Società italiana di Igiene: «La salute dell’ambiente è una priorità di sanità pubblica»

(da Sanitainformazione.it)   L’ambiente influenza in modo determinante la salute di una popolazione. Per questo i professionisti della sanità sono chiamati ad assumersi la responsabilità di prendere decisioni strategiche che pongano la salute ambientale al primo posto. Questo, in estrema sintesi, il messaggio emerso dal 56esimo congresso nazionale della Società italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), nella sessione «Ambiente e decisioni Operative il ruolo della Sanità Pubblica». L’obiettivo della discussione è stato quello di identificare le priorità chiave per la salute ambientale e le strategie operative per promuovere l’equità in sanità con un approccio One Health. In particolare, l’evento, attraverso i suoi molteplici relatori, ha affrontato i diversi ambiti della sorveglianza epidemiologica ed ambientale, della pianificazione urbana, dei cambiamenti climatici.

La complessità dei fattori ambientali possono promuovere o danneggiare la salute umana

«Oggi l’Ambiente – spiega Marco Martuzzi, direttore del dipartimento di Salute ed Ambiente presso l’Istituto superiore di sanità, che ha preso parte alla sessione come relatore – viene inteso come un approccio in evoluzione, abbiamo evidenze di vario tipo sugli effetti dell'inquinamento dell'aria e della contaminazione dell’acqua e del suolo. Dobbiamo evolverci per riuscire a considerare – oltre a questi fattori di rischio – il mondo che cambia in modo complesso. Non c’è solo il clima, ma anche una perdita della biodiversità, a cui si aggiunge il deterioramento di tanti strati dell’atmosfera. Si presentano sfide molto complesse ed è importante capire come considerare tutti quei fattori che concorrono a determinare, promuovere o danneggiare la salute umana». Il discorso si è successivamente spostato sulla sorveglianza integrata che permette di monitorare gli indicatori chiave ambientali ed epidemiologici e fornire i dati necessari per informare il decisore politico ed orientare le decisioni.

Necessario ripensare alle città per promuovere la salute

Altro tema di estrema rilevanza toccato è quello dell’urbanizzazione e delle implicazioni che questa ha sulla salute di coloro che abitano e vivono in una determinata zona. «Oggi sicuramente le città pongono delle grandi sfide in termini di Sanità pubblica – dichiara Stefano Capolongo, ordinario di Hospital Design e Urban Health presso il Politecnico di Milano e componente del Gruppo di lavoro Igiene ed Edilizia della SItI – da accogliere come grandi opportunità di ripensare i luoghi dell’abitare. Le nostre città sono fortemente popolate. Oggi, infatti, si stima che oltre il 56% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e la previsione è che nel 2050 oltre il 70% vivrà nelle aree urbane. Questo dato ci fa riflettere su come devono essere le nostre città per essere maggiormente inclusive e facilmente accessibili, per poter promuovere la salute».

I cambiamenti climatici hanno ricadute importanti sulla sanità pubblica

Infine, gli esperti della SItI si sono confrontati sul tema dei cambiamenti climatici e le ricadute per la sanità pubblica. Secondo gli specialisti, si tratta di una delle sfide ambientali più significative che affrontiamo oggi e che avrà implicazioni a lungo termine in ottica One Health. «La necessità di sviluppare politiche e strategie per mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute pubblica e promuovere pratiche ambientali sostenibili diventano centrali e necessitano, ora come mai prima, di essere sostenute e portate avanti», conclude la SItI.

Infezione al dente, una terapia sbagliata può comportare rischi

(da DottNet)   Dolore che può diventare invalidante, arrossamento, gonfiore: l'infezione ai denti può interessare sia adulti che bambini ed è uno dei motivi più comuni per cui ci si rivolge al dentista. Spesso c'è però confusione su quando e come curarlo. "È vero che si può tamponare momentaneamente con acqua e sale, mentre è falso che l'antibiotico sia sempre necessario.    È comunque essenziale intervenire in modo tempestivo, facendosi visitare da un professionista. Perché ancora oggi la terapia incongrua delle infezioni dentali porta a ricoveri evitabili e a seri pericoli". A spiegarlo è Carlo Clauser, esperto della Società italiana di Parodontologia e implantologia (Sidp).   

