Fine vita, Fnomceo ribadisce il suo no al suicidio assistito
(da Doctor33) Nessun abbandono del paziente - seguito e accompagnato in ogni attimo per lenire il suo dolore - ma il medico "non compirà l'atto fisico di somministrare la morte" ad una persona. È questa la linea emersa a Parma all'interno della Consulta di Bioetica della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale sulla vicenda di 'Dj Fabo' che ha stabilito come in presenza di determinate condizioni l'aiuto al suicidio non sia punibile, in attesa che il parlamento regolamenti queste situazioni. Una posizione, quella della Fnomceo, assunta al convegno nazionale su "Il suicidio assistito tra diritto e deontologia. La legge, il consenso e la palliazione", che verrà portata all'attenzione del Consiglio Nazionale dei 106 presidenti degli ordini locali in programma a novembre. «Il medico - ha argomentato il presidente della federazione dei dottori italiani, Filippo Anelli - non abbandonerà mai a se stesso il paziente, assicurerà sempre le cure si palliative per contenere il dolore sino alla sedazione profonda e sarà presente fin dopo il decesso, che certificherà, ma non compirà l'atto fisico di somministrare la morte». D'altronde, ha puntualizzato nell'assise parmigiana, «il medico ha per missione quella di combattere le malattie, tutelare la vita e alleviare le sofferenze. Quello del suicidio assistito è quindi un processo estraneo a questo impegno». Ad ogni modo, ha aggiunto Anelli «si vuole certamente rispettare la volontà di chi decide di porre fine alla propria esistenza ritenuta troppo penosa e non più degna di essere prolungata, nei limiti previsti dalla Corte Costituzionale, ma si chiede anche di lasciare la nostra categoria estranea a questo atto suicidario». Quanto al problema di chi raccoglierà il consenso del paziente e di chi lo aiuterà nel suo intento, prosegue il presidente della Fnomceo, «una legge dello Stato dovrà trovare una terza persona per raccogliere la volontà suicidaria, e quanto a chi fisicamente aiuterà il malato a morire, forse è ragionevole supporre che debba essere il paziente stesso a poterlo decidere».
Anni di specializzazione, ok a ricongiunzione
(da www.enpam.it) La Corte di cassazione ha dato il via libera alla ricongiunzione dei contributi previdenziali dalla gestione separata dell’Inps verso le Casse dei professionisti. Questo significa che i medici che hanno frequentato una scuola di specializzazione potrebbero chiedere di trasferire dall’Inps all’Enpam i contributi prelevati sulle borse di studio, una possibilità che finora era sempre stata negata. La sentenza (n. 26039/2019) è arrivata su iniziativa di un commercialista e riguarda l’Istituto pubblico e il suo ente previdenziale di categoria. Tuttavia la portata delle argomentazioni dei giudici è più generale. “È stato riconosciuto il principio, già stabilito in passato dalla Corte costituzionale, che un soggetto può scegliere qual è lo strumento giuridico per lui migliore per raggiungere l’obiettivo di avere un’unica pensione”, commenta il vicedirettore generale dell’Enpam Vittorio Pulci. “Gli strumenti che sono a disposizione per valorizzare diversi spezzoni contributivi sono la ricongiunzione, la totalizzazione, il cumulo; ciascuno con i propri pregi e i propri difetti – continua Pulci –. La Cassazione ribadisce che ognuno può scegliere qual è lo strumento migliore. Un principio fondamentale che non può essere disconosciuto”.
A CHI CONVIENE I calcoli variano da persona a persona. È tuttavia immaginabile che a trovare vantaggio nella ricongiunzione dalla gestione separata saranno soprattutto gli specialisti ambulatoriali convenzionati o i medici specializzati che sono iscritti alla gestione Enpam della medicina generale, come ad esempio i pediatri di libera scelta. Ad ogni modo la ricongiunzione non vale solo per i contributi prelevati sulle borse di specializzazione ma anche per quelli relativi ad altri tipi di compensi per i quali, a torto o a ragione, i versamenti sono stati fatti alla Gestione separata Inps. Chi lo desidera può fare domanda di ricongiunzione anche subito attraverso l’area riservata del sito Enpam.it.
