Mantenere lo stesso medico di famiglia riduce la mortalità dei pazienti

(da Univadis)    Il legame, la relazione terapeutica o la reciprocità sono l’essenza di un rapporto medico-paziente stabile. Si tratta di aspetti difficili da misurare, ma importanti, anche se nel settore sanitario viene dato rilievo soprattutto ai risultati misurabili e valutabili. Ed è proprio questo che gli esperti di medicina di famiglia cercano di mettere in evidenza per ricordare l’efficacia del loro lavoro e come si traduca concretamente in risultati significativi.  Rosa M.ª Añel Rodríguez, del Gruppo di lavoro sulla sicurezza del paziente della semFYC, spiega per esempio a El Médico Interactivo quanto siano risultati sorprendenti nel 2022 i dati dello studio “Continuity in general practice as predictor of mortality, acute hospitalisation, and use of out-of-hours care: a registry-based observational study in Norway’, pubblicato sul ‘British Journal of General Practice’, secondo cui mantenere lo stesso medico di famiglia per 15 anni ha comportato una riduzione del 30% nel ricorso ai servizi di pronto soccorso, una diminuzione del 28% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 25% della mortalità.   “L’argomento più convincente dello studio è che esso rileva come il beneficio della continuità sia dose-dipendente. Il rapporto dose-risposta tra la durata del rapporto stabile medico-paziente e gli esiti sanitari è ciò che permette di affermare che l’associazione è causale, non meramente statistica. Non è che i pazienti più sani abbiano medici più stabili; il beneficio cresce con ogni ulteriore intervallo di anni di durata del rapporto, in modo sistematico e per tutte e tre le variabili”, riassume l’esperta.

Misurare l’efficienza della longitudinalità

La chiave di questi risultati è proprio il concetto di longitudinalità. L’esperta di semFYC cita infatti un editoriale pubblicato nel 2022 su ‘Revista Clinica de Medicina de Familia, in cui sono riportati diversi studi che forniscono dati sui molteplici benefici della longitudinalità. Nell’assistenza primaria, la longitudinalità è un “fattore protettivo per la salute. Ai benefici già menzionati, va aggiunto l’impatto sulla sicurezza clinica, grazie alla prevenzione della sovradiagnosi, della medicalizzazione e degli eventi avversi derivanti dall’eccessiva esposizione a esami e trattamenti non necessari”.   Tornando allo studio citato, l’esperta di medicina di famiglia sottolinea che lo stesso gruppo norvegese ha pubblicato nel 2024 uno studio complementare sulle interruzioni nella continuità assistenziale e sulla loro associazione con una maggiore mortalità nei pazienti cronici, rafforzando l’idea dal punto di vista negativo: non solo accumulare anni con lo stesso medico offre protezione, ma le interruzioni nella continuità assistenziale sono associate a esiti peggiori.  Inoltre, studi recenti condotti su pazienti affetti da ipertensione e diabete evidenziano miglioramenti significativi nel controllo dell’HbA1c e della pressione arteriosa sistolica in presenza di una continuità assistenziale.

Il potere del legame con il paziente

Come osserva Rosa M.ª Añel Rodríguez, la continuità favorisce il legame, quell’unione invisibile che unisce il professionista al paziente, alla famiglia e alla comunità in cui opera, e viceversa. “Il legame non è un elemento emotivo aggiuntivo alla relazione clinica: ne costituisce il fondamento. Senza di esso, molte delle cose che rendono possibile la medicina di famiglia non sarebbero realizzabili: la comunicazione spontanea di informazioni riservate, la tolleranza reciproca nei confronti dell’incertezza, la fiducia che permette di non ricorrere al pronto soccorso per ogni minimo sintomo, ecc.”.   Per questo motivo sottolinea che “il legame deve essere reciproco: il paziente riconosce il proprio medico di base come fonte principale e abituale di assistenza sanitaria, e il medico si assume la gestione di tutte le esigenze assistenziali dei pazienti del proprio bacino di utenza”.

