Iss, contro le varianti efficaci i 4 vaccini. I farmaci da preferire
(da DottNet) "I primi studi affermano che il ciclo completo dei 4 vaccini già approvati rimane protettivo nei confronti di tutte le Voc - cioe' le varianti che sono considerate piu' rischiose- mentre diminuisce l'efficacia che si era evidenziata dopo la prima dose". Lo sottolinea l'Istituto superiore di sanità (ISS), in un aggiornamento delle Faq sul proprio sito. Nelle ultime 24 ore il numero dei positivi è passato da 907 a 1.010, le vittime del Covid sono 14 mentre ieri erano state 24. Numeri che gli esperti leggono come un andamento dissociato, quello a cui si è affidato il premier britannico Boris Johnson per le riaperture: la variante fa aumentare i casi ma non le ospedalizzazioni e i decessi. Lo stesso ministro della Salute Roberto Speranza oggi ha sottolineato che fino a due mesi e mezzo fa "avevamo 30.000 persone in ospedale e oggi sono 1.500, il 95% in meno. Avevamo 3.800 persone nelle terapie intensive e oggi siamo sotto i 190, ben oltre il -90%". "Per quanto riguarda i farmaci in uso e in sperimentazione - si legge sul sito dell'Iss - non ci sono ancora evidenze definitive in un senso o nell'altro". Alcuni articoli, spiega Iss, indicano che i monoclonali in sviluppo potrebbero perdere efficacia da soli, ma continuano a funzionare i mix di 2 anticorpi.
Se per una malattia di lieve entità vanno bene paracetamolo per la febbre e FANS per i dolori muscolo-scheletrici, i monoclonali possono essere considerati nelle prime fasi di infezione sintomatica per pazienti fragili o ad alto rischio (diabetici, cardiopatici, persone molto anziane) nella gestione domiciliare: è il medico di famiglia che deve identificare infatti il soggetto da trattare e inviarlo tempestivamente alle strutture di riferimento. Questi farmaci sono somministrati per infusione in ambulatori dedicati. Sono in effetti gli unici farmaci che abbiano dimostrato un’azione antivirale, utile soprattutto nelle primissime fasi, entro i primi 3-4 giorni dall’eventuale insorgenza della sintomatologia clinica lieve/moderata. In termini di riduzione della viremia sono tutti efficaci, soprattutto rispetto a molti altri farmaci già in commercio testati come antivirali contro il SARS-COV2 che nel tempo si sono rivelati inutili, se non addirittura dannosi. Sono anticorpi che vanno a legarsi alla proteina Spike e impediscono l’ingresso nelle cellule e, quindi, la replicazione del virus. Ad oggi risultano sicuri, molto efficaci e richiedono una sola infusione». Secondo i primi studi, i monoclonali in uso sarebbero efficaci anche contro la variante Delta.
In Italia hanno un’autorizzazione di emergenza e, in maniera simile ai vaccini che hanno ricevuto approvazione condizionale, è contemplata una rivalutazione del loro profilo rischi-benefici sulla base di nuovi dati generati dopo la loro commercializzazione. In Italia sono oltre 6.100, dal 10 marzo a fine giugno, i pazienti Covid che li hanno ricevuti. La maggior parte di questi è stata trattata con la combinazione di bamlanivimab e etesevimab di Eli Lilly, poi c’è la combinazione casirivimab e imdevimab di Regeneron-Roche. Il 17 giugno è stato aggiunto nell’elenco dei farmaci rimborsabili dal Servizio Sanitario anche se non autorizzati il tocilizumab (per il trattamento di soggetti adulti ospedalizzati con Covid grave e/o con livelli elevati degli indici di infiammazione sistemica, in condizioni cliniche in rapido peggioramento). Tale anticorpo monoclonale, si legge sul Corriere della Sera, già autorizzato per il trattamento dell’artrite reumatoide, è stato appena inserito anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nelle linee guida dei trattamenti anti Covid.
In ospedale per i casi seri e gravi si usa - soprattutto in quei pazienti che vanno a desaturare - il cortisone, in particolare il desametasone, che ha mostrato dei risultati eccezionali in termini di riduzione della mortalità. Si associa spesso l’eparina, ma come terapia profilattica, in pazienti che hanno polmoniti e sono immobilizzati. Altri farmaci con un’azione antinfiammatoria e immunosoppressiva si sono rivelati utili, come il tocilizumab, ma è da riservare solo a una certa categoria di pazienti ed in aggiunta al cortisone. Entro la fine dell’anno, anticipa il Corriere della Sera, arriveranno quattro (se non di più) anticorpi monoclonali anti-proteina Spike, quali la combinazione di bamlanivimab ed etesevimab di Eli Lilly e la combinazione di casirivimab e imdevimab di Regeneron-Roche, già autorizzati in Europa per uso emergenziale, e regdanivimab di Celltrion e sotrovimab di GlaxoSmithKline-Vir Biotechnology, in fase di revisione da parte di EMA; inoltre ci sono molte aspettative su immunosoppressori già in commercio per il trattamento dell’artrite reumatoide, quali baricitinib e tofacitinib.
Il caffè protegge dall’epatopatia cronica
(da Quotidiano Sanità e Reuters Health) Uno studio condotto sui dati della UK Biobank dimostra che le persone che bevono qualsiasi tipo di caffè, che contenga o meno caffeina, hanno meno probabilità di sviluppare epatopatia cronica o di morire per tale causa rispetto alle controparti che non assumono la bevanda.
