UNIBO: nuova Scuola di Specializzazione in Medicina e Cure Palliative

Desideriamo informarvi che da anno scorso l'Università di Bologna è una delle sedi della nuova Scuola di Specializzazione in Medicina e Cure Palliative. La nuova scuola può essere scelta tra tutte le scuole di specializzazione del concorso nazionale, e rende specialisti in Medicina e Cure Palliative, con la possibilità di esercitare la funzione di specialista in tutti gli assetti erogativi delle reti cure palliative: l’hospice, la assistenza domiciliare, l’ambulatorio, e le consulenze ospedaliere di cure palliative. Le cure palliative moderne prevedono  presa in carico e continuità di cura, dalle cure palliative precoci a quelle di fine vita, all’interno dei percorsi delineati dai LEA.  La formazione della Scuola di Specialità tocca tutti quindi gli aspetti clinici, psicologici, etici, di processo decisionale, di comunicazione e relazione atti a rispondere ai bisogni complessi di cure palliative  sempre più diffusi e propri di pazienti affetti da patologie croniche inguaribili evolutive, oncologiche e non oncologiche.  Lo specialista di cure palliative si integra con gli altri specialisti e con i medici di medicina generale, completando i due livelli coessenziali di intervento palliativo: quello di un approccio palliativo di primo livello diffuso e capillare, con quello specialistico per la assistenza complessa, la formazione, e la ricerca.

Per informazioni rivolgersi a:

Prof. Paolo Muratori, Direttore UO Medicina Forlì e Direttore della Scuola di Specialità  

paolo.muratori3@unibo.it

Prof. Marco Maltoni, Direttore UO Cure Palliative Romagna e Oncologo esperto in Cure Palliative

marcocesare.maltoni@unibo.it

Adolescenti che usano lo smartphone per più di 3 ore al giorno soffrono maggiormente di mal di schiena

(da Quotidiano Sanità)   A causa della sempre maggiore diffusione di smartphone e tablet, della moltiplicazione di canali video, giochi per computer e app educative, bambini e adolescenti trascorrono progressivamente più tempo davanti a uno schermo, solitamente con una postura scorretta. Una situazione che come noto può causare mal di schiena, tra gli altri problemi. Uno studio di scienziati brasiliani, pubblicato sulla rivista scientifica 'Healthcare', ha identificato quali sono i principali fattori di rischio per la salute della colonna vertebrale: in primis, utilizzare questi strumenti per più di 3 ore al giorno, porre gli occhi troppo vicini allo schermo, utilizzare i device da seduti o da sdraiati.
Lo studio si è concentrato sul dolore alla colonna vertebrale, a livello della parte posteriore del torace, principalmente tra le scapole, che si estende dalla parte inferiore del collo fino all'inizio della colonna lombare. Si tratta di un disturbo comune nei diversi gruppi di età della popolazione generale in tutto il mondo, con una prevalenza che va dal 15% al 35% negli adulti e dal 13% al 35% nei bambini e negli adolescenti. I dati analizzati provengono da sondaggi effettuati su studenti e studentesse di età compresa tra 14 e 18 anni del primo e del secondo anno di scuola superiore a Bauru, una città di medie dimensioni nello stato di San Paolo. Il questionario di riferimento è stato somministrato fra marzo e giugno 2017 da 1.628 partecipanti, di cui 1.393 hanno completato anche un questionario di follow-up nel 2018. L'analisi ha mostrato una prevalenza di questo tipo di dolore del 38,4% (la percentuale di partecipanti che riportava dolore sia nell'indagine iniziale che nel follow-up) e un'incidenza del 10,1% (nuovo dolore, riportato solo nell'indagine di follow-up). Più ragazze che ragazzi hanno segnalato mal di schiena. E ha individuato le situazioni che espongono al maggior rischio di questo problema: appunto, oltre 3 ore di utilizzo quotidiano di telefonino o tablet e posizioni non corrette nell'impiego. "Speriamo che questo studio possa essere utilizzato nei programmi di educazione sanitaria per studenti, insegnanti, personale e genitori", ha affermato Alberto de Vitta, primo autore dell'articolo