COSA PUÒ ANDARE STORTO Da un punto di vista pratico, comunque, la sentenza della Cassazione ha conseguenze solo sul caso del singolo commercialista, a meno che l’Inps non si adegui volontariamente. È quindi possibile che pur facendo una domanda di ricongiunzione simile, un altro professionista se la possa vedere rigettata. Se questo accadesse, però, la recente sentenza potrebbe essere usata per rafforzare un eventuale ricorso. Un’altra insidia potrebbe venire da un cambiamento delle leggi. Infatti poiché una ricongiunzione dall’Inps verso l’Enpam comporta uno spostamento di denaro con conseguenze sulle casse dello Stato, non è da escludere che in una prossima legge o nelle pieghe di qualche decreto venga inserito un emendamento per depotenziare il diritto affermato dalla sentenza. Nel frattempo chi è fortemente interessato a trasferire i propri contributi versati alla Gestione separata Inps, può fare domanda di ricongiunzione e attendere l’esito.
Se il reddito diminuisce il rischio cardiovascolare aumenta
(da Doctor33) Uno studio pubblicato su JAMA Cardiology ha dimostrato che il rischio di malattie cardiovascolari (CVD) cresce in seguito a una riduzione del reddito, mentre diminuisce se il reddito aumenta. «Gli operatori sanitari dovrebbero avere una maggiore consapevolezza dell'influenza delle variazioni del reddito sulla salute dei pazienti» afferma il primo autore Stephen Wang dell'Harvard Medical School di Boston. Un basso reddito era già stato associato a un più alto rischio CVD, ma gli studi sull'influenza di un cambiamento del reddito erano limitati. I ricercatori hanno così coinvolto quasi 9.000 persone tra i 45 e i 64 anni residenti in 4 centri degli Stati Uniti arruolate nello studio ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities) e le hanno suddivise in base al cambiamento del loro reddito in 6 anni, dal 1987-1989 al 1993-1995. Dopo aggiustamento per variabili sociodemografiche, comportamenti di salute e biomarcatori, gli individui che hanno subito un calo del reddito di almeno il 50% (n=900) hanno avuto, nei circa 17 anni successivi, un aumento del rischio CVD (infarto del miocardio, malattia coronarica fatale, insufficienza cardiaca o ictus) rispetto a chi ha mantenuto invariato i propri guadagni sono o li ha modificati in percentuale minore (n=6.284). Al contrario, il 50% di aumento del reddito (n=1.805) è stato associato a un abbassamento del rischio. Un limite notato dagli autori è rappresentato dalla possibilità che siano stati i problemi di salute ad aumentare le probabilità di subire una riduzione del reddito. Per Edward Havranek della University of Colorado School of Medicine di Aurora, comprendere i mediatori dell'associazione tra il cambiamento del reddito e il rischio CVD è importante per lo sviluppo di strategie per mitigarne l'impatto. Alcuni eventi, come il divorzio o il decesso del consorte, o lo stress derivante da un cambio improvviso nelle risorse materiali potrebbero giocare un ruolo, così come la minor possibilità di accedere alle cure sanitarie. «La domanda più ampia che questo articolo ci pone è come noi medici dovremmo rispondere a un problema sociale che porta alla malattia» scrive in un editoriale correlato. Inoltre Havraneknota che i medici hanno preso posizioni forti quando i problemi della società sono stati il fumo e l'obesità infantile, ma non quando hanno riguardato la politica, sottolineando la responsabilità che hanno nel promuovere la piena comprensione degli effetti sulla salute della struttura sociale. «Questo studio è un chiaro passo in questa direzione» conclude.