Investire nell’assistenza primaria per ridurre la spesa ospedaliera

Partendo da questo presupposto, gli esperti ribadiscono continuamente che gli investimenti nell’assistenza primaria sono particolarmente convenienti in termini di costi, anche per ridurre le spese relative all’assistenza ospedaliera stessa. L’esperta sottolinea che le prove a sostegno di questa ipotesi sono sempre più numerose.  A tal fine, cita diversi studi, tutti in linea con questa tesi. Le analisi basate sui dati di Medicare, pubblicate su ‘JAMA Network Open’ nel 2023, concludono che recarsi regolarmente dallo stesso medico di base è strettamente correlato a un risparmio nella spesa di Medicare, correlazione che si rafforza con l’aumentare della frequenza delle visite nei pazienti con patologie più complesse.  D’altra parte, uno studio condotto in Cina ha stimato che, se si raggiungesse la continuità ottimale, si potrebbero risparmiare tra il 7% e il 27% dei costi ambulatoriali e tra il 55% e il 73% dei costi di degenza.   “Esiste un solido corpus di prove che dimostra come un’assistenza primaria solida sia alla base di un sistema sanitario altamente efficiente, associato a una migliore salute della popolazione, a una maggiore equità e a costi complessivi inferiori”, sottolinea l’esperta.  Infine, osserva che, nonostante si disponga di questi dati, occorre comprendere che non si tratta di spendere di più nell’assistenza primaria per spendere meno in ospedale, come se fosse un’equazione immediata. “L’obiettivo è disporre di un sistema sanitario con un’assistenza primaria solida, continuativa e accessibile, al fine di garantire una migliore salute della popolazione, un minor numero di eventi avversi evitabili e, nel medio e lungo termine, un uso più razionale di tutte le risorse del sistema”.  Ciononostante, è bene tenere a mente questo dato fondamentale: se avere lo stesso medico di famiglia per più di 15 anni riduce il rischio di mortalità del 25-30% rispetto a chi ha lo stesso medico da meno di un anno, la promozione della stabilità dei medici di famiglia dovrebbe essere una priorità per le autorità sanitarie.

(https://bjgp.org/content/72/715/e84)

(https://revclinmedfam.com/article/longitudinalidad-en-atencion-primaria-un-factor-protector-de-la-salud)

(https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2808555)

Una camminata intensa a settimana può ridurre il grasso addominale quanto tre allenamenti

(da Sanitainformazione.it)   Una sola seduta settimanale di camminata a intervalli ad alta intensità potrebbe essere sufficiente per ridurre il grasso corporeo e migliorare la forma cardiorespiratoria negli adulti con obesità addominale. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Scuola di Sanità Pubblica della Facoltà di Medicina LKS dell’Università di Hong Kong (HKUMed) e pubblicato su ‘Nature Communications’.  I risultati indicano che concentrare in un’unica sessione i 75 minuti settimanali di allenamento intervallato produce effetti simili a quelli ottenuti distribuendo lo stesso volume di esercizio in tre allenamenti, come raccomandato dalle linee guida tradizionali. Lo studio, randomizzato e controllato, ha coinvolto 315 adulti di età pari o superiore a 18 anni, tutti in sovrappeso e con obesità addominale. I partecipanti sono stati seguiti tra settembre 2021 e settembre 2024 e suddivisi in tre gruppi: allenamento una volta a settimana, allenamento tre volte a settimana oppure sola educazione sanitaria come gruppo di controllo.

Come è stato condotto lo studio e perché è importante

L’obesità rappresenta una delle principali sfide di salute pubblica a livello globale, soprattutto quando il grasso si accumula nella regione addominale. Il grasso viscerale, infatti, è strettamente associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, disturbi metabolici e mortalità precoce. L’attività fisica è uno degli strumenti più efficaci per contrastare questa condizione, ma molte persone incontrano difficoltà nel rispettare programmi di allenamento frequenti a causa di impegni lavorativi, familiari o della mancanza di tempo. Da qui l’interesse dei ricercatori per verificare se un approccio “weekend warrior”, già associato in precedenza a benefici per la salute, potesse risultare efficace anche nel caso dell’allenamento intervallato ad alta intensità.   Durante lo studio entrambi i gruppi di esercizio hanno svolto complessivamente 75 minuti settimanali di allenamento, differenziandosi esclusivamente nella distribuzione delle sedute. Il gruppo di controllo, invece, ha partecipato ogni due settimane a incontri di educazione sanitaria della durata di due ore e mezza per quattro mesi. Per valutare con precisione i cambiamenti nella composizione corporea, gli studiosi hanno utilizzato l’assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA), effettuando le misurazioni prima dell’intervento, al termine delle 16 settimane di programma e dopo ulteriori quattro mesi di follow-up.