Per valutare l’obesità il BMI non è sufficiente

(da M.D.Digital)   Per decenni è stato utilizzato l'indice di massa corporea (Bmi) come indicatore della salute di una persona. Ma questa equazione considera solo l'altezza e il peso e potrebbe non catturare un quadro accurato del rischio di una persona di incorrere in malattie legate all’eccesso ponderale, come le malattie cardiache, il diabete e alcuni tipi di cancro.  Recentemente è stata pubblicata una serie di articoli su 'International Journal of Environmental Research and Public Health e Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases' che includono una serie di equazioni: aggiungendo semplici misurazioni della circonferenza è possibile una più accurata previsione della distribuzione del grasso corporeo, tenendo in considerazione le differenze già note relative a etnia e sesso.
Se la localizzazione del grasso prevale a livello di cavità viscerale, il rischio metabolico è aumentato. Ma va tenuto conto che la distribuzione del grasso appare diversa tra le diverse popolazioni etniche e tra donne e uomini e ciò si deve riflettere sugli interventi scegliendo quelli che meglio si rivelano utili nei diversi gruppi.  Per generare le loro equazioni, il team di ricercatori ha esaminato i dati di 12.000 scansioni DXA di tutto il corpo registrate nel National Health Nutrition Examination Survey.
Una scoperta significativa è stata che gli individui ispanici corrono un rischio più elevato di avere una cattiva distribuzione del grasso con conseguente aumento del rischio di malattie associate.  Inoltre, hanno scoperto che gli uomini classificati come sottopeso o obesi in base al criterio del Bmi avevano una distribuzione del tessuto adiposo più “rischiosa” di quanto si credesse, mentre per le donne era vero il contrario.  Nelle donne con una elevata adiposità viscerale il rischio risulta minore rispetto al sesso maschile: le donne infatti, anche a livelli importanti di obesità, sembrano essere in grado di distribuire il grasso in modo più sano.  I ricercatori si dicono fiduciosi che queste equazioni possano servire come strumento per medici e ricercatori che possono inserire semplici misurazioni dell'altezza, del peso e della circonferenza della vita e dell'anca di un paziente per avere un'idea di come il grasso di quel paziente è distribuito in base al sesso e all'etnia.
Ciò aiuterà i medici a valutare il rischio di un paziente di condizioni correlate all'obesità in modo più accurato rispetto all'utilizzo del solo Bmi che potrebbe etichettare erroneamente le persone e raccomandare interventi sullo stile di vita inappropriati.  Ad esempio, un soggetto con peso elevato potrebbe essere classificato come obeso, ma il suo peso potrebbe essere dovuto alla massa muscolare e ossea e avere una distribuzione del grasso che è in realtà sana. Al contrario, soggetti definibili normopeso o sottopeso potrebbero avere una eccessiva adiposità viscerale e quindi raggiungere livelli elevati di rischio elevati. Il gruppo dei ricercatori sta anche lavorando con i dati ottenuti di recente dall'UConn Center on Aging e dal Pepper Center per studiare la distribuzione del grasso all'interno dei muscoli. Ma man mano che le persone invecchiano, il grasso presente all'interno dei muscoli diventa un elemento di preoccupazione.
I prossimi indirizzi delle ricerche saranno rivolti a esaminare le modalità per adattare le equazioni alle popolazioni con malattie croniche come il diabete e la Bpco che creano una distribuzione atipica del grasso.
(Furong Xu et al. The Sex and Race/Ethnicity-Specific Relationships of Abdominal Fat Distribution and Anthropometric Indices in US Adults. Int J Environ Res Public Health 2022; 19: 15521. doi: 10.3390/ijerph192315521. (2022). DOI: 10.3390/ijerph192315521
Furong Xu et al. Sex and race/ethnicity specific reference predictive equations for abdominal adiposity indices using anthropometry in US adults, Nutr Metab Cardiovasc Dis 2023. 
DOI: 10.1016/j.numecd.2023.03.001)

Antibiotico resistenza. Approvata dal Consiglio Europeo una nuova raccomandazione con l’obiettivo di ridurre del 20% i consumi umani e del 50% quelli animali entro il 2030

La raccomandazione si concentra su prevenzione e controllo delle infezioni, sorveglianza e monitoraggio, innovazione e disponibilità di antimicrobici efficienti, uso prudente degli antimicrobici e cooperazione tra gli Stati membri e a livello mondiale. Altri obiettivi: far sì che almeno il 65% del consumo sia concentrato nella classe di antibiotici “access”; riduzione delle infezioni provocate da 3 batteri chiave resistenti agli antibiotici; maggiore sensibilizzazione del pubblico e dei professionisti, formazione per gli operatori sanitari e campagne di comunicazioneLeggi L'articolo completo al LINK

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=114619&fr=n

Ritornano i medici attori di Cesena: “La Locandiera” in scena a Sarsina il 16 Luglio

(riceviamo e volentieri divulghiamo)   Domenica16 luglio, alle ore 21.30, all’Arena Plautina di Sarsina, andrà in scena “La locandiera” di Goldoni, recitata dalla compagnia teatrale “Dica 33”, composta da medici-attori. 

