Metodi che aiutano a riscontrare la paura del dentista da parte del paziente
(da Odontoiatria33) La paura del dentista è una problematica comune tra la popolazione generale, anche se non sempre viene individuata prontamente dai dentisti, rimanendo non riconosciuta nel tempo. Uno studio effettuato da alcuni ricercatori finlandesi e pubblicato sul numero di aprile di International Dental Journal (la rivista di FDI) ha valutato come i pazienti reagissero a livello emotivo ai vari trattamenti odontoiatrici, individuando chi ammettesse apertamente di provare paura e preoccupazione e chi invece, pur avvertendo simili sensazioni, non le rendesse “pubbliche”. E’ quindi importante che ci siano dentisti capaci di riconoscere possibili stati d’ansia “nascosti”, sottolinea i ricercatori
Per individuare più velocemente e più facilmente uno stato d’ansia, vengono valutati lo stato emotivo del paziente, la sua espressione facciale e le sue reazioni durante l’esecuzione di un trattamento odontoiatrico: i dati raccolti vengono poi assegnati ad un colore in base al grado di paura avvertita dal paziente, per esempio il rosso per la paura severa, il giallo per quella moderata e il verde se il paziente presenta nessuna paura o un basso livello di paura. Un altro fattore che negli ultimi anni ha aumentato la fobia del dentista è stata la circolazione del virus del Covid19, perché ha scatenato una maggior preoccupazione verso i trattamenti odontoiatrici in quelle persone che erano già fobiche e ciò è avvenuto a causa di un maggior rischio di contagiarsi e di infettarsi.
Nonostante la paura del dentista sia comune e abbia diversi gradi di diffusione, spesso essa risulta di difficile individuazione, oltre a presentare una prevalenza diversa in base al periodo storico preso in considerazione ed ad essere diversificata per età e genere. Risulta molto utile far compilare al paziente dei questionari nella sala d’aspetto, che vanno consegnati prima dell’inizio del trattamento odontoiatrico: ciò permette un maggior dialogo col paziente stesso e la possibilità di osservare i suoi comportamenti, soprattutto in coloro che avvertono una paura molto forte e quindi di più difficile gestione. Non è sempre facile per i dentisti individuare in modo preciso le reali sensazioni percepite dal paziente; inoltre dentisti più esperti e con più anni di lavoro alle spalle sono più abili nel riconoscere i pazienti ansiosi, rispetto a chi è all’inizio della sua carriera lavorativa. Tra il 5% e il 15% di tutti i pazienti presenta infatti una fobia per il dentista e sono pazienti che in generale tendono a ricorrere ai servizi odontoiatrici solamente al bisogno e in maniera irregolare, aumentando così il rischio di necessitare nel futuro di un trattamento odontoiatrico d’urgenza.
I pazienti che hanno paura del dentista, concludono i ricercatori, non sono sempre facilmente riconoscibili dagli operatori sanitari e ciò rischia di portare ad un approccio sbagliato del paziente e delle terapie di cui necessita, è quindi importante da parte del dentista saper indagare se il proprio paziente presenta uno stato d’ansia verso la sfera odontoiatrica per stabilire programmi di trattamento più specifici e approcci volti a diminuire il grado di paura.
(Methods Helping Dentists to Detect Dental Fear. Taina Kankaala, Päivi Rajavaara, Maria Kestilä, Minna Väisänen, Hannu Vähänikkilä, Marja-Liisa Laitala, Vuokko Anttonen. International Dental Journal Volume 73, Issue 2, April 2023, Pages 228-234)
Sindrome da computer: sintomi, fattori associati e soluzioni
(da Univadis) Trascorrere un tempo eccessivo su dispositivi elettronici come computer, laptop, smartphone e tablet, contribuisce all’insorgenza di una sindrome da computer (CVS) che viene definita come "una serie di problemi agli occhi e alla vista correlata all’uso prolungato del computer o ad altri device digitali". I termini di affaticamento visivo (AV) e affaticamento visivo digitale (AVD) sono stati utilizzati in modo alternativo per identificare la CVS. È noto che l'uso di computer o dispositivi digitali per un tempo > 3 ore al giorno può condizionare lo sviluppo di CVS. La sindrome si può manifestare anche nei bambini in conseguenza alle molte ore trascorse utilizzando dispositivi elettronici, sia per i compiti scolastici che per giocare con videogiochi o inviare e ricevere messaggi di testo (1).