Riduzione del grasso corporeo e migliore capacità cardiorespiratoria

Al termine delle 16 settimane entrambi i gruppi sottoposti ad allenamento hanno ottenuto risultati pressoché sovrapponibili. Sia chi si allenava una sola volta sia chi distribuiva l’attività in tre sedute ha registrato una riduzione della massa grassa totale, della percentuale di grasso corporeo e della circonferenza della vita. Parallelamente è stato osservato un miglioramento della forma cardiorespiratoria rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Questi dati suggeriscono che, a parità di volume complessivo di esercizio, concentrare l’allenamento in un’unica sessione non compromette l’efficacia del programma nel breve periodo.

Un’alternativa concreta per chi ha poco tempo

Secondo il professor Park Siu Ming-fai, responsabile della Divisione di Chinesiologia della Scuola di Sanità Pubblica di HKUMed e autore senior dello studio, i risultati aprono la strada a un approccio più realistico nella gestione dell’obesità addominale. Sebbene i programmi con tre allenamenti settimanali continuino a rappresentare la strategia più comunemente consigliata, una singola sessione di allenamento intervallato potrebbe costituire un’opzione terapeutica valida per chi fatica a trovare spazio nella propria agenda.  Per molti adulti, infatti, gli impegni di lavoro, studio e famiglia rappresentano il principale ostacolo a una pratica costante dell’esercizio fisico. Offrire un programma meno impegnativo dal punto di vista organizzativo potrebbe quindi favorire una maggiore adesione nel lungo periodo, elemento fondamentale per ottenere benefici duraturi.   I ricercatori sottolineano comunque che i risultati riguardano adulti con obesità addominale e un preciso protocollo di allenamento, per cui saranno necessari ulteriori studi per verificare se gli stessi effetti possano essere osservati in popolazioni differenti o con programmi di esercizio diversi.

 

Cure senza evidenze scientifiche, Cassazione: senza informazioni puntuali ai pazienti possono essere truffa

(da DottNet)     Proporre a pagamento una cura priva di evidenze scientifiche a pazienti affetti da gravi patologie, rassicurandoli sulla possibilità di guarire o ottenere miglioramenti non dimostrati, può integrare il reato di truffa. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 19597 del 28 maggio 2026, intervenendo su un caso che riguardava un protocollo farmacologico somministrato a persone con sclerosi multipla.   La Suprema Corte ha annullato, limitatamente agli effetti civili, la sentenza con cui la Corte d’Appello di Perugia aveva assolto gli imputati, rinviando il caso al giudice civile per una nuova valutazione dei danni. Al centro della decisione c’è un principio di particolare interesse per i professionisti sanitari: la libertà del paziente di scegliere una terapia alternativa non giustifica chi ne promuove l’efficacia attraverso promesse e rassicurazioni prive di fondamento scientifico.

Il caso: un protocollo contro la sclerosi multipla senza validazione scientifica

La vicenda riguarda un protocollo farmacologico proposto a pazienti affetti da sclerosi multipla. Secondo la ricostruzione richiamata dalla Cassazione, il trattamento non era supportato da evidenze scientifiche, non aveva ricevuto l’approvazione dell’Aifa e veniva presentato come capace di determinare la guarigione, la regressione della malattia, l’arresto della sua progressione o comunque miglioramenti significativi e duraturi.  La Corte d’Appello aveva assolto gli imputati, sostenendo tra l’altro che i pazienti fossero liberi di interrompere le terapie riconosciute e scegliere trattamenti alternativi più vicini alle proprie aspettative. Una lettura che la Cassazione ha contestato.