Gli attori sono Davide Bruschi, oncologo; Donato Calista, dermatologo; Elisabetta Cicognani, medico di medicina generale; Filippo Collinelli, specializzando in medicina generale; Alessandra Foschi, pediatra; Elena Magnani, medico internista; Massimo Magnani, direttore UO otorino; Sandra Schianchi, dermatologa.  La direzione artistica dello spettacolo è del regista Massimo Boncompagni.

Lo scopo è quello di raccogliere fondi a favore delle figlie della collega Silvia Ruscelli, tragicamente scomparsa la scorsa estate, assieme al marito, in un incidente in moto.

La compagnia aveva debuttato con una commedia di Moliere “Medico per forza”, nel maggio del 2018, al Teatro Bonci di Cesena, ottenendo il tutto esaurito e poi era ancata in scena una replica dello stesso spettacolo all’Arena Plautina di  Sarsina a giugno dello stesso anno.

Tutti i colleghi sono invitati allo spettacolo

Come si può Salvare il SSN dalla privatocrazia ?

(da M.D.Digital)   È in atto, da tempo, un processo di destrutturazione del SSN pubblico che, di fatto, ha minato la sostenibilità, l’equità e l’accesso alle cure, garantiti dall’art. 32 della Costituzione. Che fare? Su queste problematiche si sono interrogati gli esperti che hanno partecipato all'ottavo incontro, dal titolo evocativo: "Salve Lucrum: come si può salvare il SSN dalla privatocrazia, presso la sede milanese dell’Istituto Mario Negri, organizzato dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto. Incontri che hanno avuto come obiettivo quello di promuovere un confronto pragmatico per la riorganizzazione e il rilancio del SSN.
Punto di partenza della discussione è stato l’articolo 32 della Costituzione secondo cui è la Repubblica a dover tutelare la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. “Un diritto fondamentale che tuttavia nello stato attuale delle cose è disatteso, facendo emergere - spiega Giuseppe Remuzzi Direttore dell’Istituto Mario Negri - un problema culturale laddove si avvalla una società che fonda il benessere della popolazione sul libero mercato e dà sempre più credito e più potere a un sistema orientato al profitto, finendo per rispondere alle esigenze degli azionisti invece che ai bisogni degli ammalati”.
“Viene meno in questo modo anche un altro principio cardine, ovvero quello della democrazia – tiene a sottolineare Chiara Cordelli Professoressa presso l’Università di Chicago -. In un sistema di privatocrazia dove i privati agiscono come agenti dello Stato è inevitabile che si crei un conflitto irrisolvibile dove più si privatizza, più lo Stato perde controllo direttivo e accesso alle informazioni, aumentano le disuguaglianze economiche e si creano le condizioni affinché si indebolisca quel riconoscimento delle istituzioni alla base di un rapporto di fiducia tra stato e cittadini. Si perde in questo modo il valore della democrazia che è proprio quello di assicurare le condizioni di giustizia e libertà tramite un processo decisionale capace di eliminare, o almeno minimizzare, il dominio di alcuni su altri”.
L’unico modo per invertire questa deriva è avviare una quarta riforma che riparta, secondo Ivan Cavicchi, dalla legge 833 del 1978, correggendo gli squilibri causati dalle controriforme attuate negli anni ’90 e che ne hanno deviato l’evoluzione. Il primo squilibrio riguarda la rottura del rapporto tra economia e sanità, per cui oggi la sanità viene concepita come un costo in antitesi alla produzione di ricchezza del paese. Va trovata una nuova alleanza di compossibilità che li renda privi di contraddizione. Il secondo squilibrio riguarda la riduzione al minimo essenziale della spesa per la prevenzione. Il terzo squilibrio riguarda il rapporto tra pubblico e privato. In quarant’anni il pubblico è passato da una condizione di monopolio a una di gregario, dove il privato ha preso il sopravvento, annullando ogni forma di democrazia. La situazione è aggravata dal fatto che il privato è fortemente agevolato fiscalmente creando una concorrenza sleale verso il pubblico. Un altro sbilanciamento, grande errore della riforma sanitaria, è che sono stati riordinati i servizi senza modificare le prassi professionali che c’erano nel sistema mutualistico, danneggiando il sistema.
L’idea della quarta riforma tenta di rimettere in equilibrio questi aspetti per sanare la situazione con l’obiettivo, poi, di rimettere in pista una programmazione sanitaria vera, concepita per obiettivi piuttosto che seguendo logiche locali e regionali come accade oggi, in modo da facilitare un rapporto organico tra economia e sanità; di riaffermare il principio dell’art. 46 della 833 per cui le tutele integrative devono essere a carico del singolo e non compartecipate dal pubblico; di sollecitare un finanziamento straordinario alla sanità, per abbattere il tetto alle assunzioni, ma solo a patto che si sia disposti a superare gli squilibri del passato.