Scenari digitali globali L’enorme disponibilità di dispositivi digitali è diventata una parte integrante della vita quotidiana per milioni di individui di tutte le età che sono a rischio CVS. Nei paesi sviluppati, l'impegno delle persone dedicato a dispositivi digitali è aumentato notevolmente negli ultimi anni, coinvolgendo tutte le fasce d'età. Il problema si è diffuso anche nei paesi in via di sviluppo determinando un impatto rilevante sulla salute pubblica per i rischi professionali, l’aumento del tasso di errore dei lavoratori, la riduzione delle loro capacità visive e le relative conseguenze in ambito lavorativo (1). Il tasso di prevalenza di CVS varia da meno del 50% a oltre il 90% a seconda dell'età, dell'occupazione, del paese e dell'istruzione. La pandemia di COVID-19 ha aumentato il tempo medio giornaliero trascorso davanti a uno schermo sia per gli studenti con l'apprendimento online, sia per chi lavora da casa con lo smart working. In questi ultimi tre anni è stato documentato un uso dei dispositivi digitali aumentato di 4 ore al giorno e le ore medie di apprendimento on line sono state di 7 ore al giorno (2) e in una popolazione di studenti è stata documentata una CVS nel 70,1% dei casi (1).
Sintomi della CVS I sintomi correlati a CVS possono essere classificati come visivi, oculari ed extraoculari. I sintomi visivi comprendono visione offuscata, affaticamento o disagio visivo e diplopia. I sintomi oculari includono secchezza oculare, arrossamento, affaticamento e irritazione oculare. I sintomi extra-oculari sono caratterizzati da mal di testa e dolore muscolo-scheletrico alle spalle, al collo e alla schiena (1).
Fattori associati a CVS I fattori comunemente associati a CVS includono l'utilizzo di dispositivi digitali per più di 6 ore al giorno, l'utilizzo di più dispositivi digitali, errori di rifrazione e presenza di dolore alla schiena e al collo (2). Nello specifico i fattori personali includono: una cattiva posizione seduta, una distanza occhio-schermo inappropriata, un angolo di visione improprio e brevi distanze; mentre i fattori ambientali e del device comprendono: postazione di lavoro impropria, scarsa illuminazione, contrasto e risoluzione del device, aumento del bagliore del display, luminosità eccessiva o squilibrata dello schermo del computer (1).
Riduzione del tempo davanti allo schermo Il consiglio per contrastare la CVS è di ridurre i tempi di lavoro/gioco, ma di quanto? Un recente studio ha dimostrato modificazioni misurabili della funzione maculare rispetto al tempo trascorso davanti a un computer e suggerisce come i cambiamenti possono essere invertiti riducendo significativamente il tempo trascorso davanti allo schermo (3). L'effetto del tempo sulle risposte foveali negli occhi del gruppo con CVS rispetto a un gruppo di controllo (senza CVS) è stato analizzato in un gruppo di studenti di medicina, mediante misure dell'elettro-retinogramma multifocale (mfERG). La ripetizione di mfERG dopo 4 settimane di drastica riduzione dell’utilizzo del computer ha rivelato un miglioramento significativo nelle risposte foveali e nelle prestazioni visive del gruppo di studio con CVS rispetto ai controlli. Dopo l’intervento, la maggior parte dei partecipanti ha riportato un miglioramento di molti disturbi soggettivi, in particolare del mal di testa, dell’affaticamento agli occhi, della visione sfocata, del dolore al collo e alle spalle: un insieme di prove coerenti con l'ipotesi che i cambiamenti mfERG provocati dalla disfunzione foveale indotta dallo schermo sono reversibili se si osserva una riduzione del tempo complessivo di visualizzazione dello schermo ≤1 ora al giorno. Visti questi risultati gli autori ipotizzano un completo recupero delle funzioni foveali e delle prestazioni visive originali con l’interruzione completa dell'uso dello schermo.
