Per la medicina del territorio non servono cattedrali nel deserto

(da M.D.Digital)  Sulle Case di Comunità il commento del segretario nazionale della Federazione Italiana Sindacale Medici Uniti (affiliata Cisl Medici), Francesco Esposito è molto critico: “È difficile comprendere come le ipotesi di riforma contenute nel punto 6 del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza si possano poi concretizzare davvero, a partire dalle annunciate 1.288 Case di Comunità. Cosa sono e chi dovrebbe operare in queste strutture? Come si interfacciano con le leggi vigenti, a partire dalla Balduzzi, ma soprattutto con la capillare offerta di cure primarie, che si dice di voler potenziare, cioè con gli ambulatori di medicina generale e con le già esistenti (e funzionanti con successo) medicine di gruppo, come le Unità di cure Primarie? Non si capisce. Nel frattempo girano indiscrezioni sul cambio di stato contrattuale di oltre 60mila medici di famiglia (tutti dipendenti ?!? Ora sono convenzionati para-subordinati), che sembrano però, al momento, solo fake news. Insomma, la confusione regna sovrana: e con l’incertezza le preoccupazioni aumentano e la categoria lavora in prima linea, in una emergenza sanitaria, con uno stato d’animo pessimo”.   “In questi anni - continua - abbiamo assistito a un ‘festival’ di formule e slogan sul potenziamento delle cure primarie, sul territorio, ma abbiamo visto ben poco. Le ‘case della salute’, quasi sempre, o sono rimaste gusci vuoti o addirittura non sono neppure state avviate. Le Unità di cure primarie in molte realtà funzionano e meriterebbero più risorse e più personale, ma ora non sappiamo che fine faranno. Poco si dice del rapporto fiduciario medico-paziente e della capillarità degli ambulatori ora esistenti in tutto il Paese e che meritano di essere potenziati e (devono essere) modernizzati, mantenendo quella prossimità per i cittadini che non sappiamo come dovrebbe essere garantita dalle future Case di Comunità”.

“La nostra proposta sul Recovery,  - sottolinea Esposito - già presentata anche in audizione in Commissione parlamentare, è semplice: ospedali di eccellenza (si va in ospedale solo per casi gravi) e più territorio, più strutture intermedie con diagnostica e socio-assistenziale (per fragili e cronici), più medici e più personale, zero precariato, fascicolo elettronico e telemedicina, continuità assistenziale h24, medicina capillare, domiciliare e di prossimità, piano straordinario di edilizia sanitaria, riorganizzazione del 118 per una rete nazionale dell’emergenza-urgenza. E sul piano normativo: contratto unico, ruolo e accesso unico per i medici; ma anche riforma della formazione specifica e della specializzazione. Con queste direttrici e premesse si può ripartire. Altrimenti le case della Comunità saranno delle cattedrali nel deserto e si andrà ad un ennesimo fallimento a un’ulteriore occasione persa per modernizzare il territorio”.   “Ora basta - conclude - serve chiarezza, lo chiediamo al ministro Speranza, riunisca i sindacati del settore, decliniamo e riempiamo di contenuti il Recovery plan, diamo gambe e futuro agli stanziamenti previsti, per una nuova sanità pubblica dei cittadini e dei medici”.