Una recente analisi pubblicata su 'International Journal of Environmental Research and Public Health', mostra come su 376.940 pazienti ammessi al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I di Roma in 5 anni, ben 6.607 sono entrati in ospedale con la diagnosi di infezione di origine dentale.     Dei 151 ospedalizzati, 6 (4%) presentavano in condizioni critiche, con sepsi.     L'infezione dentale in genere è dovuta a carie che raggiungono il nervo o da denti del giudizio non spuntati. "Si tratta - spiega Carlo Clauser - è la reazione dell'organismo alla penetrazione e alla moltiplicazione di microbi, soprattutto batteri, che si moltiplicano all'interno dei tessuti scatenando la risposta immunitaria e spesso determinando la formazione di pus, per l'accumulo di granulociti neutrofili". Le tipiche suppurazioni sono causate da stafilococchi e streptococchi e si presentano in due forme cliniche: l'ascesso e il flemmone.   "L'ascesso è una raccolta di materiale purulento in una cavità neoformata o preesistente, come la pericorona di un dente o una cisti. La formazione attraversa tre fasi: nei primi 3 giorni la tumefazione molle e moderatamente doloroso, quindi a tumefazione diventa dura, arrossata, dolente; infine si forma l'ascesso, con una raccolta molle di materiale denso giallastro.   L'ascesso tende a delimitarsi: la parete lo circoscrive ed evita l'allargamento dell'infezione".   Il flemmone è, invece, un'infiammazione dei tessuti molli senza alcuna tendenza alla delimitazione: le difese naturali non sono sufficienti ad arginare l'aggressione batterica.

"Si presenta con cute arrossata, tesa e dolente, mancanza della fluttuazione, notevole edema. Il trattamento non è sempre semplice e può richiedere chirurgie multiple, terapia intensiva e diverse terapie antibiotiche".     Per l'ascesso localizzato la terapia antibiotica è indicata solo in pazienti immunodepressi. E' invece controindicata per i non immunodepressi a meno che non vi siano sintomi o segni sistemici. "Questo non significa che l'ascesso va abbandonato al suo corso naturale: anzi, la terapia chirurgica, con incisione, svuotamento, drenaggio ed eliminazione della causa, deve essere messa in atto con tempestività e, se serve, anche con un'estrazione del dente. Vanno invece presi antibiotici quando l'ascesso non rimane delimitato e si estende a buona parte del volto, oppure se si associa a segni sistemici, come febbre, malessere generalizzato, linfonodi ingrossati: questi segni indicano che le difese naturali non sono sufficienti a contenere l'infezione che tende a diventare sistemica. In questi casi il trattamento antibiotico, in aggiunta alle manovre chirurgiche, deve essere immediato e a dosaggio pieno". In attesa di una visita dal dentista, conclude, "possono essere utili sciacqui con acqua calda e sale due o tre volte al giorno, perché facilitano il drenaggio spontaneo".

In 15 anni persi quasi 14mila medici del territorio

(da Fimmg.org) Dal 2006 al 2021 il Servizio sanitario nazionale ha perso quasi 14mila medici del territorio, scendendo dai 71.354 tra medici di famiglia, pediatri e guardie mediche ai 57.566. Un calo del circa il 20%, immortalato dagli Annuari del Ssn.  Per quanto riguarda i medici di famiglia se nel 2006 erano 46.478, con una media di uno ogni 1.098 abitanti, nel 2021 si è scesi a quota 40.250 (-6.228 pari al -13%) con una media di un camice bianco ogni 1.295 abitanti. Un po’ meglio la situazione dei pediatri di libera scelta: nel 2006 ce n’erano 7.526, con una media di un medico ogni 1.023 bambini, mentre nel 2021 si è scesi a 7.022. Grazie al calo delle nascite, però, i bimbi da seguire per ogni professionista sono scesi a 985.      Le guardie mediche nel 2006 erano 17.350 in 3.019 presidi, con una media di 23 medici ogni 100mila abitanti. Nel 2021, invece, i medici sono scesi 10.344 e i presidi a 2.958 con il risultato che ci sono 18 medici ogni 100mila abitanti.

