Cesena: ricerca studio medico professionale in affitto
Si ricerca, con disponibilità immediata, uno studio medico professionale in affitto, conforme ai requisiti comunali e AUSL Emilia-Romagna, di almeno 75 m², con due/tre studi da 12 m² (come da normative), sala d’attesa, bagno disabili e locali tecnici. Zone di interesse: Cesena, dall’area casello autostradale (Cesena Sud), Vigne, Sant’Egidio, Villa Chiaviche, Cervese, via Madonna dello Schioppo, via Calcinaro, Centro Coming, via Ravennate, zona stadio di Cesena e zona Montefiore.
Per proposte e contatti si prega di inviare una mail a studiomedicoprof@libero.it
La riforma Schillaci si arena. Ma il Rapporto PIT spiega perché una riforma resta indispensabile
(da DottNet) La riforma della medicina generale si è fermata prima ancora di arrivare in Parlamento. Travolta dalle divisioni politiche, dalle resistenze sindacali e dalle incertezze che hanno accompagnato il dibattito delle ultime settimane, la proposta del ministro Orazio Schillaci sembra destinata a lasciare il posto a una soluzione negoziale incerta e - allo stato - ancora tutta da costruire. E così, mentre la politica discute dei vincitori e dei vinti, ecco un documento che riporta l'attenzione sul punto essenziale: i problemi che quella riforma avrebbe dovuto affrontare continuano a esistere. È quanto emerge dal Rapporto PIT Salute 2026 di Cittadinanzattiva, basato su oltre 14.000 segnalazioni raccolte attraverso la rete nazionale di tutela dei cittadini. Il quadro che ne emerge non fotografa un singolo problema, ma una serie di criticità che accompagnano quotidianamente milioni di persone nel loro rapporto con il Servizio sanitario nazionale.
Le liste d'attesa restano il volto più visibile della crisi
Quasi la metà delle segnalazioni raccolte dal PIT Salute riguarda l'accesso alle prestazioni sanitarie. All'interno di questa categoria, le liste d'attesa rappresentano il problema principale, seguite dalle difficoltà di prenotazione e dalle agende chiuse. Per i cittadini questi problemi hanno spesso un volto molto concreto. Sono le visite specialistiche fissate a distanza di mesi rispetto ai tempi indicati dal medico, gli esami diagnostici che non trovano disponibilità, le prenotazioni sospese per indisponibilità di posti o la necessità di rivolgersi al privato per ottenere una prestazione in tempi compatibili con il proprio stato di salute. Criticità note da anni, ma che continuano a rappresentare il principale motivo di contatto con i servizi di tutela.
La sanità territoriale continua a mostrare fragilità
Un'altra parte consistente delle segnalazioni riguarda l'assistenza territoriale. In questo ambito emergono problematiche legate ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, alla salute mentale, alle RSA e all'assistenza domiciliare. Il rapporto evidenzia come oltre il 60% delle segnalazioni relative all'assistenza territoriale riguardi proprio il rapporto con medici di famiglia e pediatri. Un dato che assume un significato particolare nelle stesse settimane in cui si è acceso il confronto sulla riforma della medicina generale. Anche l'assistenza domiciliare continua a essere percepita da molti cittadini come una successione di interventi separati piuttosto che come un percorso realmente integrato di presa in carico. Una criticità che richiama direttamente uno degli obiettivi dichiarati delle riforme territoriali degli ultimi anni.
Le Case di Comunità faticano ancora a diventare un riferimento
Tra i temi affrontati dal rapporto compare anche il destino delle Case di Comunità, uno degli investimenti più significativi finanziati dal PNRR. Secondo Cittadinanzattiva, le nuove strutture faticano a essere percepite come un punto di riferimento concreto per i cittadini e a esprimere pienamente il ruolo per cui sono state progettate. Una considerazione che inevitabilmente si intreccia con il dibattito sulle modalità di organizzazione della medicina territoriale e sulla presenza dei professionisti all'interno delle nuove strutture.
Non solo attese: cresce il disagio in altri settori dell'assistenza
Il rapporto segnala anche un aumento delle criticità relative all'assistenza protesica e integrativa, passate in un anno dallo 0,9% al 7% delle segnalazioni. Una crescita che Cittadinanzattiva collega alle difficoltà applicative seguite all'entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario. Restano inoltre presenti segnalazioni relative all'accesso alle cure per la salute mentale, alle strutture residenziali e ai percorsi assistenziali destinati alle persone più fragili, confermando come la pressione sul sistema non riguardi soltanto l'attività ospedaliera ma l'intera rete dei servizi territoriali.
Non una difesa della riforma, ma delle ragioni che l'hanno generata
Il Rapporto PIT non entra nel merito delle scelte del Governo e non esprime giudizi sulla proposta di riforma della medicina generale. Tuttavia fotografa con chiarezza le difficoltà che cittadini e pazienti continuano a incontrare: tempi di attesa incompatibili con i bisogni di cura, difficoltà di accesso ai servizi, percorsi assistenziali frammentati e strutture territoriali che non sempre riescono a svolgere il ruolo per cui sono state pensate. Per questo il documento arriva in un momento particolarmente significativo. Mentre una riforma sanitaria si arena, i cittadini continuano a segnalare le stesse criticità che da anni attendono una risposta. La discussione sulla riforma può essersi fermata. Le ragioni che avevano reso necessario aprire quel confronto, invece, sono ancora tutte sul tavolo.
ASSOCIAZIONE AIBWS – BIOPSIA CUTANEA: OK A UNA DIAGNOSI PIU’ PRECISA DEL BWSp
Una nuova possibilità di diagnosticare una malattia rara: non solo attraverso il prelievo di sangue, ma anche con una biopsia cutanea. Il prelievo di una piccola porzione di pelle può dare una risposta fino al 20% di piccoli pazienti con lo spettro della sindrome di Beckwith-Wiedemann (BWSp), che presentano alcuni dei 30 possibili sintomi ma senza una diagnosi genetica. In caso di esito positivo dello screening, le famiglie possono conoscere con più precisione il rischio oncologico. La biopsia cutanea è entrata nelle indicazioni per il trattamento della patologia (insieme allo studio di altri tessuti diversi dal sangue, come la mucosa buccale), secondo quanto stabilito dal Consensus internazionale 2026 sul BWSp, tenutosi dal 28 al 30 maggio a Cervia.