Schillaci, ‘mai più medici e infermieri sopraffatti dallo stress’

(da Adnkronos Salute) "La valorizzazione del personale sanitario è un tema che ho riportato al centro dell'agenda politica del Governo da subito. Le misure inserite nel cosiddetto Decreto Bollette costituiscono un primo passo in questa direzione e altri ne compiremo nel corso della legislatura. Ma l'impegno è quello di riuscire a far sì che tutto il nostro personale sanitario si senta gratificato nella sua professionalità. Che nessun medico, infermiere, operatore sociosanitario si senta sopraffatto dallo stress". Così il ministro della Salute Orazio Schillaci, in un videocollegamento con il Congresso nazionale della Fadoi (Federazione dei medici internisti ospedalieri), commentando l'indagine sul burnout dei sanitari presentata al meeting.  "La survey che avete presentato - ricorda il ministro - rileva come il 50% di medici e infermieri che opera nei reparti di Medicina interna presenti uno stato di 'burnout' e una percentuale simile vorrebbe licenziarsi purtroppo entro l'anno. Ma c'è anche una larga maggioranza che dichiara di sentirsi gratificata dal proprio lavoro con i pazienti e di aver, nonostante tutto, realizzato molte cose buone nel corso della propria vita lavorativa".

Per Schillaci, "oltre alla valorizzazione economica, occorre rendere più attrattivo il Servizio sanitario nazionale intervenendo sulla riorganizzazione dei modelli, lavorando a una maggiore appropriatezza prescrittiva e a un miglior utilizzo dei posti letto. Questa è una sfida importante che richiede il contributo di tutti. Sono certo di poter contare sul vostro qualificato aiuto e che tutti insieme - esorta il ministro - potremo difendere i nostri operatori e il nostro SSN".

Gli inquinanti atmosferici aumentano il rischio di glaucoma

(da Univadis)   Una revisione sistematica e metanalisi ha confrontato l'incidenza delle patologie oculari legate all’età negli adulti esposti a alti e bassi livelli di inquinamento atmosferico. Una quantità più elevata di particolato 2,5 è risultata costantemente associata a glaucoma e glaucoma ad angolo aperto. Secondo gli studi, i livelli di particolato 2,5 sono fortemente correlati al glaucoma sia in modelli a inquinante singolo sia in modelli a inquinante multiplo. La ricerca riporta anche che il glaucoma non risulta collegato ad altri inquinanti atmosferici come l’ozono, il diossido di zolfo o il diossido di azoto in un modello a inquinante multiplo.

(Grant A, Leung G, Freeman EE. Ambient air pollution and age-related eye disease: a systematic review and meta-analysis. Invest Ophthalmol Vis Sci. 2022;63:17.

Fonte: https://iovs.arvojournals.org/article.aspx?articleid=2783563)

