esempio quelle preposte alla vigilanza possono essere influenzate dall'abituale sonnellino diurno e occorreranno altri studi per individuare questa relazione
Con lo Spid nell’Area riservata dell’Enpam
(da enpam.it) L’Enpam ha introdotto un nuovo metodo d'accesso alla propria area riservata. Pur non essendo un’amministrazione pubblica soggetta all’obbligo, l’ente di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri ha reso possibile l’utilizzo dei servizi a disposizione dei suoi iscritti anche attraverso le credenziali del Sistema pubblico di identità digitale (Spid). L’accesso attualmente in fase di sperimentazione è disponibile con i principali provider Spid.
Tuttavia, in alcuni casi potrebbe essere necessario attendere i tempi tecnici per l’entrata in funzione del nuovo metodo poiché non tutti i provider hanno già recepito la chiave di autenticazione Enpam. Quest’ulteriore metodo d’accesso si aggiunge a quello tuttora valido che prevede l’utilizzo di username e password. L’accesso con Spid, così come quello con username e password, consente di accedere a tutti i servizi, compresa la compilazione del Modello D per dichiarare i redditi libero professionali. A questo proposito, chi si è dimenticato di fare la dichiarazione entro il 31 luglio è fortemente consigliato di farlo al più presto.
Il nuovo Fascicolo sanitario elettronico pronto al decollo. Dai vaccini, ai farmaci fino alle cartelle cliniche ecco i dati che conterrà e come funzionerà la privacy
Pronto il nuovo decreto di Salute, Mef e Innovazione tecnologica che definisce quali dati sanitari conterrà il Fse 2.0, chi dovrà inserirli e da chi potranno essere consultati. Nel Fascicolo ci sarà anche la storia clinica dell’assistito e la sua situazione corrente conosciuta e che potrà essere consultato dagli operatori sanitari anche in caso di accesso in emergenza ad una struttura sanitaria Leggi L'articolo completo al LINK
Prima colazione: per evitare il diabete di tipo 2 meglio farla prima delle 9
(da Quotidiano Sanità) La prima colazione? Meglio non farla dopo le nove, perché aumenta del 59% il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 rispetto a orari più mattinieri. A questa conclusione è giunta una ricerca dell’'ISGlobal' di Barcellona, coordinata da Anna Palomar-Cros. Per l’indagine sono stati presi in considerazione 103.312 adulti, di cui il 79% donne, della coorte francese NutriNet-Santé. I partecipanti hanno compilato dei registri con informazioni su ciò che avevano mangiato e bevuto per 24 ore, in tre giorni non consecutivi, nonché l’orario dei pasti. Il team ha valutato, poi, la salute a lungo termine dei partecipanti, per una media di sette anni.
I ricercatori hanno individuato 963 nuovi casi di diabete di tipo 2. Il rischio di sviluppare la malattia era significativamente più elevato nel gruppo di persone che faceva regolarmente colazione dopo le nove, rispetto a quelli che facevano colazione prima delle otto. “Biologicamente questo ha senso perché è noto che saltare la colazione influisce sul controllo del glucosio e dei lipidi, nonché sui livelli di insulina”, spiega Anna Palomar-Cros.
Nello stesso tempo l’indagine ha evidenziato che anche cenare tardi, dopo le dieci di sera, può aumentare il rischio di diabete di tipo 2. Mangiare di frequente, circa cinque volte al giorno, è associato invece a una minore incidenza del diabete. Il digiuno prolungato, infine, è benefico solo se si fa colazione prima delle otto e si cena presto. Nel loro insieme, questi risultati consolidano l’uso della crononutrizione, ovvero l’associazione tra dieta, ritmi circadiani e salute, nel prevenire il diabete di tipo 2.
