Dal web la pensione arriva prima

(da enpam.it)  L’introduzione del servizio per presentare domanda di pensione attraverso la propria area riservata ha portato a un taglio drastico dei tempi di attesa per le categorie coinvolte. A due mesi e mezzo dal lancio del nuovo servizio online che consente di fare domanda di pensione di Quota A e per la Medicina generale, il bilancio è più che positivo. Delle circa 1.700 domande giunte, quasi il 90 per cento è stato gestito e liquidato dalla procedura informatica automatizzata che in pochi secondi ha consentito di liquidare la pratica pensionistica portandola a buon fine. Grazie al nuovo servizio si è quindi raggiunto l’obiettivo di abbattere i tempi di gestione delle pratiche, risparmiando in special modo sui tempi di postalizzazione della documentazione e su quelli legati all’inserimento e alla verifica dei dati. Un traguardo raggiunto, mentre la gobba previdenziale manifesta i suoi effetti sul numero di pensionamenti richiesti, che consente di liberare risorse, in attesa che il servizio sia reso disponibile anche alle altre gestioni.

VELOCITÀ RECORD SE LA DOMANDA ARRIVA PRIMA DI METÀ MESE

Se prima potevano passare circa 90 giorni tra l’invio del modulo cartaceo e il primo bonifico sul conto del pensionato, adesso – per chi è in regola con i contributi – l’attesa si è abbassata a una media di 30 giorni per ricevere l’assegno di Quota A o quello della gestione della medicina generale (medici di famiglia, pediatri di libera scelta, continuità assistenziale, ecc).  Come per il pollo di Trilussa, anche in questo caso c’è chi aspetta 45 giorni e chi solo 15; però qui c’è una spiegazione precisa.   Per poter pagare le pensioni all’inizio mese, l’Enpam deve infatti elaborare i dati al massimo entro la metà del mese precedente.  Se per esempio un pensionando fa domanda un minuto prima che partano le elaborazioni, potrebbe ricevere il suo primo bonifico dopo circa due settimane; un collega arrivato subito dopo il momento spartiacque dovrà attendere il pagamento del mese ancora successivo (quindi circa 45 giorni dopo).  Questi tempi riguardano comunque i casi non problematici: quando per esempio l’iscritto non è in regola con i contributi, è necessaria una procedura di regolarizzazione che allunga l’attesa.  In altri casi, comunque una minoranza, è il sistema informatico a segnalare la necessità di ulteriori approfondimenti sulla pratica.  Progressivamente anche le pensioni delle altre gestioni Enpam si chiederanno online.

Covid: studio italiano smentisce no-vax, ivermectina inefficace

(da AGI)  Crolla un altro ‘pilastro’ delle terapie anti-Covid alternative promosse dai no-vax: l’ivermectina, farmaco antiparassitario ritenuto efficace come prevenzione e terapia precoce del Covid-19 da chi si oppone al vaccino, è inefficace contro il virus anche se viene somministrata a un dosaggio triplo rispetto a quello standard. E’ quanto emerge dallo studio COVER pubblicato su Preprints with The Lancet, coordinato dall’IRCCS “Sacro Cuore Don Calabria” di Negrar di Valpolicella (VR), in collaborazione con l’Istituto Mario Negri di Milano, a cui hanno partecipato l’Ospedale Sacco di Milano, l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna e l’Ospedale Covid di Rovereto. Anche in dosi molto alte ivermectina non ha dimostrato effetti significativi sulla replicazione del virus, come ipotizzato dalle teorie sposate dai no vax. Non sono stati tuttavia registrati eventi avversi gravi, un risultato importante visto che uno dei due obiettivi principali dello studio era proprio quello di verificare la sicurezza di questo farmaco a dosaggi superiori a quelli normalmente utilizzati per la terapia di infezioni parassitarie. A seguito di alcuni studi con risultati positivi nella cura di SARS-CoV-2, che poi però sono stati in parte ritirati o non valutati dalle autorità regolatorie perché di scarsissima qualità, ivermectina è diventata popolare fra i no-vax: negli scorsi mesi la FDA statunitense ha denunciato un incremento di 28 volte dell’uso, ma anche un parallelo aumento dei casi di intossicazione, in particolare nei pazienti che hanno assunto il preparato per uso veterinario. Per chiarire gli effetti del farmaco e la possibile azione antivirale di un impiego ad alto dosaggio del prodotto per uso umano è stato perciò realizzato lo studio clinico di fase II COVER (COVid iVERmectin), randomizzato, no profit e in doppio cieco. “Gli studi relativi a Covid 19 e ivermectina sono tantissimi nel mondo, ma tutti hanno impiegato dosaggi relativamente bassi – afferma Zeno Bisoffi, coordinatore dello studio e direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’IRCCS di Negrar - I dati positivi, che autorizzavano a pensare che il farmaco potesse essere efficace, derivavano invece da uno studio in vitro di ricercatori australiani che avevano utilizzato sulle cellule in coltura concentrazioni elevate di farmaco, dimostrando che poteva eliminare velocemente il virus dalle colture impedendone la replicazione. Abbiamo perciò voluto testare ivermectina ad alte dosi nell’uomo, forti della nostra esperienza con il suo utilizzo in medicina tropicale: impieghiamo infatti ivermectina con successo e da tempo in malattie parassitarie come la strongiloidosi o la oncocercosi”.