La fibrillazione atriale provoca declino cognitivo e demenza

(da DottNet)    La fibrillazione atriale, la più comune tra le aritmie cardiache, causa declino cognitivo e demenza, anche in assenza di eventi clinici evidenti, come il classico ictus cerebrale. E’ il risultato a cui sono giunti i ricercatori della Città della Salute e dal Politecnico di Torino sulla base di quanto emerso  in studio appena pubblicato su Europace.
La ricerca è stata condotta da un gruppo multidisciplinare composto da cardiologi e ricercatori dell'ospedale Molinette della Città della Salute e dell’Università di Torino - professor Matteo Anselmino, dottor Andrea Saglietto, dottoressa Daniela Canova - e da un team di ingegneri del Politecnico di Torino - professor Luca Ridolfi e professoressa Stefania Scarsoglio. Tale ricerca ha permesso di studiare per la prima volta nell’uomo gli effetti esercitati dalla fibrillazione atriale sul flusso sanguigno nei piccoli vasi cerebrali. Mediante l’utilizzo di una metodica nota come spettroscopia quasi infrarossa (NIRS), infatti, piccole sonde applicate sulla cute della fronte del paziente consentono di ottenere informazioni sul flusso sanguigno a livello del cervello. Gli studi sono stati svolti su circa 50 pazienti con fibrillazione atriale afferenti alla Cardiologia universitaria dell'ospedale Molinette (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari) ed hanno permesso di dimostrare come in corso di aritmia si generino transitorie ma ripetute alterazioni del flusso a livello del microcircolo cerebrale. “Crediamo che queste transitorie riduzioni critiche dell’afflusso di sangue al cervello contribuiscano a lungo termine alla genesi della  demenza e più in generale al deficit cognitivo associato alla fibrillazione atriale”, spiega in una nota il professor De Ferrari.
E’ importante evidenziare come le alterazioni della circolazione cerebrale registrate dalla NIRS in corso di fibrillazione atriale tendano a scomparire al ripristino del normale ritmo cardiaco tramite una cardioversione elettrica. “Oggi noi possiamo offrire ai pazienti con fibrillazione atriale una tecnica molto efficace nel mantenere il ritmo sinusale a lungo termine, come l’ablazione transcatetere - afferma il professor Anselmino – ed abbiamo pertanto in programma di valutare se con questo approccio sia possibile ridurre il declino cognitivo in questa popolazione di pazienti.
Per i ricercatori, “considerando che la fibrillazione atriale aumenta con l’aumentare dell’età e ci si attende un raddoppio dei casi di fibrillazione atriale entro il 2050, è evidente quanto sia stato importante capire i meccanismi che legano la fibrillazione atriale alla demenza, al fine di poter ottimizzare le strategie terapeutiche e minimizzare il deficit cognitivo correlato all’aritmia, con enormi potenziali ricadute sulla qualità della vita e la gestione dell’assistenza socio-sanitaria dei pazienti”.
 

I medici sono stremati. Fnomceo chiede confronto a Speranza. Serve rivoluzione in sanità

(da Doctor33)   Dagli ospedalieri a quelli di medicina generale, dagli operatori del 118 agli specializzandi, i medici denunciano "un disagio intollerabile" e chiedono un confronto al ministro della Salute Roberto Speranza. A sottolinearlo Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini (Fnomceo): "I medici sono stremati. Si sono spesi senza risparmiarsi per far fronte alla pandemia, non solo curando i pazienti, ma puntellando con la loro abnegazione le carenze strutturali e organizzative che si erano ormai fatte sistema e che il Covid ha accentuato". E rilancia: "è il momento di una rivoluzione copernicana della Sanità, che metta al centro non i pareggi di bilancio, ma gli obiettivi di salute, i professionisti e i cittadini. Che non consideri gli operatori come prestatori d'opera, cui chiedere servizi al ribasso, ma come il cuore e il cervello del sistema di cure, modificandone l'attuale governance. Che garantisca la loro autonomia, la loro indipendenza, la loro responsabilità come sigilli della qualità delle cure".
Per la Fnomceo il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, pur con le sue tante zone d'ombra, può essere davvero l'occasione per rilanciare e riformare il Servizio sanitario nazionale. Il rischio vero, secondo Anelli, è che la visione della Sanità rimanga compartimenti stagni. "Insufficiente sembra l'integrazione tra ospedale e territorio, insufficiente il potenziamento dell'uno e dell'altro comparto. Sarebbe inutile aumentare i posti letto nelle rianimazioni, se non si assumesse personale opportunamente formato per gestirli. Sarebbe inutile costruire le Case di Comunità, se non si prevedesse di riempirle di professionisti: rischierebbero di rimanere cattedrali nel deserto. Sarebbe inutile parlare di prossimità se poi si lasciassero, ancora una volta, da soli i medici della medicina generale, senza dotarli di strumentazione adeguata, senza affiancarli con infermieri, assistenti di studio, oss, per non parlare di ostetriche, psicologi, fisioterapisti, tecnici di laboratorio".
Il presidente della Federazione sottolinea che i medici hanno affrontato la pandemia e le carenze di organico, "sottoponendosi a turni disumani, anche di ventiquattro ore di seguito, dividendosi tra i reparti Covid e le altre patologie, gli interventi chirurgici; senza sosta, rinunciando ai riposi e alle ferie". E ancora: "Gli specializzandi sono stati sbalzati in prima linea, maturando in un anno esperienze che non avrebbero fatto in un decennio. I medici del 118, in alcune Regioni, hanno colmato le carenze organizzative, sobbarcandosi anche compiti diversi dall'emergenza: andando nelle case dei pazienti e riducendo le ospedalizzazioni ingiustificate. Si sono fatti "tutori" dei pazienti più anziani e soli, chiudendo abitazioni, preparando borse per l'ospedale, assistendoli sino all'ultimo quando i parenti non potevano vederli. I medici di famiglia si sono ritrovati soli sul territorio, abbandonati a loro stessi, senza protocolli di sicurezza, senza strumenti, senza protezioni". Così come, dopo aver dato la piena disponibilità a contribuire alla campagna vaccinale, ricevono le dosi 'con il contagocce', quasi senza preavviso, e hanno poche ore di tempo per programmare la somministrazione ai loro assistiti, prima che il preparato "scada". Per non parlare dei medici pensionati, denuncia ancora una volta la Fnomceo, che hanno risposto al primo bando per farsi vaccinatori e ora si vedono bloccare la pensione, con compensi per la nuova attività di molto inferiori a quelli che avrebbero percepito stando a casa.
"Ci appelliamo ancora una volta al ministro Speranza - conclude Anelli - che ci ha sempre fatto sentire la sua vicinanza: apra, con i medici, un confronto aperto, permanente, diretto - conclude Anelli - ci permetta di portare a compimento quel ruolo di Enti sussidiari, di bracci operativi attraverso cui lo Stato garantisce i diritti dei cittadini. Ci permetta di fare la nostra parte, per avviare tutti insieme questa rivoluzione, questa riforma del Servizio sanitario nazionale, che è l'unica vera risposta al malessere dei medici e ai bisogni di salute dei cittadini".