Soffrire di emicrania può essere un avviso dell’ictus ischemico
(da DottNet) Sia gli uomini che le donne che soffrono di emicrania hanno un rischio più elevato di avere un ictus ischemico. Per le donne, in particolare, l'emicrania è legata anche a una maggiore probabilità di avere un infarto miocardico e un ictus emorragico. Lo dimostra uno studio dell'Università di Aarhus, in Danimarca,pubblicato sulla rivista Plos Medicine, i cui risultati possono aiutare a riconoscere le persone più a rischio. "L'ictus cerebrale è la prima causa di disabilità nell'adulto e la terza causa di morte - sottolinea Giovanni Esposito, direttore della Uoc di Cardiologia, dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica -. In Italia, vi sono circa 150.000 nuovi casi di ictus cerebrale l'anno, dei quali 4.200 colpiscono persone con meno di 45 anni e 10.000 con meno di 54 anni". Lo studio danese si è basato sull'analisi delle cartelle cliniche raccolte dal 1996 al 2018, relative a individui di età compresa tra 18 e 60 anni. I ricercatori hanno identificato gli uomini e le donne che soffrivano di emicrania in base ai dati sulle prescrizioni dei farmaci e hanno confrontato il loro rischio di infarto e ictus ischemico (dovuto a restringimento o occlusione di vasi che portano il sangue a cervello) ed emorragico (caratterizzato dalla rottura di vasi sanguigni) con quello delle persone della popolazione senza emicrania. "L'analisi ha mostrato che sia gli uomini che le donne che soffrivano di emicrania avevano un maggior rischio di ictus ischemico - spiega Esposito -. In particolare, le donne che soffrivano di emicrania sono anche risultate a rischio più alto di infarto del miocardio e ictus emorragico. Poiché l'infarto miocardico e l'ictus possono causare disabilità per tutta la vita o addirittura la morte, aver individuato l'emicrania come possibile spia può aiutarci a riconoscere precocemente i soggetti più a rischio e a predisporre interventi e terapie preventive mirate". E' ancora poco chiara, invece, la ragione dell'associazione tra emicrania e malattie cardiovascolari. "Potrebbero esserci legami con fattori genetici o fattori di rischio comuni, come ipertensione, obesità e fumo e uso di farmaci", conclude Esposito.
Tumori. Registro dell’Emilia Romagna online sul sito della Regione
Piattaforma accessibile a cittadini e professionisti (https://www.datiregistrotumori-emilia-romagna.it/). Dai dati è possibile ricavare l'andamento temporale e la distribuzione dei casi, l'incidenza regionale, i tumori più frequenti. Gli stessi numeri confermano l’utilità degli screening per la diminuzione di alcune patologie oncologiche. Donini: “Un ulteriore passo avanti nel campo della gestione e dell'assistenza oncologica ai cittadini”. Leggi L'articolo completo al LINK
300 borse di studio Enpam per i figli dei liberi professionisti
(da Enpam.it) Anche quest’anno l’Enpam accompagna negli studi universitari i figli dei medici e dei dentisti che fanno libera professione. Il bando 2023 (https://www.enpam.it/comefareper/chiedere-un-aiuto-economico/borse-di-studio/figli-di-liberi-professionisti/#faredomanda) mette a disposizione 300 borse di studio universitarie ai figli degli iscritti attivi – anche se pensionati – che versano la Quota B.
FINO A 4.650 L’ANNO Il bando, che si è aperto il 26 luglio, è rivolto agli studenti universitari che nell’anno accademico 2022/2023 hanno frequentato un corso di laurea e stanzia per loro 300 assegni di 3.100 euro, a cui si accede secondo criteri di reddito e di merito. Un importo che viene maggiorato del 50 per cento (per diventare di 4.650 euro) per i più meritevoli, che si laureano con 110 e lode.
REQUISITI E DOMANDE Il bando è rivolto agli universitari fino a 26 anni, in regola con gli studi. Vale a dire che devono avere conseguito tutti i crediti degli esami previsti per gli anni precedenti e almeno la metà di quelli dell’anno accademico 2022/2023. Le domande sono aperte fino al 20 ottobre e possono essere presentate esclusivamente tramite l'area riservata del sito dell’Enpam (vedi link sopra) Il bando, come accennato, prevede requisiti di reddito che sono più favorevoli all’aumentare del numero di componenti del nucleo familiare del richiedente e nel caso siano presenti familiari con invalidità.
1,4 MILIONI DI EURO I fondi stanziati per le borse di studio ai figli universitari dei contribuenti di Quota B è di circa 1,4 milioni di euro e si aggiunge allo stanziamento previsto per gli universitari, figli della generalità degli iscritti Enpam, che hanno ottenuto l’ammissione ai collegi di merito Per questi esiste infatti un’altra borsa specifica più alta, fino a 5mila euro, che può essere richiesta fino al 22 settembre.