I ricercatori – guidati da Oliver Kennedy, dell’Università di Southampton – hanno analizzato i dati relativi a 384.818 partecipanti allo studio che hanno riferito di consumare caffè e 109.767 che non lo consumavano. Dopo un follow-up mediano di 10,7 anni, gli studiosi hanno rilevato 3.600 casi di epatopatia cronica, 5.439 casi di epatopatia cronica o steatosi, 184 casi di carcinoma epatocellulare e 301 casi di decesso per epatopatia cronica.
Rispetto ai partecipanti che non consumavano caffè, le controparti presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (hazard ratio aggiustato 0,79), epatopatia cronica o steatosi (aHR 0,80), carcinoma epatocellulare (aHR 0,80) e decesso per epatopatia cronica (aHR 0,51). Il consumo mediano di caffè era due tazze al giorno in coloro che assumevano la bevanda, segnalano i ricercatori su BMC Public Health. Il massimo effetto protettivo per l’assunzione di caffè si è presentano con tre-quattro tazze al giorno. Tra i consumatori di caffè, 79.644 (19%) assumevano caffè decaffeinato. Chi consumava la variante decaffeinata aveva più probabilità di essere di sesso femminile e più anziano e meno probabilità di essere fumatore. Rispetto ai partecipanti che non bevevano alcun tipo di caffè, quelli che assumevano caffè decaffeinato presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (HR 0,80), epatopatia cronica o steatosi (HR 0,85) e decesso per epatopatia cronica (HR 0,36).
Tuttavia, il caffè istantaneo sembra avere un minor effetto protettivo rispetto al caffè macinato. Ad esempio, la riduzione del rischio di sviluppare epatopatia cronica è risultata meno pronunciata con il caffè istantaneo (HR 0,85) che con quello macinato (HR 0,65), così come il rischio di morire per epatopatia (HR rispettivamente 0,65 e 0,39).
Disforia di genere, pazienti Invisibili anche per il loro medico. Necessaria più formazione
(da DottNet) In Italia, alcune persone con disforia di genere hanno uno scarso accesso alle cure. Sono persone che vanno raramente dal medico curante o accedono di rado a visite specialistiche di qualsiasi genere per timore o imbarazzo, trascurando la loro condizione di salute generale. A dare l’allarme gli endocrinologi AME che dal 2014 ha costituito un gruppo di lavoro interdisciplinare dedicato. "Un complesso fenomeno che nell’ultimo periodo ha destato molto interesse mediatico ma che resta sconosciuto ai più, per questo è importante fare cultura e creare consapevolezza, iniziando proprio dalla classe medica e sanitaria" spiega Stefania Bonadonna, endocrinologo, coordinatore del gruppo di lavoro dell'AME (Associazione Medici Endocrinologi) sulla disforia di genere. In questi tempi si è sentito tanto parlare di omotransfobia e disforia di genere in quanto relativo alle tematiche portate in discussione dal DDL Zan, ma non esiste una adeguata formazione in merito ai concetti e alle situazioni che questi termini rappresentano. Disforia, transgender, che significa? Nell’immaginario collettivo, l’identità di genere è concepita come un sistema binario che vede contrapposti il genere maschile e quello femminile. A introdurci è Antonio Prunas psicologo esperto di disforia di genere. In realtà, l’identità di genere può essere immaginata come uno spettro in cui agli estremi si collocano il maschile e il femminile e, tra questi due poli, un’infinita varietà di possibili identità ed espressioni di genere. In un sistema non binario, sono possibili contaminazioni tra i generi, oscillazioni o movimenti fluidi tra i generi o l’appartenenza a nessun genere. Su questa base concettuale, nascono le definizioni di Cisgender (una persona sente di appartenere al genere assegnato alla nascita), e transgender, che sono le persone in cui il genere cui sentono di appartenere non coincide con quello assegnato loro alla nascita.
Cosa si intende invece per disforia di genere? In alcuni casi, la persona può vivere un’incongruenza tra il genere assegnatole alla nascita e quello in cui invece si identifica. Questo senso di incongruenza può comportare un disagio significativo che non permette alla persona di vivere una vita pienamente soddisfacente: si parla allora di disforia di genere. Immaginiamo ad esempio una persona assegnata maschio alla nascita che si percepisca invece come soggetto femmina e che presenta disagio e sofferenza verso il proprio corpo. Il superamento di questa incongruenza avviene attraverso un percorso psicologico di consapevolezza del sé e spesso attraverso interventi medici affermativi di genere che possono includere terapie ormonali e/o chirurgiche. Purtroppo i medici formati a questi trattamenti sono ancora troppo pochi in Italia. I numeri. In Italia esistono solo cartelle cliniche e certificati di morte binari e non esistono dati epidemiologici, spiega Bonadonna. Sulla base di studi internazionali che parlano di una popolazione compresa tra 0.5 e 2.8,%, in Italia, per 60 milioni di residenti si può pensare ad un numero compreso tra 240.000 e 1.696.000, in continua crescita.