L’olfatto perduto per il Covid si recupera con l’allenamento

(da DotNet)   La perdita di olfatto è uno dei sintomi più significativi di Covid-19. In diversi casi può diventare un problema a lungo termine e per trattarlo secondo un nuovo studio della University of East Anglia pubblicato su 'International Forum of Allergy & Rhinology' non sono raccomandati i corticosteroidi, una classe di farmaci per ridurre l'infiammazione nell'organismo, ma piuttosto un allenamento che prevede l'annusare almeno quattro diversi odori due volte al giorno per diversi mesi.   "Circa una persona su cinque che soffre di perdita dell'olfatto a causa di Covid-19 - specifica il professor Carl Philpott, uno degli autori della ricerca - riferisce che il proprio senso dell'olfatto non è tornato alla normalità otto settimane dopo. I corticosteroidi riducono l'infiammazione. I medici spesso li prescrivono per aiutare a trattare condizioni come l'asma e sono stati considerati un'opzione terapeutica per la perdita dell'olfatto causata da Covid-19. Ma hanno ben noti potenziali effetti collaterali tra cui ritenzione di liquidi, ipertensione, problemi comportamentali e sbalzi d'umore".     Il team ha effettuato una revisione sistematica per vedere se i corticosteroidi potessero aiutare le persone a ritrovare il senso dell'olfatto. "Abbiamo scoperto - aggiunge Philpott - che ci sono pochissime prove che questi farmaci aiutino". Un possibile utilizzo di quelli per via orale potrebbe essere legato a evitare fattori confondenti, come la sinusite cronica, ma è una valutazione più di tipo diagnostico. "La ricerca mostra che il 90% delle persone avrà recuperato completamente dopo sei mesi - prosegue Philpott - ma sappiamo che l'allenamento dell'olfatto potrebbe essere utile. Ciò comporta l'annusare almeno quattro diversi odori due volte al giorno ogni giorno per diversi mesi. È emerso come un'opzione di trattamento economica, semplice e senza effetti collaterali per varie cause di perdita dell'olfatto , incluso Covid-19". "Ha lo scopo - conclude - di aiutare il recupero basato sulla neuroplasticità, la capacità del cervello di riorganizzarsi per compensare un cambiamento o una lesione".