L’attività fisica aiuta a sentire meno dolore

(da DottNet)    L'attività fisica regolare aiuta a sentire meno il dolore e potrebbe rappresentare un ottimo rimedio per controllare il dolore cronico: lo rivela una ampia analisi su oltre 10.000 adulti da cui emerge che le persone fisicamente attive hanno una maggiore tolleranza al dolore rispetto a quelle sedentarie e che quelle con un livello di attività più elevato hanno un livello più alto di tolleranza al dolore.  Condotto da Anders Årnes dell'Università della Norvegia Settentrionale a Tromso, il lavoro è stato pubblicato sulla rivista 'Plos One'.    Ricerche precedenti hanno suggerito la possibilità che l'abitudine di praticare un livello elevato di attività fisica possa aiutare ad alleviare o prevenire il dolore cronico aumentando la tolleranza al dolore. a questo è il primo studio esaustivo su un ampio campione di individui.   Gli esperti hanno analizzato i dati di 10.732 adulti coinvolti nel Troms› Study - condotto periodicamente in Norvegia. I ricercatori hanno utilizzato i dati di due cicli del Troms› Study, uno condotto dal 2007 al 2008 e l'altro dal 2015 al 2016. I dati comprendevano i livelli di attività fisica auto-riferiti dai partecipanti e i loro livelli di tolleranza al dolore, valutati con un test che prevedeva l'immersione della mano in acqua fredda.   È emerso chiaramente che i partecipanti che hanno dichiarato di essere fisicamente attivi in entrambi i cicli dello Studio di Troms› avevano una maggiore tolleranza al dolore rispetto a coloro che hanno dichiarato uno stile di vita sedentario in entrambi i cicli. I partecipanti con livelli di attività totale più elevati avevano una maggiore tolleranza al dolore e coloro che avevano un'attività più intensa nel 2015/2016 rispetto al 2007/2008 avevano un livello complessivo di tolleranza al dolore più elevato.   Lo studiosuggerisce anche che rimanere fisicamente attivi, diventare attivi o aumentare l'attività è legato a una maggiore tolleranza al dolore. Quindi, rilevano gli esperti, l'aumento dell'attività fisica potrebbe essere una potenziale strategia per alleviare o contrastare il dolore cronico.

Partecipare a eventi culturali fa bene al cuore

(da Univadis)    In questi anni si sono accumulate evidenze sull'effetto di rafforzamento del tempo libero sulla salute (1) e di come la stimolazione culturale di un individuo possa avere effetti specifici sui determinanti relativi della salute simili a quelli ottenuti da un semplice esercizio fisico (2).   Inoltre, prove da studi clinici randomizzati sono a supporto della promozione e facilitazione di stili di vita culturalmente impegnati come elementi essenziali per la longevità (3). Tuttavia, a oggi non è ancora definita quale sia la relazione causale tra attività culturali e le cause più comuni di mortalità (4). Questo anche a causa dei fattori di rischio che spesso variano nel tempo e potrebbero aver agito come confondenti residui negli studi epidemiologici realizzati in passato su disegni tradizionali.

Modelli per l’analisi della sopravvivenza

I metodi standard per l'analisi della sopravvivenza, come il modello di Cox dipendente dal tempo, possono produrre stime distorte quando esistono fattori di confondimento legati al tempo che sono essi stessi influenzati da trattamenti o esposizioni precedenti. I modelli strutturali marginali sono una classe di modelli causali i cui parametri sono stimati attraverso la ponderazione della probabilità inversa del trattamento; questi modelli consentono un aggiustamento appropriato per il confondimento (5).  Il modello strutturale marginale di COX (MSD-COX) consente di stimare l'effetto causale medio del trattamento da dati osservazionali simili a quelli di studi randomizzati controllati al fine di ridurre al minimo il rischio di confusione residua e alcune forme di bias di selezione.   MSD-COX è stato impiegato da un gruppo di ricercatori svedesi per valutare la potenziale associazione causale tra la partecipazione a eventi culturali e la malattia coronarica (CHD) (6)la principale causa di mortalità nel mondo (4).

Esposizione a eventi culturali e rischio di malattia coronarica

Uno studio osservazionale longitudinale svedese ha analizzato una popolazione di 3296 individui rilevando i dati di tre misurazioni separate a intervalli di otto anni per un periodo di 36 anni (6). Sono stati inclusi nell'analisi solo soggetti con tre misurazioni effettuate e senza una diagnosi precedente di CHD all'inizio dello studio.  ll risultato era inteso come tasso di visite (da mai a ogni settimana o più spesso) di gallerie d’arte e musei, cinema, concerti, conferenze e teatri. Per definire il livello di esposizione culturale nei tre periodi di misurazione è stato calcolato un indice di frequenza culturale stratificando separatamente ciascuna delle tre misurazioni nel livello più basso (25%, quartile 1), medio (50%, quartili 2-3) o più alto (25%, quartile 4) di esposizione culturale.  I partecipanti con il più basso livello di esposizione culturale avevano il più alto tasso di incidenza di CHD.   I soggetti con un alto livello di esposizione culturale hanno avuto una riduzione del rischio di CHD di circa il 34% rispetto a quelli con il livello di esposizione culturale più basso.   Quindi la stima dell’effetto causale mediante MSD-Cox ha suggerito un gradiente di diminuzione dei tassi di incidenza di CHD tra gli adulti quando l'esposizione culturale è aumentata.