(JAMA Cardiol. 2019 Oct 9. doi: 10.1001/jamacardio.2019.3788. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31596441
JAMA Cardiol. 2019 Oct 9. doi: 10.1001/jamacardio.2019.3802. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31596424)
Decalogo per un corretto uso degli Integratori Alimentari
(da Univadis) Dal Ministero della Salute arriva un Decalogo per un corretto uso degli Integratori Alimentari in formato .pdf. Gli integratori alimentari sono alimenti presentati in piccole unità di consumo come capsule, compresse, fialoidi e simili. Si caratterizzano come fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze ad effetto "fisiologico" che non hanno una finalità di cura, prerogativa esclusiva dei farmaci, perché sono ideati e proposti per favorire nell'organismo il regolare svolgimento di specifiche funzioni o la normalità di specifici parametri funzionali o per ridurre i fattori di rischio di malattia. L'impiego di integratori, per risultare sicuro e adatto alle specifiche esigenze individuali, deve avvenire in modo consapevole e informato sulla loro funzione e sulla valenza degli effetti svolti, senza entrare in contrasto con l'esigenza di salvaguardare abitudini alimentari e comportamenti corretti nell'ambito di uno stile di vita sano e attivo.
FondoSanità premiato quale fondo complementare italiano a maggior rendimento: 7,3% annuo
(da Fimmg.org) Giovedì 17 ottobre è stato assegnato a FondoSanità il premio quale fondo pensione complementare italiano a maggior rendimento degli ultimi dieci anni. La premiazione è avvenuta nell'ambito di "Milano Finanza Insurance & Previdenza Awards 2019". Il premio è stato ritirato dal dr. Carlo Maria Teruzzi che da oltre 10 anni riveste incarichi all'interno del fondo e che dal 2017 ne è il Presidente. Con motivata soddisfazione il presidente sottolinea che "si tratta di un fondo i cui investimenti sono gestiti in maniera rigorosa e per fini esclusivamente previdenziali e non speculativi, essendo un fondo non a scopo di lucro. La buona gestione di questi anni ci ha consentito di assicurare ai nostri iscritti un rendimento del 7,3% annuo. Questo importante risultato è dovuto alla attenta gestione del nostro staff ma in particolare al nostro consulente, il prof. Stefano Gatti, docente di strumenti finanziari alla Bocconi, al nostro responsabile finanziario dr. Luigi Daleffe e al direttore generale Ernesto del Sordo". FondoSanità, (https://www.fondosanita.it/) che è un fondo pensione chiuso, offre a medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e veterinari la possibilità di costruirsi una pensione complementare. Nei programmi della attuale presidenza c'è la volontà di estendere il fondo anche ad altre categorie libero professioniali. “Vogliamo ampliare la nostra base di adesione e accogliere nel nostro fondo anche tutti gli altri liberi professionisti purtroppo ancora privi di un fondo a loro dedicato ”, racconta il presidente Carlo Maria Teruzzi, che nei suoi primi due anni alla guida del fondo ha visto crescere gli iscritti di quasi il 17 per cento. A caratterizzare FondoSanità inoltre c’è anche il forte orientamento verso il mondo giovanile. “In un momento in cui la libera professione ha profili di precarietà, la nostra priorità è garantire una pensione a tutti i giovani e questa particolare attenzione ci ha fatto raggiungere percentuali di adesione del 35% annuo tra i giovani professionisti laddove la media nazionale si aggira attorno all'8 - 10%”, aggiunge il presidente." Non a caso, grazie a risorse messe a disposizione dall’Enpam, tutti i medici e i dentisti fino a 35 anni di età possono iscriversi a FondoSanità senza costi di ingresso. Un vantaggio, quello dell’iscrizione gratuita, che quest’anno è stato esteso anche agli studenti del quinto e sesto anno dei corsi di laurea di Medicina e Odontoiatria che hanno aperto una posizione presso il loro ente previdenziale di categoria.
