Una dieta sana riduce significativamente la gengivite

(da Odontoiatria33)  Secondo uno studio che verrà presentato a “EuroPerio9“, il principale congresso mondiale in parodontologia e implantologia, una dieta sana di solo quattro settimane può ridurre significativamente la gengivite (1). La gengivite è l’infiammazione delle gengive. Gengive sanguinanti, gonfie e difficoltà a masticare sono i principali sintomi della gengivite. Se non trattata, può sfociare in parodontite. La gengivite ha molte cause, tra le quali la principale è l’accumulo di batteri negli spazi tra le gengive e i denti.  “Ricerche precedenti (2) hanno mostrato come interventi sulla dieta abbiano un effetto pronunciato sull’infiammazione gengivale. Questi studi infatti non hanno mostrato alcuna correlazione tra la placca e l’infiammazione gengivale, e questo è piuttosto rivoluzionario. Tuttavia, i meccanismi biologici alla base del processo sono ampiamente sconosciuti.  Poiché sappiamo che esiste un’associazione tra i parametri infiammatori sistemici come CRP, IL-6 e TNF-a, abbiamo voluto scoprire come una dieta ottimizzata per la salute orale possa influenzare sia l’infiammazione parodontale sia quella sistemica “, ha spiegato l’autore principale, il dott. Johan Wölber, del Dipartimento di Odontoiatria Operativa e Parodontologia, Centro di Medicina Dentale, Centro Medico Universitario di Friburgo, Germania. “Per fare ciò, abbiamo condotto uno studio clinico randomizzato utilizzando il disegno del nostro precedente studio (2) su un gruppo di pazienti a cui abbiamo chiesto di seguire una dieta speciale a basso contenuto di carboidrati e proteine animali, ma ricca di acidi grassi Omega 3, vitamine C e D, antiossidanti, nitrati e fibre vegetali”, ha affermato il dott. Wölber.  “Le persone del gruppo controllo non hanno invece cambiato le loro abitudini alimentari, seguendo una dieta occidentale comune, ricca di carboidrati raffinati, acidi grassi saturi e di micronutrienti a basso contenuto di alcol. Abbiamo chiesto ad entrambi i gruppi di non usare alcun dispositivo per la pulizia interdentale durante lo studio. Abbiamo poi valutato i parametri clinici parodontali e i parametri infiammatori sistemici all’inizio e dopo quattro settimane.” Commentando i risultati, il dott. Wölber ha dichiarato: “Siamo rimasti stupiti nello scoprire che -dopo solo quattro settimane – una dieta sana riduceva sostanzialmente l’infiammazione delle gengive. Nel complesso, abbiamo riscontrato, che senza pulizia interdentale, si otteneva nel gruppo test una significativa riduzione della gengivite di circa il 40%, che era, come nel precedente studio, significativamente diversa dal gruppo controllo. Per quanto riguarda i parametri sierologici, non abbiamo riscontrato differenze tra il gruppo di controllo e quello sperimentale, ad eccezione di un aumento significativo della vitamina D nel gruppo che mangiava in modo sano. In altre parole, una dieta ottimale sembra influenzare la gengivite precoce, prima che si instauri l’infiammazione sistemica”.   Alla domanda sui prossimi passi, il dott. Wölber ha dichiarato che spera di convalidare queste scoperte in studi più ampi, per un periodo più lungo. “Effettueremo anche analisi sul microbioma, per vedere cosa succede alla placca sopra e sotto-gengivale“.  Riguardo al messaggio “da portare a casa” per pazienti e professionisti, il dott. Wölber ha dichiarato: “Per i pazienti, sembra chiaro che la dieta occidentale promuova l’infiammazione. Questo studio dimostra che un cambiamento nella dieta è un bene per i pazienti con gengivite, ma può anche rivelarsi favorevole per i pazienti con parodontite. La dieta ottimale consiste nell’evitare i carboidrati raffinati (come zucchero o farina bianca) e gli acidi grassi saturi ed aumentare i micronutrienti da piante, vitamina D, acidi grassi Omega-3, fibre e nitrati vegetali.  A causa del basso contenuto di carboidrati raffinati, questa dieta aiuta anche a prevenire la carie e favorisce la perdita di peso.” Il dott. Wölber ha concluso: “I professionisti della salute orale dovrebbero sentirsi sicuri nel raccomandare una dieta sana ai loro pazienti, nello stesso modo in cui promuovono l’igiene orale, perché andrà a beneficio sia della salute orale che generale”.

