Contro gli effetti delle terapie oncologiche più esercizio fisico
(da DottNet) Secondo una metanalisi pubblicata sul 'British Medical Journal of Sports Medicina' «l'esercizio fisico sembra ottenere un miglioramento generale del benessere psicologico e della qualità di vita, la qual cosa ne raccomanda l'inclusione sistematica nei protocolli di terapia oncologica». «Già diverse metanalisi avevano valutato l'impatto dell'esercizio fisico sulla salute dei malati di cancro, ma permanevano lacune significative nella nostra comprensione di questa relazione» spiegano i ricercatori, che aggiungono: «A tutt’oggi, non era stata pubblicata alcuna valutazione completa dei dati esistenti su esercizio fisico e salute di pazienti con un'ampia gamma di tumori. Per colmare questa lacuna, con l'obiettivo di rafforzare la base di evidenze e migliorare l'assistenza clinica, abbiamo condotto una metanalisi generale degli studi clinici randomizzati e controllati pubblicati tra il 2012 e il 2024, tutti di qualità da moderata ad alta».
Tra queste associazioni, le tipologie di esercizio di qualsiasi lunghezza, intensità e durata includevano attività mente-corpo come Qigong, Tai-Chi e yoga (28,5%), esercizi aerobici e di resistenza (48%), allenamento a intervalli ad alta intensità (18,4%) e altre tipologie (59%). Queste associazioni sono state esplorate in pazienti con tumori alla mammella (50%), all'apparato digerente (20%), al sangue (3%), al polmone (47%), alla prostata (2,5%) e altri (31%). Secondo i criteri GRADE, che si utilizzano per valutare la certezza delle prove scientifiche e la forza biostatistica delle raccomandazioni in ambito sanitario, nel complesso, il 54% delle associazioni è risultato statisticamente significativo, mentre il 17% e il 31% hanno evidenziato rispettivamente una certezza elevata e moderata, pur senza raggiungere la significatività statistica.
Nelle persone malate di cancro, l'esercizio fisico ha inoltre ridotto in misura significativa diversi effetti collaterali associati al cancro e al suo trattamento rispetto alle cure tradizionali o all'assenza di esercizio fisico; per esempio, ha ridotto i danni cardiaci e ai nervi periferici associati alla chemioterapia, il deterioramento cognitivo e la dispnea. Ha inoltre modificato la composizione corporea e alcuni tra i principali indicatori fisiologici di salute, come la concentrazione plasmatica dell’insulina, del fattore di crescita insulino-simile e della proteina C-reattiva. Ha migliorato la qualità del sonno, il benessere psicologico, la funzionalità fisiologica dell'organismo e l'interazione sociale, favorendo al contempo la qualità della vita complessiva. Sono anche emerse prove con un grado di certezza da moderato a elevato che l'esercizio fisico pre-operatorio riduca il rischio di complicazioni postoperatorie, il dolore, la durata della degenza ospedaliera e il rischio di morte.
I ricercatori riconoscono comunque svariati limiti ai loro risultati. Le analisi dei dati inclusi nella revisione differivano in misura considerevole, incluso il numero di studi su cui si basavano. I ricercatori ipotizzano che i partecipanti affetti da cancro in grado di fare esercizio fisico potrebbero essere stati in migliori condizioni generali. E sottolineano che gli effetti collaterali della terapia variano secondo il tipo di cancro e lo stadio più o meno avanzato della malattia. Malgrado ciò concludono: «Incorporare esercizi mente-corpo nelle linee guida per l'esercizio fisico da raccomandare alle persone malate di cancro potrebbe essere un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. In ogni caso sono necessarie future ricerche di alta qualità per esplorare ulteriori risultati, chiarire i meccanismi retrostanti e perfezionare le prescrizioni di esercizio fisico su misura per ciascun tipo di cancro, la tempistica, la modalità e le caratteristiche individuali dell’esercizio fisico, garantendo interventi più precisi e di alto rilievo clinico per le diverse popolazioni oncologiche».