Alcune interrogativi senza risposta

Gli autori sottolineano come l’associazione causale potenziale tra partecipazione nel tempo libero a eventi culturali e CHD rimane complessa, pur comprendendo fattori ambientali in grado di influenzare i meccanismi epigenetici legati alle malattie cardiovascolari e al diabete mellito di tipo 2.    Dall’analisi dei risultati non è stato possibile verificare se tutte le ipotesi fossero soddisfatte per un'interpretazione causale, limite dovuto anche alla mancanza di diverse informazioni sui più importanti fattori di rischio per CHD (per es. dislipidemia, obesità, rischio familiare e diabete mellito). A stimolo di future ricerche rimangono alcuni interrogativi senza risposta come per esempio: il livello ottimale di esposizione culturale per il rischio di CHD, quali tipi di eventi culturali hanno l'effetto più benefico e qual è il mix ideale di eventi culturali a cui partecipare.    Comunque, è rilevante aver scoperto che chi ha preso parte a più attività culturali aveva meno probabilità di avere malattie coronariche, un dato che dimostra quanto può essere importante una costante disponibilità di risorse culturali nella vita delle persone.

(1.  Caldwell LL. Leisure and health: why is leisure therapeutic? Br J Guid Couns 2005;33:7–26. 

2.  Konlaan BB, Björby N, Bygren LO, Weissglas G, Karlsson LG, Widmark M. Attendance at cultural events and physical exercise and health: a randomized controlled study. Public Health. 2000;114(5):316-319.

3.  Løkken BI, Merom D, Sund ER, Krokstad S, Rangul V. Cultural participation and all-cause mortality, with possible gender differences: an 8-year follow-up in the HUNT Study, Norway. J Epidemiol Community Health. 2020;74(8):624-630. doi:10.1136/jech-2019-213313

4.  WHO. The top 10 causes of death. 2020. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/the-top-10-causes-of-death

5.  Hernán MA, Brumback B, Robins JM. Marginal structural models to estimate the causal effect of zidovudine on the survival of HIV-positive men. Epidemiology. 2000;11(5):561-570. doi:10.1097/00001648-200009000-00012

6.  Johansson SE, Jansåker F, Sundquist K, Bygren LO. A longitudinal study of the association between attending cultural events and coronary heart disease. Commun Med (Lond). 2023;3(1):72. Published 2023 May 24. doi:10.1038/s43856-023-00301-0)

Commissione su colpa medica, ‘solo 3% denunce si conclude con condanna’

(da Adnkronos Salute) - "Gli obiettivi della Commissione per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica sono quelli di individuare un perfetto punto di equilibrio tra la piena tutela del paziente e la serenità del medico perché un professionista sereno è di interesse della collettività. Si devono cercare di evitare le aggressioni giudiziarie: il dato statistico dal quale partiamo è che su 100 denunce che si fanno contro i medici solo 3 si concludono con la condanna. Quindi significa che le altre 97 si dimostrano infondate. Ciò porta da una lato all'appesantimento della macchina della giustizia e dall'altra rende i medici più preoccupati mentre che fanno ricorso alla medicina difensiva con gravi spese aggiuntive per il Ssn e disagi per i pazienti che vengono sottoposti ad esami costosi, invasivi e inutili".  Così all'Adnkronos Salute Adelchi d'Ippolito, presidente della Commissione per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica, istituita con un decreto del ministro della Giustizia Carlo Nordio e insediata a metà aprile.

"Il punto di equilibrio è garantire la tutela giuridica del paziente e togliere preoccupazione al medico - avverte il magistrato - Per questo è stata istituita una Commissione di altissimo livello che attraverso le audizioni e i contributi che potranno arrivare dai vari soggetti interessati, cercherà di raggiungere questo obiettivo. Abbiamo già ascoltato le associazioni scientifiche dei medici e il presidente della Fnomceo. Proseguiremo nei prossimi giorni anche con le assicurazioni e le associazioni dei pazienti e abbiamo in programma - conclude - anche un approfondimento sulle legislazioni sussistenti negli altri Paesi per esplorare modelli già esistenti".

