Cure senza evidenze scientifiche, Cassazione: senza informazioni puntuali ai pazienti possono essere truffa
(da DottNet) Proporre a pagamento una cura priva di evidenze scientifiche a pazienti affetti da gravi patologie, rassicurandoli sulla possibilità di guarire o ottenere miglioramenti non dimostrati, può integrare il reato di truffa. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 19597 del 28 maggio 2026, intervenendo su un caso che riguardava un protocollo farmacologico somministrato a persone con sclerosi multipla. La Suprema Corte ha annullato, limitatamente agli effetti civili, la sentenza con cui la Corte d’Appello di Perugia aveva assolto gli imputati, rinviando il caso al giudice civile per una nuova valutazione dei danni. Al centro della decisione c’è un principio di particolare interesse per i professionisti sanitari: la libertà del paziente di scegliere una terapia alternativa non giustifica chi ne promuove l’efficacia attraverso promesse e rassicurazioni prive di fondamento scientifico.
Il caso: un protocollo contro la sclerosi multipla senza validazione scientifica
La vicenda riguarda un protocollo farmacologico proposto a pazienti affetti da sclerosi multipla. Secondo la ricostruzione richiamata dalla Cassazione, il trattamento non era supportato da evidenze scientifiche, non aveva ricevuto l’approvazione dell’Aifa e veniva presentato come capace di determinare la guarigione, la regressione della malattia, l’arresto della sua progressione o comunque miglioramenti significativi e duraturi. La Corte d’Appello aveva assolto gli imputati, sostenendo tra l’altro che i pazienti fossero liberi di interrompere le terapie riconosciute e scegliere trattamenti alternativi più vicini alle proprie aspettative. Una lettura che la Cassazione ha contestato.
La libertà di cura non giustifica le false promesse
Per la Suprema Corte, il problema non è la semplice proposta di una terapia alternativa. Ciò che può assumere rilevanza penale è indurre pazienti in condizioni di particolare fragilità a pagare per un trattamento suscitando speranze di guarigione o miglioramento non sostenute da evidenze scientifiche. La Cassazione richiama così un principio già affermato in precedenti decisioni: la convinzione personale nell’efficacia di una cura non basta a escludere la truffa quando il paziente viene rassicurato sui risultati del trattamento senza disporre di prove scientifiche che li dimostrino. Nel caso esaminato, secondo la Corte, i giudici d’appello non avevano adeguatamente considerato né l’assenza di validazione scientifica del protocollo né le testimonianze dei pazienti sulle promesse ricevute.
Per i medici il confine è nell’informazione data al paziente
La sentenza indica un confine importante anche per la pratica professionale. Non è la terapia non convenzionale in quanto tale a determinare automaticamente una responsabilità penale. A fare la differenza sono le modalità con cui viene proposta al paziente, le informazioni fornite sulla sua efficacia e l’esistenza o meno di evidenze capaci di sostenere le aspettative create. La libertà di scelta terapeutica presuppone infatti un’informazione corretta. Quando un professionista sfrutta la vulnerabilità di una persona malata per prospettare, dietro pagamento, risultati clinici privi di fondamento scientifico, quella condotta può superare il confine della pratica professionale e assumere rilevanza penale.
Un fascio di luce per curare la parodontite
(da Univadis) Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul ‘Journal of Translational Medicine’. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell’Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d’uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).
Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali
Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l’amoxicillina. In vitro, l’anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente. A differenza dell’aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell’ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell’infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).
Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell’osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L’analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l’ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall’aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale. Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l’incertezza sull’efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.
Una prospettiva preclinica interessante
Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l’antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.
(https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)
Obesità infantile: il danno cardiovascolare inizia presto, ma gli strumenti per individuarlo sono ancora sottoutilizzati
(da DottNet) Le malattie cardiovascolari si sviluppano nell’arco di decenni, ma le loro radici affondano spesso nell’infanzia. Una revisione della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2025 mette in luce una lacuna critica nella gestione clinica dell’obesità pediatrica: le attuali linee guida per la stratificazione del rischio cardiovascolare non includono strumenti per identificare l’aterosclerosi nelle sue fasi subcliniche precoci, proprio quando il processo è ancora potenzialmente reversibile.
