Analizzare i conflitti da un punto di vista sanitario

La guerra non è mai andata via dal mondo, e adesso è anche molto vicina al nostro paese, creando grandi danni economici, civili, umanitari. Sia gli eventi bellici in Ucraina che quelli in Israele sollevano numerosi interrogativi e discussioni su quale posizione assumere cercando di non farsi condizionare dalle emozioni o dalla propaganda.   Nell'incontro organizzato a Forlì, Venerdì 24 Maggio al Polo Formativo AUSL Romagna, in via Pratella12/14, l’epidemiologo trentino Pirous Fateh-Moghadam interverrà analizzando i conflitti da un punto di vista sanitario, cercando di prefigurare un percorso verso un mondo più pacifico, resiliente ai cambiamenti climatici, con salute e benessere per tutti. Come del resto ha fatto sul suo libro "Guerra o Salute" edito dal Pensiero Scientifico Editore.   Saranno presenti anche la collega Elena Magnani e Chiara Bodini ed Angelo Stefanini della Università di Bologna.   L'incontro è aperto a tutti i sanitari della AUSL Romagna e agli studenti universitari. Per il personale sanitario sono previsti crediti ECM, per ottenere i quali è necessario iscriversi al portale GRU-WHR del Progetto SOLE. Consulta la locandina dell'incontro

I poveri muoiono in media 10 anni prima dei ricchi

(da AGI) Coloro che guadagnano meno di 15.000 dollari l''anno muoiono in media più di 10 anni prima, rispetto a quelle con un reddito annuo superiore a 50.000 dollari. Lo rivela uno studio del Vanderbilt University Medical Center, pubblicato su 'American Journal of Preventive Medicine'. Negli ultimi 40 anni, il divario tra americani ricchi e poveri ha continuato ad aumentare in termini di salute e mortalità, oltre che di reddito. Ora, in uno studio inedito su una popolazione a bassissimo reddito e prevalentemente nera, i ricercatori hanno scoperto che affrontare le disparità razziali e di reddito nella mortalità richiede un approccio globale. "Gli sforzi per migliorare l'uguaglianza di reddito sono cruciali per ridurre la mortalità e le disparità di salute tra gli americani a basso reddito", hanno riferito i ricercatori. "Il tabagismo è la principale causa di morte negli Stati Uniti; tuttavia, abbiamo scoperto che in questa popolazione a basso reddito l''eccesso di rischio di morte dovuto alla povertà è maggiore rispetto al fumo di tabacco", ha detto Wei Zheng, direttore del Vanderbilt Epidemiology Center. Lo studio ha incluso 79.385 partecipanti tra i 40 e i 79 anni nel Southern Community Cohort Study in corso, la maggior parte dei quali è stata reclutata nei centri sanitari comunitari di 12 Stati del Sud-Est, tra il 2002 e il 2009. Circa due terzi dei membri della coorte sono neri. Più della metà dei partecipanti allo studio ha dichiarato un reddito familiare annuo inferiore a 15.000 dollari. Il contesto ha offerto un''opportunità unica di valutare l''impatto della povertà estrema sulla mortalità in una popolazione a basso reddito razzialmente diversificata.

Un linguaggio stigmatizzante aumenta gli errori medici

(da Univadis - Roberta Villa)   Utilizzare termini stigmatizzanti per riferirsi a un paziente, non solo definendolo come “difficile”, ma anche e soprattutto in relazione alle sue origini etniche o alle sue condizioni socioeconomiche, è sintomo di un pregiudizio che può portare a commettere gravi errori nel ragionamento diagnostico o nell’iter che dovrebbe condurre alla diagnosi. Riferirsi a una persona senza fissa dimora come “al barbone del letto 5”, per esempio, rispecchia un'attitudine all’ascolto inferiore a quella riservata al compagno di stanza. E il linguaggio non rispecchia solo i pensieri ma può anche condizionare il modo di pensare, e le azioni che ne conseguono, al punto da compromettere il processo diagnostico e la sicurezza del paziente. Un gruppo di ricercatori statunitensi ha voluto verificarlo esaminando retrospettivamente quasi 2.350 ricoveri in una trentina di ospedali nel corso del 2019, individuando in più di un caso su 5 alcuni errori diagnostici che hanno portato la o il paziente a morte o all’ingresso in terapia intensiva nelle 48 ore successive all’accesso. In parallelo, sono stati esaminati i passaggi di consegna e le note scritte da medici, infermieri o personale non sanitario in relazione a tutti questi pazienti, individuando in media nel 5% dei casi un “linguaggio stigmatizzante”, nel senso che metteva in dubbio la credibilità del paziente, faceva riferimento a stereotipi razziali o sociali, esprimeva disapprovazione nei suoi confronti o lo descriveva come “difficile”. La frequenza di linguaggio stigmatizzante era molto diversa da ospedale a ospedale, passando da quelli in cui si trovava in solo l’1% delle note a quelli in cui raggiungeva l’8%, in relazione alle caratteristiche demografiche dei pazienti e al livello di complessità del centro. Le persone afroamericane erano vittime di un linguaggio stigmatizzante in quasi il 10% dei casi, contro il 3,9% degli asiatici o il 3,8% dei caucasici, ma il gruppo più a rischio di subirlo erano persone senza fissa dimora o con instabilità abitativa, che lo subivano nel 15% dei casi. Il dato più rilevante, però, è che un linguaggio stigmatizzante si trovava in percentuale doppia (8%) in riferimento ai pazienti poi oggetto di un grave errore diagnostico rispetto a quelli in cui tutto è andato liscio (4%). In particolare, un approccio stigmatizzante era associato a errori diagnostici provocati da ritardo nella presa in carico all’accesso (il doppio che negli altri) e peggior comunicazione con pazienti e caregiver (quasi quattro volte più frequente). Il linguaggio come specchio dell'azione - Il dato non si può generalizzare a tutti gli Stati Uniti né tanto meno all’Europa. Non necessariamente rispecchia la realtà ospedaliera, e non va certo interpretato in senso quantitativo, ma dovrebbe far riflettere ancora sull’importanza del linguaggio come specchio ma anche motore del pensiero e dell’azione. Durante i primi anni della pandemia abbiamo verificato come l’uso dell’una o dell’altra metafora per descrivere la diffusione del coronavirus plasmasse la percezione di una situazione per molti versi del tutto nuova: se l’ondata di nuovi casi era descritta come uno “tsunami”, era difficile pensare di poterla controllare, tutt’al più ci si poteva proteggere; utilizzare invece l’immagine di un incendio che prende piede da una scintilla in una sterpaglia, ma può essere spento, o interrotto da un fronte frangifiamme, implica un atteggiamento diverso anche in termini di azioni concrete. Prima ancora si era parlato di questo in campo medico soprattutto in relazione alla narrazione del cancro: le metafore e il linguaggio bellico, che possono suscitare una reazione positiva in alcuni, rappresentano per molti altri, di carattere meno “combattivi”, un ulteriore ostacolo nell’accettazione e nella gestione della malattia e delle cure. Lo stesso si applica alle espressioni discriminanti tradizionalmente usate per descrivere le persone LGBQT+: anche se si è convinti che la scelta delle parole non abbia nulla a che vedere con le proprie idee, certi epiteti sono talmente incastonati in una cultura irrispettosa dei diritti di questi gruppi che utilizzarli, per quanto in buona fede, porta quasi inevitabilmente con sé anche tutto il carico di discriminazione da cui sono nati. E viceversa: sforzarsi di evitarli comporta ogni volta di ricorrere a un pensiero razionale che scaccia anche i pregiudizi di cui non siamo consapevoli. Troppo spesso si liquida questa attenzione come un omaggio al “politically correct”, come se rispettare tutti potesse essere considerata una moda come tante altre provenienti da oltreoceano. Le parole invece contano, e hanno un potere. Sulla nostra mente e sui nostri gesti. Non dimentichiamolo. (https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2817610)