Che cos'è il BWSp. La sindrome di Beckwith-Wiedemann è una rara malattia genetica congenita. Si stima che ogni anno siano circa 35 i bimbi nati in Italia con questa condizione. I possibili sintomi - non tutti a carico della stessa persona - sono una trentina (per questo si parla di 'spettro'): i bambini sono accomunati da una maggiore predisposizione allo sviluppo di tumori a carico degli organi interni (in particolare reni e fegato, ovvero tumore di Wilms ed epatoblastoma). Le principali manifestazioni del Bwsp sono la macroglossia (iperaccrescimento della lingua nel 90% dei bambini affetti), e la crescita eccessiva di un lato del corpo (emipertrofia). Non esiste una cura farmacologica, ma solo prevenzione della principale complicanza, i tumore infantili. Il 20% dei bambini risultano negativi al test molecolare pur in presenza di sintomi: è in questo caso che può essere decisiva la biopsia cutanea.
Come funziona la biopsia. Lo spiegano Alessandro Mussa, pediatra dell'ospedale Regina Margherita di Torino e organizzatore del Consensus, e Silvia Russo, genetista dell'istituto Auxologico di Milano: "Si tratta di un esame che può essere effettuato in anestesia locale sottocute, sulla zona di pelle corrispondente alla zona di corpo che cresce di più (ad esempio una gamba o un braccio). Per la biopsia, vengono utilizzati dispositivi simili a una penna, con una minuscola lama al posto della punta, che consentono di prelevare dischetti di pelle di 2-3 millimetri di diametro e 1 di spessore: in questo caso, la procedura dura e da fastidio più o meno quanto un prelievo di sangue e lascia come unico 'ricordo' una cicatrice, che in alcuni casi però può scomparire del tutto nel giro di qualche anno".
Per il test genetico, si continua a preferire in prima battuta il prelievo di sangue. Un ulteriore 11% di casi diagnosticati può essere ottenuta dallo studio della mucosa buccale, ma restano comunque casi negativi dove la biopsia potrebbe portare ad una risposta: si stima che si riveli positiva per circa 1 bambino su 5. "E' moltissimo rispetto al passato dal punto di vista diagnostico", assicurano Mussa e Russo. Il principale progresso è quello di poter attribuire anche in questi casi un preciso rischio oncologico: in base allo specifico difetto di metilazione del dna, questo rischio va da 2 a 20%. Questa indicazione orienta poi le successive procedure di screening tumorale. E nel caso il bambino sia giunto all’osservazione dei clinici perché ha già sviluppato un tumore, potrebbe essere risolutivo studiare un pezzettino bioptico sano vicino al tumore rimosso: anche questa indicazione è stata inserita nel nuovo Consensus.
Dalla parte dei bambini. "E' importante trovare il giusto trattamento per garantire un futuro più sereno ai nostri piccoli - spiega Daniela Valle, presidente di Aibws, l'associazione italiana che si occupa della sindrome -. I nostri medici, italiani e stranieri, sanno trovare risposte concrete e tarate sulla vita concreta dei pazienti e delle loro famiglie. La revisione del Consensus è un traguardo importante, che mette in luce un gruppo di professionisti dinamico, che si aggiorna e si confronta, mettendo in discussione quanto stabilito nel 2018".
Gli Stati Generali della patologia. Il Consensus è stato il momento in cui 50 medici da 12 Paesi hanno ri-definito l'approccio alla sindrome. Numerose le competenze e le professionalità coinvolte: genetisti, pediatri, oncologi, ortopedici, chirurghi maxillo-facciali, endocrinologi, logopedisti e per la prima volta anche gli psicologi. Si è trattato della revisione del primo Consensus elaborato a Parigi nel 2018. L'evento ha ottenuto il patrocinio del Parlamento Europeo dalla presidente Roberta Metsola. A seguire, dal 31 maggio al 2 giugno si è svolto il secondo congresso internazionale sul BWSp dopo quello del 2022, sempre a Cervia.


Convenzione per lo svolgimento delle attività di tirocinio curriculare previste dal corso di studio in Igiene Dentale
A tutti gli iscritti all’Albo Odontoiatri
Si trasmette in allegato la Convenzione stipulata dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Forlì-Cesena con l’Alma Mater di Bologna al fine di favorire e promuovere lo svolgimento delle attività di Tirocinio Curriculare previste dal Corso di Studio in Igiene Dentale, presso gli studi odontoiatrici di cui gli iscritti all’Albo degli Odontoiatri risultino titolari o responsabili.
Gli Studi Dentistici interessati ad accogliere gli studenti tirocinanti e ad aderire alla suddetta Convenzione, dovranno trasmettere via email a info@ordinemedicifc.it , entro e non oltre il 31 luglio p.v., i seguenti dati relativi allo studio odontoiatrico ospitante (art. 3):
- ragione sociale;
- partita IVA e codice fiscale;
- indirizzo sede operativa dello studio;
- indirizzo PEC o, in mancanza, indirizzo mail
Certificati di malattia, dalla Cassazione chiarimenti utili per i medici.
(da Doctor33) Il certificato di malattia non può essere messo in discussione sulla base di semplici indizi o comportamenti ritenuti incoerenti. Serve una valutazione tecnica, di natura medico-legale. È questo il principio ribadito dalla Cassazione (ordinanza n. 8738/2026), che ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un lavoratore accusato di simulare una sindrome ansioso-depressiva sulla base di elementi raccolti da un’agenzia investigativa.
Il caso è emblematico perché fotografa una situazione frequente nella pratica: il datore di lavoro aveva contestato lo stato di malattia richiamando una serie di comportamenti – dal rifiuto di sottoporsi a visita psichiatrica al mancato acquisto dei farmaci, fino allo svolgimento di attività ludiche durante l’assenza – ritenuti incompatibili con la diagnosi. La Corte d’appello aveva dato peso a questi elementi, ma la Cassazione ha corretto l’impostazione, chiarendo che indizi di questo tipo non possono sostituire un accertamento clinico specialistico. Il passaggio centrale della pronuncia riguarda proprio il valore del certificato: quando un medico attesta una condizione patologica e la accompagna a una prescrizione terapeutica, si assume una responsabilità professionale che conferisce al documento una particolare forza probatoria. Questo valore può essere superato solo attraverso approfondimenti medico-legali, non con valutazioni indirette o presuntive. In altre parole, la diagnosi resta valida finché non viene messa in discussione da un altro accertamento tecnico qualificato.
Per i medici, il significato pratico è rilevante. La sentenza rafforza il ruolo del certificatore, ma allo stesso tempo richiama alla necessità di una documentazione clinica accurata e coerente. Diagnosi, indicazioni terapeutiche e durata della prognosi devono essere ben motivate e tracciabili, perché costituiscono il perno su cui si fonda la tenuta del certificato anche in sede contenziosa. In questo senso, la congruità tra quadro clinico e terapia prescritta diventa un elemento chiave, soprattutto in ambiti come i disturbi psichici, dove la valutazione può essere più esposta a contestazioni. La pronuncia offre anche un chiarimento importante sul piano giuridico: l’onere della prova resta in capo al datore di lavoro. Non è il paziente a dover dimostrare di essere malato, ma è chi contesta l’assenza a dover provare l’eventuale simulazione. E questa prova non può basarsi su presunzioni generiche, ma deve poggiare su elementi solidi, eventualmente acquisiti attraverso una consulenza tecnica d’ufficio. Senza questo passaggio, il rischio è un’inversione indebita dell’onere probatorio. Un altro aspetto di rilievo riguarda la gestione dei comportamenti del paziente. Attività quotidiane, scelte personali o anche atteggiamenti apparentemente contraddittori non sono di per sé sufficienti a invalidare uno stato di malattia. Il medico deve attenersi alla valutazione clinica, mantenendo il proprio giudizio ancorato ai dati sanitari e non a elementi esterni che esulano dalla sfera medica.