(1. Lema AK et al. Computer vision syndrome and its determinants: A systematic review and meta-analysis. SAGE Open Med. 2022 Dec 9;10:20503121221142402.
2. Seresirikachorn K, et al. Effects of digital devices and online learning on computer vision syndrome in students during the COVID-19 era: an online questionnaire study. BMJ Paediatr Open. 2022 Jun;6(1):e001429.
3. Iqbal M et al. Analysis of the Outcomes of the Screen-Time Reduction in Computer Vision Syndrome: A Cohort Comparative Study. Clin Ophthalmol. 2023 Jan 7;17:123-134)
Televisita e certificato di malattia, siamo al paradosso
(da M.D. Digital) Il certificato di malattia non è rilasciabile dopo una televisita. Per la 'Legge Brunetta' il medico lo può compilare solo dopo aver effettuato una visita in presenza. A evidenziare ciò Sergio Pillon, Vicepresidente Associazione italiana Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT). Una contraddizione in essere, precisa Pillon sul sito dell'associazione, "perché la Televisita è riconosciuta come Atto medico e ha valore legale". Inoltre sottolinea che il referto della Televisita viene depositato nel Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso la piattaforma di telemedicina "e può essere integrato automaticamente nel Certificato telematico di malattia, che oggi, invece, può essere compilato ed inviato all’INPS solo dopo una visita in presenza". “La Televisita – aggiunge Pillon – si chiude sempre con un referto, che vale come attestazione di malattia, sia in campo assicurativo che come giustificativo per l’assenza dal luogo di lavoro, ma paradossalmente non può essere compilato ed inviato per via telematica dopo una televisita". Chiediamo, dunque - conclude Pillon - che su questo aspetto, che appesantisce il processo di assistenza e che crea un onere inutile all’assistito e al medico curante, si intervenga per adeguare la Legge Brunetta, conformando il referto in Televisita a quello in presenza per gli aspetti legati all’ambito assicurativo e di giustificazione INPS”.
Malasanità, 7 volte su 10 il medico non c’entra
(da enpam.it - riproduzione parziale) Ogni 10 accertamenti su casi di presunta malasanità solo 3 chiamano in causa direttamente i medici. È questa una delle conclusioni a cui giunge la ricerca “La legge Gelli-Bianco e l’accertamento tecnico preventivo. Un primo bilancio sull’accertamento della responsabilità sanitaria nel Tribunale di Roma”, presentata mercoledì mattina a Roma nella Sala del Museo Ninfeo.
PRIMO TAGLIANDO PER LA “GELLI-BIANCO” L’indagine sul campo è stata realizzata dall’Eurispes in collaborazione con la XIII sezione del Tribunale di Roma, l’Enpam e lo studio legale Di Maria Pinò, ed è la prima realizzata in questo particolare ambito in Italia. La XIII sezione del Tribunale di Roma (ve ne è solo una analoga presso il Tribunale di Milano), è composta da 16 magistrati che si occupano in via esclusiva di responsabilità professionale. Nell’àmbito di tale responsabilità, quella sanitaria è pari a circa l’85/90 per cento del totale dei casi. Inoltre, il Tribunale di Roma è quello che tratta il maggior numero di cause di responsabilità medica e delle strutture sanitarie tra tutti quelli italiani (il 35 per cento circa del totale), i risultati dell’indagine sono dunque ben rappresentativi del dato nazionale. La consultazione dell’archivio della XIII sezione, partendo da circa duemila Accertamenti tecnici preventivi (Atp) svolti dal 1° aprile 2017 (data di entrata in vigore della “legge Gelli-Bianco”) al 31 dicembre 2021, ha permesso di repertare gli Accertamenti tecnici preventivi effettuati da 336 medici legali. Gli accertamenti tecnici considerati sono complessivamente 1.380.