La prescrizione ritardata di antibiotici è sicura ed efficace

(da M.D.Digital)   E' improbabile che la prescrizione ritardata determini un aumento dei sintomi o della durata della malattia, tranne nei bambini piccoli. Rappresenta piuttosto una strategia sicura ed efficace per la maggior parte dei pazienti con infezioni del tratto respiratorio: lo dimostra un'analisi dei dati dei pazienti pubblicata sul 'British Medical Journal'.   La prescrizione ritardata di antibiotici, applicabile là dove i pazienti accettano di pretendere immediatamente una terapia di questo tipo nell’attesa di vedere se i sintomi si risolvono, è una valida misura in gradi di ridurre l'uso di antibiotici. I risultati dello studio hanno mostrato che la prescrizione ritardata era associata a una durata dei sintomi simile a quella registrata in assenza di prescrizione di antibiotici: è considerato inoltre improbabile che questa prassi porti a un controllo dei sintomi più scarso rispetto a quanto si verificherebbe con prescrizione immediata di antibiotici. Solo nei bambini è stato documentato un leggero vantaggio a favore di una prescrizione immediata, ma questo non è risultato abbastanza importante da giustificarla completamente.  La maggior parte delle infezioni respiratorie guarisce senza trattamento, ma a dispetto di ciò gli antibiotici vengono ancora largamente prescritti per queste condizioni. Gli studi clinici hanno suggerito la validità in termini di efficacia e sicurezza di una prescrizione ritardata di antibiotici per le infezioni del tratto respiratorio, ma non sono stati in grado di esaminare diversi gruppi di pazienti o il sopravvenire di complicanze. Il tema è stato dunque affrontato dagli autori di questo studio che hanno analizzati i dati dei pazienti provenienti da nove studi randomizzati controllati e quattro studi osservazionali (per un totale di 55.682 soggetti, di età compresa tra 2.7 e 51.7 anni) per confrontare la gravità media dei sintomi tra prescrizione ritardata verso assenza di prescrizione e prescrizione ritardata verso immediata.   I ricercatori non hanno trovato differenze nella gravità dei sintomi in nessuna delle due comparazioni (ritardata vs assenza, ritardata vs immediata). La durata dei sintomi era leggermente più lunga in caso di prescrizione ritardata rispetto all’immediata (11.4 rispetto a 10.9 giorni), ma era simile nel confronto prescrizione ritardata vs assenza.    Le complicanze che hanno portato al ricovero ospedaliero o alla morte erano inferiori con prescrizione ritardata rispetto ad assente e ritardata vs immediata, ma nessuno dei due risultati era statisticamente significativo.   I bambini di età inferiore ai 5 anni presentavano una gravità dei sintomi leggermente superiore con la prescrizione di antibiotici ritardata rispetto a immediata, ma questo non è stato considerato clinicamente significativo e non è stata riscontrata alcuna maggiore gravità nei gruppi di età più avanzata.  Gli autori concludono affermando che la prescrizione ritardata di antibiotici "sembra essere una strategia sicura ed efficace per la maggior parte dei pazienti, compresi quelli nei sottogruppi a rischio più elevato".

(Stuart B, et al. Delayed antibiotic prescribing for respiratory tract infections: individual patient data)

Come si calcola la Quota A (e quanto aumenta davvero)

(da enpam.it)   I contributi di Quota A sono parametrati con l’età degli iscritti, in modo da agevolare un ingresso graduale nella vita professionale. Anche se orientarsi in questo sistema sembra semplice, alcuni iscritti non trovano corrispondenza tra l’importo che devono versare e quello indicato nella pagina informativa sulla Quota A  (https://www.enpam.it/comefareper/pagare-i-contributi/contributi-di-quota-a/)   Il contributo è calcolato in base a quattro fasce anagrafiche con importi crescenti: fino ai 30 anni; dai 30 fino ai 35 anni; dai 35 fino ai 40 anni e dai 40 anni fino all’età del pensionamento di Quota A. I problemi sorgono talvolta per i neoiscritti all’Ordine – soprattutto per quelli diventati medici o dentisti nella seconda parte dell’anno – e quando si passa da una fascia d’età a quella successiva (cioè nel momento in cui si compiono 30 anni, 35 o 40).  Inoltre, non bisogna dimenticare che all’importo va sempre aggiunto il contributo di maternità, adozione e aborto, che tutti gli iscritti pagano per assicurare le tutele alle dottoresse mamme, incluse le studentesse. Vediamo alcuni esempi.

