Dieci minuti di corsa lenta
(da Internazionale.it) Per avere effetti positivi, soprattutto sul benessere mentale, lo sport non deve essere necessariamente faticoso. Secondo un nuovo studio condotto in Giappone e riportato dal ‘Washington Post’, dieci minuti di corsa molto lenta, a un ritmo che supera di poco la velocità di una camminata, possono migliorare quasi immediatamente l’umore e alcune capacità cognitive. Ma anche a un’andatura così blanda è importante correre: per i ricercatori, la biomeccanica di questa attività influenza il corpo e il cervello in modo particolare, forse grazie al movimento verticale ritmico tipico della corsa.
Da Dr Google a Dr AI: come cambia il paziente che entra oggi in ambulatorio
(da DottNet) Per oltre vent’anni il rapporto tra medicina e web è stato caratterizzato da una figura ormai familiare: il paziente che arriva alla visita dopo aver effettuato alcune ricerche online. Un fenomeno che ha accompagnato l’evoluzione di internet e che ha costretto i professionisti sanitari a confrontarsi con cittadini via via sempre più informati, ma non sempre adeguatamente preparati a interpretare le informazioni raccolte. Oggi, però, l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa sembra destinato a modificare profondamente questo scenario. La differenza non riguarda soltanto la qualità o la quantità delle informazioni disponibili, ma il modo stesso in cui vengono cercate e assimilate.
Da motore di ricerca a interlocutore
I motori di ricerca tradizionali richiedevano un ruolo attivo da parte dell’utente. Per ottenere una risposta era necessario formulare una domanda, analizzare una serie di risultati, consultare siti diversi e confrontare informazioni provenienti da fonti differenti. Si trattava, in sostanza, di una versione digitale della ricerca documentale tradizionale. Il cittadino doveva comunque compiere un percorso di selezione e interpretazione dei contenuti. L’intelligenza artificiale introduce una logica diversa. Non si limita a indicare dove trovare le informazioni, ma costruisce direttamente una risposta. Soprattutto, è in grado di sostenere una conversazione, approfondire dubbi specifici, riformulare concetti complessi e adattare il linguaggio al livello di competenza dell’interlocutore. Il risultato è che l’attività di ricerca tende a diventare meno esplorativa e più dialogica.
Più informazioni o più convinzioni?
Questo cambiamento produce conseguenze importanti sul piano cognitivo. Quando un paziente consultava più siti web era costretto a confrontarsi con punti di vista differenti, informazioni talvolta discordanti e livelli diversi di autorevolezza delle fonti. Oggi può invece ricevere una risposta sintetica, coerente e apparentemente completa all’interno di una singola conversazione. La maggiore fluidità dell’interazione può favorire la comprensione di concetti complessi, ma può anche generare una sensazione di padronanza che non sempre corrisponde a una reale comprensione del problema clinico. Il rischio non è tanto l’accesso alle informazioni, quanto la possibile sovrapposizione tra informazione e competenza.
La nuova sfida per il medico
Nella pratica professionale il cambiamento è sensibile. Sempre più spesso i pazienti arrivano alla visita con ipotesi diagnostiche, richieste di esami specifici o interpretazioni dei sintomi elaborate attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Per il medico questo comporta un’evoluzione inevitabile del proprio ruolo. Se in passato la principale asimmetria riguardava l’accesso alle informazioni, oggi la differenza si sposta sempre più sulla capacità di contestualizzarle e di tradurle per l’utenza. La disponibilità di informazioni sanitarie deve essere governata dalla competenza clinica. Per il medico diventa ancora più importante avere capacità di spiegare ciò che è rilevante da ciò che non lo è, valutare le caratteristiche individuali del paziente e integrare i dati all’interno di un percorso diagnostico e terapeutico coerente. E comprensibile anche per l’utenza.