Depressione, le promesse dei probiotici in aiuto ai farmaci
(da Nutrienti e Supplementi) I probiotici potrebbero presto rivelarsi un utile supporto alla terapia antidepressiva. A rivelarlo, uno studio in doppio cieco e randomizzato da poco pubblicato su 'Jama Psychiatry', condotto da ricercatori del King’s Collegedi Londra e progettato con l’obiettivo di verificare l’effetto dell’utilizzo di probiotici su pazienti depressi in termini di efficacia e sicurezza. Sono stati coinvolti 49 partecipanti tra i 18 e i 55 anni, di cui 39 donne, con diagnosi di depressione maggiore e in trattamento non soddisfacente con farmaci antidepressivi. Divisi in due gruppi, hanno ricevuto, per otto settimane e insieme ai farmaci consueti, 4 capsule/die (n=24) di probiotico multiceppo (Bacillus subtilis, Bifidobacterium bifidum, Bifidobacterium breve, Bifidobacterium infantis, Bifidobacterium longum, Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus delbrueckii subsp bulgaricus, Lactobacillus casei, Lactobacillus plantarum, Lactobacillus rhamnosus, Lactobacillus helveticus, Lactobacillus salivarius, Lactococcus lactis, e Streptococcus thermophilus ) o placebo (n=25).
Quattro gli indicatori misurati a inizio studio, alla quarta e all’ottava settimana: Hamilton depression rating scale (Hamd-17) e Inventory of depressive symptomatology (Ids), per la depressione; Hamilton anxiety rating scale (Hama) e General anxiety disorder (Gad-7) per l’ansia. L’aderenza allo studio è stata pressoché totale (97%) e non si sono registrati eventi avversi gravi. Mentre entrambi i gruppi hanno mostrato un miglioramento dei sintomi durante lo studio, sono stati osservati ulteriori miglioramenti nel gruppo probiotico dalla quarta settimana in poi su tutte le scale, in particolare quelle dell’ansia.
"L'asse microbiota-intestino-cervello è un bersaglio promettente per nuovi trattamenti, come i probiotici, nell’area dei disturbi dell'umore”, sottolinea Viktoriya Nikolova, psichiatra presso l’Institute of psychiatry, psychology & neuroscience al King’s College e coordinatrice dello studio. “Sono, però, stati condotti pochi studi clinici in quest’ambito e sono necessari ulteriori dati di sicurezza ed efficacia per supportare questo approccio terapeutico. Il nostro è uno dei primi studi su una popolazione occidentale a mostrare sia una buona tollerabilità dei probiotici, sia effetti positivi sulla salute mentale negli adulti in cura con antidepressivi. Un dato particolarmente interessante emerso è stato il cambiamento nei punteggi riferiti all’ansia, che raramente sono stati esplorati negli studi sui probiotici nella depressione. Il nostro è da considerarsi uno studio pilota, tanto che ne stiamo pianificando uno di dimensioni maggiori e con follow-up più lungo”.
Cassazione e consenso: si possono omettere le informazioni su complicanze eccezionali e improbabili
(da DottNet) Il medico, prima di eseguire un trattamento sanitario, deve informare il paziente su tutti i rischi prevedibili, compresi le complicanze statisticamente meno frequenti e con esclusione soltanto di quelle eccezionali e altamente improbabili. Lo ha affermato la Cassazione con l’ordinanza 16633 del 12 giugno 2023 la quale, oltre a distinguersi per aver ripercorso in termini generali lo statuto della responsabilità da mancato consenso informato, fornisce qualche concreto elemento di valutazione della soglia di rilevanza statistica (di una data complicanza), al di sotto della quale l’informazione può essere omessa.
Nel caso in esame il paziente aveva chiesto la condanna dell’azienda sanitaria al risarcimento dei danni fisici, deducendo un errore nell’esecuzione di un intervento chirurgico di asportazione di un’ernia discale, oltre a una ulteriore posta risarcitoria per la violazione del diritto all’autodeterminazione perché il consenso che aveva prestato non aveva tenuto conto – in quanto non riferitagli, si legge su il Sole24ore -– dell’eventuale insorgenza, all’esito dell’intervento, di una seria sintomatologia dolorosa (poi effettivamente manifestatasi).