Ecm. Se non si è in regola con almeno il 70% del credito formativo triennale niente assicurazione per rischio professionale.

La Commissione Bilancio e Tesoro della Camera ha approvato  un emendamento al decreto legge per l’attuazione del Pnrr che prevede che l’efficacia delle polizze assicurative per il rischio professionale è condizionata all'assolvimento in misura non inferiore al 70 per cento dell'obbligo formativo individuale dell'ultimo triennio utile in materia di formazione continua in medicina.   Leggi L'articolo completo al LINKhttp://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=100882&fr=n

Il vaccino antiinfluenzale può ridurre del 14% il rischio Covid

(da DottNet)    La vaccinazione influenzale sembra in grado di ridurre del 14% il rischio di infezione da Sars-CoV-2: lo suggerisce la metanalisi di studi osservazionali che hanno coinvolto Italia, Spagna, Israele e Stati Uniti pubblicata su Vaccines. Nel caso in cui avvenga il contagio, si avrà  in altri termini un Covid meno grave".   Lo ha detto il presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) Francesco Landi (nella foto), in occasione del congresso nazionale che si tiene a Roma.   Landi ha spiegato che questo risultato "probabilmente è merito della cosiddetta trained immunity, il fenomeno per cui dopo una vaccinazione di qualsiasi tipo c'è un incremento e un'accelerazione della risposta immunitaria in caso di contatto con un altro agente patogeno.  L'antinfluenzale insomma 'allena' il sistema immunitario e in caso di contatto con il coronavirus può ridurre le possibilità di positività da Covid grazie alla maggiore azione antivirale". Per i geriatri l'esito della metanalisi rafforza la raccomandazione della circolare del Ministero della Salute di aderire con fiducia alla somministrazione dei due vaccini offerti gratuitamente dal Ssn.

"La vaccinazione antinfluenzale lo scorso anno ha registrato un incremento dell'11% dei vaccinati e speriamo che lo stesso accada quest'anno, per raggiungere l'obiettivo del 75% di copertura negli over 65 e ridurre l'impatto dell'influenza - dice Stefania Maggi, dell'Istituto di Neuroscienze del CNR Sezione di Padova - ogni anno l'influenza colpisce dal 40 al 50% dei soggetti a rischio, fra cui gli anziani, e in media è responsabile di 8000 decessi. Il virus aumenta di 10 volte il rischio di infarto, di 8 volte quello di polmonite. Oltre il 60% dei ricoveri per influenza si concentra fra gli over 65, con costi che sono doppi rispetto alle altre classi di età. La co-somministrazione del vaccino antinfluenzale con la terza dose di anti-Covid è possibile ed è un ottimo scudo anche e soprattutto per gli anziani fragili".   Anche altri due vaccini sono fondamentali negli over 65, l'anti-pneumococcica e l'anti-Herpes Zoster: lo pneumococco infatti è la causa più comune di polmonite fra gli anziani ed è letale nel 20-40% dei casi, l'Herpes Zoster o Fuoco di Sant'Antonio è causato dalla riattivazione del virus della varicella frequente soprattutto dai 50 anni in poi ed è responsabile in un caso su 5 di una dolorosissima nevralgia post-erpetica.