Camminata più lenta segno di invecchiamento precoce
(da AGI) La velocità della camminata di una persona di 40 anni è un segno di quanto il cervello, così come il corpo, stia invecchiando; lo rileva uno studio condotto in Nuova Zelanda pubblicato dal sito della Bbc. Usando un semplice test della velocità dell'andatura, i ricercatori sono stati in grado di misurare il processo di invecchiamento. I medici spesso misurano la velocità dell'andatura per misurare la salute generale, in particolare negli over 65, perché è un buon indicatore di forza muscolare, funzione polmonare, equilibrio, forza della colonna vertebrale e vista. La velocità di deambulazione più lenta in età avanzata è stata anche collegata ad un maggior rischio di demenza e declino senile. In questo studio, su 1.000 persone in Nuova Zelanda - nate negli anni '70 e seguite fino all'età di 45 anni - il test di velocità di deambulazione è stato utilizzato molto prima dei 65 anni. I partecipanti allo studio si erano sottoposti anche a test fisici, test di funzionalità cerebrale e scansioni cerebrali, e durante la loro infanzia avevano sostenuto test cognitivi ogni due anni.
La resistenza agli antibiotici emergenza mondiale: la FNOMCeO lancia un corso sulla corretta gestione
(da https://portale.fnomceo.it) Si scrive “Antimicrobial Stewardship”, si legge come l’insieme degli interventi coordinati volti a promuovere l’uso ottimale degli antibiotici: la scelta del farmaco, del dosaggio, la modalità e la durata della somministrazione. Tra gli obiettivi, quello di combattere l’antibiotico-resistenza, che costa ogni anno la vita a 700mila persone nel mondo, 33mila in Europa, 11mila solo in Italia. Per diffondere la cultura dell’utilizzo appropriato e saggio degli antibiotici, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) lancia il nuovo corso di formazione a distanza gratuito “ANTIMICROBIAL STEWARDSHIP: un approccio basato sulle competenze”, che, aperto a medici e odontoiatri, sarà fruibile dal 18 ottobre al 31 dicembre sulla piattaforma Fadinmed, erogando 13 crediti ECM. “Gli antibiotici sono farmaci salvavita e la loro scoperta è tra i più importanti progressi del XX secolo. Tuttavia, si accumulano dati che dimostrano che l’uso improprio degli antibiotici è diffuso in tutti gli ambienti sanitari -spiega Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino e responsabile scientifico del corso – L’utilizzo eccessivo e spesso non appropriato di questi farmaci ha portato all’apparizione e alla diffusione di batteri resistenti e alla conseguente riduzione dell’efficacia di questi medicamenti”. “Le resistenze agli antibiotici sono attualmente un problema diffuso su scala mondiale e una reale minaccia per la salute pubblica – aggiunge Rosa Prato, epidemiologa, responsabile scientifico del corso e coordinatore per la Puglia del Gruppo Tecnico regionale di monitoraggio del Piano Nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza 2017-2020 -. Per preservare l’utilità di questi farmaci salvavita, dobbiamo tutti usare gli antibiotici con saggezza. In particolare, i medici devono saperli prescrivere in modo appropriato, educando i loro pazienti e i colleghi all’uso corretto di questa risorsa medica sempre più scarsa”. “Il corso è la versione italiana di un analogo percorso di aggiornamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità – conclude Roberto Stella, coordinatore dell’Area Strategica Formazione di FNOMCeO -. È composto da 16 video, con audio in lingua italiana, dalle diapositive in lingua inglese presentate dai relatori, dalla bibliografia specifica per ogni argomento e da 10 scenari clinici sulla prescrizione appropriata degli antibiotici. Fornisce le conoscenze cliniche necessarie per utilizzare gli antibiotici in maniera appropriata e offre spunti per trasferire queste conoscenze nella pratica clinica quotidiana”.