(1) EuroPerio9 abstract PD019: The effect of an oral health optimised diet on periodontal and serological parameters. A randomized controlled trial. Johan Wölber. Session on Adjunctive Periodontal Therapies, 20 June 2018, at 15:45 CEST.

2) Woelber, J. et al. (2016). An oral health optimized diet can reduce gingival and periodontal inflammation in humans – a randomized controlled pilot study. BMC Oral Health. 17. 28. 10.1186/ s12903-016-0257-1.)

La Ausl Romagna si attiva per garantire più sicurezza nelle sedi di Continuità Assistenziale

Facendo seguito alla formale richiesta fatta dal nostro Presidente nel corso di una riunione con i Presidenti OMCeO Romagna, seguita da una ulteriore comunicazione di solllecito, la Azienda Ausl Romagna, nella persona del D.G. Marcello Tonini, risponde con la comunicazione in allegato alle preoccupazioni sollevate dagli Ordini sulla sicurezza degli operatori sanitari nelle strutture aziendali ed in particolare nelle sedi di Continuità Assistenziale.

Sicurezza

Gran Bretagna, robot al posto di dottori per risparmiare 13 mld sterline l’anno……

(da AdnKronos Salute)   “Una completa automazione dei servizi sanitari e sociali” potrebbe aiutare “ad aumentare il tempo che i medici e infermieri dedicano alle cure ma che oggi spendono dietro processi ripetitivi” e far risparmiare al Nhs (National Health Service) inglese, l’omologo del nostro Servizio sanitario italiano, “quasi 13 miliardi di sterline all’anno. Circa un decimo del suo budget. E’ la proposta che emerge dal rapporto elaborato dal chirurgo e ex ministro della Salute britannico Lord Ara Darzi. Secondo la ricerca quasi un terzo dei compiti ora svolti dagli infermieri, e circa il 25% di quelli dei medici, potrebbero essere portati a termine da robot o sistemi di intelligenza artificiale.   Il rapporto evidenzia che gran parte della spesa per il Nhs dovrebbe essere investita in nuove tecnologie, sopratutto nell’automazione: “Il Nhs compie 70 anni quest’anno e dobbiamo orientarlo sempre di più al futuro, non dovremmo accettare un National Health Service analogico in un mondo digitale”, ha spiegato Darzi al ‘Telegraph’.

La dipendenza da videogame ora è ufficialmente malattia. Oms la inserisce nell’elenco delle malattie mentali

(da Fimmg.org e Ansa.it)   Le preoccupazioni dei genitori che vedono i figli sempre attaccati alla console trovano ora una conferma scientifica: l’Oms ha inserito il ‘game disorder’ nella parte riguardante le malattie mentali dell’ultima revisione della ‘International Classification of Diseases (ICD)’, l’elenco che contiene tutte le malattie riconosciute, oltre 55mila, che viene usato per le diagnosi dai medici di tutto il mondo. Sono tre le caratteristiche principali del disordine, hanno spiegato gli esperti dell’Oms durante una conferenza stampa. La prima è «una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita». Tra le altre caratteristiche della patologia, ha spiegato Vladimir Poznyak, del dipartimento per la salute mentale dell’Oms durante una conferenza stampa, c’è «il fatto che anche quando si manifestano le conseguenze negative dei comportamenti non si riesce a controllarli» e «il fatto che portano a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari». L’inserimento nell’elenco, hanno spiegato gli esperti dell’Oms, dovrebbe aiutare i medici a formulare più facilmente una diagnosi. «Abbiamo deciso di inserire questa nuova patologia – ha affermato Poznyak – sulla base degli ultimi sviluppi delle conoscenze sul tema». Per essere riconosciuto come problema mentale il disordine deve continuare per almeno 12 mesi, precisa il manuale, anche se ci possono essere eccezioni per casi particolarmente gravi. Dei molti milioni di giocatori nel mondo, ha ricordato Poznyak, sono una minima parte soffre del problema. Tra le altre novità dell’Icd-11, questo il nome dell’aggiornamento, che per la prima volta è stato pubblicato in formato elettronico per raggiungere la platea più vasta possibile, c’è lo spostamento della ‘incongruenza di generè, in cui il sesso biologico è diverso dal genere percepito, dalle malattie mentali a quelle sessuali. La nuova versione verrà presentata alla prossima Assemblea Generale dell’Oms, e verrà adottata a partire dal 2022. «Questo documento – ha affermato Thedros Ghebreseyus, direttore generale dell?Oms – ci permette di capire meglio cosa fa ammalare e morire le persone, e di prendere le iniziative necessarie per prevenire le sofferenze e salvare quante più vite possibile?.