Pediatri rispondono a dubbi genitori, ‘vaccino sicuro ed efficace’

(da ADNKronos)  "Come Società italiana di pediatria (Sip) siamo a favore del vaccino 5-11 anni perché lo riteniamo sicuro ed efficace". Lo afferma la presidente Sip Annamaria Staiano, in apertura della video gallery, 10 video pillole disponibili sul sito della Sip, in cui gli esperti rispondono ai dubbi più comuni sui vaccini Covid-19 nei bambini 5-11 anni, che a partire dal 16 dicembre saranno disponibili anche nel nostro Paese. "Io ho un nipotino di 6 anni e uno di 7 e sarò ben contenta di farli vaccinare proprio per l'efficacia e la sicurezza di questo vaccino", sottolinea Staiano.   "Gli studi condotti in fase 3 - spiega - hanno dimostrato un'efficacia superiore al 90%. Per quanto riguarda la sicurezza possiamo anche considerare gli studi di fase 4, cioè dopo aver vaccinato milioni di bambini. Sappiamo, infatti, che in America sono stati vaccinati più di 3 milioni di bambini nella fascia d'età tra i 5 e gli 11 anni, così come nella stessa fascia d'età sono stati vaccinati bambini in Israele e in Canada. Gli effetti collaterali sono minimi, del tutto sovrapponibili a quelli delle altre vaccinazioni, rimarca la presidente dei pediatri.

Fnomceo: il 16 dicembre primi elenchi per sospensione no vax

(da ADNKronos)   «Il 16 dicembre gli Ordini» dei medici «avranno i primi elenchi e potranno iniziare la loro attività» relativa alle misure da adottare, sospensione compresa, per i camici bianchi non vaccinati contro Covid. Un compito che finora era stato demandato alle Asl e che con la nuova normativa (Decreto legge 26 novembre 2021,n. 172)è tornato in capo agli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri. Lo ha detto il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, intervenendo, a Milano, al convegno «Odontoiatria, eccellenza italiana», organizzato dalla Commissione Albo odontoiatri nazionale. Si tratterà di «un'attività di verifica ma anche di persuasione», ha sottolineato il leader dei medici italiani. «Stiamo lavorando per dare agli Ordini tutti gli strumenti necessari, abbiamo già collaudato il software per estrarre i dati, stiamo completando la modulistica. E indiremo un bando per costituire un pool di legali che, a costi calmierati, possa aiutare i medici nel resistere ai ricorsi». «Siamo chiamati a una diretta responsabilità - ha constatato -, a un maggior lavoro. Ma ritorniamo ad avere un ruolo nella società: quello di garanti della professione e della scienza. Di quelle evidenze scientifiche che oggi vedono la mortalità 10 volte minore di un anno fa, vedono numeri estremamente più bassi per i ricoveri in rianimazione».

Covid, Anelli: valutiamo richiesta ristori medici e pediatri

da ansa.it)   «Siamo solidali con i componenti dell'associazione 'Medici a mani nude' e con le loro famiglie. Siamo disponibili a valutare le loro richieste di ristori e a rappresentarle nelle giuste sedi». Così il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, al termine dell'incontro con una delegazione dell'associazione, guidata dal Presidente Gennaro Avano. Nata lo scorso ottobre, 'Medici a mani nude' raccoglie i familiari di Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta deceduti dopo aver contratto il Covid. L'intento è quello di unire le forze e far sentire, tutti insieme, le loro ragioni. «Chiediamo ristori per le nostre gravissime perdite. I medici di famiglia e pediatri di libera scelta caduti nel corso della pandemia per Covid-19, in quanto convenzionati, non possono beneficiare di indennizzi Inail - spiega Gennaro Avano -. Chiediamo alle istituzioni e agli enti preposti di attivarsi affinché siano erogate misure di ristoro tout court per i figli e per i coniugi dei nostri cari, medici di base e pediatri di libera scelta, deceduti sul lavoro per aver contratto il virus durante il valoroso servizio di assistenza ai pazienti, svolto con grande senso del dovere e grande generosità, e senza sottrarsi al pericolo a cui andavano incontro». Sono 365 i medici caduti per il Covid, ricordati sul Portale della Fnomceo: circa la metà erano medici di medicina generale - che operavano come medici di famiglia, guardie mediche, medici penitenziari, del 118, delle Rsa - o pediatri di libera scelta.