C’è una questione femminile anche nel mondo medico
Sono sempre meno gli uomini con una normale conta spermatica
(da Quotivadis) L’analisi della conta degli spermatozoi mobili totali (TMSC) in un’ampia popolazione di uomini appartenenti a coppie sub-fertili provenienti da Stati Uniti e Spagna, mostra che tra il 2002 e il 2017 la percentuale di coloro con normozoospermia è diminuita di circa 10 punti percentuali. Oltre a questa tendenza in declino, si è avuto un aumento della percentuale di uomini che rischiano di richiedere un trattamento di fertilità a causa di oligospermia moderata o grave e azoospermia. Inoltre, il TMSC è diminuito di 1,1% con ogni anno di età in più, ma l’aumento degli anni non spiega i risultati dato che l’età media della popolazione di studio non è cambiata nel tempo (circa 32 anni).
Descrizione dello studio Sono state valutate le prime analisi dello sperma di uomini di coppie sub-fertili che, tra il 2002 e il 2017, si sono presentati in 2 centri di infertilità (Stati Uniti, Spagna). Gli uomini sono stati divisi in 3 gruppi a seconda del tipo di strategia di inseminazione raccomandata in base al TMSC: >15 milioni (normozoospermia), nessun intervento, 5-15 milioni (oligospermia moderata), inseminazione intrauterina, <5 milioni (oligospermia grave/azoospermia), fecondazione in vitro.
Risultati principali Sono state incluse 119.972 analisi dello sperma: 41.809 dal centro americano e 78.163 da quello spagnolo. Il TMSC mediano è stato di 74,4 milioni nella popolazione degli Stati Uniti e 60,3 milioni in quella della Spagna. La percentuale di uomini con TMSC>15 milioni è diminuita leggermente nel tempo in entrambi i centri, e l’analisi combinata mostra una riduzione di 9 punti percentuali (da 87,6% a 78,7%) negli ultimi 16 anni (OR 0,967). La percentuale di uomini a rischio di un trattamento di fertilità (TMSC<15 milioni) è passata da 12,4% nel 2004 a 21,3% nel 2017. Per ogni anno di età in più, il TMSC è diminuito di 1,1% all’anno. L’età degli uomini è rimasta costante nel tempo (età media 36,2 anni).
Limiti dello studio Studio retrospettivo. Analisi limitate ai dati medici elettronici. Non sono stati valutati i fattori che possono modificare la conta e la motilità dello sperma nel tempo, come operazioni chirurgiche, farmaci, obesità, fumo, dieta.
Perché è importante Studi precedenti hanno dimostrato una riduzione della conta spermatica degli uomini in tutto il mondo, ma la rilevanza di questa tendenza in declino resta poco chiara. Nonostante la valutazione delle tendenze della conta spermatica sia difficile vista l’esistenza di diversi confondenti, le prove suggeriscono che il declino sia clinicamente rilevante in quanto si associa a un cambio nelle categorie diagnostiche, le quali possono determinare una diversa gestione dell’infertilità. Sono necessarie ulteriori studi sui fattori che possono influenzare il TMSC e che includano anche la variabilità delle analisi dei pazienti nel tempo.