Il Tribunale di Trento aveva respinto entrambe le domande, mentre la Corte d’appello aveva riconosciuto fondata la sola pretesa risarcitoria per la violazione degli obblighi in tema di consenso. Investita della questione, la Cassazione ha confermato la sentenza d’appello, precisando che, nel caso esaminato, il danno risarcibile derivava proprio, e solo, dalla violazione del diritto all’autodeterminazione del paziente in sé e per sé considerata; e consisteva non in un pregiudizio alla salute ma nella sofferenza di carattere morale causatagli dalla «sorpresa e impreparazione» derivante dagli esiti inattesi dell’intervento, ancorché ben eseguito. A questo titolo il giudice di merito aveva ritenuto congruo, per rimediare al deficit informativo, un risarcimento liquidato in 7mila euro.
In un contesto storico - riporte il Sole24ore - in cui la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari è oggetto di severa preoccupazione (al pari dei costi impropri della medicina difensiva) si può discutere della bontà di una tale impostazione, tesa a tutelare pregiudizi di sofferenza difficilmente misurabili in concreto e comunque intrinsecamente connessi a una prestazione effettuata con successo. Ma il principale punto di interesse dell’ordinanza del 12 giugno sta nel fatto che la percentuale di verificazione della particolare sintomatologia dolorosa lamentata dal paziente (5% dei casi) è stata qualificata dalla Corte non «eccezionale» (come avrebbe voluto la struttura sanitaria) né «altamente improbabile, essendo piuttosto a essa assegnata una percentuale di verificazione (5%) bensì bassa ma tuttavia non a tal punto da potersi qualificare nei termini anzidetti».
Queste argomentazioni inducono altre riflessioni in relazione a quale possa essere la (minore) soglia statistica al di sotto della quale una complicanza possa davvero ritenersi eccezionale (e dunque tale da non dover essere oggetto di informativa in vista del consenso). Va da sé che più si abbassa tale soglia più il modello di consenso dovrà estendersi per contenuto, ponendo qualche problema di agevole fruibilità da parte del paziente. Infatti, secondo la Suprema Corte, la struttura e il medico hanno il dovere di informare il paziente «esprimendosi in termini adatti al livello culturale dell’interlocutore, adottando un linguaggio a lui comprensibile - come descrive il caso ilSole24ore -, secondo il relativo stato soggettivo e il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone» (sentenza 18283 del 2021). Ciò equivale a dire che alla completezza quantitativa dell’informazione dovrà essere abbinata una irrinunciabile chiarezza qualitativa; dunque, non ci si può limitare a una semplice esposizione tecnica o gergale delle possibili complicanze.
Comunicazione scientifica
In allegato due lavori scientifici a cui hanno partecipato Piero Parchi e Simone Baiardi (Università di Bologna e IRCCS - Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna), con Corinne Quadalti, Marcello Rossi, Angela Mammana e Sofia Dellavalle (IRCCS - Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna)" , editi a stampa la scorsa settimana sulla rivista Nature Medicine e il breve comunicato stampa rilasciato dall'Università di Bologna:
Ci complimentiamo vivamente con il nostro iscritto Simone Baiardi.
Donazione Fondazione Enpam 5 x 1000
Ai Presidenti degli Ordini dei Medici
chirurghi e degli Odontoiatri d'Italia
Roma, 24 luglio 2023
Caro/a Presidente,
mi fa piacere ricordarti che è possibile destinare il proprio 5 x 1000 alla Fondazione Enpam 5x1000 - Onlus.
Per fare ciò, al momento della dichiarazione dei redditi, basta firmare e indicare nello spazio "Sostegno degli enti del Terzo settore nonché sostegno delle Onlus", il codice fiscale (valido solo per il 5 x 1000)
96413820588
Le somme attribuite saranno utilizzate per la ricerca scientifica, prevalentemente a carattere medico, e per l'assistenza socio-sanitaria in via prioritaria a favore degli iscritti.
Ti sarei grato se potessi divulgare l'iniziativa, anche tramite il sito web del tuo Ordine, e in tal senso ti allego un banner realizzato per questa iniziativa.
Un caro saluto.