Liberi professionisti Enpam: in arrivo l’assicurazione per i primi 30 giorni di malattia

Liberi professionisti Enpam: in arrivo l'assicurazione per i primi 30 giorni di malattia

(da DottNet)  Dopo aver conquistato, in analogia con le altre gestioni previdenziali dell’Enpam, la tutela previdenziale dell’inabilità temporanea a partire dal 31° giorno di malattia, i liberi professionisti iscritti alla Quota B dell’Enpam (in prima fila i dentisti), stanno per guadagnare la parificazione integrale con i loro colleghi convenzionati, grazie ad una innovativa copertura anche dei primi trenta giorni di inabilità. 

Inizialmente la Fondazione ha ragionato sull’ipotesi di una polizza assicurativa che garantisse una indennità pari all’80 per cento del reddito imponibile, solo nel caso di malattia che si prolunghi oltre i primi trenta giorni, con una franchigia di 5 giorni. Il finanziamento sarebbe dovuto provenire da risorse interne al Fondo della libera professione (parte del contributo all’1% eccedente il limite annuo per la contribuzione ordinaria e parte del contributo dello 0,5% a carico delle società odontoiatriche). 

Da un paio di mesi la situazione è però cambiata. A fine ottobre, infatti, alla Fondazione è pervenuta un’ipotesi di convenzionamento proposta dalla società Oris Broker S.r.l., diretta emanazione dell’Andi, relativamente ad una polizza assicurativa che ha per oggetto appunto la copertura dei primi 30 giorni per gli eventi da infortunio e malattia che comportino l’interruzione dell’attività lavorativa per periodi, come nell’ipotesi originaria, superiori a trenta giorni. La Società assicurativa che fornirebbe materialmente il servizio è la Cattolica Assicurazioni, già titolare della polizza trenta giorni dei convenzionati. 

La polizza, che ha durata annuale, prevede l’estensibilità della copertura a tutti i medici liberi professionisti iscritti alla Gestione previdenziale "Quota B" dell’Enpam, a fronte di un premio annuo pro capite di 120 euro per iscritto. L’indennità destinata al contraente è pari a 150 euro giornalieri, erogati solamente nel caso di totale incapacità fisica dell’assicurato ad attendere alle occupazioni professionali a seguito di un infortunio o di una malattia con durata superiore a 30 giorni lavorativi in via continuativa. L’indennità giornaliera è liquidata a decorrere dal sesto giorno di assenza dal lavoro, sino ad un massimo di trenta giorni per evento, compresa la franchigia di cinque giorni, e di 90 giorni per ogni anno assicurativo, franchigie comprese. L’indennizzo viene quindi riconosciuto per un massimo di 25 giorni per evento. 

L’ipotesi in questione è stata, sempre a fine ottobre, sottoposta all’attenzione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, che ha avuto la possibilità di vagliarne gli aspetti principali. Gli Uffici competenti hanno quindi compiuto i necessari approfondimenti tecnici e a metà novembre la proposta ha ricevuto il parere favorevole del Comitato Consultivo della gestione Quota B. 

E’ lecito ritenere che in tempi brevi si possa avere il via libera definitivo dell’Enpam e che già all’inizio del 2022 possano partire le adesioni all’iniziativa, in quanto, trattandosi di proposta assolutamente privata, essa non dovrebbe essere soggetta alle valutazioni ed all’assenso delle autorità vigilanti. Ed in effetti, di primo acchito, proprio la duttilità dello strumento ed il suo costo limitato ne appaiono i principali punti di forza. L’adesione totalmente libera e volontaria da parte del singolo iscritto, con un costo totalmente a suo carico, libererebbe inoltre importanti risorse che la Fondazione potrebbe utilmente destinare ad attivare o implementare iniziative di welfare a vantaggio dei liberi professionisti. Non resta che consigliare agli interessati di tenere d’occhio il sito della Fondazione, per seguire gli sviluppi dell’iniziativa e conoscere le modalità di adesione.