(Ashley W. Tiegs, Jessica Landis et al. Total Motile Sperm Count Trend Over Time: Evaluation of Semen Analyses From 119,972 Men From Subfertile Couples. Urology. 2019 Oct;132:109-116. doi: 10.1016/j.urology.2019.06.038. )
Malattie cardiovascolari, dormire meno di sei ore aumenta il rischio di morte
(da Doctor33) Secondo uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association, gli adulti di mezza età con ipertensione, diabete di tipo 2, malattie cardiache o ictus potrebbero essere ad alto rischio di cancro e morte precoce se dormono meno di sei ore al giorno. «Il nostro studio suggerisce che il raggiungimento di una quantità di sonno normale può essere protettivo per alcune persone con queste patologie e rischi per la salute. Tuttavia, saranno necessarie ulteriori ricerche per esaminare se un miglioramento o un aumento del sonno per mezzo di terapie mediche o comportamentali possa ridurre il rischio di morte prematura» afferma Julio Fernandez-Mendoza, del Pennsylvania State College of Medicine e del Penn State Health Milton S. Hershey Medical Centre, primo autore dello studio. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 1.600 adulti della Penn State Adult Cohort e li hanno classificati in due gruppi in base alla presenza di ipertensione allo stadio 2 e diabete di tipo 2 oppure patologie cardiache e ictus. I partecipanti hanno trascorso una notte in un laboratorio per lo studio del sonno e sono stati poi seguiti per individuare un'eventuale causa di morte. Delle 512 persone decedute, un terzo è morto per malattie cardiache o ictus e un quarto per cancro. Le persone nel gruppo di ipertensione o diabete che hanno dormito meno di sei ore hanno avuto un rischio aumentato di due volte di morire per malattie cardiache o ictus. Gli individui con malattie cardiache o ictus che hanno dormito meno di sei ore hanno mostrato un aumento di tre volte del rischio di morte per cancro. L'aumento del rischio di morte precoce per le persone con ipertensione o diabete è risultato trascurabile se le ore di sonno erano state superiori a sei. «L'identificazione delle persone con problemi specifici del sonno potrebbe portare a un miglioramento della prevenzione, ad approcci terapeutici più completi, a esiti migliori a lungo termine e a un uso inferiore delle risorse sanitarie» spiega Fernandez-Mendoza. Gli autori sottolineano che il risultato dello studio potrebbe essere stato influenzato dall'effetto del dormire una sola notte in laboratorio, perché i partecipanti potrebbero aver dormito significativamente peggio rispetto al solito.
(J Am Heart Association 2019. Doi: 10.1161/JAHA.119.013043 https://dx.doi.org/10.1161/JAHA.119.013043)
Consulenze o perizie medico legali: il “discrimen” per l’esenzione da Iva
(da Doctor33) In tema di I.V.A.,se una prestazione medica viene effettuata in un contesto che permette di stabilire che il suo scopo principale non è quello di tutelare nonché di mantenere o di ristabilire la salute, ma piuttosto quello di fornire un parere richiesto preventivamente all'adozione di una decisione che produce effetti giuridici, l'esenzione prevista dall'art.13,arte A, n. 1, lett. c), della sesta direttiva non si applica. Trattasi infatti di certificazioni, perizie medico -legali attraverso cui si persegue lo scopo principale di soddisfare una condizione legale o contrattuale prevista nel processo decisionale altrui, che non hanno la finalità di tutelare la salute della persona e che anche nel nostro ordinamento normativa, sono escluse dall'esenzione prevista dall'art.10, n.18 del D.P.R. n.633 del 1972. (avv.ennio grassini - www.dirittosanitario.net )
Aderenza terapeutica, studio Fimmg-C.R.E.A. Sanità. Prioritaria la semplificazione del regime farmaceutico
(da Doctor33) Semplificazione del regime farmacologico, educazione terapeutica e redazione di uno schema ad hoc per la somministrazione dei farmaci: queste le priorità indicate dai medici di famiglia per favorire l'aderenza terapeutica da parte dei pazienti. Il dato è emerso alla presentazione dello studio "I problemi di aderenza alle terapie in campo cardiovascolare", promosso dal centro studi Fimmg (Federazione italiana Medici di Famiglia) e C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), realizzato con il contributo non condizionato del Gruppo Servier in Italia, con l'obiettivo di analizzare le principali criticità connesse all'aderenza alle terapie, attraverso il punto di vista di coloro che hanno un rapporto privilegiato con il paziente: i medici di Medicina generale.