Non più malattia mentale da gennaio 2022. Sentirsi uomo o donna a prescindere dal proprio corpo non verrà più considerata come una malattia mentale. Infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha appena trasferito la disforia di genere dall’elenco delle malattie mentali a quello molto generico dei disturbi della salute sessuale. È questo uno dei tanti storici aggiornamenti voluti dall’OMS nella sua nuova e undicesima versione dell’International Statistical Classification of Diseases anche Related Health Problems (ICD-11), l’elenco che racchiude tutte le patologie e le condizioni di salute. Dice ancora Bonadonna: "E’ un passaggio fondamentale. La declassificazione quale malattia mentale dovrà contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione verso le persone transgender e migliorare l’accesso alle cure."
Vaccini Moderna e Pfizer: protezione per anni dal covid
(da DottNet) I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre "una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale". E' quanto scrive un team di scienziati della Washington University School of Medicine di St Louis, negli Usa, in uno studio pubblicato su 'Nature' e accolto con entusiasmo dalla comunità scientifica. Tradotto in parole povere, il messaggio degli autori del lavoro è che la reazione suscitata da questi vaccini nell'organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi. E quindi, come evidenziato anche da scienziati italiani, come l'immunologo Mario Clerici, "non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno". Gli autori dello studio, che è rimbalzato sulla stampa internazionale, hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l'antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente. E' come se la vaccinazione ci dotasse di 'fabbriche' di plasmacellule e cellule B durature. La pubblicazione su 'Nature' di questo lavoro è una conferma alle aspettative che hanno coltivato diversi scienziati sulla base anche di altri dati emersi da precedenti studi. Secondo quanto riporta il New York Times, una delle autrici, l'immunologa Ali Ellebedy, definisce quanto osservato nell'analisi appena pubblicata "un buon segno di quanto duratura sia l'immunità indotta da questi vaccini". "I dati" di questo studio, commenta all'Adnkronos Salute Clerici, che è docente dell'università degli Studi di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, "confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus". "L'aspettativa è che la risposta indotta dai vaccini possa durare molto a lungo", prosegue Clerici. L'esperto, proprio parlando delle evidenze che si stavano accumulando sulla memoria immunologica, aveva usato un esempio per rendere l'idea del meccanismo che potrebbe attivarsi nel nostro organismo: "E' come se noi avessimo un cannone che spara i suoi proiettili solo se c'è il virus. In sua assenza questo cannone se ne sta lì pronto e quando il virus si dovesse ripresentare avrebbe il macchinario per produrli". Clerici cita anche un altro lavoro pubblicato, che ci dice come "la risposta immune indotta da vaccini per Sars-CoV-2 (nelle scimmie) protegga anche contro altri coronavirus".
Centoventotto nuove droghe in giro per il paese, secondo l’ISS
(da Univadis) La pandemia da Covid sembra aver favorito la creatività dei trafficanti di sostanze psicoattive: secondo il Sistema Nazionale di Allerta Precoce (SNAP), gestito dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, sono oggi in circolazione ben 128 nuove sostanze psicoattive in più rispetto al 2019. I dati sono stati diffusi il 26 giugno, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga istituita dall’ONU. Le nuove sostanze individuate in Italia e in altri paesi europei appartengono principalmente alla classe dei catinoni, degli oppioidi sintetici e dei cannabinoidi.
Minacce non controllate La definizione di nuova droga si applica alle sostanze non sottoposte ai controlli ai sensi delle convenzioni delle Nazioni Unite sul controllo delle droghe, ma che possono comportare analoghe minacce per la salute, e sono spesso vendute come sostituti “legali” delle droghe illegali, sebbene alcune siano anche utilizzate da un numero limitato di persone che desiderano sperimentarle esplorando nuove esperienze ed effetti. Le novità non hanno però scalzato dal mercato illegale le sostanze classiche, da tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD) a eroina, morfina, cocaina, amfetamina, MDMA e LSD. I sequestri di ketamina, un anestetico dissociativo, hanno registrato un notevole incremento. Nel primo semestre post lock down si è registrato raddoppio delle segnalazioni di nuove sostanze psicoattive (in sigla NPS), rispetto al periodo precedente. Due sostanze hanno fatto la prima apparizione sul continente europeo proprio in Italia: un oppioide sintetico analogo del fentanil e una nuova sostanza appartenente alla classe dei cannabinoidi sintetici.
Segnalazioni dai medici “La velocità di risposta sistema di allerta SNAP è un fattore determinante per mettere a punto una procedura che permetta di reagire subito alla comparsa e alla diffusione di nuove sostanze” ha spiegato Roberta Pacifici, che dirige il Centro Nazionale Dipendenze e Doping. Un ruolo-chiave è svolto dai Servizi per le Dipendenze, delle strutture di emergenza, delle unità mobili, delle comunità terapeutiche e, più in generale, dalle organizzazioni del privato sociale: “Un lavoro indispensabile a tutela della salute, poiché individuare nuove sostanze psicoattive non presenti nell’elenco delle sostanze stupefacenti significa prendere misure di sicurezza per prevenire intossicazioni e decessi, causati direttamente dalle stesse o da prodotti che le contengono” ha commentato Simona Pichini responsabile dell’Unità di farmatossicologia dell’Istituto Superiore di Sanità. Molte delle risposte sociosanitarie alle nuove sostanze costituiscono adattamenti dei programmi per le sostanze stupefacenti classiche: “Di norma – spiega il sito del Centro europeo di monitoraggio sulle droghe e la tossicodipendenza, “le iniziative in questo campo sono mirate a categorie specifiche di persone esposte al problema. La tipologia di tali categorie, che varia a seconda del paese, può includere i consumatori di stimolanti ricreativi, gli psiconauti, le persone che associano comportamenti sessuali a rischio all'abuso di sostanze, le persone che si rifiutano di sottoporsi ai test antidroga e i consumatori di stupefacenti ad alto rischio. Molti paesi hanno inoltre intensificato gli interventi normativi imponendo restrizioni sulla disponibilità di queste sostanze.” Il monitoraggio sistematico è alla base dell’aggiornamento delle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti e psicotrope, quando vengono modificate le liste delle sostanze classificatea livello internazionale come tali oppure quando una sostanza diventa oggetto di abuso, se qualche nuova droga viene immessa nel mercato clandestino o, infine, quando viene registrato un nuovo medicinale ad azione stupefacente o psicotropa.