Da 5G nessun danno da inquinamento elettromagnetico
(da AGI) La tecnologia wireless 5G è sicura e non provoca danni da inquinamento elettromagnetico. Questo il risultato di uno studio guidato dalla Constructor University e pubblicato su 'PNAS Nexus'. L''adozione della tecnologia wireless 5G ha sollevato preoccupazioni circa gli effetti sulla salute dell''esposizione elettromagnetica associata. Gli autori del nuovo studio hanno studiato i profili di espressione genica e metilazione di cellule cutanee umane esposte a campi elettromagnetici 5G a diverse frequenze (27 GHz e 40,5 GHz), densità di flusso di potenza (1 mW/cm² e 10 mW/cm²) e tempi di esposizione (2 ore e 48 ore).
L'espressione genica e la metilazione del DNA sono rimaste statisticamente invariate dopo l''esposizione al 5G, anche a 10 volte i limiti di esposizione raccomandati. Secondo gli autori, le energie quantistiche sono troppo basse per avere effetti fotochimici o persino ionizzanti sulle cellule. Gli autori sperano che i loro risultati chiudano definitivamente il dibattito sulla sicurezza della tecnologia 5G. "Questi dati - concludono - supportano fortemente la valutazione secondo cui non vi sono prove di danni indotti dall'esposizione alle cellule cutanee umane".
Procedure selettive per l’ammissione al corso di formazione specifica in medicina generale 2025/2028. Comunicazione pubblicazione sulla G.U.R.I.
Si comunica che sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U.R.I.) – Serie IV, Speciale - Concorsi ed Esami n. 37 del 13 maggio 2025 è stato pubblicato l’avviso relativo all’avvenuta pubblicazione dei bandi di concorso regionali e provinciali per l’ammissione al
Corso di formazione specifica in Medicina Generale relativo al triennio 2025/2028. Le domande potranno essere presentate, seguendo le indicazioni riportate nel bando, a partire dalla pubblicazione sulla G.U.R.I. fino alle ore 13:00 del giorno 12 giugno 2025.
Dalla sclerosi al diabete: come funziona il vaccino inverso che potrebbe battere le malattie autoimmuni
(da DottNet) Le malattie autoimmuni colpiscono circa 800 milioni di persone a livello globale, una su dieci. Sclerosi multipla, lupus, diabete di tipo 1, artrite reumatoide, fino alla celiachia. Il denominatore comune è l’attacco del sistema immunitario contro i tessuti dell’organismo stesso. I trattamenti attualmente disponibili si basano su una soppressione generalizzata della risposta immunitaria, con l’effetto collaterale di aumentare la suscettibilità a infezioni e di richiedere una somministrazione continua e invasiva. E invece ora c’è aria di rivoluzione, nella ricerca. La possibile soluzione si chiama “vaccino inverso”. Lo riporta l'agenzia Dire. E’ un cambio di paradigma. Questi vaccini, anziché stimolare il sistema immunitario, lo rieducano a tollerare determinati antigeni associati alla malattia. Il principio si basa sull’uso di nanoparticelle sintetiche coniugate a tali antigeni, che imitano il comportamento di cellule apoptotiche. Il sistema immunitario riconosce queste particelle come non minacciose e interrompe la risposta autoaggressiva. Nel 2022, un gruppo di ricerca guidato dall’immunologo Stephen Miller (Northwestern University) ha pubblicato su Gastroenterology i risultati di uno studio clinico su pazienti celiaci. Su 33 partecipanti in remissione, metà ha ricevuto il vaccino inverso prima dell’esposizione al glutine, l’altra metà un placebo. I risultati hanno mostrato una protezione istologica e sintomatologica nel gruppo trattato, in contrasto con un peggioramento nel gruppo di controllo.
Un ulteriore contributo proviene dal bioingegnere Jeffrey Hubbell (Università di Chicago), che nel 2023 ha dimostrato l’efficacia del vaccino inverso in modelli murini di sclerosi multipla. La sua azienda Anokion ha avviato i primi studi clinici su esseri umani, sia per la celiachia che per la sclerosi multipla, con esiti preliminari positivi. Il meccanismo, scoperto inizialmente in modo accidentale, si basa su molecole a carica negativa capaci di indurre tolleranza immunologica. L’immunologo Pere Santamaria (Università di Calgary), tra i primi a studiare il fenomeno, ha esteso l’applicazione a malattie rare come la colangite biliare primitiva, per le quali è possibile ottenere autorizzazioni più rapide grazie alla numerosità ridotta dei pazienti. Tuttavia, la complessità del sistema immunitario, che include cellule circolanti e residenti nei tessuti, rende ancora incerta la loro capacità di agire su entrambe le popolazioni cellulari. Secondo le stime più ottimistiche, i primi vaccini inversi potrebbero raggiungere il mercato entro tre-cinque anni. Altri esperti, come Bana Jabri (Institut Imagine, Parigi), suggeriscono tempistiche più lunghe, fino a un decennio.