Covid-19, verso la fine dell’epidemia con un “brodo” di varianti.

(da Doctor33)    Secondo uno studio pubblicato sulla rivista European Journal of Internal Medicine, gli ultimi dati su SARS-CoV-2 suggeriscono che probabilmente ci si stia avvicinando a un periodo post-epidemico, caratterizzato dalla presenza di un "brodo" di varianti.    «È verosimile che ci stiamo dirigendo verso una nuova era in cui il virus pian piano ridurrà le sue caratteristiche di diffusività e letalità» afferma Fabio Angeli, dell'Università dell'Insubria, autore senior del lavoro. I ricercatori spiegano che in questi tre anni di pandemia i meccanismi alla base dell'infezione e della replicazione virale sono rimasti gli stessi, ma SARS-CoV2 ha continuato a mutare, generando nuove varianti più o meno pericolose per la salute umana. Dal gennaio 2022 è emersa una nuova fase della pandemia e sono state identificate diverse sottovarianti di Omicron con caratteristiche genetiche variabili, delle quali l'ultima emersa, XBB.1.16, nota come Arcturus, è stata rilevata per la prima volta in India, e mostra tre nuove mutazioni nella proteina spike SARS-CoV-2 (E180V, F486P e K478R) rispetto al suo lignaggio genitore. La co-trasmissione di diverse varianti sta innescando un comportamento competitivo che può influenzare le dinamiche della pandemia, e diversi modelli matematici hanno tentato di comprendere questo fenomeno. Gli esperti citano due modelli. Il primo è stato costruito considerando l'immunità incrociata e la fuga immunitaria, ed è stato utilizzato per analizzare la relazione competitiva tra ceppi Omicron e non Omicron, ipotizzando che la competizione tra ceppi possa influenzare non solo la dimensione finale e il tempo di sostituzione delle varianti, ma anche la possibilità di comparsa di nuove varianti. Tuttavia, questo modello presenta alcuni limiti, non tenendo conto dell'eterogeneità della popolazione e degli effetti delle misure non farmaceutiche. Il secondo modello è di tipo SIR (Susceptible-Infected-Recovered) modificato, e si è concentrato sulla competizione tra diversi ceppi del virus sotto gli effetti della vaccinazione, suggerendo che la concorrenza dei ceppi implica inevitabilmente l'estinzione di uno degli stessi, e che il ceppo vincitore rimarrà endemico a lungo termine. «In ogni caso, il monitoraggio delle varianti SARS-CoV-2 rimane importantissimo, e sarà importante anche chiarire meglio gli effetti delle restrizioni e della vaccinazione sull'evoluzione del virus» concludono gli autori.
(European Journal of Internal Medicine 2023. Doi: 10.1016/j.ejim.2023.04.016
https://doi.org/10.1016/j.ejim.2023.04.016 )