NEOISCRITTO ALL’ALBO    La dottoressa Bianchi di 26 anni, iscritta all’Ordine a ottobre 2020, che non ha ancora pagato la Quota A del 2020, quest’anno troverà nell’importo complessivo da versare sia il contributo annuale per il 2021 (234,11 euro), sia la parte relativa a quei mesi di iscrizione successivi all’iscrizione all’Ordine, cioè novembre e dicembre.  Essendosi iscritta a ottobre, per il 2020 dovrà pagare solamente due mesi cioè 38,4 euro, che corrispondono a due dodicesimi dell’importo relativo a quell’anno (230,65 euro).   Due mesi che da subito danno garanzie previdenziali e assistenziali, permettono di beneficiare di tutte le tutele per la Quota A e accedere alle convenzioni dedicate ai medici e ai dentisti.   Anche il contributo di maternità per il 2020 è proporzionale ai mesi di iscrizione all’Albo nell’anno di riferimento.  Dato che il contributo di maternità per il 2020 era di 45 euro, alla Quota A del 2020 la dottoressa Bianchi dovrà aggiungere 7,5 euro (che corrispondono a due dodicesimi di 45 euro).  Facendo quindi un’addizione, la neoiscritta dovrà versare 234,11 euro (Quota A 2021) + 44,55 euro (contributo maternità 2021) + 38,4 euro (Quota A 2020) + 7,5 euro (contributo maternità 2020), per un totale di 324,56 euro.

COMPLEANNO A CAVALLO TRA UNA FASCIA D’ETÀ E L’ALTRA   Un altro caso tipico è quello che riguarda gli iscritti che compiono gli anni a cavallo tra una fascia anagrafica e l’altra, passando quindi nel corso dell’anno a una contribuzione maggiore.  Facciamo l’esempio del dottor Verdi che compie 35 anni a settembre 2021.  Nel suo caso il suo contributo di Quota A 2021 sarà composto da nove dodicesimi della Quota A per la fascia d’età 30-35 anni a cui si aggiungono tre dodicesimi del contributo per quelli di 35-40 anni.  Il calcolo sarà quindi 340,8 euro (nove dodicesimi della Quota A per la fascia 30-35 anni) + 196,7 euro (tre dodicesimi della Quota A per la fascia 35-40 anni), per un totale di 537,5 euro.

AUMENTO ANNUALE   Un ultimo dettaglio riguarda l’aumento annuale dell’importo della Quota A.  Il contributo viene adeguato ogni anno della stessa percentuale con cui si rivaluta il Tfr dei dipendenti, cresce cioè del 75 per cento dell’indice Istat sul costo della vita (se positivo) più l’1,5 per cento. Nell’ultimo anno l’indice di rivalutazione annuale del Tfr è stato, appunto, dell’1,5%.  L’aumento della Quota A dal 2020 al 2021 è stato quindi compreso tra 1,7 e 23 euro a seconda delle fasce d’età.  È possibile leggere un approfondimento sui vantaggi di versare il contributo della Quota A asl link mentre tutte le informazioni su come pagare i contributi si trovano a https://www.enpam.it/comefareper/pagare-i-contributi/contributi-di-quota-a/

Casi di diabete dopo aver contratto il Covid

(DottNet)    Scienziati di tutto il mondo hanno notato un aumento nei nuovi casi di diabete lo scorso anno e, in particolare, hanno visto che alcuni pazienti COVID-19 senza storia di diabete stavano improvvisamente sviluppando la condizione, ha riferito Scientific American . La tendenza ha spinto molti gruppi di ricerca ad avviare studi sul fenomeno; ad esempio, i ricercatori del King's College di Londra in Inghilterra e della Monash University in Australia hanno istituito il registro CoviDiab , una risorsa in cui i medici possono presentare rapporti su pazienti con una storia confermata di COVID-19 e diabete di nuova diagnosi.  Più di 350 medici hanno presentato segnalazioni al registro, ha riferito The Guardian . Hanno segnalato sia il diabete di tipo 1, in cui il corpo attacca le cellule del pancreas che producono insulina, sia il diabete di tipo 2, in cui il corpo produce ancora un po 'di insulina, anche se spesso non abbastanza, e le sue cellule non rispondono correttamente all'ormone.  Negli ultimi mesi, abbiamo visto più casi di pazienti che avevano sviluppato il diabete durante l'esperienza COVID-19 o subito dopo", il dottor Francesco Rubino (nella foto), professore e presidente di chirurgia metabolica e bariatrica al King's College di Londra , ha detto a The Guardian. "Ora stiamo iniziando a pensare che il collegamento sia probabilmente vero: esiste la capacità del virus di causare un malfunzionamento del metabolismo degli zuccheri ". Altri studi hanno trovato un collegamento tra COVID-19 e diabete.