Le conseguenze della pandemia sui dentisti europei
(da Odontoiatria33) Fin dai primi giorni di pandemia il Consiglio europeo dei dentisti (CED) presieduto dell’italiano Marco Landi ha seguito l’evolversi della situazione attraverso sondaggi, anche settimanali, per monitorare la situazione dell'odontoiatria europea, capire le criticità che man mano emergevano, le diverse situazioni ed iniziative approntate nei singoli Paesi per poter proporre interventi a sostengo degli operatori. Ora il CED riassume i dati di questi 20 sondaggi un documento che diventa l’unico lavoro fino ad oggi pubblicato che permette di capire il reale impatto che la pandemia ha avuto sugli studi dentistici europei, le sfide affrontate dalla professione. Il corposo dossier è stato presentato venerdì scorso durante il General Meeting CED riscontrando entusiasti apprezzamenti da parte dei delegati presenti in rappresentanza delle Associazioni di 30 paesi. Delegati che hanno riconosciuto al CED ed al presidente Landi, la qualità dell’enorme lavoro svolto e la valenza del materiale prodotto, unico nel panorama europeo di tutte le professioni sanitarie. “Il documento non è solo una fotografia di questo anno e mezzo di pandemia – dice ad Odontoiatria33 Marco Landi - ma anche un documento in cui analizziamo e valutiamo la situazione indicando possibili soluzioni utili per il futuro”. Da marzo 2020 ad aprile 2021, il CED ha dedicato notevole attenzione alla crisi che ha investito la salute pubblica, al fine di comprendere l’impatto sulla salute orale e sull’odontoiatria e di garantire che il settore sia in grado di riprendersi e continuare a rispondere alle esigenze dei pazienti. In questo periodo, la fornitura di cure dentistiche è stata limitata alle emergenze e le cure di routine sono state ridotte o sospese nel 67% sino al 100% dei casi. Oltre il 58% degli intervistati ha segnalato carenze e mancanza di accesso ad attrezzature adeguate, come maschere, occhiali, camici chirurgici e visiere, da aprile a giugno 2020. Inoltre, diversi paesi hanno segnalato un aumento dei costi associati al controllo delle infezioni e hanno esortato a inserire i dentisti nei gruppi prioritari di vaccinazione. “Dopo un anno intero di convivenza con la pandemia, è possibile affermare che l’odontoiatria è una parte essenziale dell’assistenza sanitaria e questo lo abbiamo ribadito con forza in tutte le sedi istituzionali europee”, sottolinea il presidente Landi. Durante la seconda e la terza ondata molti studi in tutta Europa sono riusciti a rimanere aperti nonostante gli ulteriori blocchi perché i dati hanno mostrato che negli studi dentistici non si correvano ulteriori rischi di infezione. In oltre il 77% dei casi le Associazioni dentistiche nazionali non hanno riportato un aumento del tasso di infezione dei dentisti; inoltre, la maggior parte delle infezioni da COVID-19 non ha avuto origine da ambienti professionali, come riportato dagli intervistati. Le statistiche sulle infezioni dentali raccolte dalle indagini CED mostrano l’incidenza notevolmente bassa di COVID-19 negli studi dentistici, il che consente di concludere che non sembra esserci un grave pericolo di essere esposti a COVID-19 negli ambienti odontoiatrici, in particolare perché la pandemia sta rallentando.
I punti cardine che emergono dalla serie di indagini, e da altri lavori correlati del CED, sono:
- le prove dimostrano che l’erogazione delle prestazioni odontoiatriche in tempi di pandemia è sicura per i pazienti, il team odontoiatrico e gli stessi dentisti. Gli efficaci protocolli di sicurezza e di controllo delle infezioni nelle strutture odontoiatriche prevengono eventuali rischi di infezione;
- è della massima importanza che gli studi dentistici abbiano sempre accesso a dispositivi di protezione individuale (DPI) adeguati. In queste circostanze, è fondamentale che il prezzo dei DPI non costituisca un onere finanziario aggiuntivo e che siano disponibili attrezzature sufficienti per consentire ai dentisti di svolgere la loro attività in totale sicurezza;
- è essenziale che le minacce sanitarie transfrontaliere non interrompano la continuità della fornitura delle cure dentistiche. L’igiene orale, compresi i controlli di routine, la pulizia e la prevenzione delle patologie della bocca rientrano in un’assistenza sanitaria essenziale. Il rinvio dei trattamenti odontoiatrici ha un impatto negativo sulla salute orale e generale dei pazienti;
- è fondamentale che i dentisti ricevano il sostegno del governo in casi straordinari di interruzione del lavoro, come pandemie e altre gravi minacce per la salute, a causa del significativo potenziale onere economico;
- i dentisti sono operatori sanitari essenziali ed è fondamentale che abbiano la priorità, insieme ad altri, nel ricevere il vaccino COVID-19;
- il CED incoraggia i dentisti a farsi vaccinare; altresì, i dentisti hanno un ruolo chiave nel promuovere la vaccinazione contro il COVID-19 tra il grande pubblico.