10 MILIARDI PER LA MEDICINA DIFENSIVA L’indagine ha reso possibile una prima, accurata, valutazione dell’impatto della “legge Gelli”, relativamente agli Accertamenti tecnici preventivi volti alla conciliazione della lite che rappresentano il primo livello della sua applicazione. La Legge Gelli si prefiggeva, tra gli altri, un obiettivo ben preciso: quello di combattere la cosiddetta “medicina difensiva”, cioè una serie di comportamenti tenuti dall’operatore sanitario nei confronti del paziente con il solo fine di evitare il rischio della insorgenza dei contenziosi civili e penali a carico del medico e/o della struttura sanitaria. La medicina difensiva, oltre a costringere i medici in trincea, incide sul Servizio sanitario nazionale per circa 10 miliardi l’anno, il che è pari allo 0,75 per cento del Pil (dati aggiornati al 2014).
RESPONSABILITÀ ACCERTATA IN 2 CASI SU 3 A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, nonostante alcune previsioni necessitino ancora dei decreti attuativi per poter dispiegare i propri effetti, dai risultati emersi appare come, almeno in parte e specularmente per il settore della responsabilità civile, la norma abbia raggiunto alcuni degli obiettivi prefissati. Il dato di maggiore rilevanza è che nell’analisi dei 1.380 Atp esaminati, i medici non risultano essere personalmente coinvolti nel 70,3 per cento dei casi, mentre lo sono nel 29,7 per cento. Dalla ricerca emerge che gli Atp che si concludono positivamente per il paziente sono il 65,3 per cento, mentre l’esito è stato positivo per la struttura il 31,1 per cento delle volte; nei due terzi dei casi, dunque, la responsabilità professionale della struttura sanitaria e/o del medico risultano effettive. L’Atp, che rappresenta il vero fulcro e cardine del procedimento, non è altro, sostanzialmente, che un giudizio che dei medici danno sull’operato di altri medici. Nel 29 per cento degli Atp vi è stata una chiamata in causa dell’assicurazione.
ORTOPEDIA IN CIMA ALLE CONTESTAZIONI Guardando alla tipologia di convenuto, il 40,4 per cento delle volte risulta trattarsi di una struttura pubblica, il 36,1 per cento di struttura privata e, nell’11 per cento dei casi, di medico persona fisica/assicurazione. Analizzando il dettaglio dei settori specialistici interessati, emerge che il settore coinvolto più spesso è Ortopedia (16,3 per cento), seguito da Chirurgia (13,2 per cento) e da Infettivologia (11,7 per cento). Nel complesso, dunque, il 41,2 per cento degli Atp interessa questi tre settori. I dati indicano dunque, da un lato, come la maggioranza delle richieste di accertamento non sia pretestuosa ed evidenzi responsabilità mediche e delle strutture sanitarie, dall’altro come i medici specialisti chiamati a valutare, in qualità di consulenti tecnici di ufficio, siano corretti e trasparenti nell’accertamento delle responsabilità dei colleghi. Si evidenzia – si legge nel documento – come in alcuni casi vi sia un problema di funzionamento delle strutture mediche e ospedaliere piuttosto che una responsabilità dei medici. Il contrasto al fenomeno della medicina difensiva necessita anche e soprattutto di un intervento sociale e culturale di sistema, incentrato sul diritto a un’adeguata informazione dei cittadini sulla efficacia degli interventi sanitari, costruito mediante il dialogo tra il paziente e il medico. Un particolare sforzo – conclude la ricerca – dovrà essere fatto in questa direzione.
Rumore del traffico determina aumento della pressione sanguigna
(da Quotidiano Sanità) Vivere vicino a una strada trafficata provoca un aumento della pressione sanguigna, ma la causa è il rumore, non l’inquinamento. A chiarirlo è uno studio pubblicato da 'JACC: Advances' e coordinato da Jing Huang dell’Università di Pechino, in Cina. “Siamo rimasti un po’ sorpresi quando abbiamo scoperto che l’associazione tra rumore del traffico stradale e l’ipertensione era robusta anche dopo l’aggiustamento per l’inquinamento atmosferico”, osserva l’autore principale dello studio. Studi precedenti avevano già mostrato una connessione tra strade trafficate e aumento del rischio di ipertensione. Tuttavia non era chiaro se fosse il rumore o piuttosto l’inquinamento ad avere un ruolo nello sviluppo dell’ipertensione.