Comunicato Ausl Romagna : IL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO DELLA SANITÀ ROMAGNOLA AL FORUM PA DI ROMA. Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini
Grande interesse per il progetto dell’AUSL Romagna presentato da Sonia Muzzarelli nel talk "Art, Green, Energy" della Regione Emilia-Romagna.
Innovazione tecnologica, inclusività ed un corridoio immersivo trasformano la memoria della cura in benessere per i cittadini
Il patrimonio culturale della sanità pubblica romagnola è stato al centro dell’attenzione a Roma in occasione del prestigioso Forum PA 2026 .
All'interno del talk intitolato "Art, Green, Energy (A.G.E.): progetti che integrano arte, cultura e transizione ecologica", promosso dalla Regione Emilia-Romagna, ha riscosso grande successo la presentazione del progetto "La cura attraverso l’arte: il Museo diffuso dell'arte sanitaria romagnola"
curata da Sonia Muzzarelli, Conservatrice del patrimonio artistico, archivistico e storico dell’AUSL Romagna.
L'evento ha visto la partecipazione di rappresentanti del panorama istituzionale e scientifico regionale e nazionale, Cristina Ambrosini (Dirigente responsabile del Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna), Sonia Di Silvestre (Responsabile eventi e promozione della Direzione Sviluppo Economico, cultura e turismo della Regione),Antonio Disi (Responsabile Laboratorio Strumenti per la Promozione dell’Efficienza Energetica del Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica – ENEA), Anna Maria Linsalata (Responsabile Comunicazione Programmi regionali Fesr e Fse+ della Regione Emilia-Romagna), Fabiana Raco (Ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara), che ha illustrato la sfida scientifica e di ricerca metodologica dietro al progetto dell’Ausl Romagna.
La presentazione del Museo diffuso di Sonia Muzzarelli ha sollevato un profondo interesse tra il pubblico e gli addetti ai lavori presenti a Roma, sia per l’oggettiva complessità tecnica e gestionale, sia soprattutto per la sua lungimiranza. L'iniziativa dimostra infatti come una gestione consapevole e scientifica del patrimonio culturale possa integrarsi perfettamente con la digitalizzazione e tradursi in uno strumento concreto a supporto delle attività rivolte ai cittadini e al benessere delle persone assistite. Sebbene “il terreno in Romagna fosse già pronto”, grazie ad azioni di tutela e valorizzazione avviate sin dai primi anni Duemila dalle ex aziende sanitarie poi confluite nell'attuale AUSL Romagna , le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) hanno permesso di compiere un vero e proprio salto di qualità.
A Roma è stato infatti presentato, anche attraverso un video emozionale, quello che a tutti gli effetti è il primo allestimento immersivo italiano dedicato al patrimonio storico-artistico della sanità pubblica, un’esperienza che unisce l'innovazione tecnologica, la valorizzazione culturale e la memoria collettiva.
Il cuore e il motore del progetto è il corridoio immersivo realizzato presso l'Ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì, un luogo (Ndr. recentemente inaugurato come prima esperienza del genere a livello nazionale) che accoglie i visitatori scatenando reazioni di autentico stupore, in gran parte dovuto al fatto che questo immenso patrimonio (che attraversa e racconta quasi nove secoli di storia) è ancora poco conosciuto.
A sorprendere il pubblico del Forum PA è stata anche la scelta della modalità dell’allestimento.
"Molte persone riferiscono la sensazione di entrare in una sorta di cinema immersivo — ha spiegato Sonia Muzzarelli nel corso del suo intervento a Roma — Questa scelta ha una motivazione storica precisa e si collega alla storia stessa dell’edificio: l’Ospedale “Morgagni-Pierantoni” nacque infatti come sanatorio e, nei sanatori, la proiezione di film rappresentava un’importante occasione per aprire una finestra sul mondo e offrire sollievo e stimoli culturali alle persone ricoverate. Nella nostra collezione è conservata anche una cinepresa degli anni Trenta del Novecento, testimonianza concreta di quella esperienza. Oggi quell'alleanza tra cultura e cura rinasce in chiave digitale Il percorso multimediale non si limita a mostrare la straordinaria consistenza di opere d’arte, ospedali storici, chiese e oratori ospedalieri, ma mette al centro le storie delle donne e degli uomini che hanno dedicato il proprio impegno alla costruzione della sanità pubblica, integrando la narrazione con i volti e le vicende del territorio romagnolo.”
L'altro pilastro del progetto, che ha fortemente convinto la platea del Forum PA, è la dimensione inclusiva dell'allestimento. Il corridoio immersivo è stato concepito per abbattere le barriere sensoriali ed essere accessibile al maggior numero possibile di persone, comprese quelle con disabilità. Sono stati infatti previsti strumenti e contenuti specifici che consentono anche alle persone sorde di fruire dell’esperienza e dei suoi contenuti narrativi.
Un'attenzione che rafforza il valore sociale del progetto: la memoria della sanità pubblica non deve essere solo raccontata, ma vissuta in modo partecipato e realmente condiviso da tutte e tutti.
Tiziana Rambelli
Dirigente sociologo
Ufficio Stampa - Ausl Romagna
cell.328/5305564
Tiziana Rambelli
Dirigente sociologo
Ufficio Stampa - Ausl Romagna
cell.328/5305564
Sigarette elettroniche e salute cerebrale: cresce l’allarme sul possibile legame con l’ictus
(da DottNet) Le sigarette elettroniche continuano a diffondersi rapidamente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, sostenute dalla percezione di essere meno dannose rispetto al tabacco combusto. Ma mentre il vaping conquista nuove fasce di popolazione, cresce anche l’attenzione della comunità scientifica sui possibili effetti a carico del sistema cardiovascolare e cerebrovascolare. A rilanciare l’allerta è A.L.I.Ce. Italia OdV, l’associazione impegnata nella lotta all’ictus cerebrale, che richiama istituzioni, operatori sanitari e cittadini alla necessità di considerare le e-cig come un potenziale fattore di rischio emergente per le patologie vascolari.