Il burnout del MMG aumenta le prescrizioni di oppioidi e antibiotici

(da M.D.Digital) Il burnout nei medici di base è stato collegato a una maggiore prescrizione di antibiotici e oppioidi: il dato proviene da uno studio, pubblicato sul 'British Journal of General Practice', che ha collegato il comportamento prescrittivo a segni di burnout come esaurimento emotivo, sensazione di distacco da colleghi e pazienti, minore insoddisfazione lavorativa, orario di lavoro più lungo e intenzioni di lasciare il lavoro.
I ricercatori hanno scoperto che:
• un maggior esaurimento emotivo è stato associato a un rischio 1.2 volte maggiore di prescrivere sia oppioidi forti che antibiotici;
• il distacco emotivo ha prodotto rischio maggiore di 1.1 volte per prescrizione di oppioidi forti e di 1.2 volte maggiore per prescrizione di antibiotici;
• la bassa soddisfazione sul lavoro è stata associata a un rischio maggiore di 1.3 volte di una maggiore prescrizione di oppioidi e a un rischio maggiore di 1.1 volte per maggiore prescrizione di antibiotici;
• l'intenzione di lasciare il lavoro è stata associata a un rischio di 1.3 volte superiore per aumento della prescrizione di oppioidi forti e di 1.4 volte maggiore per una maggiore prescrizione di antibiotici.
Un altro elemento connesso all’aumento della prescrizione di queste due classi di farmaci riscontrati nei Mmg sono stati lavorare più ore (aumento del rischio rispettivamente di 4 e 5 volte). Ha influenzato anche la sede del lavoro (rischio maggiore per i medici residenti nel nord del Paese rispetto al sud, con aumenti rispettivamente di 2 e 1.6 volt maggiore rischio rispettivamente).
I dati di prescrizione del Research Surveillance Center (RSC) - la più antica rete di sorveglianza in Europa e una fonte di informazione, analisi e interpretazione dei dati delle cure primarie - sono stati collegati ai punteggi di burnout di 320 medici di base in 57 studi intervistati nello stesso periodo di quattro mesi.
Lo studio si inserisce in una realtà in cui l'uso non medico, l'uso prolungato e l'abuso di oppioidi sono aumentati in modo significativo negli ultimi anni, portando a dipendenza, altri gravi problemi di salute e morte. Contemporaneamente, la resistenza agli antibiotici rappresenta una minaccia per la medicina moderna, influendo in maniera negativa sul controllo efficace delle malattie trasmissibili, molte delle quali sono di origine batterica.
Questo è il primo studio che ha valutato l'associazione tra la prescrizione di oppioidi forti e antibiotici e il burnout nella MG come un problema di grande risonanza pratica, che rendono urgenti e necessarie politiche che siano in gradi di mitigare il burnout nei medici. Il fatto che un medico esausto che sta perdendo la motivazione al suo lavoro spesso decida di prescrivere farmaci in eccesso, a lungo termine potrebbe diventare un elemento che danneggia il paziente invece che curarlo. La priorità dovrebbe essere quella di fare tutto il possibile per ridurre al minimo il rischio di esaurimento nei medici di base; in più la prevenzione del burnout potrebbe diventare una via in grado di migliorare la qualità della prescrizione.
(Hodkinson A, et al, The association of strong opioids and antibiotics prescribing with general practitioner burnout. British Journal of General Practice 2023. DOI: 10.3399/BJGP.2022.0394)

Quota A: ecco quanto costa davvero

(da Enpam.it)   Sono tanti i medici a pensare che l’importo della Quota A sia più alto del suo costo reale.  Facciamo un esempio molto pratico. Mettiamo il caso di un medico che ha superato i 40 anni, dipendente, residente a Roma, che ha un reddito lordo superiore a 50mila euro.   Deve versare all’Enpam 1.803,42 euro, risultanti da 1733,72 euro di Quota A e 69,70 euro di contributo maternità.   Tuttavia, con la prossima dichiarazione dei redditi oltre il 47 per cento di questa cifra gli tornerà indietro (e recupererà oltre 850 euro).    Questi numeri sono dati dalla restituzione (o dall’abbattimento) del 43 per cento di Irpef, del 3,33 per cento di addizionale regionale e dello 0,9 per cento di addizionale comunale.  Dunque, il costo effettivo della Quota A nel caso specifico è di circa 950 euro.    (Il calcolo preciso è: 1.803,42 – 851,75 = 951,67 euro)    Un ragionamento valido per la fascia di contribuzione più consistente visto che, come noto, dopo i 40 anni scatta la Quota A intera.  Per chi invece è più giovane, l’importo della Quota A scende fino ad arrivare ai 128,87 euro annui per gli studenti che fin dal V e VI anno di università fanno la scelta oculata di iscriversi all’Enpam.