Ad esempio, una revisione di otto studi , che includevano più di 3.700 pazienti COVID-19 ospedalizzati, ha mostrato che circa il 14% di questi pazienti ha sviluppato il diabete, secondo quanto riportato da Scientific American. Uno studio preliminare su 47.000 pazienti del Regno Unito ha rilevato che il 4,9% ha sviluppato il diabete, ha riferito The Guardian. "Vediamo chiaramente persone senza diabete che sviluppano il diabete", ha detto a CTV News il dottor Remi Rabasa-Lhoret, medico e ricercatore di malattie metaboliche presso il Montreal Clinical Research Institute . "È altamente probabile che COVID-19 stia scatenando la malattia". La grande domanda è perché e gli scienziati hanno diverse teorie.   Potrebbe essere che SARS-CoV-2, il virus che causa COVID-19, attacchi direttamente le cellule produttrici di insulina nel pancreas, ha riferito Scientific American. In alternativa, il virus può danneggiare indirettamente queste cellule infettando altre parti del pancreas o dei vasi sanguigni che forniscono ossigeno e sostanze nutritive all'organo. Un'altra teoria ancora suggerisce che il virus infetta altri organi coinvolti nella regolazione della glicemia, come l'intestino, e in qualche modo mina la capacità del corpo di abbattere il glucosio, più in generale.

Altri tipi di virus, come alcuni enterovirus , che causano varie condizioni, tra cui la malattia della mano, del piede e della bocca, sono stati collegati al diabete in passato, ha riferito The Guardian. Inoltre, un sottogruppo di pazienti che hanno contratto il coronavirus SARS-CoV, che ha causato focolai di sindrome respiratoria acuta grave all'inizio degli anni 2000, ha anche sviluppato il diabete in seguito, il dottor Mihail Zilbermint, un endocrinologo e professore associato presso la Johns Hopkins School of Medicine , ha detto a CTV News. In generale, le infezioni virali acute possono innescare una grave infiammazione nel corpo e, in risposta, il corpo produce ormoni legati allo stress, come il cortisolo, per ridurre l'infiammazione. Gli ormoni dello stress possono causare picchi nei livelli di zucchero nel sangue e tale aumento non sempre diminuisce dopo che l'infezione scompare, ha riferito Scientific American.  Inoltre, i pazienti COVID-19 sono spesso trattati con farmaci steroidei, come il desametasone, che può anche aumentare i livelli di zucchero nel sangue. Pertanto, è possibile che questi steroidi contribuiscano anche all'insorgenza del diabete nei pazienti COVID-19, ha detto Zilbermint a CTV News. Il diabete indotto da steroidi può regredire dopo che il paziente smette di prendere i farmaci, ma a volte la condizione diventa cronica, secondo Diabetes.co.uk .

Un altro fattore che contribuisce all'incertezza sul collegamento, tuttavia, è quanti dei pazienti avevano già prediabete, il che significa che avevano livelli di zucchero nel sangue superiori alla media, quando hanno preso COVID-19. "È possibile che [un] paziente viva con il prediabete da molti anni e non lo sapesse", ha detto Zilbermint a CTV News. "Ora hanno un'infezione da COVID-19 e l'infezione li sta spingendo verso lo sviluppo del diabete".   Gli scienziati non sono sicuri se le persone che hanno sviluppato il diabete dopo aver ricevuto COVID-19 avranno la condizione in modo permanente, ha detto Rabasa-Lhoret a CTV News. In almeno alcuni pazienti che hanno sviluppato il diabete dopo un'infezione da SARS, i loro sintomi diabetici alla fine sono diminuiti e il loro zucchero nel sangue è tornato a livelli normali dopo l'infezione, secondo un rapporto del 2010 sulla rivista Acta Diabetologica . I pazienti infetti da SARS-CoV-2 possono manifestare sintomi diabetici simili e di breve durata, ma ciò dovrà essere confermato con ulteriori studi.

Vaccino Covid: da Russia e Cina forte campagna di disinformazione

(da AGI)  Russia e Cina negli ultimi mesi hanno concentrato la loro "campagna di disinformazione" sui vaccini, "facendo propaganda dei propri e screditando quelli occidentali". E' quanto risulta da un rapporto elaborato dal Servizio di azione esterna dell'Ue sulla disinformazione legata alla pandemia di Covid-19.  "La disinformazione relativa ai vaccini è aumentata e ha contribuito a diffondere paura e sfiducia in qualsiasi tipo di vaccino", si legge nel rapporto. "I vaccini stessi sono diventati una merce nella diplomazia pubblica globale e la promozione nazionale dei vaccini prodotti localmente ha subito un'accelerazione. Dall'inizio del 2021 anche la disinformazione sponsorizzata dallo stato si è intensificata, prendendo di mira in particolare i vaccini sviluppati in Occidente. La 'diplomazia dei vaccini' ha completamente sostituito la 'diplomazia delle mascherine'", analizza il servizio dell'Unione.