Roma, Adriano Panzironi a processo. Il pm: non è medico né dietologo
(da Corriere.it) Il «guru delle diete», già sanzionato da Antitrust e Agcom e sospeso dall’ordine dei Giornalisti, dovrà spiegare ad un giudice monocratico su quali titoli promette di guarire dalle malattie, dimagrire e allungare la vita vendendo i suoi integratori Leggi l'articolo completo al LINK
Coscienza ambientalista anche nello studio odontoiatrico
(da Odontoiatria33) L'associazione Ecodentisty, alcuni anni fa, affermava che gli studi dentistici americani producevano 4,8 milioni di lamine di piombo (presenti nelle radiografie fisiche), 28 milioni di litri di fissaggio, 3,7 tonnellate di mercurio, 1,7 miliardi di buste di plastica e 680 milioni di barriere protettive (riunito, paziente ecc). “In questi anni abbiamo fatto passi da gigante sostituendo le radiografie fisiche con quelle digitali ed eliminando l'amalgama dai materiali da otturazione”, ricorda ad Odontoiatria33 Tiziano Caprara, uno dei componenti di 'Verdenti', progetto nato nel 2013 per rendere più ecocompatibile lo studio odontoiatrico e la professione.
La pasta di sera combatte insonnia, stress e non fa ingrassare
Benefici e rischi degli inibitori di pompa protonica: il dibattito è aperto
(da Doctor33) Gli inibitori della pompa protonica (IPP) sono dannosi o benefici? I medici li prescrivono troppo facilmente? Un uso prolungato causa danni? Queste domande sono alla base di un dibattito che, finora, ha visto sostenitori e detrattori confrontarsi senza una sostanziale prevalenza di prove in favore degli uni o degli altri. Omeprazolo, lansoprazolo, esomeprazolo, pantoprazolo e rabeprazolo sono tra i farmaci di prescrizione più comuni. Sebbene i benefici per i pazienti siano in certi casi innegabili, la sicurezza di questi medicinali è ormai al centro dell'attenzione, con studi e ricercatori che hanno difeso e messo in discussione i benefici, i pericoli e l'uso diffuso, e migliaia di azioni legali soprattutto negli USA, con pazienti che hanno manifestato effetti collaterali tra cui malattie renali e fratture ossee. Ziyad Al-Aly, della Washington University School of Medicine di St. Louis, e il suo gruppo di lavoro hanno pubblicato a maggio uno studio sul British Medical Journal che ha esaminato i tassi di mortalità associati agli IPP in 157.000 veterani a cui tali farmaci erano stati prescritti per la prima volta, seguendoli per 10 anni. «Esistono prove che suggeriscono che questi farmaci, se usati per un lungo periodo di tempo, specialmente quando non sono indicati dal punto di vista medico, sono associati a gravi effetti collaterali e anche a un aumento della morte per cause specifiche, ovvero per malattie cardiache, malattie renali e cancro allo stomaco» commenta Al-Aly. «Potrebbero esserci anche altri rischi, ma è importante menzionare in questo contesto che gli IPP sono anche farmaci benefici se usati appropriatamente, nel paziente giusto e per la durata indicata. Nei pazienti in cui sono indicati, questi farmaci in realtà salvano anche vite» aggiunge. Al contrario, una ricerca diretta da Paul Moayyedi, della McMaster University in Ontario, Canada, e pubblicata in giugno su Gastroenterology, non ha trovato motivo di preoccupazione. I ricercatori hanno seguito per tre anni 17.598 persone randomizzate ad assumere un IPP o un placebo e non hanno trovato prove a sostegno delle affermazioni secondo cui gli IPP causano patologie gravi come malattie renali croniche, polmonite, diabete e demenza. «Confrontando un gruppo di persone che assumeva placebo e un gruppo che prendeva gli IPP, abbiamo visto che i tassi di malattie cardiache, ictus, polmonite, fratture, malattie renali croniche e demenza erano molto simili. Anche i tassi di cancro erano simili e la mortalità per tutte le cause era quasi identica tra i due gruppi» spiega Moayyedi. L'esperto sottolinea che la maggior parte degli studi sugli IPP è di tipo osservativo e quindi meno affidabile, mentre il suo gruppo ha testato in pratica l'impatto dei farmaci sui pazienti rispetto a quelli semplicemente