TRANELLO

Proprio i medici dipendenti sono tra coloro che più sovente cadono nel tranello di considerare un costo effettivo della Quota A più alto di quello reale.   La consuetudine di percepire uno stipendio il cui importo è già stato decurtato delle tasse, induce il medico a pensare che i 1.803,42 euro di Quota A, magari pagati con il bollettino e quindi in un’unica soluzione, siano soldi netti.    Ciò che va considerato però, è che di quella cifra potrà recuperarne quasi la metà nella dichiarazione dei redditi dell’anno successivo (salvo che non si dimentichi di presentarla).

SE FOSSE IN BUSTA PAGA

Se, invece, il versamento della Quota A avvenisse direttamente con una trattenuta sullo stipendio, la percezione del costo tornerebbe più facilmente ad allinearsi a quello effettivo.  In questo caso, la restituzione delle tasse avverrebbe immediatamente e dalla busta paga al medico verrebbero decurtati meno di 80 euro al mese per la contribuzione Enpam.   Questo perché ci sarebbero 12 rate da 150,28 euro lordi, con il rimborso immediato da parte del datore di lavoro di 70,97 euro di imposte.   L’impatto sarebbe certamente positivo anche per la percezione del valore della pensione.  Un conto, infatti, è aver ben chiaro di aver pagato al massimo 80 euro al mese ricevendone alla fine più del doppio, oltre ad aver beneficiato gratuitamente di tutele assistenziali e assicurazioni per tutta la vita professionale.   Un altro conto è aver la percezione (sbagliata) di aver versato somme ben superiori, per giunta senza una contropartita adeguata da parte dell’Enpam.  

Ps: per conoscere con più precisione l’importo della propria pensione futura di Quota A è sufficiente andare nell’area riservata e fare un’ipotesi di pensione.