Donne medico in Italia: sottostimate e penalizzate

(da DottNet)   La medicina si fa sempre più rosa, ma nonostante la percentuale di donne medico sia cresciuta negli anni, continua ad esserci una disparità di genere tra i professionisti sanitari in termini di opportunità di carriera, di trattamento ricevuto sul luogo di lavoro e di credibilità agli occhi dei pazienti. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Univadis Medscape Italia – il portale di informazione per i professionisti della salute con notizie, strumenti, aggiornamenti e formazione continua per la classe medica – che ha indagato a che punto siamo nel nostro Paese in tema di gender equity in medicina. 

Dal sondaggio condotto online tra il 25 maggio e il 15 agosto 2021 su 1.779 intervistati (di cui 999 maschi e 780 femmine) è emerso che la progressione della carriera riscuote un interesse paragonabile tra i due sessi. Nonostante ciò, il genere sembra giocare un ruolo importante, difatti il 44% delle donne si sente penalizzata contro il solo 10% degli uomini. L'impatto sembra attenuarsi nel caso del reddito, forse anche per le caratteristiche del campione, per lo più composto da medici dipendenti o convenzionati con il servizio pubblico, dove lo stipendio non è oggetto di contrattazione individuale.

A rimarcare maggiormente la differenza di genere è il dato che sottolinea come i rappresentanti maschili del campione siano divisi quasi a metà tra chi ha un ruolo direttivo e chi no, fatto che non vale per il sesso femminile: solo 1 donna su 3 ricopre un ruolo apicale, mentre circa il 48% riferisce di aver personalmente subito un trattamento diverso sul luogo di lavoro perché donna. Questo sentimento risulta preponderante nella generazione X (nate tra 1981 e il 2000), probabilmente più consapevole dei propri diritti rispetto alle generazioni precedenti.  

Anche in questioni in cui teoricamente la qualità scientifica dovrebbe essere l'unico metro di giudizio, le donne hanno la chiara percezione di partire svantaggiate: oltre 1 su 5 trova ingiustificate difficoltà a pubblicare nella letteratura scientifica e 1 su 3 a essere invitata a presentare le proprie ricerche in un consesso di colleghi.

Il gender gap viene spesso enfatizzato anche dai pazienti stessi e dai loro familiari: è infatti emerso dall’indagine che le donne medico vengono spesso confuse con altri professionisti sanitari – come ad esempio gli infermieri – e hanno una minore credibilità agli occhi del malato, del loro accompagnatore e a volte dei colleghi uomini, specialmente se il rapporto lavorativo è occasionale. 

"La mancata credibilità agli occhi dei pazienti e dei propri colleghi, oltre all’esistenza di stereotipi di genere che portano a sottostimare le caratteristiche personali realmente necessarie per svolgere una particolare funzione, generano nelle donne medico un sentimento di frustrazione che si aggiunge alle difficoltà già note di queste professioniste" – commenta Daniela Ovadia, Coordinatore Editoriale Univadis Medscape Italia e autrice del report. "Essere chiamate ‘signorina’, piuttosto che con il proprio titolo lavorativo, dimostra come sia necessario un cambio di passo per dare una reale possibilità alle professioniste di dedicarsi alla carriera senza dover sacrificare la vita privata e gli affetti". 

Ma in cima alle preoccupazioni dei medici italiani, a prescindere dal genere, c'è la ricerca di un difficile equilibrio volto a conciliare vita privata e professionale - indicata dal 40% dei maschi intervistati e dal 33% delle femmine, con una differenza modesta tra chi ha figli e chi non ne ha. In questo contesto la pandemia ha aumentato la pressione associata a questo lavoro influendo sul modo in cui i medici vedono la propria professione, con 1 donna su 2 che è stata spinta a rimettere in discussione la propria carriera di medico per motivazioni quali l’eccessiva richiesta di sacrifici senza riscontro economico, l’elevato livello di rischi e la necessità di dare priorità alla famiglia e ai propri affetti. Il COVID-19 ha però solo evidenziato alcune delle lacune del sistema lavoro che hanno portato negli anni ad una disuguaglianza sistemica: infatti, il 51% delle donne medico ha rinunciato ai figli per la carriera o ne ha avuti meno di quelli che desiderava, contro il 18% dei medici uomini, dato avvalorato anche dalle stime ISTAT che confermano che il 45,4% delle donne di età compresa tra i 18 e i 49 anni è senza figli. Come emerso dal report, malgrado un’apparente equa distribuzione di imprevisti ed emergenze, è la donna medico a occuparsi della gestione dell’ordinario familiare, sentendosi spesso in difficoltà a causa degli orari di lavoro. Da sottolineare anche la scorretta percezione della gestione della famiglia tra donne e uomini, con i secondi più convinti di essere protagonisti di un impegno paritario, più di quanto non percepiscano le donne che hanno risposto al sondaggio.