trattati con placebo. «Gli studi osservativi hanno mostrato aumenti del rischio di patologie come polmonite o fratture. Tuttavia, in media, i pazienti che assumono IPP sono più malati di quelli che non li prendono e le persone più malate naturalmente soffrono di altre patologie. Noi possiamo affermare che per ora non vediamo danni derivanti dall'uso dei farmaci» conclude. Folasade May, dell'UCLA Health, sta lavorando a uno studio sull'uso eccessivo di IPP, proprio perché ritiene che non vi siano abbastanza lavori soddisfacenti sull'argomento. «Il motivo per cui queste domande e questi studi sono importanti è che ci sono milioni di persone che assumono IPP, e quando un farmaco è così comune, anche effetti collaterali rari possono avere un impatto su molti individui» afferma. (BMJ 2019. Doi: 10.1136/bmj.l1580 https://www.bmj.com/content/365/bmj.l1580 Gastroenterology 2019. Doi: 10.1053/j.gastro.2019.05.056 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31152740)
Iss: antibioticoresistenza emergenza globale, servono risorse
La parodontite aumenta il rischio di ipertensione
(da DottNet) La malattia delle gengive (parodontite) associata ad un rischio elevato di soffrire di pressione alta e le cure odontoiatriche per controllare la parodontite potrebbero favorire migliori valori di pressione del sangue. Lo rivela la prima meta-analisi sull'argomento, un'ampia revisione dei dati scientifici di ben 80 studi clinici condotti in 26 paesi i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista 'Cardiovascular Research'. Lo studio è stato coordinato dall'italiano e socio della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), Francesco D'Aiuto dell'Eastman Dental Institute all'University College di Londra. "Abbiamo osservato una 'associazione lineare' tra indici di malattia gengivale e pressione alta - dichiara D'Aiuto - ovvero più era grave la parodontite, maggiore risultava il rischio di ipertensione per il paziente. Questi risultati suggeriscono che i pazienti con parodontite dovrebbero ricevere informazioni riguardo il rischio, così come ad ogni paziente ci auguriamo vengano date idonee raccomandazioni sugli stili di vita, come la pratica di attività fisica e la sana alimentazione, per prevenire la pressione alta". L'ipertensione colpisce dal 30 al 45% della popolazione adulta nel mondo ed è tra le cause principali di morte prematura; la parodontite (malattia che può portare anche alla perdita di denti) colpisce oltre il 50% della popolazione mondiale. L'ipertensione, inoltre, è la principale causa prevenibile di malattie cardiovascolari, come infarto e ictus; la parodontite a sua volta in passato è risultata legata all'aumento di rischio di infarto e ictus. Ma finora mancava uno studio definitivo su ipertensione e parodontite. Lo studio di D'Aiuto, che colma questo vuoto della ricerca, ha considerato dati relativi a più di 250.000 individui, un'analisi approfondita di tutti gli studi clinici pubblicati ad oggi, che ha permesso ai ricercatori di ricavare i valori di pressione arteriosa di migliaia di persone così come i parametri di salute gengivale. Il gruppo di ricerca londinese ha quindi per la prima volta analizzato l'impatto della parodontite sui valori di pressione sistolica e diastolica. "Abbiamo visto che la diagnosi di parodontite corrisponde a un aumento di 4-5 millimetri (mm) di mercurio dei valori pressori", spiega D'Aiuto. In aggiunta, è emerso che la parodontite da moderata a grave è associata a un rischio medio del 22% di soffrire di pressione alta; in particolare, chi soffre in modo grave di parodontite ha un rischio di ipertensione quasi del 50% maggiore. È possibile che la parodontite contribuisca a causare l'ipertensione a causa dell'infiammazione non solo locale ma anche estesa a tutto il corpo (sistemica) legata alla malattia gengivale. Potrebbero esservi anche fattori predisponenti comuni alle due patologie. "Serviranno adesso studi clinici randomizzati per determinare l'impatto della terapia parodontale sulla pressione del sangue", conclude D'Aiuto.