Confermato il legame tra malattia venosa e arteriosa

(da M.D.Digital - riproduzione parziale)   È una delle malattie più diffuse in Occidente e nel nostro Paese colpisce circa 19 milioni di persone. Nello specifico interessa dal 10 al 50% degli uomini e oltre la metà delle donne. Si tratta della Malattia Venosa Cronica (MVC), spesso banalizzata e limitata ad un semplice disturbo estetico delle gambe, ma che in realtà è una condizione ben più complessa, cronica ed ingravescente, che tende a progredire velocemente verso stadi più avanzati, se non trattata correttamente.
“In condizioni normali il flusso del sangue dagli arti inferiori verso il cuore avviene grazie alla pressione esercitata dai muscoli delle gambe e dall'arcata plantare, con un flusso unidirezionale assicurato dalle valvole venose. Quando questo processo viene alterato, il sangue refluisce attraverso i lembi valvolari provocando la dilatazione delle vene sostenuto da un processo infiammatorio cronico – dichiara Alberto Froio, Professore Associato di Chirurgia Vascolare, Università degli Studi di Milano-Bicocca Fondazione IRCSS - San Gerardo dei Tintori, Monza – Nelle sue forme più severe la MVC può provocare gravi complicanze come edema, pigmentazione della pelle, eczema fino alla comparsa di ulcere e trombosi venosa”.
Recentemente pubblicato sull’'European Heart Journal', lo studio Gutenberg ha indagato, per la prima volta in una popolazione generale, la prevalenza dell’Insufficienza Venosa Cronica - stadio avanzato della MVC - e l’associazione tra questa e le comorbidità cardiovascolari (CV), dimostrando che all’aumentare della gravità della MVC è associato un aumentato rischio cardiovascolare, così come un aumento della mortalità da tutte le cause.
“Le evidenze scientifiche emerse rimettono in discussione il pensiero convenzionale sulla separazione tra malattia venosa e arteriosa. L’osservazione delle gambe è fondamentale per diagnosticare la MVC ma la presenza di vene varicose, edema, cambiamenti della pelle e ulcere devono essere considerate un potenziale campanello d’allarme di malattia cardiovascolare – spiega Romeo Martini, Presidente Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare – Ancora oggi, infatti, il paziente con MVC viene avviato ad un percorso diagnostico-terapeutico (PDTA) limitato alla sola patologia degli arti inferiori. Sarebbe tempo che si definissero PDTA prendendo in considerazione i suggerimenti dello studio Gutenberg, vale a dire, prevedere ulteriori e semplici screening vascolari per i pazienti con MVC negli stadi più avanzati. Un’anamnesi sulla familiarità per malattie cardiovascolari, la palpazione dei polsi arteriosi, la misura dell’indice pressorio caviglia/braccio e il dosaggio del colesterolo LDL possono essere facilmente eseguiti sul paziente con MVC evidenziando coloro a più elevato rischio cardiovascolare”.
I pazienti con MVC, infatti, possono andare incontro a importanti complicanze cardiovascolari, che confermano il legame fisiopatologico tra le due patologie.
“Il link tra la MVC e le malattie cardiovascolari è dato principalmente dal fatto che le due patologie condividono alcuni fattori di rischio come l’età, il fumo, il diabete mellito, l’obesità e il sovrappeso, che si associano ad una disfunzione dell’endotelio, un’infiammazione cronica e una trombosi che è dovuta al lento flusso e alla conseguente ipercoagulabilità che costituiscono le basi fisiopatologiche di entrambe le patologie” – spiega Leonardo De Luca, Segretario generale ANMCO e cardiologo presso la U.O.C. di Cardiologia dell'Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma.
A confermare la correlazione tra la MVC e le patologie cardiovascolari anche un altro importante dato emerso dallo studio, che dimostra per la prima volta che la MVC è in realtà un importante marker predittore di patologie cardiovascolari come infarto e ictus.
“Lo studio Gutenberg ha infatti dimostrato che le persone con MVC nelle fasi più avanzate hanno un rischio maggiore di sviluppare negli anni una malattia cardiovascolare di tipo arterioso e hanno anche una mortalità per tutte le cause, rispetto alle persone che non ne soffrono – dichiara Roberto Pola, Segretario Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare – Un’ipotesi che si sta facendo strada nella comunità scientifica presuppone che sia l’infiammazione cronica il meccanismo biologico sottostante a queste due patologie. Infatti, nella patologia aterosclerotica, che è alla base dell’infarto e dell’ictus, si riscontra un importante contributo infiammatorio e d’altro canto anche nella malattia venosa cronica si osserva un’aumentata produzione di molecole infiammatorie”.
Dallo studio Gutenberg emerge con chiarezza l’importanza di un cambio di rotta e di un nuovo approccio alla MVC, in particolare negli stadi avanzati, che comporti un cambiamento nella pratica clinica da parte della classe medica, in particolare in fase di indagini diagnostiche, al fine di poter approfondire la problematica nella sua globalità.
“Questa è quella che si definisce visione olistica del paziente, vale a dire farsi carico di tutte le sue problematiche e considerare la possibilità che esistano interazioni a distanza fra patologie apparentemente non collegate tra loro – conclude Claudio Borghi, Direttore UO Medicina Interna Cardiovascolare Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche-Università di Bologna – Negli ultimi 20 anni, nell’ambito delle malattie cardiovascolari, questo approccio ha fatto emergere anche altre condizioni, apparentemente distaccate dal funzionamento dell’apparato cardiocircolatorio, che sono invece in grado di condizionare lo sviluppo delle malattie cardiovascolari stesse e fanno sì che oggi l’approccio a queste malattie non possa più essere focalizzato solo su un prevalente fattore di rischio, ma debba valutare ogni singolo paziente nella sua complessità. In questo senso tutti i professionisti sanitari dovrebbero collaborare in maniera multidisciplinare per definire percorsi diagnostico-terapeutici in grado di gestire al meglio il paziente”.
Si è sempre pensato alla MVC come ad una patologia benigna, fastidiosa, esteticamente impattante, ma da un punto di vista clinico non importante e quindi sempre e soltanto come un disturbo di circolazione, a volte dimenticando proprio che si tratta di una patologia cronica. Per la prima volta queste nuove evidenze rimettono tutto in discussione.
(Prochaska JH, et al. Chronic venous insufficiency, cardiovascular disease, and mortality: a population study. Eur Heart J. 2021 https://academic.oup.com/eurheartj/article/42/40/4157/6350776?login=false)