Se il rapporto tra fumo tradizionale e ictus è ormai consolidato, le conoscenze sugli effetti a lungo termine delle sigarette elettroniche sono ancora in evoluzione. Tuttavia, i dati accumulati negli ultimi anni suggeriscono che questi dispositivi non siano privi di conseguenze biologiche rilevanti. Gli aerosol generati dalle e-cig possono infatti contenere nicotina, composti organici volatili, particelle ultrafini, metalli pesanti e sostanze aromatiche potenzialmente tossiche. Secondo gli esperti, tali elementi sarebbero in grado di danneggiare l’endotelio vascolare, ossia il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo processi infiammatori e alterazioni circolatorie strettamente correlate al rischio cerebrovascolare.
La letteratura scientifica più recente descrive un possibile collegamento tra vaping e aumento dello stress ossidativo, disfunzione endoteliale, vasocostrizione e incremento pressorio. Meccanismi che, nel tempo, possono contribuire allo sviluppo di aterosclerosi e trombosi, due condizioni chiave nell’insorgenza dell’ictus ischemico. Particolare attenzione viene posta ai cosiddetti “dual users”, ossia coloro che utilizzano contemporaneamente sigarette tradizionali ed elettroniche. In questa popolazione il rischio cardiovascolare sembrerebbe ulteriormente amplificato.
“La sigaretta elettronica non può essere considerata innocua”, sottolinea Massimo Del Sette, direttore della Neurologia con Centro Ictus dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. Secondo il neurologo, le evidenze disponibili indicano effetti negativi sulla funzione vascolare e rendono necessaria una corretta informazione, soprattutto nei confronti delle fasce più giovani. Il tema della prevenzione resta centrale. Ogni anno in Italia migliaia di persone convivono con le conseguenze di un ictus, che può provocare disabilità motorie, deficit cognitivi e perdita dell’autonomia. Per questo A.L.I.Ce. Italia invita a includere anche il vaping tra i fattori di rischio modificabili da affrontare nelle campagne di salute pubblica.
L’associazione chiede programmi educativi mirati, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e una più ampia integrazione del tema sigarette elettroniche nei percorsi di prevenzione cardiovascolare. “Informare significa prevenire”, evidenzia Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia OdV. “È fondamentale aumentare la consapevolezza sui rischi emergenti legati al vaping, soprattutto tra i giovani, per ridurre l’impatto futuro dell’ictus sulla popolazione”.
Uno sprint contro il panico
(da internazionale.it) Secondo uno studio pubblicato in 'Frontiers in Psychiatry' un'attività fisica intensa di breve durata, come gli sprint di corsa veloce, potrebbe aiutare le persone che soffrono di attacchi di panico. I ricercatori hanno visto che ricreare alcune sensazioni fisiche del panico (battito accelerato, respiro corto, sudorazione) attraverso sforzi fisici intensi riduce l'intensità e la frequenza degli attacchi d'ansia perché aiuterebbe i pazienti a "reinterpretarle come non pericolose". I risultati sono superiori a quelli di un training relazionale ha spiegato Ricardo William Muotri dell'Università di Sao Paulo, autore principale dello studio
(https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2025.1739639/full)
La “prescrizione” di arte può avere un ruolo nella medicina di base?
(da Univadis - Álvaro de la Serna) Negli ultimi anni, l’integrazione di interventi non farmacologici con un impatto sulla salute mentale e il benessere ha acquisito sempre maggiore importanza, parallelamente alla necessità di modelli assistenziali integrati. In questo contesto, la Società di Medicina di Famiglia e di Comunità di Madrid (SoMaMFyC) ha lanciato il primo gruppo strutturato in Spagna per la Prescrizione di Arte e Cultura nell'Assistenza Primaria (PA-AP), un'iniziativa che mira a trasferire in ambito clinico un approccio finora frammentato e poco sistematico.
Il punto di partenza si basa su un progressivo cambiamento di paradigma.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva sottolineato già nel 2019 il potenziale dell'arte come risorsa terapeutica, e più recentemente è stato formalizzato in Spagna un accordo tra i Ministeri della Salute e della Cultura per integrare le arti nell'assistenza sanitaria, con particolare attenzione alla salute mentale e all'umanizzazione dell'assistenza. Tuttavia, il valore distintivo di questa proposta risiede nella sua applicazione nell'ambito dell'assistenza primaria.
Cinema e musica nel ricettario del medico di famiglia
Il gruppo nasce come evoluzione di un'esperienza avviata presso il Centro sanitario universitario Santa Hortensia (Madrid), dove per anni sono state organizzate attività artistiche nella sala d'attesa con la partecipazione dei pazienti. Come spiega a Univadis Spagna María José Álvarez Pasquín, medico di famiglia e partecipante al progetto, quelle prime iniziative — incentrate sull'opera, il cinema o la musica — hanno permesso di esplorare “il rapporto tra diverse forme d'arte e la salute nella letteratura scientifica” e di verificarne l'accettazione sia da parte dei pazienti sia dei professionisti. In questo contesto, il nuovo gruppo adotta un approccio più strutturato. Si tratta di un team multidisciplinare che riunisce operatori sanitari, artisti e pazienti, con l’obiettivo di passare dall’esperienza comunitaria alla prescrizione formale. Come afferma Álvarez Pasquín, l'iniziativa mira a "promuovere l'integrazione della prescrizione di arte e cultura nella pratica della medicina di famiglia come strumento complementare per migliorare la salute, il benessere e l'equità". Questo cambio di prospettiva è significativo, poiché non si limita a introdurre attività culturali in ambito sanitario, ma mira a definire criteri clinici, indicazioni e profili dei pazienti nei quali tali interventi possano svolgere un ruolo terapeutico.
Per quali malattie?
Uno degli elementi centrali del progetto è il suo inserimento in un modello di cure primarie che integra determinanti sociali, emotivi e culturali. Come sottolinea Álvarez Pasquín, "prescrivere" arte e cultura "costituisce una strategia innovativa basata su dati scientifici che integra l’assistenza clinica convenzionale". L'interesse clinico si concentra in particolare su contesti quali le malattie croniche, il disagio emotivo o la solitudine involontaria, in cui gli interventi biomedici tradizionali mostrano limiti. In questo senso, il progetto non mira solo a potenziali benefici per i pazienti, ma anche a un impatto sugli stessi professionisti e sul contesto assistenziale. Tuttavia, l'evoluzione stessa del gruppo evidenzia che i dati disponibili sono ancora limitati ed eterogenei. Alcune linee di ricerca — come gli studi pilota sull'ansia e la depressione nei giovani o gli interventi comunitari legati alla violenza di genere — suggeriscono benefici, ma necessitano di una convalida attraverso studi più ampi e con un maggiore rigore metodologico.