Allarme psicopandemia, colpiti donne e giovani

(da DottNet)  Si consolida come sempre più allarmante la percezione di un'impennata dei fenomeni di disturbo mentale più o meno gravi registrata in Italia come in altri Paesi nel corso dell'ultimo anno - a causa essenzialmente delle conseguenze dell'emergenza Covid - soprattutto tra i più giovani: una vera e propria "pandemia psichiatrica", come è stata definita da alcuni esperti. Secondo uno studio condotto da Angelo Azzurro Onlus, associazione impegnata da anni in progetti di assistenza e sensibilizzazione ad hoc, sono due le cause principali di questa tendenza: l'isolamento forzato dalla vita sociale imposto da lockdown e cautele varie e le difficoltà economiche. "Giovani, donne, disoccupati, ma anche una parte non trascurabile di lavoratori costretti a svolgere la propria attività in modalità smart working, sono le categorie che hanno accusato i disturbi psichiatrici più rilevanti", ha spiegato la psichiatra Stefania Calapai, presidente e anima dell'ong romana, che negli ultimi mesi ha fornito consulenze online gratuite alle famiglie in difficoltà.  Oltre alla depressione, ai disturbi alimentari e del sonno, lo studio ha rivelato un netto aumento dei disturbi legati alle attività cognitive, come quelli dell'attenzione e della memoria, con scarsa capacità di concentrazione. Soprattutto tra i ragazzi adolescenti, che hanno fatto registrare una crescita di tentati suicidi e gravi fenomeni di autolesionismo, confermati anche dai dati dell'ospedale Bambino Gesù di Roma. La "psicopandemia" ha altresì messo in evidenza forti diseguaglianze di genere: in tutto il mondo sembrano infatti essere proprio le donne ad aver subito l'impatto più duro di questa profonda crisi sanitaria e socio-economica. Più penalizzate rispetto agli uomini poiché costrette a dividersi tra lavoro da casa e cura dei figli, molto spesso senza alcun tipo di sostegno.

La parodontite aumenta il rischio di batteri nel sangue donato

(da  Dental Tribune International)  Una recente ricerca dell’Università di Copenaghen e del Næstved Hospital in Danimarca ha dimostrato che la parodontite aumenta il rischio di contaminazione batterica del sangue del donatore. I risultati dello studio indicano che i batteri originati dalla cavità orale sfuggono ai sistemi rutinari di screening comunemente usati dalle banche del sangue. Nonostante ciò, i ricercatori hanno sottolineato la sicurezza delle donazioni di sangue.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ogni anno vengono raccolte circa 120 milioni di donazioni di sangue in tutto il mondo. In media, da sei a 68 persone ogni 1.000 abitanti donano sangue in Europa: la Danimarca è il paese con il più alto tasso di donazioni di sangue. Per evitare l’infezione da sangue donato nei riceventi, l’OMS raccomanda che tutte le donazioni di sangue siano sottoposte a screening per infezioni come l’HIV, l’epatite B, l’epatite C e la sifilide. Secondo l’Università di Copenaghen, tutto il sangue dei donatori in Danimarca viene sottoposto a screening per l’epatite e l’HIV per ridurre il rischio di infezione trasfusionale.  Un numero considerevole della popolazione mondiale soffre di parodontite e gli studi hanno sempre più collegato questa malattia ad altre malattie sistemiche. Pertanto, i ricercatori miravano a determinare se la parodontite, che spesso causa batteriemia transitoria, possa essere associata a batteri vitali nelle donazioni di sangue standard.

Poiché il rischio di sviluppare la parodontite aumenta con l’età, il team di ricerca ha analizzato campioni di sangue di 60 donatori di età superiore ai 50 anni, il 62% dei quali aveva la parodontite. I ricercatori hanno testato campioni di sangue di donatori utilizzando metodi diversi, incluso lo stesso metodo delle banche del sangue (incubazione ricca di ossigeno). Hanno anche isolato i globuli rossi e studiato la crescita in condizioni prive di ossigeno.  In un comunicato stampa dell’università, l’autore principale, il dott. Christian Damgaard, professore associato presso il Dipartimento di Odontoiatria dell’Università di Copenhagen, ha spiegato che il team aveva fatto un’importante osservazione: «Nessuno dei campioni studiati con il consueto metodo di screening ha mostrato contaminazione batterica; quindi, questi prodotti sarebbero stati approvati per la trasfusione. Al contrario, quando abbiamo studiato gli stessi campioni utilizzando il nostro metodo più avanzato, abbiamo effettivamente trovato batteri vitali nel sangue».  “ll punto più importante è assicurarsi che tutti vedano la bocca come parte del nostro organismo”  - Dr Susanne Gjørup Sækmose, consulente presso il Næstved Hospital