Una relazione destinata a cambiare
L’intelligenza artificiale non sembra destinata a sostituire il rapporto tra medico e paziente. Ma sta contribuendo a ridefinirlo. Il paziente del prossimo futuro sarà sempre più informato, autonomo nella ricerca delle informazioni e abituato a interagire con sistemi digitali capaci di fornire spiegazioni immediate. Di conseguenza, il valore aggiunto del professionista sanitario sarà sempre meno legato alla semplice disponibilità delle informazioni ma sempre più alla capacità di attribuire e spiegare il loro significato clinico. In questo scenario la relazione di cura potrebbe diventare meno centrata sul trasferimento di conoscenze e più orientata alla loro interpretazione personalizzata. Una trasformazione che rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità per la medicina contemporanea.
Troppi farmaci agli anziani, la sfida della deprescrizione per il Ssn
(da DottNet) Non prescrivere soltanto il farmaco giusto, ma verificare periodicamente se quelli già prescritti siano ancora tutti necessari. Con l’invecchiamento della popolazione e la crescente diffusione della multimorbilità, la deprescrizione sta assumendo un peso sempre maggiore nelle strategie per la sicurezza delle cure. Non significa semplicemente ridurre il numero dei medicinali assunti da un paziente. Il deprescribing è un processo clinico strutturato attraverso il quale vengono rivalutati benefici e rischi delle terapie in corso e può essere decisa, sotto controllo medico, la sospensione o la riduzione dei trattamenti diventati inappropriati, non più necessari o potenzialmente dannosi.
La politerapia come problema di sicurezza
L’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito la politerapia tra le aree prioritarie del programma globale Medication Without Harm. Il problema riguarda soprattutto gli anziani: con l’aumento delle patologie croniche crescono generalmente anche prescrittori e terapie, con il rischio che farmaci introdotti in momenti differenti continuino a sommarsi senza una rivalutazione complessiva. Non è il numero dei medicinali, di per sé, a rendere una terapia inappropriata. Un paziente con più malattie può avere bisogno di numerosi farmaci. Il rischio nasce quando rimangono nel piano terapeutico medicinali il cui rapporto tra benefici e rischi è cambiato, che possono interagire tra loro o che non rispondono più alle condizioni e alle priorità cliniche della persona.
Medication review, rivalutare l’intera terapia
È qui che entra in gioco la medication review: un esame strutturato dell’intera terapia finalizzato a verificarne appropriatezza, efficacia e sicurezza. Le indicazioni del NICE britannico individuano proprio nelle persone anziane, nei pazienti cronici e in quelli che assumono più medicinali alcune delle categorie nelle quali una revisione strutturata può essere particolarmente importante. La revisione può portare a confermare la terapia, modificarne dosaggi e modalità oppure sospendere uno o più medicinali. Deprescrivere, dunque, non è il contrario di prescrivere: è parte dello stesso processo di appropriatezza e deve avvenire sotto supervisione clinica.
Cosa dicono gli studi internazionali
Le evidenze disponibili invitano però a distinguere tra risultati ormai abbastanza consolidati e benefici ancora da dimostrare pienamente. Una revisione dei trial randomizzati pubblicata dal BMJ nel 2024 mostra che gli interventi di deprescrizione possono migliorare diversi indicatori legati all’appropriatezza e ridurre l’impiego di farmaci potenzialmente inappropriati. Meno univoca è invece la dimostrazione di una riduzione di ricoveri e mortalità. Indicazioni analoghe sono arrivate dal grande studio europeo OPERAM, condotto su oltre 2mila pazienti di almeno 70 anni con multimorbilità e politerapia. La revisione strutturata delle terapie ha mostrato che è possibile intervenire sull’appropriatezza prescrittiva, senza però fornire una dimostrazione conclusiva della riduzione delle riammissioni ospedaliere correlate ai farmaci. La distinzione è rilevante anche per il Ssn: migliorare l’appropriatezza terapeutica è un risultato sostenuto dalle evidenze; quantificare quanto questo possa tradursi in minori ricoveri e minore spesa richiede ancora maggiore cautela.