Covid, senza vaccino i disturbi persistono 24 mesi per uno su sei

(da DottNet)    Senza vaccino più rischi dal Covid anche a 24 mesi dalla guarigione: infatti, secondo un lavoro pubblicato sul 'British Medical Journal', più di una persona su 6 tra i non vaccinati riporta effetti del Covid sulla salute due anni dopo l'infezione. Condotto da Tala Ballouz e Milo Puhan dell'Università di Zurigo, lo studio rileva che il 17% non è tornato a una normale condizione di salute e il 18% ha riportato sintomi correlati al Covid dopo 24 mesi.

Lo studio ha coinvolto 1106 individui che hanno avuto il Covid tra agosto 2020 e gennaio 2021 e 628 coetanei che non si sono ammalati. Si è trattato di un campione di non vaccinati. Complessivamente, il 55% dei partecipanti ha dichiarato di essere tornato al proprio stato di salute normale a meno di un mese dall'infezione e il 18% ha riferito di essersi ripreso entro uno o tre mesi. A sei mesi, il 23% dei partecipanti ha dichiarato di non essere ancora guarito, il 19% a 12 mesi e il 17% a 24 mesi.

Rispetto alle persone che non avevano un'infezione, i guariti dal Covid presentavano un rischio maggiore di problemi fisici, come alterazione del gusto o dell'olfatto (9,8%), malessere dopo uno sforzo (9,4%) e mancanza di fiato (7,8%), e di salute mentale, come riduzione della concentrazione (8,3%) e ansia (4%) al sesto mese.

Si tratta di uno studio basato su un'ampia popolazione con valutazioni regolari di una serie di risultati sanitari: "i problemi di salute persistenti creano sfide significative per gli individui colpiti e rappresentano un onere importante per la salute della popolazione e per i servizi sanitari", scrivono gli autori; servono altri studi "per stabilire interventi efficaci per ridurre l'onere della condizione post-Covid", concludono.

Sanità digitale, facciamo il punto

(da M.D.Digital)   Nel 2022 la spesa per la Sanità digitale in Italia è stata pari a 1,8 miliardi di euro (+ 7% rispetto al 2021). La maggior parte delle aziende sanitarie, coinvolte nella ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, (presentata durante il recente convegno “Sanità Digitale: vietato fermarsi!”) svolta in collaborazione con FIASO, investirà in Cybersecurity (58%), Cartella Clinica Elettronica (54%) e nell’integrazione con sistemi regionali e/o nazionali (51%).
Rallenta la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico. Ad averlo utilizzato almeno una volta, nel 2023, è stato il 35% degli Italiani, contro il 33% rilevato nel 2022 e la maggior parte di loro (53%) afferma di averlo usato solo per le funzionalità legate all’emergenza Covid.
Aumenta la richiesta di nuovi prodotti e servizi basati sul digitale in ambito sanitario. Se alcune delle tecnologie a supporto del paziente a domicilio sono già abbastanza diffuse, come le App per la salute (utilizzate dal 38% dei pazienti cronici o con problematiche gravi – coinvolti nella ricerca svolta in collaborazione con AISC, Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA e Onconauti) o i dispositivi indossabili per monitorare i parametri clinici (29%), quelle più innovative destano la curiosità dei pazienti. Il 49% si dichiara interessato alle tecnologie di realtà virtuale o aumentata, il 47% agli assistenti vocali che forniscono informazioni e supporto in ambito salute. E se tra i medici emerge preoccupazione sul possibile utilizzo inappropriato da parte dei cittadini/pazienti dell’intelligenza artificiale, meno di 2 clinici su 10 hanno timore che l’AI possa sostituire, anche in parte, il proprio lavoro.
“Prosegue la digitalizzazione del Sistema Sanitario – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale –, ma il tanto atteso cambio di passo che la Missione 6 Salute del Pnrr avrebbe dovuto imprimere agli investimenti in Sanità digitale non è ancora tangibile. L’utilizzo delle risorse legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si sta rivelando una sfida dall’esito tutt’altro che scontato. La difficoltà di comprendere come realizzare concretamente questa opportunità è tra gli ostacoli più rilevanti allo sviluppo della Sanità digitale secondo i principali decisori delle strutture sanitarie (49%), insieme alle limitate risorse economiche (58%)”.

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