Crediti bonus per chi si forma sui vaccini. Delibera della Commissione Ecm

La Commissione nazionale per la formazione continua ECM ha emanato la delibera 5/24, che stabilisce: “Di attribuire ai professionisti sanitari che acquisiscano crediti in materia di vaccini e strategie vaccinali un bonus, per il triennio 2026-2028, pari al numero di crediti effettivamente conseguiti nel triennio 2023-2025 su tale tematica, fino a un massimo di 10 crediti”. Pertanto, per i sanitari che hanno incluso vaccini e strategie vaccinali (tema considerato di importanza nazionale) nei crediti formativi accumulati nel triennio in corso sarà garantito un bonus nel triennio formativo successivo (2026-2028). Questo significa che conseguendo, per esempio 8 crediti in tema di strategie vaccinali durante il triennio 23-25, l'obbligo formativo per il triennio successivo non sarà più di 150 crediti ma bensì di 142.  E il bonus dovrebbe essere attribuito automaticamente dalla piattaforma ECM, che riconosce il tema oggetto di aggiornamento

La spesa sanitaria in Italia inferiore all’Ue ma il sistema (per ora) regge

(da Ansa.it)  È un paradosso tutto italiano, ribattezzato come esempio di Sistema sanitario «frugale». La spesa sanitaria pubblica è infatti «nettamente inferiore» a quella dei principali Paesi europei, sia in valore pro capite che in percentuale del Pil, eppure il sistema, sia pur con scarsi fondi, non solo regge ma registra performance - anche in termini di aspettativa di vita dei cittadini - tra le migliori in Europa. L'andamento della spesa sanitaria, e la singolare condizione del Ssn, è fotografato da una analisi elaborata e pubblicata dalla Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso). A parità di potere d'acquisto, la spesa sanitaria pro capite espressa in dollari statunitensi, rileva l'indagine, in Italia nel 2022 è stata di 3.255 Usd, superiore alla spesa di Spagna (3.113), Portogallo (2.640) e Grecia (1.785), ma inferiore del 53% a quella della Germania (6.930 ), del 42% rispetto a quella della Francia (5.622 ) e del 27,3% rispetto al Regno Unito. Nel 2022, l'incremento della spesa pro capite in Italia, è stato del 6,7%, inferiore a quello di Germania (+7,9%) e Francia (+8,6%), mentre il Regno Unito ha ridotto la spesa dell'1,3%. Anche considerando il biennio 2020-2021, il più duro per la pandemia da SarsCoV2, pur facendo registrare una crescita nell'insieme del 15,5%, quindi con un incremento rilevante rispetto a quello medio degli anni precedenti, la spesa sanitaria pubblica italiana è cresciuta comunque meno rispetto a Francia (+19,2%), Germania (18,4%) e Regno Unito (+28,6%). Considerando l'incidenza sul Pil, la spesa sanitaria pubblica è stata nel 2022 pari al 6,8%, superiore a quella di Portogallo (6,7%) e Grecia (5,1%), ma inferiore di ben 4,1 punti percentuali rispetto a quella tedesca (10,9%), di 3,5 punti rispetto a quella francese (10,3%), di 2,5 punti rispetto al Regno Unito (9,3%). Il Ssn si presenta dunque, afferma Fiaso, come un sistema «frugale», in grado cioè di raggiungere «risultati particolarmente significativi a costi estremamente contenuti».