Chi sono gli italiani più indecisi di fronte al vaccino

(da AGI)  'Vacillano' maggiormente coloro che si avvalgono spesso o molto spesso di informazioni provenienti dai media e tendono a spiegare gli eventi attraverso teorie di tipo cospirazionista. Inoltre, le donne e i giovani sono più riluttanti a vaccinarsi nel caso in cui dovessero risultare positivi al Covid-19, mentre chi ha un'elevata scolarizzazione tende ad essere meno propenso ad approfittare della vaccinazione altrui. Sono questi alcuni dei risultati che emergono da uno studio multinazionale in corso in 30 paesi europei promosso e coordinato dall'Ufficio Regionale per l'Europa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per monitorare la conoscenza, la percezione del rischio, la fiducia e i comportamenti preventivi durante la pandemia di COVID-19.   In Italia il progetto è stato denominato COMIT (Covid Monitoring in Italy) ed è coordinato da Giovanni de Girolamo dell'IRCSS Fatebenefratelli di Brescia, da Gemma Calamandrei dell'Istituto Superiore di Sanità e da Fabrizio Starace dell'AUSL di Modena, che si sono avvalsi della collaborazione di Lorella Lotto del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova.  La recente pubblicazione riguarda i dati raccolti in un campione di 5.006 partecipanti arruolati tra gennaio e febbraio 2021 e si è concentrata sui fattori in grado di predire l'indecisione nei confronti della vaccinazione contro il Covid-19.   Del gruppo di ricerca fanno parte anche le prime autrici del lavoro Marta Caserotti (assegnista di ricerca) e Teresa Gavaruzzi (ricercatrice) dell'Università di Padova che spiegano: "Pensando all'evoluzione dei contagi e della campagna vaccinale, due aspetti potevano contribuire a fare "vacillare" le persone relativamente all'intenzione di vaccinarsi: da una parte avevamo ipotizzato che coloro che si contagiano sviluppando sintomi lievi potessero sottovalutare la potenziale gravità della malattia. Dall'altra - prosegue Caserotti - abbiamo ipotizzato che l'aumento della copertura vaccinale nella popolazione, comportando una riduzione nella circolazione del virus, potesse ridurre la percezione del rischio in coloro che nutrivano dubbi riguardo alla vaccinazione e che, in modo più o meno intenzionale, ciò potesse portare ad 'approfittare' opportunisticamente del comportamento altrui, sfruttando la cosiddetta 'immunità di gregge'".

"I risultati principali dello studio, che ha coinvolto oltre 5.000 Italiani, hanno messo in luce i fattori che predicono l'incertezza nei riguardi della vaccinazione". Come illustra Gavaruzzi, "i risultati di una serie di modelli statistici (di cui si è occupato Paolo Girardi, ricercatore dell'Università di Padova) dimostrano che sia coloro che propendono per un atteggiamento opportunistico sia coloro che si dicono riluttanti a vaccinarsi nel caso dovessero risultare positivi al Covid-19 sono maggiormente propensi nei confronti della vaccinazione quando sono: più favorevoli in generale alle vaccinazioni, adottano le misure di salute pubblica raccomandate, hanno fiducia nelle fonti istituzionali che si occupano di problemi sanitari (ministero della Salute, ISS, OMS), e hanno maggiori capacità di resilienza (hanno cioè maggiori capacità di fronteggiare eventi stressanti).

Gli autori concludono che "questi risultati possono essere visti come pezzi di un puzzle complesso nel quale non si possono ignorare gli aspetti psicologici" e si augurano che "il monitoraggio dell'esitazione vaccinale e dei suoi determinanti psicologici possano entrare a fare parte della normale pianificazione sanitaria, al di la' della pandemia, in modo da consentire interventi mirati e tempestivi nel caso di nuovi eventi epidemici". 

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