Medicina ribelle
Al di là dei risultati preliminari, l’iniziativa stimola una riflessione fondamentale sul ruolo dell’assistenza primaria. La stessa responsabile lo afferma in modo esplicito: "Prescrivere arte e cultura nell’assistenza primaria è una forma di ribellione che umanizza l’assistenza sanitaria". Questa affermazione sintetizza l'approccio del progetto, ma anche le sue principali sfide. L'effettiva attuazione di questo tipo di interventi richiede risorse comunitarie accessibili, una formazione specifica, tempo a disposizione e, soprattutto, una base di dati scientifici che consenta di individuare in quali pazienti e in quali condizioni possano rivelarsi utili. In questo senso, la proposta della Società Madrilena di Medicina di Famiglia e Comunitaria apre una linea di lavoro promettente, ma ancora in fase di consolidamento. Il suo futuro dipenderà, in larga misura, dalla sua capacità di tradurre un'idea concettualmente valida in uno strumento utilizzabile e valutabile nella pratica clinica quotidiana.
FNOMCEO COMUNICAZIONE NR. 69 SU EBOLA
Circolare Ministero della Salute 4258-29/05/2026-DPRES-DPRES-P recante “Malattia da Virus Ebola (MVE) causata dal virus Bundibugyo (Bundibugyo virus disease - BVD; Orthoebolavirus bundibugyoense) - Indicazioni operative per l’attuazione dell’Ordinanza del Ministro della salute “Procedure operative e misure di sorveglianza sanitaria relative alla Malattia da Virus Ebola (MVE)” del 29 maggio 2026 in materia di autosegnalazione, sorveglianza sanitaria, stratificazione del rischio e gestione dei casi, dei contatti di caso e dei soggetti in arrivo dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda”
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Cefalea da iperconnessione: schermi sotto osservazione per il mal di testa tra bambini e adolescenti
(da DottNet) L’utilizzo intensivo di smartphone, tablet e altri dispositivi digitali potrebbe contribuire all’aumento degli episodi di L’utilizzo intensivo di smartphone, tablet e altri dispositivi digitali potrebbe contribuire all’aumento degli episodi di cefalea tra bambini e adolescenti.
A suggerirlo sono dati scientifici sempre più consistenti che collegano il tempo trascorso davanti agli schermi a disturbi neurologici nei più giovani, tra cui forme di emicrania e mal di testa tensivo. Il tema è stato approfondito nel corso del Congresso Italiano di Pediatria in svolgimento a Padova.
La cefalea rappresenta una delle problematiche più frequenti osservate negli ambulatori pediatrici e interessa fino al 15% della popolazione in età scolare. In questo scenario prende forma quella che gli specialisti definiscono “cefalea digitale”, una condizione associata a esposizione prolungata ai device elettronici, alterazioni del riposo notturno, stress visivo e sovrastimolazione mentale.
A rafforzare il quadro è una review pubblicata sulla rivista Headache, che ha esaminato 48 studi internazionali rilevando un’associazione tra aumento del tempo davanti agli schermi e maggiore incidenza di cefalea nei giovanissimi. Risultati analoghi emergono anche da uno studio pubblicato sul Boletín Médico del Hospital Infantil de México, secondo cui nei bambini con mal di testa risultava più comune un impiego di smartphone e tablet superiore alle tre ore quotidiane. Lo studio ha inoltre osservato un miglioramento dei sintomi in seguito alla riduzione dell’esposizione digitale.
Tra i fattori coinvolti figurano l’affaticamento oculare legato alla fissazione prolungata dello schermo e l’interferenza con il ritmo sonno-veglia causata dalla luce blu, che può incidere sulla produzione di melatonina. Anche la postura mantenuta a lungo con il capo inclinato verso lo smartphone, nota come text neck, può aumentare la tensione muscolare cervicale favorendo dolore irradiato alla testa.
Un ulteriore elemento di rischio è il sovraccarico cognitivo generato da notifiche continue, consumo incessante di contenuti e timore di perdere aggiornamenti online, fenomeno noto come Fomo (Fear of Missing Out). Per questo i pediatri invitano a introdurre regole di igiene digitale: limitare l’uso serale dei device, evitare schermi in camera da letto e prevedere pause frequenti durante la giornata.
Spettacolo teatrale “Ritorno”, 23 giugno 2026 alle ore 21.00 presso l’Auditorium Conad – Città di Forlì
La Nostos APS – Associazione Nazionale Anti-Mobbing organizza lo spettacolo teatrale "Ritorno", che si terrà il prossimo 23 giugno 2026 alle ore 21.00 presso l'Auditorium Conad – Città di Forlì.
Scritto e diretto da Gianni Guardigli, con Arianna Ninchi nei panni di Antonia e le musiche eseguite dal vivo da Alessandro Maltoni, "Ritorno" è un'opera che nasce da una profonda riflessione sul rapporto tra coscienza, responsabilità e silenzio, ispirata anche alla vicenda di Sara Pedri e alle tante storie di sofferenza che chiedono ancora ascolto e consapevolezza.
Attraverso il linguaggio del teatro, lo spettacolo invita il pubblico a interrogarsi sul valore delle proprie scelte e sull'importanza di non voltarsi dall'altra parte di fronte al disagio e all'ingiustizia.
Il ricavato dell'evento sarà interamente destinato a sostenere le attività di Nostos APS e i progetti di supporto e sensibilizzazione che l'associazione realizza sul territorio nazionale.
I biglietti sono acquistabili online al seguente link:
🎟️ https://www.ticketsms.it/event/Ritorno-Forli-Auditorium-Conad-Citta-Di-Forl-23-06-2026


Fine vita, 7 italiani su 10 favorevoli all’eutanasia: boom tra i giovani
(da Sanitainformazione.it) Gli italiani sembrano sempre più favorevoli alla possibilità di scegliere sul proprio fine vita. Negli ultimi anni il consenso verso eutanasia, testamento biologico e suicidio assistito è cresciuto in modo significativo, segnando un cambiamento culturale che coinvolge soprattutto le generazioni più giovani. A fotografare questa evoluzione è il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, che ha analizzato le opinioni degli italiani sui principali temi etici e bioetici. I dati mostrano che il 70,2% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia, mentre oltre l’80% approva il testamento biologico. In aumento anche il consenso verso il suicidio assistito, passato dal 39,4% del 2019 al 54,3% del 2026. Le percentuali più alte si registrano tra under 45 e giovani adulti, mentre il sostegno cala nelle fasce più anziane della popolazione.
Eutanasia, il consenso cresce soprattutto tra giovani e adulti
Il tema dell’eutanasia continua a dividere il dibattito pubblico e politico, ma il consenso degli italiani appare ormai consolidato. Secondo i dati raccolti nel rapporto, oltre sette italiani su dieci ritengono giusto consentire l’eutanasia in determinate condizioni cliniche e personali. A sostenere maggiormente questa possibilità sono soprattutto i cittadini tra i 35 e i 44 anni, con percentuali vicine all’80%, seguiti dai 25-34enni e dai più giovani tra 18 e 24 anni. Il consenso diminuisce invece progressivamente tra gli over 64, pur restando maggioritario. Il dato conferma una trasformazione culturale già osservata negli ultimi anni: sempre più persone chiedono il diritto di decidere autonomamente sulle cure e sul fine vita, soprattutto nei casi di sofferenza irreversibile o perdita totale dell’autonomia.