Condannato il ‘Guru delle diete’ Adriano Panzironi: 2 anni e 8 mesi per esercizio abusivo di professione medica.
Il giudice ha anche condannato gli imputati al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, nonché al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad euro 20mila in favore dell’Omceo di Roma.
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Il cambiamento climatico e l’aumento dei superbatteri
(da M.D.Digital) Secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, le attuali traiettorie dei cambiamenti climatici e il mancato rispetto delle strategie di sviluppo sostenibile potrebbero contribuire ad aumentare l'onere globale della resistenza antimicrobica (Amr) entro il 2050. Gli autori prevedono che la resistenza antimicrobica potrebbe aumentare fino al 2,4% a livello globale entro il 2050 e chiedono un'azione urgente per affrontare fattori socioeconomici e ambientali più ampi oltre alla semplice riduzione dell'uso di antibiotici per mitigare l'onere globale della resistenza antimicrobica.
Nel 2021, l'Amr batterica è stata responsabile di circa 1,14 milioni di decessi a livello globale, colpendo in modo sproporzionato i Paesi a basso e medio reddito. Si prevede che questo numero aumenterà fino a quasi 2 milioni di morti entro il 2050. Riconoscendo la gravità dell'onere della resistenza antimicrobica, i leader mondiali della 79a Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno rilasciato una dichiarazione in cui si impegnano a ridurre del 10% entro il 2030 i 4,95 milioni di decessi umani batterici globali correlati alla resistenza antimicrobica. Tuttavia, gran parte della risposta alla resistenza antimicrobica si è concentrata sull'uso eccessivo di antibiotici e meno attenzione è stata prestata al contesto del cambiamento climatico e alle condizioni socioeconomiche.
Il ricercatore Lianping Yang e colleghi hanno analizzato 4.502 record che comprendono 32 milioni di isolati di 6 agenti patogeni batterici chiave resistenti agli antimicrobici, ottenuti da 101 paesi tra il 1999 e il 2022. Utilizzando modelli di previsione, hanno studiato in che modo i fattori e le politiche socioeconomiche e ambientali influenzerebbero le tendenze globali della resistenza antimicrobica. I loro risultati suggeriscono che nello scenario peggiore di adattamento ai cambiamenti climatici, in cui le temperature globali aumenterebbero di 4-5oC entro la fine del secolo (Ssp5-8.5), la resistenza antimicrobica potrebbe aumentare del 2,4% entro il 2050, rispetto allo scenario a basse emissioni (Ssp1-2.6). Questo variava tra lo 0,9% nei Paesi ad alto reddito e il 4,1% e il 3,3% rispettivamente nei Paesi medio-bassi e nei Paesi a basso reddito. Yang e colleghi hanno anche scoperto che gli sforzi per lo sviluppo sostenibile, come la riduzione delle spese sanitarie vive, l'espansione della copertura vaccinale, l'aumento degli investimenti sanitari e la garanzia dell'accesso universale all'acqua, ai servizi sanitari e igienici, potrebbero ridurre la futura prevalenza della resistenza antimicrobica del 5,1% rispetto alla linea di base. Ciò supererebbe l'effetto della riduzione del consumo di antimicrobici, che si prevede ridurrà la prevalenza della resistenza antimicrobica del 2,1%.
Gli autori riconoscono che la causalità non può essere tracciata a causa dell'approccio di modellazione ecologica, nonché dei limiti della qualità dei set di dati di sorveglianza Amr. Inoltre, i modelli primari non hanno tenuto conto di alcuni fattori che contribuiscono alla resistenza antimicrobica, come l'istruzione, l'uso di antimicrobici nella produzione alimentare e le pratiche di allevamento animale, a causa dell'indisponibilità dei dati.