La libertà di cura non giustifica le false promesse

Per la Suprema Corte, il problema non è la semplice proposta di una terapia alternativa. Ciò che può assumere rilevanza penale è indurre pazienti in condizioni di particolare fragilità a pagare per un trattamento suscitando speranze di guarigione o miglioramento non sostenute da evidenze scientifiche. La Cassazione richiama così un principio già affermato in precedenti decisioni: la convinzione personale nell’efficacia di una cura non basta a escludere la truffa quando il paziente viene rassicurato sui risultati del trattamento senza disporre di prove scientifiche che li dimostrino.  Nel caso esaminato, secondo la Corte, i giudici d’appello non avevano adeguatamente considerato né l’assenza di validazione scientifica del protocollo né le testimonianze dei pazienti sulle promesse ricevute.

Per i medici il confine è nell’informazione data al paziente

La sentenza indica un confine importante anche per la pratica professionale. Non è la terapia non convenzionale in quanto tale a determinare automaticamente una responsabilità penale. A fare la differenza sono le modalità con cui viene proposta al paziente, le informazioni fornite sulla sua efficacia e l’esistenza o meno di evidenze capaci di sostenere le aspettative create. La libertà di scelta terapeutica presuppone infatti un’informazione corretta. Quando un professionista sfrutta la vulnerabilità di una persona malata per prospettare, dietro pagamento, risultati clinici privi di fondamento scientifico, quella condotta può superare il confine della pratica professionale e assumere rilevanza penale.

Un fascio di luce per curare la parodontite

(da Univadis)    Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul ‘Journal of Translational Medicine’. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell’Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d’uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).

Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali

Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l’amoxicillina. In vitro, l’anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente.  A differenza dell’aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell’ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell’infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).

Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell’osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L’analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l’ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall’aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale.   Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l’incertezza sull’efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.

Una prospettiva preclinica interessante

Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l’antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.

 (https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)

Obesità infantile: il danno cardiovascolare inizia presto, ma gli strumenti per individuarlo sono ancora sottoutilizzati

(da DottNet)    Le malattie cardiovascolari si sviluppano nell’arco di decenni, ma le loro radici affondano spesso nell’infanzia. Una revisione della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2025 mette in luce una lacuna critica nella gestione clinica dell’obesità pediatrica: le attuali linee guida per la stratificazione del rischio cardiovascolare non includono strumenti per identificare l’aterosclerosi nelle sue fasi subcliniche precoci, proprio quando il processo è ancora potenzialmente reversibile.

L’obesità infantile sta raggiungendo proporzioni allarmanti a livello globale, con conseguenze che si estendono ben oltre l’età pediatrica. Il 56% dei bambini con obesità e l’80% di quelli con obesità grave diventano adulti obesi, accumulando nel tempo un carico metabolico e cardiovascolare progressivo. I dati dell‘International Childhood Cardiovascular Cohort Consortium, condotto su quasi 39.000 partecipanti con un follow-up di 35 anni, hanno documentato una forte associazione tra fattori di rischio rilevati in età infantile e successivi eventi cardiovascolari maggiori. I bambini nel quartile più alto dell’indice di massa corporea presentano un tasso di mortalità prematura più che doppio rispetto ai coetanei con BMI inferiore.

L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica che, nel momento in cui diventa clinicamente manifesta, è già consolidata e non più reversibile. La finestra di intervento più efficace si colloca pertanto nelle fasi subcliniche, identificabili attraverso strumenti non invasivi di valutazione vascolare. Tra questi, lo spessore intima-media carotideo e la velocità dell’onda di polso carotideo-femorale mostrano associazioni documentate con obesità e rischio cardiometabolico in età pediatrica. La velocità dell’onda di polso si distingue come indicatore promettente della disfunzione endoteliale precoce, sebbene la mancanza di consenso sui valori di riferimento in età evolutiva ne limiti ancora l’applicazione clinica sistematica.