Alcolismo, arrivano le linee guida italiane per il trattamento

(da Doctor33)   Sviluppare linee guida per il trattamento dell’alcolismo basate su prove di efficacia e modificabili e aggiornabili in una continua collaborazione internazionale: questo è l’obiettivo che si sono proposti numerosi ricercatori e società scientifiche italiane e che è stato presentato sulle pagine della Rivista di Psichiatria. «L’Europa è la regione con il più forte consumo di alcol al mondo, con la più elevata percentuale di malattie totali e morti premature alcol-correlate. In Italia, questo fenomeno coinvolge circa il 13% della popolazione oltre i 18 anni e oltre il 25% dei pazienti ricoverati in ospedale. Sfortunatamente, solo il 5% di questi pazienti vengono riconosciuti come persone affette da disturbo da uso di alcol (DUA)» spiegano Mauro Ceccanti e Angela Iannitelli, dell’Università La Sapienza, e Marco Fiore, dell’IBNC-CNR di Roma, in un editoriale che presenta il progetto.   Data la situazione, appare chiaro che le politiche di protezione della salute nel campo dell’alcol non siano ancora adeguate per gestire il problema. È pur vero che la questione è regolata da fattori di diverso tipo, biologici, psicologici e sociali, che rendono difficile per il singolo professionista poter intervenire a tutto campo, dati anche la mancanza di conoscenza del problema, il piccolo numero di centri che lo gestiscono e le poche risorse investite nel territorio. Questa ridotta capacità di identificazione, unita alla mancanza di attenzione ai problemi correlati all’alcol dal punto di vista medico, è un’occasione mancata per iniziare il trattamento di tali problemi e aumenta la probabilità che i soggetti con DUA nella fase iniziale vadano incontro a gravi complicazioni cliniche, difficili e costose da gestire.
I ricercatori, sostenuti dal Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio (CRARL), dalla Società Italiana Tossicodipendenze (SITD), dala Società italiana per il Trattamento dell’Alcolismo e le sue Complicanze (SITAC), dalla Società Italiana Psichiatria delle Dipendenze (SIPDip), dalla Società Italiana Patologie da Dipendenza (SIPaD) e dall’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia (IBCN-CNR), hanno pensato alla realizzazione di linee guida per offrire agli operatori una serie di raccomandazioni volte ad aumentare la conoscenza e l’uso appropriato dei farmaci per le persone affette da DUA.   L’obiettivo principale di queste indicazioni sarà garantire l’omogeneità dei trattamenti e un incremento qualitativo nell’assistenza dei pazienti, creare una conoscenza condivisa sui problemi legati all’alcol, porre le basi per lo sviluppo di programmi di formazione e identificare le aree cliniche che devono essere studiate e meglio comprese così da ridurre le conseguenze psicosociali e pubbliche di questa importante malattia psichiatrica. Data la complessità dell’argomento, gli autori hanno scelto di trattare principalmente nelle linee guida l’astinenza e la dipendenza da alcol, e di introdurre gradualmente altri argomenti. I ricercatori hanno fatto riferimento al sistema GRADE (Grading of Recommendations Assessment Development and Evaluation) identificando tre diversi livelli di qualità per le prove, ovvero qualità alta, qualità moderata, e qualità bassa o molto bassa. Inoltre, sono stati definiti due livelli di raccomandazioni, ossia forti e deboli.