Sistema tessera sanitaria, ecco le scadenze per l’invio dei dati. Luglio mese cruciale
(da Doctor33) Non più annuali ma mensili, anzi semestrali. Quest'anno è cambiata la cadenza degli invii periodici dei dati dei pazienti al Sistema Tessera sanitaria cui sono tenuti medici e odontoiatri che fatturano prestazioni libero professionali. Il prossimo termine da tenere presente è il 31 luglio 2021 e riguarda l'invio dei dati del primo semestre di quest'anno. Fino a tutto il 2020 la spedizione delle fatture è avvenuta con cadenza annuale entro il primo mese, o poco oltre, dell'anno successivo a quello di riferimento. Ancora quest'anno, la scadenza dell'8 febbraio ha riguardato tutte le fatture emesse nel 2020.
Il decreto del Ministero dell'Economia del 29 gennaio 2021 però ha innovato l'adempimento e ha previsto la nuova calendarizzazione dei termini. La cadenza mensile degli invii delle fatture al sistema Ts, in origine prevista per il 2021 dal decreto del Ministero dell'Economia del 22 novembre 2019, partirà dal 2022. In sintesi, per questo 2021 le date da ricordare sono due: per le fatture del primo semestre il 31 luglio e per quelle del secondo semestre il 31 gennaio 2022. Dal 2022 si entra nel nuovo regime di spedizione mensile. Per inciso, per stabilire la scadenza dell'invio si deve considerare non la data della fattura, ma la data di pagamento dell'importo del documento fiscale. Intanto lo scorso 1° giugno è stato aggiunto un nuovo onere, il medico deve segnalare se la prestazione è stata pagata in contanti - nel qual caso non può essere potata in detrazione dal cittadino nel modello 730 o Unico - o se è stata onorata in modalità tracciabile con assegno, carta di credito, bancomat, bonifico. Si dovrà pertanto spuntare nella casella "pagamento tracciato" la dicitura "SI" o "NO". Ove il pagamento non sia effettuato con strumenti tracciabili, il contribuente non potrà detrarre il 19% della spesa sostenuta. Peraltro, anche se il paziente rinunciasse alla detraibilità della fattura pur di pagare in contanti, l'importo sborsato non potrà superare per quella prestazione il limite di 1.999 euro per una norma inserita nella legge di Bilancio 2020.
Un ulteriore Decreto Mef, del 19 ottobre 2020, per le prestazioni sanitarie effettuate dal 1° gennaio 2021, ai fini della trasmissione al Sistema Ts introduce tre nuovi campi: "tipo documento" - fattura o documento commerciale; "aliquota iva" o "natura iva" della prestazione con valori da N1 a N7 con relativi sottocodici, ove previsti; indicazione dell'esercizio dell'opposizione da parte del Paziente alla messa a disposizione dei dati all'Agenzia delle Entrate per la dichiarazione precompilata: in questo caso, i dati andranno comunque inviati usando il Sistema Ts senza però indicare il codice fiscale bensì annotando l'esercizio dell'opposizione sulla fattura con la dicitura: "Fattura trasmessa al Sistema Ts senza indicazione del CF per opposizione ai sensi dell'art. 3 DM 31/07/2015 e art. 2, c. 2, lettera c) DM 19/10/2020".
È infine obbligatorio inserire la dicitura dell'esenzione Iva alla quale deve abbinarsi il riscontro sulla fattura dell'apposizione della marca da bollo virtuale di 2 euro. L'aumento della complessità dell'adempimento - previsto inizialmente dalla Finanziaria 2017 - si accompagna con una crescente familiarizzazione da parte di medici e dentisti con i sistemi in cloud di spedizione della fattura elettronica: un onere diverso, e dal quale entrambe le categorie sono peraltro esentate ancora in questo 2021 visto che non sarebbe tuttora risolto il problema di tutelare la privacy dei dati trasmessi sul Sistema di Interscambio che accoglie tali fatture. Per il 2022 invece il capitolo e-fattura è tutto da scrivere.
Troppo tempo davanti allo schermo aumenta il disagio mentale
(da M.D.Digital) Secondo una recente ricerca l'aumento del tempo trascorso davanti allo schermo, soprattutto quello trascorso con programmi per intrattenimento, durante la pandemia è risultato correlato a un aumento del disagio mentale. I risultati della ricerca verranno presentati al World Microbe Forum, che si terrà online dal 20 al 24 giugno. Questo studio, commenta una delle autrici dello studio, evidenzia che la pandemia non ha semplicemente colpito le persone fisicamente, ma ha determinato forti impatti anche a livello emotivo e mentale. E che i dati sottolineano la necessità di un maggiore supporto per la salute mentale durante i periodi di calamità. Quasi la metà dei partecipanti (studenti di età compresa tra 18 e 28 anni) ha mostrato una depressione da lieve a moderata, con oltre il 70% che andava da una depressione lieve a una grave. Il 70% dei partecipanti ha manifestato ansia da lieve a grave e poco più del 30% potrebbe potenzialmente soddisfare i criteri del DSM-IV-TR per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). L'uso del tempo trascorso davanti schermo non è risultato diverso tra i sessi. Lo studio, che ha raccolto dati da più Paesi, è unico nell'aver valutato lo stato di salute mentale in funzione del tempo trascorso davanti allo schermo, ha affermato ancora l’autrice. Dal momento che la pandemia ha spostato il lavoro e l'istruzione online, era importante ottenere maggiori informazioni sull'impatto di tale transizione. E sono così emersi risultati inaspettati, che potenzialmente aprono la strada a ricerche future e vari fattori protettivi, che possono essere vitali per mantenere una persona sana durante tempi difficili come quelli che hanno caratterizzato la pandemia mondiale.