(Weibin Li et al. Changing climate and socioeconomic factors contribute to global antimicrobial resistance. Nature Medicine 2025. DOI: 10.1038/s41591-025-03629-3)
Inps ed Enpam, bonus bebè per i medici: come fare per ottenerlo
da DottNet) Buone notizie per i medici che sono diventati genitori. Infatti, in aggiunta al mantenimento dello stipendio (per le dottoresse dipendenti) ad all’indennità di maternità Enpam (per le libere professioniste), Inps ed Enpam hanno recentemente attivato delle interessanti prestazioni aggiuntive, i cosiddetti bonus bebè. Si tratta di erogazioni una tantum, eventualmente anche cumulabili tra loro, per i soggetti in possesso dei requisiti prescritti. Iniziamo dall’Inps. Dallo scorso 17 aprile è possibile presentare la domanda per il Bonus nuovi nati. Proprio per incentivare la natalità, la Legge di bilancio 2025 ha introdotto questa prestazione, che consiste nell’erogazione, da parte dell’Inps, di un importo una tantum di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2025..
INPS Per accedere al bonus, i genitori richiedenti debbono entrambi possedere i requisiti di cittadinanza, residenza ed economici indicati nella Circolare Inps n. 76 del 14 aprile 2025. Nel dettaglio:
- Cittadinanza: possono richiedere il bonus i cittadini italiani, quelli di Stati membri dell’UE, nonché cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno di lungo periodo e altri specifici permessi.
- Residenza: il genitore richiedente deve essere residente in Italia al momento dell’evento e in quello della presentazione della domanda.
- Requisito economico: è necessario presentare un ISEE minorenni non superiore a 40.000 euro annui. Si escludono dalla determinazione dell’indicatore le erogazioni relative all’Assegno Unico e Universale.
La domanda dovrà essere presentata entro 60 giorni dalla data di nascita o dalla data di ingresso in famiglia del figlio. Per gli eventi precedenti (dal 1° gennaio al 13 aprile) i 60 giorni decorrono dal 14 aprile 2025. La richiesta si presenta online, tramite il servizio dedicato accessibile dal sito Inps; in alternativa si possono utilizzare la App Inps mobile, il Contact Center Multicanale Inps, oppure gli istituti di patronato. Il Bonus nuovi nati può essere richiesto, in alternativa tra loro, da uno soltanto dei genitori. Nel caso di genitori non conviventi, il Bonus può essere richiesto dal genitore che convive con il figlio nato, adottato o in affido preadottivo.
ENPAM Passiamo all’Enpam. Gli iscritti (qui parliamo quindi soltanto di medici) possono usufruire di un sussidio per i figli nati a partire dal 1° gennaio 2024 fino alla data di chiusura del Bando, fissata al 26 giugno 2025 (stesso periodo anche in caso di adozione o affidamento). Per tutti i nati successivamente alla data di chiusura del Bando, si ricorda che si potrà avanzare richiesta nel successivo Bando, in quanto, come da consuetudine, si ripartirà con i nati dal 1° gennaio dell’anno precedente.
Il sussidio è pensato come sostegno alle spese legate al nuovo ingresso in famiglia comprese quelle per asili nido e babysitter. A tal fine, viene riconosciuto agli iscritti alla Quota A un sussidio di 2.000 euro e agli iscritti alla Quota B (con almeno tre anni di contribuzione negli ultimi 10) un ulteriore sussidio di 2.000 euro cumulabile con quello relativo alla Quota A. Quindi in caso di genitori entrambi medici ed entrambi iscritti alla Quota B si può arrivare ad una erogazione di 8.000 euro per ciascun figlio. Possono fare domanda tutti gli iscritti all’Ordine che:
- hanno dichiarato ai fini dell’Irpef un reddito lordo annuo medio degli ultimi tre anni, di qualsiasi natura e dell’intero nucleo familiare, non superiore a 8 volte il trattamento minimo Inps del 2024 (il limite per questo bando è € 62.255,44). Il reddito superiore è incrementato di un importo pari al trattamento minimo Inps 2024 (€ 7.781,93) per ogni componente il nucleo familiare, escluso il richiedente.