L’obesità infantile sta raggiungendo proporzioni allarmanti a livello globale, con conseguenze che si estendono ben oltre l’età pediatrica. Il 56% dei bambini con obesità e l’80% di quelli con obesità grave diventano adulti obesi, accumulando nel tempo un carico metabolico e cardiovascolare progressivo. I dati dell‘International Childhood Cardiovascular Cohort Consortium, condotto su quasi 39.000 partecipanti con un follow-up di 35 anni, hanno documentato una forte associazione tra fattori di rischio rilevati in età infantile e successivi eventi cardiovascolari maggiori. I bambini nel quartile più alto dell’indice di massa corporea presentano un tasso di mortalità prematura più che doppio rispetto ai coetanei con BMI inferiore.
L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica che, nel momento in cui diventa clinicamente manifesta, è già consolidata e non più reversibile. La finestra di intervento più efficace si colloca pertanto nelle fasi subcliniche, identificabili attraverso strumenti non invasivi di valutazione vascolare. Tra questi, lo spessore intima-media carotideo e la velocità dell’onda di polso carotideo-femorale mostrano associazioni documentate con obesità e rischio cardiometabolico in età pediatrica. La velocità dell’onda di polso si distingue come indicatore promettente della disfunzione endoteliale precoce, sebbene la mancanza di consenso sui valori di riferimento in età evolutiva ne limiti ancora l’applicazione clinica sistematica.
Il problema centrale evidenziato dalla revisione è che i criteri classici per avviare lo screening aterosclerotico sono calibrati sulla popolazione adulta e sulla frequenza degli eventi clinici in età avanzata, escludendo di fatto la grande maggioranza dei bambini e dei giovani adulti ad alto rischio. Questo genera una popolazione vulnerabile che sfugge alla sorveglianza clinica proprio nella fase in cui l’intervento sarebbe più efficace.
Le attuali linee guida non tengono conto del carico vascolare cumulativo indotto dall’obesità pediatrica, né prevedono percorsi strutturati per la diagnosi precoce dell’aterosclerosi subclinica. Gli autori della revisione sottolineano la necessità di ricerche mirate all’identificazione di strumenti validati per la popolazione pediatrica, integrabili nei protocolli clinici di routine. In parallelo, viene evidenziato il potenziale dei dispositivi digitali mobili come strumenti di promozione della salute cardiovascolare nei giovani, in grado di sostenere interventi sullo stile di vita su larga scala. Colmare questa lacuna diagnostica richiede un cambiamento di paradigma: riconoscere che la prevenzione cardiovascolare efficace non può attendere l’età adulta, ma deve iniziare lì dove il rischio inizia a prendere forma.
Il Ssn recupera personale: +1,6% nel 2024. Più assunzioni che pensionamenti, ma il personale resta anziano
(da Quotidiano Sanità) Il Rapporto 2024 del Ministero della Salute fotografa un Servizio sanitario nazionale in crescita: aumentano gli organici e le assunzioni superano le cessazioni. Resta però elevata l’età media del personale, mentre prosegue il ricambio generazionale soprattutto tra i medici. Leggi L’articolo completo al LINK
Adolescenti, limitare i social migliora sonno, concentrazione e benessere
(da Doctor33) Limitare l’uso dei social media negli adolescenti può associarsi a miglioramenti del sonno, della concentrazione e del benessere psicologico. È quanto emerge da uno studio commissionato dal governo britannico e riportato da Reuters, che ha coinvolto 309 famiglie con ragazzi di età compresa tra 13 e 17 anni. I partecipanti sono stati assegnati per un mese a uno di tre diversi interventi: un limite di 15 minuti al giorno per ciascuna applicazione di social media, un coprifuoco digitale con divieto di accesso ai social tra le 21 e le 7 oppure la rimozione completa delle applicazioni dai dispositivi.