Covid-19, in aumento le segnalazioni di focolai Delta. La circolare del ministero: tracciare e vaccinare
(da Doctor33) Aumentano le segnalazioni sul territorio nazionale di casi associati a varianti Kappa e Delta, in particolare di focolai dovuti alla variante Delta. E' quanto si legge nella Circolare del ministero della Salute con l'aggiornamento della classificazione delle nuove varianti Sars-CoV-2 che raccomanda di rafforzare il tracciamento. La variante Delta è del 40-60% più trasmissibile rispetto alla Alpha e può essere associata a un rischio più alto di ricoveri. Meno protetti solo la prima dose di un vaccino, con la seconda dose c'è una protezione contro la Delta quasi equivalente a quella osservata contro la Alpha. (ANSA).
La Circolare raccomanda di "continuare a monitorare con grande attenzione la circolazione delle varianti del virus SARS-CoV-2, applicare tempestivamente e scrupolosamente sia le misure di contenimento della trasmissione previste, che le misure di isolamento e quarantena in caso di VOC Delta sospetta o confermata". Il documento spiega inoltre: "Vi sono evidenze che quanti hanno ricevuto solo la prima dose di una vaccinazione che prevede la somministrazione di due dosi per il completamento del ciclo vaccinale, sono meno protetti contro l'infezione con la variante Delta rispetto all'infezione da altre varianti, indipendentemente dal tipo di vaccino somministrato. Il completamento del ciclo vaccinale fornisce invece una protezione contro la variante Delta quasi equivalente a quella osservata contro la variante Alpha".
Ecco come le varianti del virus si fanno gioco della risposta immunitaria
(da M.D.Digital) Il virus utilizza la proteina spike per riconoscere ed entrare nella cellula ospite e le varianti di SARS-CoV-2 individuate presentano mutazioni, in un sito chiave sulla proteina spike chiamata sito di legame del recettore (RBS). Alcune di queste mutazioni rendono meno efficace l’attività degli anticorpi prodotti in risposta al contatto con i ceppi virali precedenti e ciò consente alle varianti di sfuggire, almeno parzialmente, alla risposta immunitaria che si è sviluppata in risposta a vaccinazione o a precedente infezione. Desta preoccupazione il fatto che nuove varianti potrebbero rendere i vaccini esistenti meno efficaci ad eliminare la pandemia.
Un team di ricercatori dello Scripps Research Institute (La Jolla, California) ha esaminato come e perché determinate mutazioni proteggono il virus. Il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) del NIH ha sostenuto la ricerca, che è stata pubblicata su Science. Le proteine quelle dello spike virale sono costituite da lunghe catene di amminoacidi che si piegano in una forma specifica. Una mutazione nel genoma virale con sostituzione di un amminoacido con un altro può, a sua volta, alterare la struttura e la funzione della proteina. Le varianti identificate per la prima volta in Sud Africa e Brasile condividono mutazioni in tre sedi della RBS: 417, 484 e 501. Il team di ricerca ha testato quanto efficacemente gli anticorpi dei pazienti Covid-19 siano in grado di legarsi ai virus con queste mutazioni. Scoprendo che le mutazioni nelle posizioni 417 e 484 hanno impedito il legame degli anticorpi. La mutazione della posizione 417 ha anche indebolito il legame del virus con le cellule ospiti. Ma la mutazione in posizione 501 ha compensato questo effetto migliorando il legame delle cellule ospiti.
I ricercatori hanno studiato il motivo per cui queste mutazioni impediscono il legame e la neutralizzazione da parte degli anticorpi. Hanno analizzato le strutture molecolari di oltre 50 anticorpi umani legati alla proteina spike SARS-CoV-2. Gli anticorpi delle due classi principali interagiscono quasi sempre con l'amminoacido in posizione 417 o 484 quando si legano all'RBS. La modifica di entrambi gli amminoacidi interromperebbe queste interazioni e interferirebbe con il legame dell'anticorpo. Questi dati forniscono una spiegazione strutturale del motivo per cui gli anticorpi prodotti in seguito all’inoculazione di vaccini Covid-19 o all'infezione naturale dal ceppo pandemico originale sono spesso inefficaci contro queste varianti.
I ricercatori hanno anche testato gli anticorpi che si legano a parti della proteina spike al di fuori dell'RBS. Questi anticorpi potrebbero ancora legare e neutralizzare efficacemente il virus anche in presenza delle mutazioni di interesse. In particolare, questi anticorpi sono efficaci contro molti coronavirus correlati. Pertanto, i vaccini e gli anticorpi mirati a siti al di fuori dell'RBS potrebbero proteggere da una serie di varianti del virus. Una protezione così ampia sarà particolarmente importante se SARS-CoV-2 non verrà completamente eliminato. Nella progettazione di vaccini e terapie anticorpali di nuova generazione, sottolineano gli autori, dovremmo considerare di aumentare l'attenzione su altri siti vulnerabili del virus che tendono a non essere influenzati dalle mutazioni riscontrate nelle varianti di preoccupazione.