Riv Psichiatr 2018; 53(3):105-106   http://www.rivistadipsichiatria.it/articoli.php?archivio=yes&vol_id=2925&id=29410

Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità Politecnico di Milano: oltre il 60% dei MMG usa WhatsApp

(da Fimmg.org)    Più alto fra i medici che fra i pazienti italiani il livello di utilizzo degli strumenti digitali come lo smartphone. Il mezzo più utilizzato è l’email (77% tra gli specialisti e 83% tra i medici di famiglia), seguita da WhatsApp (52% e 63%) e sms (46% e 61%). In particolare, WhatsApp è utilizzato perché consente di scambiare facilmente e rapidamente dati, immagini e informazioni consentendo di evitare visite non necessarie (secondo il 58% dei medici specialisti e il 63% dei mmg). A rivelarlo la ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano. I cittadini italiani si mostrano invece ancora poco digitali anche nella comunicazione col proprio medico: ben 7 su 10 preferiscono incontrarlo di persona. Fra coloro che si servono di strumenti digitali, la maggior parte utilizza l’email (15%, il 20% è interessato a usarla), poi vengono gli sms (13%) e infine WhatsApp, il cui uso è passato dal 7% di un anno fa al 12% dell’ultima rilevazione. I cittadini usano sms e WhatsApp soprattutto per fissare/spostare visite (50% e 44%) e comunicare lo stato di Salute (38% e 35%). I medici usano le email principalmente per condividere documenti con i propri pazienti (74% gli specialisti, 88% i medici di famiglia) o con altri operatori sanitari (64% e 50%), mentre preferiscono gli sms o WhatsApp per condividere informazioni organizzative.    Commento del Dott. G.G. Pascucci: riportiamo questa notizia pubblicata la settimana scorsa con una certa preoccupazione. Ricordiamo a tutti i colleghi la estrema delicatezza delle comunicazioni scambiate con mezzi informatici, e la facile violabilità degli strumenti digitali, che sono ritenuti estremamente rischiosi dalla nuova normativa europea sulla privacy. Attenzione quindi a limitare il più possibile lo scambio di informazioni e di documenti con pazienti e colleghi, privilegiando sempre il rapporto diretto in studio   

Il consumo di yogurt da parte di soggetti giovani riduce l’insulinoresistenza

(da Univadis)   È noto che i figli di genitori obesi presentano un maggior rischio di obesità da adulti: ben 10 volte maggiore se entrambi i genitori sono obesi, 4 volte maggiore se lo è soltanto uno dei due. Tra le molte variabili (genetiche, socioeconomiche, comportamentali) che contribuiscono a questa situazione vanno annoverate anche le abitudini alimentari, non ultima la progressiva riduzione del consumo di latte e latticini e particolarmente quello di yogurt, che si riduce mediamente a meno di una porzione al giorno proprio tra i 14 e i 18 anni. In questo studio, sono stati valutati i parametri antropometrici e di composizione corporea, l’andamento delle variabili metaboliche e infine la composizione della dieta e la qualità delle abitudini alimentari in ragazzi e ragazze di 20 anni in media, ad alto rischio di obesità. La ricerca ha prima di tutto confermato alcuni dati già noti: i figli di genitori obesi hanno una composizione corporea e un profilo metabolico complessivo meno favorevoli rispetto ai coetanei figli di genitori normopeso. Raggruppando i giovani in base ai livelli di consumo di yogurt, è emerso che coloro che lo consumavano regolarmente (almeno una porzione al giorno) presentavano un livello di insulinemia a digiuno e dell’HOMA index (marker di insulinoresistenza) migliore rispetto a coloro che non consumavano affatto yogurt o lo assumevano sporadicamente. Queste osservazioni sono in linea con quanto già dimostrato a proposito degli effetti positivi che le proteine dello yogurt e i peptidi bioattivi del latte hanno proprio sull’andamento della glicemia e dell’insulinemia, a digiuno e post-prandiale. In conclusione, questo studio, valutando il rapporto tra consumo di yogurt, peso e salute metabolica e considerando il ruolo della predisposizione familiare all’obesità, conferma l’opportunità di inserire questo alimento con regolarità nell’alimentazione di questa categoria di soggetti.  (Panahi S, Gallant A, Tremblay A, Pérusse L, Després JP, Drapeau V. Eur J Clin Nutr. 2018 Apr 25. doi: 10.1038/s41430-018-0166-2. [Epub ahead of print]) 