Dal ricovero al territorio, il ruolo del medico di famiglia
La deprescrizione pone infatti anche un problema organizzativo. Il paziente anziano con multimorbilità passa frequentemente dal medico di medicina generale agli specialisti, dall’ospedale al territorio. Una terapia può essere modificata durante un ricovero, integrata successivamente da uno specialista e poi nuovamente gestita dal medico di famiglia. Senza una revisione complessiva, il rischio è che il piano terapeutico diventi progressivamente la somma di decisioni appropriate prese in momenti differenti, ma mai rivalutate nel loro insieme. Il medico di medicina generale occupa quindi una posizione centrale: conosce la storia clinica del paziente, può ricostruire prescrizioni provenienti da specialisti diversi e verificare nel tempo tollerabilità, aderenza ed evoluzione delle condizioni cliniche. La difficoltà è soprattutto organizzativa: rivedere seriamente terapie complesse richiede tempo, informazioni aggiornate e coordinamento tra professionisti.
Deprescrivere non significa semplicemente spendere meno
È qui che la deprescrizione diventa anche un tema di politica sanitaria. L’invecchiamento della popolazione rende inevitabile l’aumento dei pazienti con più patologie croniche, ma questo non deve necessariamente tradursi in una stratificazione indefinita delle prescrizioni. Una medication review strutturata richiede sistemi informativi capaci di ricostruire le terapie, comunicazione tra ospedale e territorio e responsabilità chiare sulla loro rivalutazione. Può avere anche conseguenze economiche positive, attraverso la riduzione dei medicinali non più necessari e, potenzialmente, degli eventi avversi evitabili. Ma l’ordine dei fattori è importante: la deprescrizione non nasce per spendere meno, bensì per prescrivere meglio. L’eventuale risparmio per il Servizio sanitario è una conseguenza dell’appropriatezza, non il suo obiettivo clinico.
Esiste la dipendenza da energy drink? “Possono fare male alla salute”
(da fimmgnotizie.org) Esiste la dipendenza da enery drink? Le bevande energetiche sono tra le più vendute e consumate, nonostante numerose ricerche dimostrino effetti negativi che il loro consumo regolare può causare alla salute. Una conferma, in questo senso, arriva dal dottor Aniello Maiese, medico dell’Università La Sapienza di Roma che, interpellato dal Daily Mail, ha confermato come possano “aumentare la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e influenzare l’eccitabilità cardiaca”.
Oltre a motivi prettamente di salute, le bevande energetiche possono creare una vera e propria dipendenza. Il media inglese riporta l’esperienza di un uomo che, quando arrivano le 16, deve per forza cercare “la prima lattina di energy drink zuccherata e piena di caffeina che trovo”. Non tutte le bevande energetiche però, secondo Maiese, sono pericolose in questo senso. Il rischio dipende piuttosto dalla quantità consumata, dalla concentrazione di caffeina e dalla presenza di altri stimolanti.
Molte delle bevande energetiche dichiarano di contenere “caffeina naturale”, ma, secondo il dottor Maiese, si tratta di un termine da usare con una certa cautela: “La caffeina di per sé non diventa più sicura solo perché proviene da una fonte naturale”, ha affermato, sostenendo che, dal punto di vista farmacologico, la caffeina è la stessa molecola indipendentemente dal fatto che provenga dal caffè o dal tè verde. “Ciò che conta molto di più è la quantità totale di caffeina, gli altri ingredienti presenti e la quantità di prodotto effettivamente consumata”, ha spiegato.
Inoltre, la “caffeina naturale” non garantisce necessariamente energia senza il successivo calo della stessa. Sebbene il dottor Maiese affermi che probabilmente non sia molto preciso definire “salutare” qualsiasi bevanda energetica, ammette che alcune possono essere “più o meno favorevoli dal punto di vista nutrizionale e cardiovascolare”.
Novità INPS sulla retroattività del certificato medico per visite ambulatoriali
(da Fimmg.org) Con la Circolare INPS n. 92/2026, pubblicata in data 4 settembre 2026, l’Istituto ha introdotto una modifica significativa nella gestione della retroattività dei certificati medici di malattia. Fino ad oggi, la retroattività al giorno precedente la data di rilascio del certificato era riconosciuta solo per le visite domiciliari, a condizione che il medico indicasse esplicitamente nel campo «Dichiara di essere ammalato dal…» la data antecedente. Da ora in poi, questa possibilità è estesa anche alle visite ambulatoriali, grazie a un’interpretazione evolutiva del regolamento del 1963.