(Yuan M, et al. Structural and functional ramifications of antigenic drift in recent SARS-CoV-2 variants. Science 2021. DOI: 10.1126/science.abh1139 )
Vaccino: ricerca rivela efficacia contro sintomi Long Covid
(da AGI) I sintomi della sindrome Long Covid, che possono durare diversi mesi, possono essere alleviati dai vaccini anti Covid. E' quanto emerso da una ricerca condotta dal gruppo LongCovidSOS, che segue e assiste i pazienti con sindrome post Covid in Gran Bretagna. La ricerca, non ancora sottoposta a revisione paritaria, ha coinvolto 812 persone con Long Covid provenienti da tutto il mondo. Gli intervistati, principalmente donne, sono stati contattati attraverso i social media. I risultati mostrano che il 56,7 per cento degli intervistati ha sperimentato un miglioramento complessivo dei propri sintomi dopo aver ricevuto una prima dose di vaccino anti Covid. Circa un quarto ha affermato che i sintomi sono rimasti invariati, mentre il 18,7 per cento ha riferito che i sintomi sono peggiorati dopo la prima dose di vaccino. I risultati variano anche in base al tipo di vaccino ricevuto. Coloro a cui è stato somministrato il vaccino a base di RNA messaggero, come Moderna e Pfizer, hanno riferito maggiori benefici rispetto a coloro che hanno fatto il vaccino prodotto da AstraZeneca.
Covid. Dieci buone ragioni per vaccinare anche gli adolescenti. Il decalogo dei pediatri
Il Presidente della Fimp Paolo Biasci: “Il Ministro Speranza e il Generale Figliuolo ci hanno chiamati a dare il nostro contributo nella campagna contro l’epidemia. Siamo pronti a occuparci della fascia 12-16, ma troppe ancora le Regioni in ritardo sugli accordi attuativi. Agire ora per farli tornare a scuola in sicurezza”.
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Medici no vax e sospensioni, dubbi interpretativi sulla legge. Ecco come funziona il decreto e cosa si rischia
(da Doctor33) Da quando decorre lasospensione del medico che non si vaccina? È atto dell'Asl od ordinistico? Il medico allontanato dalla corsia può o no continuare ad esercitare in privato? La sospensione finisce al momento in cui il professionista si vaccina o al primo inoculo? Perché è valida anche nel privato se l'atto d'accertamento è emesso dall'Asl? A valle delle risposte del ministero della Salute alla Federazione degli Ordini, mentre le Asl sospendono i primi sanitari non vaccinati, è bene rispondere a qualche domanda su come funziona il nuovo decreto legge 44 "Covid".
Ai sensi di questa norma, gli ordini provinciali devono trasmettere alla Regione gli elenchi dei medici (ed odontoiatri) iscritti, e le regioni o le Asl devono incrociare i dati di questi professionisti e i relativi codici fiscali con i dati relativi alle vaccinazioni avvenute. Ove al codice del medico iscritto non corrisponda il codice di un vaccinato, l'Asl deve chiedere al medico a che punto è e finché il medico non ha adempiuto all'obbligo di immunizzarsi deve emettere un atto di accertamento dalla cui data decorre la sospensione del professionista. Una misura "diretta" se si tratta di dipendente o convenzionato, che avviene con avviso all'azienda datrice di lavoro (ospedale, clinica privata convenzionata) se il medico "renitente" dipende da quest'ultima. Insieme all'interessato e all'azienda, l'Asl avvisa l'Ordine affinché notifichi la sospensione dall'attività a contatto con i pazienti. Nel caso del privato puro, il libero professionista riceve notifica diretta e provvedimento di sospensione dall'ordine.
La legge impatta su un panorama normativo già complesso: il decreto legislativo 221 del 1950 all'articolo 43 prevede che gli ordini possano sospendere il medico - cioè non farlo lavorare del tutto - non solo a seguito di procedimenti disciplinari ma anche quando ci siano problemi con la giustizia, in genere per reati di una certa gravità che comportino ordinanza di custodia cautelare, detenzione, interdizione fino a 3 anni dai pubblici uffici, ricovero in manicomio giudiziario, o anche libertà vigilata. In quei casi, l'Ordine provinciale apre un procedimento disciplinare sull'iscritto, il Consiglio emette il provvedimento e il medico è sospeso e non può esercitare finché ha effetto la sentenza o il provvedimento penale. E in questo caso l'Ordine deve aprire un procedimento? Il Ministero risponde di no, l'atto è dell'Asl. «Basandosi in particolare sulla relazione parlamentare, il Ministero risponde che l'atto di accertamento non è tra le fattispecie contemplate nell'articolo 43, che sono tassativamente indicate», spiega Enrico De Pascale direttore generale Fnomceo. «In altre parole, la sospensione è comminata direttamente dall'Asl e l'Ordine, ricevuto l'atto di accertamento, deve giusto adottare una delibera di Commissione, una mera presa d'atto della sospensione del professionista, riportare l'annotazione nell'Albo ed emettere notifica all'iscritto interessato. Si tratta comunque di una sospensione obbligatoria e con risvolti sull'esercizio di tutta la professione. È disposta da un ente della Pubblica amministrazione, riguarda potenzialmente tutti i medici ed i sanitari, non si limita alle sole mansioni ricoperte dal medico in azienda ma si estende a tutta l'attività professionale che del resto espone il professionista a contatti con pazienti o utenti o persone a rischio di essere contagiati dal coronavirus a causa della mancata vaccinazione».