Alberto Oliveti
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Fondazione Enpam
Il Presidente
Piazza Vittorio Emanuele II, 78
00185 Roma
Il consumo di alcol contribuisce al dolore
da Quotidiano Sanità) Secondo la 'National Survey on Drug Use and Health' del 2021, i disturbi associati all’alcol (AUD – alcohol use disorder) interessano 29,5 milioni di persone solo negli USA. Gli AUD possono spesso provocare l’insorgere di numerose malattie croniche, disturbi cardiaci, ictus, patologie epatiche e alcune forme tumorali.
Tra i problemi legati ai disturbi associati all’alcol a maggior impatto a lungo termine c’è anche il dolore: più della metà delle persone con AUD lo sperimentano nella forma persistente. Alcuni studi hanno mostrato come gli AUD incidano sul cervello nel processo del signaling del dolore e rivestano un ruolo importante anche nell’attivazione del sistema immunitario. La sospensione dell’alcol, invece, può provocare allodinia, una condizione in cui uno stimolo anche innocuo è percepito come doloroso.
Lo studio Per scoprire le cause alla base di questi diversi tipi di dolore correlato all’alcol, il team dello Scripps Research Institut – coordinato da Marisa Roberto – ha condotto uno studio su animali da laboratorio divisi in tre gruppi: quelli dipendenti dall’alcol, che abusavano delle bevande alcoliche, animali che avevano accesso limitato all’alcol, quindi non considerati dipendenti, che facevano un uso moderato di alcool, e quelli che non avevano mai assunto alcol. Dai risultati è emerso che nel primo gruppo, la sospensione dell’alcol provocava allodinia e il successivo accesso all’alcol riduceva la sensibilità al dolore. Circa la metà degli animali che non erano dipendenti dall’alcool mostrava segnali di aumento della sensibilità al dolore durante la sospensione dell’alcol ma, a differenza degli animali dipendenti, questa condizione non scompariva con una nuova esposizione all’alcol. Andando, poi, a misurare i livelli di proteine infiammatorie negli animali, i ricercatori hanno scoperto che i pathway infiammatori erano elevati sia negli animali dipendenti, sia in quelli non dipendenti, mentre le molecole specifiche erano aumentate solo negli animali dipendenti.
(https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bph.16091)
La vitamina D potrebbe ridurre il rischio di infarto. Ecco per quali soggetti è indicata
(da Doctor33) Secondo uno studio clinico pubblicato dal 'British Medical Journal', gli integratori di vitamina D possono ridurre il rischio di eventi cardiovascolari gravi, come l'infarto, nelle persone di età superiore ai 60 anni. Lo studio è stato condotto da Rachel Neale del QIMR Berghofer Medical Research Institute, Population Health Program, in Australia. Si tratta del più grande trial clinico di questo tipo condotto finora.
In questo lavoro, i ricercatori australiani si sono posti l'obiettivo di verificare se l'assunzione di dosi mensili di vitamina D modifichi il tasso di eventi cardiovascolari gravi. Il D-Health Trial è stato condotto dal 2014 al 2020 e ha coinvolto 21.315 australiani di 60-84 anni, che hanno ricevuto una capsula di vitamina D da 60.000 UI (10.662 partecipanti) o un placebo (10.653 partecipanti) da assumere per via orale all'inizio di ogni mese per un massimo di 5 anni. I dati sui ricoveri ospedalieri e sui decessi sono stati poi utilizzati per identificare gli eventi cardiovascolari, tra cui infarti, ictus e rivascolarizzazione coronarica (trattamento per ripristinare il normale flusso sanguigno al cuore). La durata media del trattamento è stata di 5 anni. Durante lo studio, 1.336 partecipanti hanno sperimentato un evento cardiovascolare grave (6,6% nel gruppo placebo e 6% nel gruppo vitamina D).
Il tasso di eventi cardiovascolari gravi è risultato inferiore del 9% nel gruppo vitamina D rispetto al gruppo placebo (equivalente a 5,8 eventi in meno ogni 1.000 partecipanti). Il tasso di infarto è stato inferiore del 19% e il tasso di rivascolarizzazione coronarica è stato inferiore dell'11% nel gruppo della vitamina D, ma non vi è stata alcuna differenza nel tasso di ictus tra i due gruppi. I risultati suggeriscono che l'integrazione di vitamina D può ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori. "Questo effetto protettivo potrebbe essere più marcato nei soggetti che assumono statine o altri farmaci cardiovascolari al basale", aggiungono, e suggeriscono la necessità di ulteriori valutazioni per contribuire a chiarire questo aspetto.