Testamento biologico, oltre l’80% degli italiani è favorevole
Ancora più alto il consenso verso il testamento biologico, cioè la possibilità di lasciare disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari da ricevere o rifiutare in futuro. Entrata nell’ordinamento italiano nel 2018, questa pratica appare oggi ampiamente accettata dalla popolazione. Oltre l’80% degli italiani si dichiara favorevole alla possibilità di aderire alle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. Anche in questo caso il sostegno più forte arriva dalle fasce più giovani e istruite della popolazione, mentre il consenso si riduce con l’aumentare dell’età. Per molti cittadini il testamento biologico rappresenta uno strumento di autodeterminazione e tutela della dignità personale nei momenti più delicati della malattia.
Suicidio assistito, consenso in forte crescita dal 2019
Più complesso resta il tema del suicidio assistito, cioè la possibilità di ricevere assistenza medica per porre fine alla propria vita. Nonostante le resistenze ancora presenti nel dibattito pubblico, il consenso è cresciuto in modo netto negli ultimi anni. Nel 2019 meno del 40% degli italiani si dichiarava favorevole. Oggi la quota supera il 54%, segnale di una società che appare sempre più aperta alla discussione sul diritto alla scelta individuale anche nelle fasi terminali della vita. Il sostegno più elevato si registra ancora una volta tra i giovani, dove quasi sette ragazzi su dieci si dichiarano favorevoli, mentre tra gli over 64 prevalgono ancora posizioni più prudenti o contrarie.
Demenza e disposizioni anticipate: italiani favorevoli alla scelta personale
Un altro tema affrontato riguarda la possibilità di ricorrere all’eutanasia nei casi di demenza senile avanzata, quando questa volontà sia stata espressa in precedenza attraverso le disposizioni anticipate. Anche su questo fronte il consenso resta alto e supera il 67%, con percentuali particolarmente elevate tra i più giovani. Il dato evidenzia quanto il principio dell’autodeterminazione sanitaria stia diventando centrale nella percezione degli italiani, soprattutto quando si parla di qualità della vita, perdita di coscienza e malattie neurodegenerative.
Fine vita, un tema sempre più centrale nel dibattito italiano
I numeri mostrano come il fine vita non sia più considerato un tema marginale o esclusivamente etico-religioso, ma una questione sociale, sanitaria e culturale sempre più presente nel dibattito pubblico. L’aumento del consenso verso eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico riflette una maggiore attenzione verso il diritto alla scelta individuale, la dignità del paziente e il controllo sulle decisioni sanitarie nelle fasi più delicate dell’esistenza. Allo stesso tempo, il tema continua a sollevare interrogativi giuridici, politici e morali che restano al centro del confronto in Italia e in molti altri Paesi europei.
AI in medicina, il 61% di specialisti e Mmg la usa già. Ma pochi sanno riconoscere gli errori
(da Doctor33) L’intelligenza artificiale generativa è già entrata nella pratica quotidiana di medici e pazienti. Secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, presentata al Festival dell’Economia di Trento, il 61% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale dichiara di avere già utilizzato strumenti di AI generativa. Tra gli infermieri la quota è del 37%. L’utilizzo avviene prevalentemente attraverso piattaforme generaliste non progettate specificamente per l’ambito sanitario. Parallelamente, il 36% dei cittadini riferisce di utilizzare chatbot basati su AI per cercare informazioni su salute, farmaci e terapie. Secondo Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio, questi strumenti stanno entrando “rapidamente nella quotidianità di professionisti e cittadini” e richiedono “un approccio guidato da responsabilità e da un giusto senso di urgenza”. L’indagine evidenzia però anche un problema di competenze. Un terzo dei medici specialisti dichiara di conoscere il rischio di “allucinazioni” dell’AI generativa, ma solo il 17% afferma di saperle riconoscere.
Nel report vengono indicati diversi possibili ambiti applicativi dell’intelligenza artificiale in sanità:
- supporto alla pre-interpretazione degli esami diagnostici;
- gestione delle liste d’attesa;
- telemedicina;
- presa in carico dei pazienti cronici;
- supporto alla relazione medico-paziente tramite strumenti conversazionali.
- il 69% dei medici specialisti utilizza la Cartella clinica elettronica;
- il 48% degli specialisti e il 30% degli infermieri accede al Fascicolo sanitario elettronico;
- il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale ha effettuato televisite;
- due cittadini su tre hanno utilizzato il Fascicolo sanitario elettronico nell’ultimo anno.
- cybersecurity;
- servizi digitali al cittadino;
- Cartella clinica elettronica;
- telemedicina;
- intelligenza artificiale.
Inquinamento, effetti su polmoni e cervello già dopo poche ore
(da Sanitainformazione.it) Una nuova ricerca britannica indica che anche una breve esposizione ai comuni inquinanti atmosferici può modificare, in modo distinto, la funzione polmonare e l’attività cerebrale. Lo studio, pubblicato su 'npj Clean Air' e condotto da un gruppo di scienziati britannici, mostra che sostanze presenti nell’aria interna ed esterna possono produrre effetti misurabili entro appena quattro ore dall’esposizione. Il lavoro offre nuovi elementi per comprendere il rapporto tra inquinamento atmosferico, salute del cervello e possibile rischio di demenza. L’inquinamento può infatti agire direttamente, quando particelle nocive penetrano nel cervello, oppure indirettamente, attraverso l’infiammazione polmonare che influenza a sua volta l’attività cerebrale. Finora la qualità dell’aria è stata spesso valutata soprattutto in base alla quantità totale di particolato. Questo studio suggerisce invece che la fonte dell’inquinamento conta quanto la concentrazione.
Con l’aumento delle malattie neurologiche, l’invecchiamento della popolazione e l’urbanizzazione crescente, capire queste differenze diventa un tema urgente di salute pubblica. I risultati indicano inoltre che esposizioni brevi, considerate spesso trascurabili, possono lasciare tracce biologiche rapide e differenziate negli stessi individui osservati, aprendo nuove domande cliniche e regolatorie molto importanti per la prevenzione.