Delibera dell’OMCeO Forlì-Cesena a favore della genitorialità

In data 18 Aprile 2023, il Consiglio Direttivo del nostro Ordine ha deliberato di agevolare la genitorialità degli iscritti consentendo la riduzione della quota di iscrizione a soli 23 Euro per un anno solare a tutti coloro che sono diventati genitori durante l'anno in corso.

Il beneficio avrà effetto per il 2024 e può essere goduto da un solo genitore, nel caso che entrambi siano iscritti a nostro Ordine.

Per usufruire della agevolazione, è sufficiente la compilazione del modulo indicato al LINK qui sotto

Per ogni bimbo 300 foto l’anno online, Sos pediatri

(da DottNet)  Foto del bimbo il primo giorno di scuola, o mentre mangia, dorme, svolge attività divertenti in casa. Per tanti genitori condividere sui social media le foto dei propri figli è un’abitudine consolidata, talvolta accompagnata dall’aggiunta di dettagli quali il nome del piccolo, la sua età e dove vive. Secondo uno studio europeo, ogni anno i genitori condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni di queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%).   In agguato, però, ci sono rischi connessi allo “sharenting” (ossia l’abitudine a divulgare online contenuti, come foto, video altre informazioni che riguardano i propri bambini), rischi di cui gli stessi genitori sono spesso inconsapevoli e che implicano questioni relative alla tutela dell’immagine del minore, alla riservatezza dei dati personali, alla sicurezza digitale, e che possono esporre anche alla pedopornografia   A fare il punto su questo fenomeno è ora uno studio già disponibile online ed in via di pubblicazione, sulla rivista 'Journal of Pediatrics', dell’European Pediatrics Association, di cui è primo autore il Prof. Pietro Ferrara, Responsabile del Gruppo di Studio per i diritti del bambino della SIP, Società Italiana di Pediatria. Gli scenari sono preoccupanti, per questo dalla SIP arrivano anche i suggerimenti per i genitori, per garantire a loro e ai ragazzi un ambiente digitale sicuro. In Francia è in discussione in Parlamento una proposta di legge che vorrebbe limitare la condivisione di foto dei figli online, in Italia, già nel novembre scorso, la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Carla Garlatti ha sollecitato per lo sharenting l’applicabilità delle disposizioni in materia di cyberbullismo, che consentono ai minorenni di chi-edere direttamente la rimozione dei contenuti.

Un fenomeno molto diffuso

Un recente lavoro, citato nello studio, evidenzia che in media l’81% dei bambini che vive nei paesi occidentali ha una qualche presenza online prima dei 2 anni, percentuale che negli Usa è pari al 92%, mentre in Europa si attesta al 73%. Dati recenti mostrano che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha proprie foto e informazioni pubblicate online. E un numero crescente di bambini nasce digitalmente ancor prima della nascita naturale. Infatti, si stima anche che un quarto dei bambini abbia un qualche tipo di presenza online prima di venire al mondo: negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica abitualmente ecografie online, percentuale che in Italia si attesta al 15%.