- sono in regola con il pagamento dei contributi previdenziali;
- non hanno già ottenuto il sussidio bambino nel 2024.
Possono fare domanda anche le laureande e i laureandi che hanno scelto di iscriversi all’Enpam. Le domande possono essere trasmesse alla Fondazione a partire dalle ore 12 del 14 aprile e fino alle ore 12 del 26 giugno e devono essere proposte esclusivamente mediante l’Area Riservata Enpam. L'Enpam invierà all’interessato, tramite e-mail, comunicazione dell’esito dell’istanza entro il 20 ottobre.
Scoperto legame molecolare tra tessuto adiposo e ansia
(da AGI) Rivelato collegamento molecolare tra il tessuto adiposo e l''ansia, gettando luce sull''intricata relazione tra metabolismo e salute mentale. Lo rivela uno studio condotto da ricercatori della McMaster University. La ricerca, pubblicata su' Nature Metabolism', è particolarmente rilevante in un contesto di aumento globale sia dell''obesità sia dei disturbi d''ansia. La squadra di ricerca guidata da Gregory Steinberg, professore nel Dipartimento di Medicina e Canada Research Chair in Metabolismo e Obesità, ha scoperto che lo stress psicologico attiva la lipolisi nelle cellule adipose, processo che libera grassi. Questi grassi stimolano il rilascio dell''ormone GDF15 da parte delle cellule immunitarie presenti nel tessuto adiposo. Il GDF15 comunica con il cervello, inducendo sintomi di ansia. La scoperta è stata ottenuta attraverso esperimenti su modelli murini, che hanno combinato test comportamentali per valutare l''ansia e analisi molecolari per identificare le vie metaboliche attivate. "Comprendere come le modificazioni indotte dallo stress nelle cellule adipose influenzino l''ansia ci permette di esplorare strategie innovative che mirano a questi processi metabolici, potenzialmente offrendo sollievo più efficace e mirato per chi soffre di disturbi d''ansia", ha detto Logan Townsend, primo autore dello studio e borsista post-dottorato. "Alcune aziende stanno già sviluppando inibitori di GDF15 per il trattamento del cancro, suggerendo un possibile riutilizzo di tali farmaci per l''ansia", ha aggiunto Townsend. Questa ricerca rappresenta un passo significativo verso la comprensione dei meccanismi biologici che collegano il metabolismo e la salute mentale, con potenziali ricadute importanti per lo sviluppo di nuovi trattamenti contro l''ansia.
Farmaci generici, Italia spaccata
(da Il Sole 24 Ore) Da Roma in giù i farmaci generici non passano una immaginaria frontiera - una sorta di linea gotica - fatta di pregiudizi e timori infondati. Meno costosi e uguali a quelli di marca per efficacia e principio attivo continuano a non fare breccia nel cuore di siciliani, pugliesi, calabresi, pugliesi, campani, molisani fino a raggiungere marchigiani e gli abitanti del Lazio tutti disposti a spendere il doppio - dai 20 ai 24 euro a testa all'anno in più - rispetto a esempio a chi abita al Nord dove l'esborso è quasi la metà: a Bolzano o Trento si spende pro capite per avere i medicinali di marca 11,3 euro e 12,7, in Lombardia 13,8 euro, in Piemonte 13,6, in Veneto ed Emilia Romagna rispettivamente 13,9 e 14,4 euro. Il conto salato che pagano gli italiani per non rinunciare ai farmaci "griffati" da quasi 10 anni si aggira complessivamente sul miliardo all'anno, come mostrano gli ultimi dati raccolti da Egualia - l'associazione dei produttori dei farmaci equivalenti, appunto i generici - che saranno pubblicati in questi giorni nel loro report annuale: nel 2024 il costo in più pagato dai cittadini (il cosiddetto "differenziale") per assicurarsi il farmaco di marca è stato difatti di 1,034 miliardi, nel 2017 era praticamente allo stesso livello e cioè 1,050 miliardi a dimostrazione di come alcune abitudini siano difficili da scardinare. In particolare nel Sud (compreso il Lazio) dove ci sono i redditi più bassi ma dove si spende oltre metà (555 milioni) di questo costo aggiuntivo nonostante le tante campagne di comunicazione che si sono succedete negli anni sull'efficacia degli equivalenti. Tanto che il dossier ora è sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci per provare a studiare qualche strumento che incentivi il loro utilizzo almeno a livello omogeneo in tutto il Paese. Anche perché l'Italia è tra i Paesi fanalino di coda nel consumo dei generici con il terz'ultimo posto in Europa