Dentro lo studio clinico sull’esposizione
I partecipanti allo studio sono stati esposti, in condizioni controllate, ad aria pulita, aerosol organico secondario di limonene, gas di scarico diesel, fumo di legna ed emissioni di cottura. Il limonene è una fragranza agrumata comunemente usata nei prodotti per la pulizia e rappresenta quindi una fonte di inquinamento domestico tutt’altro che rara. Dopo 60 minuti di esposizione e una pausa di quattro ore, i ricercatori hanno valutato la funzione respiratoria e diverse prestazioni cognitive, tra cui memoria di lavoro, attenzione selettiva, elaborazione socio-emotiva, velocità psicomotoria e controllo motorio. Le risposte respiratorie hanno mostrato che il limonene ha avuto l’impatto maggiore sulla funzione polmonare, seguito dal fumo di legna, dai gas di scarico diesel e infine dalle emissioni di cottura. Il dato è rilevante perché le miscele erano state regolate per contenere livelli simili di particolato, secondo il criterio oggi più usato per misurare l’inquinamento atmosferico nei controlli.
L’autore principale, Thomas Faherty dell’Università di Birmingham, ha affermato: “Questo studio clinico unico ha evidenziato l’importanza dell’asse polmone-cervello nelle risposte cerebrali all’inquinamento atmosferico. Esporre in sicurezza gli stessi individui a diverse miscele di inquinanti reali ci ha permesso di rilevare differenze tra gli inquinanti, dimostrando il valore di questo approccio per ulteriori ricerche sul legame tra inquinamento e demenza”.
Effetti cognitivi non uniformi
La ricerca ha rilevato anche effetti cognitivi non uniformi. I gas di scarico diesel e il fumo di legna hanno migliorato la velocità di elaborazione, mentre l’aerosol organico secondario derivato dal limonene ha migliorato la memoria di lavoro rispetto alle emissioni prodotte dalla cottura. Allo stesso tempo, i gas di scarico diesel hanno mostrato segnali di compromissione delle funzioni esecutive. Il quadro, dunque, non è lineare: alcuni indicatori sembrano migliorare, altri peggiorare. Secondo il team, una possibile spiegazione riguarda la presenza di ossidi di azoto, noti come vasodilatatori, che potrebbero alterare il flusso sanguigno al cervello e contribuire a questi effetti contrastanti. Proprio questa variabilità rende lo studio utile per superare letture troppo semplici della qualità dell’aria quotidiana urbana domestica.
Perché conta la fonte dell’inquinamento
“Sebbene le miscele di inquinanti siano state regolate in modo da contenere livelli simili di particolato, che è il metodo attualmente utilizzato per misurare l’inquinamento atmosferico, non abbiamo osservato una risposta unica e uniforme. Al contrario, ogni fonte di inquinamento ha prodotto un proprio schema di cambiamenti a breve termine nei polmoni e nel cervello. Questo ci indica che il corpo non reagisce a tutti gli inquinanti atmosferici allo stesso modo: la fonte e la composizione dell’inquinamento sono davvero importanti”, afferma Gordon McFiggans. È questo il punto centrale dello studio: non basta sapere quanto particolato è presente nell’aria, bisogna capire da dove proviene e quali sostanze lo compongono. Riconoscere queste differenze può aiutare a definire politiche pubbliche più precise, migliorare le diagnosi cliniche e sviluppare strategie di protezione più mirate. La questione riguarda sia gli ambienti esterni, segnati dal traffico e dalla combustione della legna, sia gli spazi chiusi, dove prodotti per la pulizia e cottura dei cibi possono contribuire all’esposizione quotidiana. Poiché effetti misurabili sono stati rilevati dopo appena 60 minuti di esposizione, i risultati suggeriscono che esposizioni più lunghe o ripetute potrebbero avere conseguenze importanti sulla salute del cervello nel lungo periodo.
Nuovo spettacolo teatrale dei nostri colleghi attori
La compagnia di medici attori "Dica 33", è una compagnia teatrale nata nel 2017 da un'idea della pediatra Alessandra Foschi, formata interamente da medici e professionisti sanitari della provincia di Forlì-Cesena che uniscono la passione per la medicina a quella per il teatro
Questa volta va in scena la commedia brillante “Il Servitore di due Padroni”, scritta nel 1745 da Carlo Goldoni, un testo che pur avendo circa tre secoli è ancora, per l’argomento trattato, più che mai attuale.
Il debutto dei nostri colleghi è stato in Gennaio scorso a Savignano sul Rubicone, la prossima rappresentazione è in programma Giovedì 9 Luglio 2026 all'Arena Plautina di Sarsina, alle ore 21.
Come nelle altra occasioni, l'incasso sarà interamente devoluto in beneficienza
Per prenotare i biglietti si può telefonare al 3384081149


Lo studio del medico di famiglia riesce ancora a contenere la domanda sanitaria?
(da DottNet) Per anni lo studio del medico di medicina generale ha funzionato come una struttura relativamente semplice: visita clinica, rapporto fiduciario diretto, organizzazione minima e pochi livelli intermedi tra medico e paziente. Oggi quello stesso spazio si trova invece a gestire attività molto più complesse. Non solo visite, ma comunicazioni continue, gestione documentale, dati sanitari, personale di supporto, pazienti cronici, strumenti digitali e richieste amministrative sempre più numerose. La sensazione è che molti studi territoriali stiano cercando di assorbire una domanda sanitaria cresciuta molto più rapidamente della loro evoluzione organizzativa.
Una struttura nata per un’altra medicina
Gran parte degli studi MMG italiani nasce in un contesto molto diverso da quello attuale: meno cronicità, meno adempimenti, minore pressione burocratica e un rapporto con il paziente costruito quasi esclusivamente attorno alla visita ambulatoriale. Nel frattempo, però, il ruolo della medicina generale si è progressivamente ampliato. Oggi al medico di famiglia viene chiesto di garantire presa in carico continuativa, integrazione territoriale, gestione delle fragilità, coordinamento con altri professionisti e crescente disponibilità comunicativa. È una trasformazione che sta cambiando non soltanto il lavoro del medico, ma anche la funzione stessa dello studio.
Il DM 77 spinge verso modelli più strutturati
Il DM 77/2022 accelera ulteriormente questa evoluzione. La medicina territoriale delineata dalla riforma punta infatti su integrazione multiprofessionale, maggiore accessibilità e organizzazione più strutturata dei percorsi assistenziali. Un modello che richiede inevitabilmente procedure più definite, gestione ordinata dei flussi e maggiore capacità organizzativa. Il problema è che una parte significativa della medicina generale continua ancora a operare in assetti costruiti progressivamente nel tempo, spesso adattando strumenti e spazi a esigenze sempre nuove.
La pressione non è più solo clinica
Molti MMG descrivono oggi una pressione che non deriva soltanto dall’attività clinica, ma dalla somma continua di funzioni diverse: richieste amministrative, comunicazioni digitali, gestione documentale, rapporti con piattaforme e necessità di mantenere accessibile lo studio a una domanda sanitaria crescente. Ed è probabilmente qui che emerge il vero punto critico: lo studio del medico di famiglia non è più soltanto un luogo professionale individuale, ma un piccolo sistema organizzativo chiamato a gestire flussi assistenziali sempre più complessi.