Il problema centrale evidenziato dalla revisione è che i criteri classici per avviare lo screening aterosclerotico sono calibrati sulla popolazione adulta e sulla frequenza degli eventi clinici in età avanzata, escludendo di fatto la grande maggioranza dei bambini e dei giovani adulti ad alto rischio. Questo genera una popolazione vulnerabile che sfugge alla sorveglianza clinica proprio nella fase in cui l’intervento sarebbe più efficace.

Le attuali linee guida non tengono conto del carico vascolare cumulativo indotto dall’obesità pediatrica, né prevedono percorsi strutturati per la diagnosi precoce dell’aterosclerosi subclinica. Gli autori della revisione sottolineano la necessità di ricerche mirate all’identificazione di strumenti validati per la popolazione pediatrica, integrabili nei protocolli clinici di routine. In parallelo, viene evidenziato il potenziale dei dispositivi digitali mobili come strumenti di promozione della salute cardiovascolare nei giovani, in grado di sostenere interventi sullo stile di vita su larga scala.  Colmare questa lacuna diagnostica richiede un cambiamento di paradigma: riconoscere che la prevenzione cardiovascolare efficace non può attendere l’età adulta, ma deve iniziare lì dove il rischio inizia a prendere forma.

 

Il Ssn recupera personale: +1,6% nel 2024. Più assunzioni che pensionamenti, ma il personale resta anziano

(da Quotidiano Sanità)  Il Rapporto 2024 del Ministero della Salute fotografa un Servizio sanitario nazionale in crescita: aumentano gli organici e le assunzioni superano le cessazioni. Resta però elevata l’età media del personale, mentre prosegue il ricambio generazionale soprattutto tra i medici.  Leggi L’articolo completo al LINK

https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/il-ssn-recupera-personale-16-nel-2024-piu-assunzioni-che-pensionamenti-ma-il-personale-resta-anziano/

Adolescenti, limitare i social migliora sonno, concentrazione e benessere

(da Doctor33)    Limitare l’uso dei social media negli adolescenti può associarsi a miglioramenti del sonno, della concentrazione e del benessere psicologico. È quanto emerge da uno studio commissionato dal governo britannico e riportato da Reuters, che ha coinvolto 309 famiglie con ragazzi di età compresa tra 13 e 17 anni.  I partecipanti sono stati assegnati per un mese a uno di tre diversi interventi: un limite di 15 minuti al giorno per ciascuna applicazione di social media, un coprifuoco digitale con divieto di accesso ai social tra le 21 e le 7 oppure la rimozione completa delle applicazioni dai dispositivi.

Secondo i risultati, tutti e tre gli approcci sono stati associati a miglioramenti riferiti dai partecipanti in termini di qualità del sonno, umore, capacità di concentrazione, tempo dedicato allo studio e interazione con la famiglia.  Il divieto totale di utilizzo dei social media ha prodotto i maggiori benefici percepiti sulla capacità di concentrazione, ma è stato anche quello che ha determinato il maggiore impatto sulla vita sociale degli adolescenti. Il coprifuoco notturno è invece risultato la misura più facilmente mantenuta dalle famiglie e quella che ha garantito i benefici più costanti sul sonno.

Lo studio evidenzia anche alcune criticità nell’applicazione delle restrizioni. Molti ragazzi hanno infatti aggirato i limiti utilizzando tablet, computer portatili o vecchi telefoni. Alcuni hanno inoltre osservato che eventuali controlli più estesi potrebbero essere elusi tramite reti virtuali private (VPN) o dichiarazioni non veritiere sull’età.  Il limite di 15 minuti per applicazione è stato il modello con la minore aderenza. Molti partecipanti lo hanno definito poco pratico perché interrompeva le conversazioni e rendeva difficile mantenere i contatti con i coetanei, soprattutto attraverso piattaforme come Snapchat, spesso utilizzata come principale strumento di comunicazione.

Gli adolescenti coinvolti hanno inoltre sottolineato che eventuali limitazioni dovrebbero tenere conto dell’età e del livello di maturità, prevedendo una maggiore autonomia per i ragazzi più grandi.  Lo studio è stato commissionato dal governo britannico prima dell’annuncio dell’esecutivo guidato da Keir Starmer sull’intenzione di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni.

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