Enpam, ritorna il mutuo agevolato per gli iscritti: come ottenerlo
(da DottNet) Riparte il mutuo agevolato per gli iscritti Enpam, molto atteso dagli interessati, perché, anche se (per ragioni connesse alle funzioni istituzionali principali della Fondazione) il costo è leggermente superiore alle offerte reperibili sul mercato, in quanto deve garantire all’investimento un rendimento adeguato; tuttavia è assai più agevole da ottenere specie per medici ed odontoiatri giovani, ai quali sono richieste garanzie piuttosto limitate. Il mutuo agevolato può essere indirizzato all’acquisto o alla ristrutturazione della prima casa ovvero dello studio professionale. Il mutuo può essere chiesto anche dagli iscritti riuniti in associazione o in società di professionisti, purché tutti i componenti abbiano i requisiti previsti dal Bando. Per l’acquisto è possibile chiedere fino a 300mila euro; per la ristrutturazione il limite è di 150mila euro. Il mutuo può essere chiesto anche per sostituirne un altro esistente (la cosiddetta surroga).
La domanda va presentata dall’Area Riservata Enpam dalle ore 12 del 14 aprile 2025 alle ore 12 del 12 settembre 2025. Il mutuo è riservato a tutti gli iscritti e ai medici in formazione (specializzandi e corsisti di Medicina generale). Può servire a finanziare l’acquisto o la ristrutturazione dell’immobile fino all’80 per cento del valore. L’immobile deve trovarsi in Italia, nel comune dove si risiede o si svolge l’attività lavorativa principale, e non deve appartenere alle categorie residenziali di lusso.
Possono fare richiesta di mutuo gli iscritti che:
- non hanno già finanziamenti o mutui pagati dalla Fondazione o una rateizzazione da regime sanzionatorio in corso (cioè stanno recuperando una morosità contributiva pregressa);
- sono in regola con i versamenti;
- hanno almeno un anno d’iscrizione e di contribuzione effettiva.
- non hanno ottenuto l’assegnazione o la locazione con patto di futura vendita e riscatto di un altro alloggio e non sono proprietari di un altro immobile nel Comune dove risiedono o dove svolgono l’attività lavorativa principale (questo requisito si estende anche al coniuge e/o a uno dei familiari a carico per cui si percepiscono gli assegni familiari).
L’età di chi fa la domanda sommata al numero di anni di ammortamento, però, non deve superare 80 anni. Il reddito personale o del nucleo familiare non deve essere inferiore a 5 volte il trattamento minimo Inps per il 2024, e cioè 38.909,65 euro. Per i medici con meno di 40 anni iscritti al regime fiscale agevolato il limite scende a 20.000 euro; i medici in formazione debbono dimostrare soltanto l’effettiva percezione del loro stipendio. Il mutuo è proposto ad un tasso fisso pari al tasso di riferimento della Banca Centrale Europea in vigore alla data di stipula del mutuo, maggiorato dell’1% (attualmente 2,40% + 1% = 3,40%).
Il mutuo può durare fino a un massimo di 30 anni. Il pagamento delle rate ha inizio dal mese successivo a quello in cui viene erogato il mutuo. Si paga con cadenza mensile mediante addebito diretto sul conto corrente bancario dichiarato all’Enpam. La rata viene riscossa l’ultimo giorno del mese di scadenza. È prevista la possibilità di rimborsare il credito in anticipo, sia totalmente, sia parzialmente, diminuendo quindi la durata del mutuo o l’importo delle rate residue. In alcuni limitati casi, si può chiedere il mutuo anche se si è proprietari di un’altra abitazione. Ciò, ad esempio, avviene se l’altra casa non è disponibile perché gravata da diritti reali, quali usufrutto, uso e abitazione, a favore dei soli familiari fino al secondo grado di parentela, oppure se la quota di proprietà è inferiore al 50%.