Secondo i risultati, tutti e tre gli approcci sono stati associati a miglioramenti riferiti dai partecipanti in termini di qualità del sonno, umore, capacità di concentrazione, tempo dedicato allo studio e interazione con la famiglia. Il divieto totale di utilizzo dei social media ha prodotto i maggiori benefici percepiti sulla capacità di concentrazione, ma è stato anche quello che ha determinato il maggiore impatto sulla vita sociale degli adolescenti. Il coprifuoco notturno è invece risultato la misura più facilmente mantenuta dalle famiglie e quella che ha garantito i benefici più costanti sul sonno.
Lo studio evidenzia anche alcune criticità nell’applicazione delle restrizioni. Molti ragazzi hanno infatti aggirato i limiti utilizzando tablet, computer portatili o vecchi telefoni. Alcuni hanno inoltre osservato che eventuali controlli più estesi potrebbero essere elusi tramite reti virtuali private (VPN) o dichiarazioni non veritiere sull’età. Il limite di 15 minuti per applicazione è stato il modello con la minore aderenza. Molti partecipanti lo hanno definito poco pratico perché interrompeva le conversazioni e rendeva difficile mantenere i contatti con i coetanei, soprattutto attraverso piattaforme come Snapchat, spesso utilizzata come principale strumento di comunicazione.
Gli adolescenti coinvolti hanno inoltre sottolineato che eventuali limitazioni dovrebbero tenere conto dell’età e del livello di maturità, prevedendo una maggiore autonomia per i ragazzi più grandi. Lo studio è stato commissionato dal governo britannico prima dell’annuncio dell’esecutivo guidato da Keir Starmer sull’intenzione di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni.
Neonatalità, domande per i sussidi fino a 10 settembre
(da enpam.it) C’è tempo fino al 10 settembre per richiedere i sussidi Enpam a sostegno della neonatalità, per accompagnare medici e odontoiatri nei primi mesi di vita o di ingresso in famiglia di un figlio. Il bando 2026 ha messo a disposizione degli iscritti all’Ente risorse per 13 milioni di euro.
LE PRESTAZIONI PREVISTE – Il bando prevede diverse forme di sostegno. Per gli iscritti alla gestione Quota A è riconosciuto un sussidio una tantum di 2.000 euro per permettere ai neogenitori di coprire i costi di baby-sitting e dei servizi per l’infanzia nei primi dodici mesi di vita del bambino o dall’ingresso del minore in famiglia. Possono accedere al beneficio anche i genitori adottivi o affidatari. È inoltre previsto un ulteriore sostegno economico destinato agli studenti di medicina e di odontoiatria, dal quinto anno di corso fino all’iscrizione all’albo, sotto forma di indennità in caso di maternità, adozione, affidamento o interruzione di gravidanza. Gli iscritti che possiedono anche i requisiti della gestione dei medici e odontoiatri liberi professionisti (Quota B) possono ottenere un sussidio aggiuntivo di 3.000 euro, cumulabile con quello di Quota A. I contributi sono riconosciuti una sola volta per ciascun figlio e possono essere richiesti da entrambi i genitori se entrambi iscritti all’Enpam. Ad esempio, una coppia di iscritti Enpam liberi professionisti può ricevere fino a 10mila euro per bebè.
REQUISITI – Possono partecipare al bando tutti gli iscritti in regola con iscrizione e contribuzione. In fase di domanda verrà richiesto di dichiarare il reddito familiare in ciascuno degli ultimi tre anni e di specificare la composizione del nucleo. Il limite di reddito medio viene calcolato dal sistema partendo da un minimo di 62.753,60 euro per un iscritto single negli anni in cui non era ancora genitore, e prevede aumenti per la presenza di ulteriori componenti del nucleo familiare, con maggiorazioni in presenza di invalidità pari o superiore all’80 per cento. Per il sussidio legato alla Quota B è, inoltre, necessario aver maturato almeno tre anni di contribuzione negli ultimi dieci anni, di cui uno nel triennio 2022-2024. I benefici riguardano nascite, adozioni o ingressi in famiglia avvenuti nel corso del 2025 e fino alla scadenza del bando.