Cosa spinge a condividere e quali sono i rischi
Nella maggior parte dei casi gli intenti dei genitori che condividono foto online dei figli sono innocui: documentare la crescita dei piccoli, condividere ansie e preoccupazioni in cerca di un supporto emotivo, ricercare informazioni in ambito educativo, pediatrico, scolastico. Le tre tipologie di foto che vengono maggiormente pubblicate sono di vita quotidiana (mentre il bimbo dorme, gioca, mangia), di uscite o viaggi e di momenti speciali (Natale, battesimo, primo giorno di scuola, compleanni).  “Non va sottovalutato però che questa pratica può associarsi ad una serie di problematiche che principalmente ricadono sui bambini – spiega Pietro Ferrara – spesso, infatti, i genitori non pensano che quanto condiviso sui social media, a volte anche molto personale e dettagliato, esponga pericolosamente i bimbi ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità. Senza contare che informazioni intime e personali, che dovrebbero rimanere private, oltre al rischio di venire impropriamente utilizzate da altri, possono essere causa di imbarazzo per il bambino una volta divenuto adulto (ad esempio in colloqui di lavoro, test di ammissione all’università). Infine, questo tipo di condivisione da parte dei genitori può inavvertitamente togliere ai bambini il loro diritto a determinare la propria identità”.

In un’indagine su alcuni bimbi svedesi pubblicata nel 2020 emergeva che, praticamente all’unanimità, i bambini volevano che venisse chiesto loro il permesso prima di scattare o condividere foto che li ritraevano.  “Nel nostro ordinamento – prosegue Pietro Ferrara – l’immagine della persona è tutelata da diverse norme: la legge sul diritto d’autore che prevede che nessun ritratto di una persona possa essere esposto senza il consenso di quest’ultima; l’articolo 10 del codice civile, che consente la richiesta di rimozione di un’immagine che leda la dignità di un soggetto con conseguente possibilità di risarcimento danni. Va, però, anche evidenziata un’ambiguità delle normative che proteggono l’immagine in quanto si parla di ‘consenso dell’interessato’ che, nel caso di minore, deve essere offerto dal suo rappresentante legale (articolo 316 del Codice Civile), cioè proprio il genitore”.

Tra i rischi della condivisione social di contenuti privati c’è anche quello che questi finiscano su siti pedopornografici: un’indagine condotta dall’eSafety Commission australiana ha evidenziato come c La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità. irca il 50% del materiale presente su questi siti provenga dai social media dove era stato precedentemente condiviso da utenti per lo più inconsapevoli di quanto facilmente potesse essere scaricato, non solo da amici, ma anche da estranei.

I consigli per i genitori
“I pediatri sono figure centrali per sensibilizzare i genitori sui pericoli associati alla condivisione online. Per proteggere la privacy dei bambini, alle famiglie può essere spiegato quali siano le possibili strategie difensive. È importante supportare le mamme e i papà, bilanciando la naturale inclinazione a condividere con orgoglio i progressi dei figli con l’informazione sui rischi connessi alla pratica dello sharenting”, afferma la Presidente SIP Annamaria Staiano (nella foto).   Dalla SIP arrivano 5 suggerimenti.

1. Essere consapevoli che lo sharenting è una pratica sempre più diffusa, ma non per questo bisogna sottovalutarne i potenziali pericoli. Condividere immagini, video e qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonisti i bambini significa, infatti, costruire il “dossier digitale” di un bambino senza il suo consenso e senza che lui ne sia a conoscenza.

2. La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità.
3. Non condividere immagini dei propri figli in qualsiasi stato di nudità. Queste immagini dovrebbero rimanere sempre private per il rischio potenziale che possano essere impropriamente utilizzate da altri.
4. Attivare notifiche che avvisino i genitori quando il nome dei loro figli appare nei motori di ricerca.
5. Rispettare il consenso e il diritto alla privacy dei minorenni, quindi familiarizzare con la policy relativa alla privacy dei siti sui quali si condividono contenuti. L’articolo 31 della Costituzione “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” e la Convenzione Internazionale su diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sottolinea come debba necessariamente essere data preminenza agli interessi e alla dignità del minorenne.

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