Alzheimer, più rischi con poche ore di sonno profondo
(da DottNet) Gli adulti che dormono un numero insufficiente di ore nella fase piu' profonda e ad onde lente del sonno - la Rem - hanno piu' alte probabilita' di andare incontro ad una riduzione del volume di un'area del cervello legata allo sviluppo del morbo di Alzheimer. Un nuovo studio americano ha osservato in questi individui con carenza di sonno ristoratore una più frequente atrofizzazione della zona cerebrale parietale inferiore, cruciale per il corretto funzionamento cerebrale e cognitivo. L' atrofizzazione e' spesso rilevata nei malati del morbo, e viene considerata uno dei primi segnali che il paziente soffre di Alzheimer.
La fase Rem del sonno funziona infatti da 'spazzino' dei residui tossici accumulati nel giorno dal cervello - vere e proprie cellule morte ma anche affaticamenti mentali - e aiuta a consolidare le memorie, processare eventi e pensieri e preparare il cervello per il giorno seguente. La ricerca della Yale school of medicine ha seguito per anni 270 persone di 61 anni di età media, tutte sane all' avvio dei test.
I partecipanti sono stati sottoposti ad esami cognitivi, test radiologici del cervello e analisi del sonno: chi dormiva meno ore nella fase Rem, con un sonno interrotto o insufficiente, ha evidenziato più spesso un restringimento dell' area cerebrale parietale inferiore. Quando l' architettura' del sonno si altera - spiega la ricerca, pubblicata sul 'Journal of Clinical Sleep Medicine' - l' impatto sul cervello é potenzialmente forte. "Sono risultati che mostrano come una ridotta attività neurologica durante il sonno, con la mancata attivazione della fase Rem, può contribuire alla diminuzione della massa del cervello e così all' incremento dei pericoli di Alzheimer", ha commentato l' autore dello studio Gawon Cho.
Semplificazione dei piani terapeutici: un’occasione persa
(da M.D.Digital) Cinque milioni di visite specialistiche l’anno: tanti sono i posti che, potenzialmente, si sarebbero liberati, se fosse stato approvato l’emendamento Calandrini-Zullo al Ddl Prestazioni sanitarie, che avrebbe aperto a tutti i medici la prescrizione dei farmaci sottoposti a piano terapeutico, dopo 12 mesi dalla prima volta. L’emendamento è, però, stato ritirato. Il Ddl ha ricevuto il via libera del Senato e passa ora alla Camera. A fare i conti è il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli. Che, pur manifestando un giudizio complessivamente positivo sul Ddl, definisce il ritiro dell’emendamento “un’occasione persa”.
“Sono quasi due milioni e trecentomila – ha spiegato Anelli – i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a Piano Terapeutico. Questi pazienti che, per il 69%, hanno oltre 70 anni, devono recarsi una, due, anche tre o persino quattro volte l’anno dallo specialista, solo per rinnovare il piano terapeutico. Semplificare la prescrizione di questi medicinali, lasciando la prima allo specialista e aprendola poi, dopo 12 mesi, a qualsiasi medico, compreso il medico di medicina generale, significherebbe un risparmio in termini di spostamenti, di tempo, di energie per i pazienti e i caregiver. E, soprattutto, significherebbe liberare ore di visite specialistiche da utilizzare per l’attività clinica, anziché per pratiche burocratiche, con un effetto reale e misurabile sull’abbattimento delle liste d’attesa”.
Il rammarico per il ritiro dell’emendamento si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la governance della sanità in Italia. Negli ultimi anni, la mancanza di coordinamento tra i vari livelli di assistenza sanitaria e l’insufficiente integrazione tra i servizi sanitari e sociali hanno portato a un deterioramento della qualità delle prestazioni sanitarie fornite ai cittadini. In questo scenario, l’emendamento Calandrini-Zullo rappresentava un’opportunità per migliorare l’efficacia del sistema sanitario, aumentando il numero di professionisti autorizzati a prescrivere farmaci vitali e facilitando la continuità dell’assistenza. Delusione, da parte della Fnomceo, è stata espressa anche per il ritiro dell’emendamento che avrebbe reinvestito sulla formazione dei professionisti sanitari parte delle risorse da essa stessa generate.