Dubbi sulla necessità di sospendere - secondo possibili interpretazioni della legge - potrebbero sussistere solo se il medico fosse demansionato e confinato "fantozzianamente" da solo in un ufficio "inaccessibile". Il provvedimento peraltro smette di avere effetti al momento dell'assolvimento dell'obbligo vaccinale e comunque, per il dl 44, non oltre il 31 dicembre 2021 (siamo di fronte ad un nuovo istituto giuridico transitorio). «La legge non dice se la sospensione cessi e si possa riprendere a lavorare dopo aver completato il ciclo di due richiami o sia lecito ripartire già dopo la prima inoculazione», continua De Pascale. «Ragionando per analogia, ricordo che un'altra norma, consente al cittadino di avvalersi del certificato vaccinale "green pass" in quanto immunizzato decorsi i 15 giorni dall'inoculo della prima dose. Dev'essere in ogni caso l'Asl a revocare l'atto di accertamento, non può farlo l'Ordine. Tutto il procedimento appare di natura "extra-disciplinare". Tant'è vero che nella nota con cui Fnomceo dirama il parere ministeriale agli Ordini, si indica che contro il provvedimento di sospensione è ammesso il ricorso, entro 60 giorni dalla notifica, al Tribunale amministrativo regionale e non alla Commissione esercenti atti e professioni sanitarie».
Modello D a prova di errore
(da Enpam.it) Il modello D diventa ancora più semplice, veloce e a prova di errore. Con il nuovo modello digitale per dichiarare i redditi da libera professione prodotti nel 2020, gli iscritti possono sapere in maniera istantanea quanti contributi dovranno versare e quindi quanto metteranno da parte per la propria pensione. La possibilità di avere immediatamente un quadro chiaro circa la propria situazione consente inoltre di pianificare meglio il pagamento dei contributi di Quota B. Da quest’anno, infatti, il modello D si può compilare solamente online e grazie a una procedura semplificata si può subito visualizzare qual è l’aliquota contributiva da applicare al reddito dichiarato e, nel caso di errori, chiedere una rettifica dei dati. Grazie al nuovo modello D, la banca dati Enpam acquisirà in tempo reale la dichiarazione fatta, rendendo più rapida e puntuale anche l’assistenza agli iscritti che hanno dubbi sulla compilazione.
ENTRO IL 31 LUGLIO Tutti i medici e odontoiatri in attività, che nel 2020 hanno prodotto redditi da libera professione, devono compilare e inviare il modello D entro il 31 luglio. Quest’anno per i liberi professionisti si assesta definitivamente al 19,5 per cento, sul reddito professionale netto, fino a 103.055,00 euro. Sugli importi residui, che vanno oltre tale cifra, è applicato l’1 per cento. In ogni modo, la Quota B non si paga per la parte di reddito già coperta dalla Quota A.
REDDITI: NON SOLO CURA I redditi da dichiarare sono quelli derivanti dallo svolgimento delle attività attribuite in base alla competenza medica e odontoiatrica, a prescindere da come sia qualificato fiscalmente. Tra le attività rientrano dunque non solo la cura dei pazienti, ma anche – per esempio – la ricerca, la partecipazione a congressi scientifici, o le consulenze di ambito professionale.
QUALE ALIQUOTA Per convenzionati, specializzandi e dipendenti che fanno extramoenia è prevista l’applicazione dell’aliquota al 9,75 per cento, la metà di quella intera. Mentre chi frequenta il corso di formazione in Medicina generale e i dipendenti che fanno intramoenia hanno diritto al 2 per cento. I pensionati possono scegliere ogni anno se pagare la metà o con l’aliquota intera. Per quest’anno, fanno eccezione gli iscritti che hanno fatta domanda del sussidio per i contagiati che non avranno facoltà di indicarne una diversa da quella scelta fino alla prossima dichiarazione.
ATTIVARE LA DOMICILIAZIONE Per la compilazione, come detto, è necessario essere iscritti all’area riservata. Per chi non lo fosse ancora, il consiglio è di registrarsi al più presto al sito Enpam, per evitare di ritrovarsi a ridosso delle scadenze. L’iscrizione all’area riservata è necessaria anche per attivare il servizio di domiciliazione bancaria dei contributi e personalizzare i pagamenti, scegliendo tra il versamento in un’unica soluzione oppure a rate. L’addebito diretto vale sia per la Quota A sia per la Quota B. Se non si esprime alcuna preferenza, il sistema sceglierà in automatico il numero di rate più alto e il pagamento verrà addebitato il giorno della scadenza della rata. La scadenza per attivare la domiciliazione – che riguarda solo chi non l’ha già attivata in precedenza – e poterne beneficiare già quest’anno è il 15 settembre.
CON CARTA DI CREDITO ENPAM Per il pagamento dei contributi di Quota B c’è anche la possibilità di rateizzare l’importo gratuitamente con la Carta di credito che Enpam mette a disposizione, in convenzione con la Banca Popolare di Sondrio. Una modalità che permette di portare subito in deduzione gli importi dichiarati.