SOSTEGNO AI GIOVANI – “Questa misura conferma il nostro impegno a sostegno della conciliazione vita-lavoro dei medici e degli odontoiatri, compresi i futuri laureati – dice il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti –. Vogliamo favorire una genitorialità serena, per fare in modo che madri e padri possano proseguire nel loro percorso professionale con meno problemi possibili. Un obiettivo ancora più importante in quest’epoca in cui la neonatalità è una sfida per l’intera società”.
QUANDO – Le domande potranno essere presentate esclusivamente online, tramite l’area riservata del sito Enpam fino alle ore 12 del 10 settembre 2026. L’esito sarà comunicato via mail entro 60 giorni dalla presentazione della domanda completa. Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina dedicata sul sito Enpam.it
Confini professionali: perché il dibattito è destinato a continuare
(da DottNet) Il confronto sui confini delle professioni sanitarie difficilmente si esaurirà nel breve periodo. L’invecchiamento della popolazione, la crescente prevalenza delle patologie croniche, la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e l’evoluzione delle competenze professionali continueranno a porre nuove domande sull’organizzazione dei percorsi di cura. Più che individuare vincitori o vinti, il dibattito non potrà fare altro che riguardare il modo in cui professionisti diversi possano contribuire alla presa in carico del paziente cercando di mantenere chiari ruoli, responsabilità e modalità di collaborazione.
Dalla ridefinizione delle competenze alle nuove esigenze del sistema
Negli ultimi anni il legislatore ha accompagnato un progressivo ampliamento dell’autonomia riconosciuta a diverse professioni sanitarie. Parallelamente, il Servizio sanitario nazionale è chiamato a rispondere a bisogni sempre più complessi, che richiedono un maggiore coinvolgimento del territorio e una gestione multidisciplinare dei pazienti. In questo scenario – su cui grava anche la carenza di medici e di risorse da destinare alla sanità nel suo complesso – il dibattito non riguarda soltanto le attribuzioni delle singole professioni, ma anche la capacità del sistema di costruire percorsi assistenziali nei quali ciascun operatore possa esercitare le proprie competenze in modo coordinato con gli altri professionisti coinvolti.
Le risposte non possono essere uguali per tutti
Le questioni affrontate nel dossier dimostrano come non esista un’unica soluzione applicabile a tutti gli ambiti. Il confronto sul ruolo della farmacia dei servizi presenta caratteristiche diverse rispetto a quello sull’Infermiere di famiglia e di comunità. Analogamente, i rapporti tra medico e fisioterapista, tra medico e biologo nutrizionista o tra ostetrica e ginecologo rispondono a esigenze organizzative e professionali differenti. Pur nelle loro specificità, questi esempi mostrano un elemento comune: ogni evoluzione richiede una definizione chiara delle competenze, dei momenti di collaborazione e delle responsabilità connesse alle decisioni che incidono sul percorso del paziente.
Il confronto riguarda soprattutto l’organizzazione delle cure
Ridurre il dibattito a una redistribuzione di attività tra categorie professionali rischia di semplificare un tema molto più articolato. La crescita dell’autonomia delle professioni sanitarie impone infatti di ripensare anche gli strumenti di comunicazione tra operatori, la condivisione delle informazioni cliniche e le modalità con cui viene garantita la continuità della presa in carico. La qualità dell’assistenza dipende sempre più dalla capacità di integrare competenze diverse all’interno di percorsi organizzativi coerenti, evitando sia sovrapposizioni sia vuoti decisionali.
Un confronto destinato ad accompagnare l’evoluzione del SSN
Il dibattito sui confini professionali è destinato a evolversi insieme al Servizio sanitario nazionale. Le trasformazioni demografiche, epidemiologiche e organizzative renderanno sempre più frequente il coinvolgimento di professionisti diversi nella gestione dello stesso paziente. In questo contesto, il tema centrale non sarà tanto stabilire quali competenze possano essere ampliate, quanto individuare modelli di collaborazione che garantiscano appropriatezza, continuità assistenziale e responsabilità chiaramente definite. È su questo terreno che il confronto tra le professioni sanitarie è destinato a proseguire nei prossimi anni.