I ricercatori hanno anche scoperto che il rischio di contaminazione batterica aumenta se i donatori soffrono di parodontite. «I nostri risultati mostrano una prevalenza 6,4 volte maggiore di batteri vitali nel sangue donato da donatori affetti da parodontite rispetto ai donatori non affetti da parodontite. Questa è una differenza molto significativa», ha detto Damgaard.   Il sangue del donatore è ancora considerato sicuro   Il presente studio è un importante contributo al controllo della qualità del sangue del donatore. Tuttavia, i ricercatori sottolineano che al momento non è noto se la contaminazione batterica osservata abbia conseguenze cliniche. Secondo la coautrice, la dott.ssa Susanne Gjørup Sækmose, consulente presso il Dipartimento di Immunologia Clinica del Næstved Hospital, l’esperienza clinica mostra che ricevere il sangue di un donatore è generalmente sicuro.  Ha commentato: «I pazienti possono ricevere trasfusioni di sangue in sicurezza. In Danimarca, effettuiamo circa 360.000 trasfusioni di sangue all’anno e le infezioni dovute a trasfusioni di sangue sono estremamente rare, in media meno di una all’anno. Inoltre, abbiamo un sistema nazionale per il monitoraggio degli effetti collaterali».

È importante identificare i fattori di rischio come la parodontite che possono portare a contaminazione batterica. Anche se i donatori segnalano eventuali malattie che potrebbero influire sulla qualità del sangue al meglio delle loro conoscenze, pochi considerano la parodontite una malattia rilevante e quindi potrebbero non informare la banca del sangue al riguardo, ha detto Sækmose.  Ha aggiunto: «Il nostro studio suggerisce che potremmo dover sviluppare nuovi metodi per uno screening efficiente del sangue di donatori in futuro. Ma in realtà, il punto più importante è assicurarsi che tutti vedano la bocca come parte del nostro organismo. Fondamentalmente, le malattie della bocca possono influire sul nostro stato di salute generale».  Lo studio, intitolato “Periodontitis increases risk of viable bacteria in freshly drawn blood donations”, è stato pubblicato online il 2 febbraio 2021 in Blood Transfusion, prima dell’inclusione in un numero.vvvv

ENPAM: BOLLETTINI DI QUOTA A E POSSIBILE ESONERO CONTRIBUTIVO

Gentile Dottore/essa, la Fondazione Enpam ha rinviato di un mese il termine per pagare la Quota A 2021. La decisione è stata presa per dare tempo a tutti i medici e i dentisti, che ritengono di averne diritto, di fare domanda per l'esonero dei contributi previdenziali previsto dallo Stato con la legge di Bilancio. Per sapere se rientra tra i beneficiari e per informarsi come fare domanda consulti la pagina a questo link: https://www.enpam.it/comefareper/covid-19/richiesta-di-esonero-contributivo/ Le nuove scadenze per la Quota A 2021 saranno: 31 maggio (prima rata o rata unica per chi paga in unica soluzione); 31 luglio (seconda rata); 30 settembre (terza rata); 30 novembre (quarta rata).   Se presenta domanda di esonero, non dovrà pagare la Quota A fino a nuova comunicazione legata alla pubblicazione del relativo decreto attuativo. Appena saranno disponibili ulteriori dettagli sull'esonero contributivo, la Fondazione ne darà notizia nell'edizione settimanale del Giornale della previdenza e sul sito www.enpam.it Se non fa richiesta di esonero, dovrà versare la Quota A con i bollettini Mav che può scaricare già da ora dalla sua area riservata. La Fondazione infatti quest'anno non spedirà i MAV per posta, con l'ulteriore vantaggio, oltre alla semplificazione della procedura, di ridurre i costi di riscossione a suo carico.
Se non riesce a entrare nell'area riservata, potrà chiedere i duplicati dei Mav alla Banca Popolare di Sondrio chiamando il numero verde 800.24.84.64.
Cordiali saluti
La Fondazione
1 82 83 84 85 86 166