Una transizione ancora incompleta
La medicina territoriale italiana è oggi sospesa tra due modelli. Da un lato resta forte l’impostazione storica dello studio professionale costruito attorno alla figura del singolo medico. Dall’altro, il sistema sanitario chiede progressivamente strutture più integrate, tracciabili e organizzate. Nel mezzo c’è una fase di transizione in cui molti studi continuano a reggere soprattutto grazie alla capacità personale dei medici di assorbire informalmente complessità crescenti. Ed è probabilmente questa la domanda che attraversa oggi la medicina generale: non soltanto quali strumenti utilizzare o quali procedure adottare, ma se il modello tradizionale dello studio MMG sia ancora sufficiente a contenere la domanda sanitaria contemporanea.
Errori medici legati all’intelligenza artificiale: chi ne risponde?
(da Univadis - Adrien Renaud) Se l’intelligenza artificiale (IA) provoca un errore medico, chi deve esserne ritenuto responsabile: il medico o lo sviluppatore? Medscape Francia ha intervistato un chirurgo, un avvocato e un medico legale su questa questione, che rischia di diventare sempre più pressante nei mesi e negli anni a venire.
L'intelligenza artificiale: una rivoluzione in medicina - L'intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando la medicina sotto molti aspetti: diagnostica, terapia, rapporto con il paziente, amministrazione… e responsabilità medica. Sebbene finora non sia stata stabilita alcuna giurisprudenza in materia, una cosa è certa: i chatbot e gli altri strumenti di supporto alle decisioni prima o poi porteranno a eventi avversi, e si tratterà quindi di stabilire se sia stata commessa una colpa e da parte di chi. Una questione che può rivelarsi piuttosto impressionante. Ma prima di parlare di errore, occorre ricordare una cosa: l'IA rappresenta, almeno potenzialmente, un'opportunità straordinaria, anche in termini di responsabilità medica. “Uno strumento come quello sviluppato da Gleamer [azienda specializzata nell'intelligenza artificiale applicata all'imaging medico, N.d.R.], che rilegge le radiografie ed è utilizzato in tutti i Pronto soccorso dell’Assistance Publique Hôpitaux de Paris (AP-HP), ha un impatto medico concreto, ma anche un impatto giuridico, poiché ci sono meno reclami contro l'istituzione”, afferma Thomas Grégory, ortopedico, primario dell’ospedale Avicenne di Bobigny (Seine-Saint-Denis) e responsabile del progetto “Salute e digitale” presso la Maison des sciences numériques, laboratorio di ricerca dell’Università Sorbonne-Paris-Nord.
Domande aperte - Resta il fatto che, sebbene l’IA possa garantire la sicurezza dell’attività medica ed evitare contenziosi, solleva comunque numerose questioni nei casi in cui si verifichi un errore a causa sua. E in questi casi, la risposta dei giuristi è chiara. “Finché l’IA sarà considerata uno strumento, ovvero un oggetto, sarà sempre il medico a essere responsabile”, afferma Xavier Labbée, avvocato e professore emerito all’Università di Lille. “Il medico rimane responsabile del prompt all’IA, ovvero della richiesta fatta”, conferma Cécile Manaouil, medico legale e capo dell’unità medico-legale del CHU di Amiens. “Si appropria del risultato di quella richiesta, prende una decisione, ma è l’autore giuridico del suo ragionamento: se ha utilizzato l’IA, deve poterlo giustificare”. Da qui l’importanza, per evitare azioni legali, di utilizzare l’IA in conformità con le buone pratiche: verificare i risultati quando possibile, utilizzare solo strumenti validati. “Quando sviluppiamo uno strumento di chirurgia assistita dall’IA, passiamo attraverso una fase di apprendimento supervisionato, durante la quale prestiamo molta attenzione alla qualità dei dati”, spiega Grégory, secondo cui anche questo è un modo per limitare il rischio legale. Poi il nostro strumento deve superare l’esame del marchio CE: è fuori discussione che non sia convalidato da studi clinici che ne verifichino la pertinenza”. Ma l’ortopedico insiste: proprio come nel caso di un biologo che utilizza sistemi per automatizzare le proprie procedure, “la responsabilità finale ricade sul medico”.
Tra teoria e pratica - Questo per quanto riguarda la teoria. Ma nella pratica, questa responsabilità finale attribuita al medico solleva questioni molto concrete. Infatti, al di là delle ovvie precauzioni (informare il paziente dell’utilizzo di uno strumento di IA, non fornire dati personali alla macchina, ecc.), alcune delle raccomandazioni classiche relative all’uso dell’IA non sono sempre applicabili, o non lo sono integralmente. È il caso della verifica finale dei risultati forniti dagli agenti conversazionali. “L'IA rimane uno strumento di cui si devono poter verificare i risultati, ma se le si chiede, ad esempio, di studiare la bibliografia su una determinata questione e poi si devono verificare tutti gli articoli, il risparmio di tempo si perde”, osserva Manaouil. L’altra questione che si pone riguarda i sistemi totalmente autonomi, in grado di agire senza la presenza di un medico. “Per ora c’è sempre un pilota nell’aereo, ma nel prossimo futuro, se si abbinerà la chirurgia guidata dall’IA alla chirurgia robotica, come già avviene in alcuni laboratori di ricerca, entreremo in un altro mondo”, avverte Grégory. E aggiunge: “Si tratta di sistemi realizzabili, che arriveranno sul mercato”. Sarà quindi necessario trovare il modo di distinguere la responsabilità del medico da quella dell’industria, come avviene per altri processi medici già automatizzati, ritiene il chirurgo.
Cosa succederebbe allora in caso di contenzioso legale? “Un medico chiamato in causa potrebbe rivalersi sul produttore del sistema, attribuendogli la responsabilità”, ipotizza Labbée. “La responsabilità per un prodotto difettoso esiste, ma occorre proprio dimostrare che il prodotto è difettoso, cosa tutt’altro che scontata in tribunale”. Inoltre, la legislazione è soggetta a evoluzione, e ciò che è giuridicamente valido oggi non lo sarà necessariamente domani. “La questione che si pone è quella della persona da citare in giudizio”, continua il giurista. “Per il momento, i progetti volti ad attribuire personalità giuridica all’IA sono stati fortunatamente abbandonati, ma nessuno sa come sarà la situazione tra dieci o vent’anni”. C’è un’unica certezza: i medici dovranno dare prova di notevole flessibilità per adattarsi alle nuove realtà. “Oggi ci si interroga sulla responsabilità del medico che utilizza l’IA”, prevede Manaouil “ma domani potrebbe essere chiamata in causa quella del medico che non l’ha utilizzata”.