Rapporto Passi (Iss): dieta o stop al fumo è Mmg che convince

(da Doctor33)   Più che il web o gli amici, è il medico di famiglia che può convincere anche i più reticenti a fare la dieta o a smettere di fumare. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi dell’Istituto Superiore di Sanità, secondo cui ad esempio la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è tre volte maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico. «I dati» spiegano gli esperti «mostrano che il consiglio del medico è rilevante nell’incoraggiare la scelta del paziente ad adottare comportamenti più salutari: anche nella promozione degli screening oncologici il consiglio del medico è rilevante, la quota di persone che si sottopone a screening oncologico, a scopo preventivo, è maggiore fra chi riceve il consiglio da parte del medico o di un operatore sanitario e persino l’adesione allo screening organizzato aumenta se alla lettera della Asl si accompagna il consiglio del proprio medico».
Al momento però, secondo lo studio Passi, i buoni consigli sono dati più che altro a persone con patologie croniche o con comportamenti particolarmente a rischio (forti fumatori, forti bevitori, persone in forte eccesso ponderale e persone che hanno un aumentato rischio cardiovascolare). Poco più del 50% dei fumatori riferisce di aver ricevuto il consiglio di smettere di fumare, ancor meno persone in eccesso ponderale riferiscono di aver ricevuto il consiglio di perdere peso, solo il 30% degli assistiti dichiara di aver ricevuto il consiglio di praticare attività fisica e appena il 6% dei consumatori di alcol a maggior rischio (per consumo abituale elevato o binge drinking o consumo prevalentemente fuori pasto) riferisce di aver ricevuto il consiglio di bere meno.

Gli esercizi di resistenza riducono sintomi depressione

(da Quotidiano Sanità e Reuters Health)   Gli esercizi di resistenza, come il sollevamento pesi o un allenamento sotto sforzo, sarebbero in grado di ridurre i sintomi della depressione. È quanto ha evidenziato uno studio pubblicato da ‘JAMA Psychiatry’. La ricerca è stata guidata da Brett Gordon, dell’Università di Limerick, in Irlanda.
Lo studio. Il team ha analizzato i dati provenienti da 33 studi clinici relativi, complessivamente, a 947 adulti sottoposti ad allenamenti e 930 invece inattivi. Indipendentemente dal fatto che i partecipanti avessero o meno un problema di salute fisica o mentale, l’esercizio ha ridotto i sintomi della depressione, sebbene l’effetto sia stato più pronunciato negli adulti con depressione lieve o moderata. La maggior parte delle ricerche, però, si concentrava sull’esercizio aerobico, come corsa e ciclismo, piuttosto che su allenamenti di resistenza, come sottolineato da Gordon. In media, i programmi di allineamento di resistenza nei piccoli studi inclusi nella review duravano circa 16 settimane, con una durata compresa tra 6 e 52 settimane. E tra gli studi minori che monitoravano se le persone completavano i programmi di allenamento come indicato, il tasso di aderenza era del 78%. Mentre altri studi riportavano solo le presenze, che variavano dall’88% al 94%. Ma l’allenamento di resistenza è stato associato a una riduzione dei sintomi di depressione, indipendentemente da quanto le persone si esercitavano e se ci fosse o meno un miglioramento di forza e massa muscolare. Le conclusioni. In realtà, comunque, questi esercizi non dimostrano se l’esercizio funziona meglio da solo o in combinazione con farmaci o psicoterapia o come alternativa a questi trattamenti. Inoltre, lo studio non ha messo a confronto gli esercizi di resistenza con l’esercizio aerobico o altri tipi di allenamenti. Infine, negli studi considerati non veniva verificato se le persone a cui venivano prescritti farmaci li assumevano come dovuto.  Nonostante questo, “i risultati dimostrano che una serie di esercizi può essere in grado di ridurre la depressione e altri disturbi dell’umore”, come sottolineato da Dianna Purvus Jaffin, del Brain Performance Institute dell’Università del Texas di Dallas. “Il messaggio di fondo è di rimanere attivi”, ha sottolineato, “indipendentemente da fare esercizi aerobici o allenamenti di resistenza”.

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