Lo studio cinese Per analizzare questi aspetti, i ricercatori dell’Università di Pechino hanno raccolto dati relativi a più di 240mila persone tra 40 e 69 anni, senza ipertensione al basale. Il team ha stimato il rumore dovuto al traffico sulla base della residenza, utilizzando un sistema di valutazione europeo, il Common Noise Assessment Method. Dopo un follow-up di 8,1 anni, i ricercatori hanno individuato quante persone sviluppavano ipertensione, cercando di valutare anche un’eventuale associazione con la ”quantità” di rumore ai quali erano esposti. Dai risultati è emerso che il rumore da traffico è collegabile e a un aumento della pressione arteriosa; un risultato che, secondo gli stessi autori, deve essere tenuto in considerazione a livello di decisioni di misure di salute pubblica.
Un mix tra smog e polline causa allergie anche in chi non ne è affetto
(da DottNet) Anche chi in genere non soffre di allergie in questi giorni potrebbe manifestarne i sintomi tipici, come occhi rossi, starnuti e asma, specie in città. Alcuni inquinanti atmosferici vengono infatti assorbiti dai pollini e poi rilasciati nelle vie aeree, intensificando le manifestazioni allergiche. È quanto evidenzia uno studio coordinato dal Max Planck Institute for Chemistry di Mainz pubblicato sulla rivista 'Frontiers in Allergy'. A segnalare la ricerca è la Società Italiana di Aerobiologia Medicina e Ambiente (Siama), che, in occasione del primo giorno di primavera, organizza la Giornata Nazionale del Polline che sarà celebrata domani con un evento alla Camera dei Deputati patrocinato dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic). "Lo studio mostra che alcuni pollini, come ad esempio quelli delle graminacee, innescano l'iperattivazione dei Toll-like receptor 4 (TLR4), recettori cellulari che attivano la reazione allergica del sistema immunitario, anche in chi non soffre di allergie", spiega Mario Di Gioacchino, presidente Siaaic. "Finora si era partiti dal presupposto che il continuo aumento delle malattie allergiche registrato negli ultimi decenni fosse da ricondurre alla combinazione tra predisposizione genetica e anomalie climatiche", aggiunge il presidente Siama, Vincenzo Patella. "Ad avere un ruolo determinante in questa 'epidemia di allergie' sarebbe anche l'esposizione eccessiva degli allergeni ad alcuni inquinanti atmosferici che, proprio negli ultimi anni, hanno raggiunto concentrazioni elevate". Intanto quella appena iniziata si preannuncia una stagione da record: "Siamo passati da concentrazioni di 200 pollini totali per metro cubo di media nei giorni di picco di 5 anni fa ai 2.000 attuali, ben 10 volte di più", segnala Patella.
Pochi, stanchi e delusi. I giovani medici sono in fuga dagli ospedali italiani. Ecco i numeri aggiornati
(da Doctor33) «Non riusciamo più a erogare cure gratuite a tutti nei tempi utili perché siamo pochi, stanchi, disamorati di una professione che inizia come sogno e diventa un incubo strada facendo». La frase di Pierino Di Silverio segretario generale nazionale di Anaao Assomed, principale sigla dei medici ospedalieri, non va contestualizzata in un comunicato sindacale ma nasce da una riflessione sulla realtà da cui si genera la fuga dei giovani medici in Italia. Una realtà che, scopriamo insieme, interessa l'ospedale più fatiscente come il più avanzato. Uno dei leit motif per giustificare gli esodi prematuri è che non solo da "gettonisti" nelle coop, ma soprattutto all'estero: in Francia, Germania, Olanda un medico ad inizio carriera guadagna circa il doppio che in Italia. Ma il movente non è solo economico, non è solo organizzativo, non si deve immaginare "stanco" solo chi lavora in un ospedale piccolo o decrepito.
Tra il 2012 e il 2018, dicono i dati della Ragioneria dello stato, sono andati via 40 mila professionisti dal Servizio sanitario: in gran parte infermieri e medici. Contratti bloccati e degli stipendi fermi, vero; ma un articolo di fine 2022 sul sito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore "Il personale sociosanitario un confronto europeo" ricorda che in Italia c'è perenne carenza di camici, e che abbiamo (dati Ocse) 33 addetti alla sanità ogni 1000 abitanti contro 80-90 della Scandinavia e 60 di Francia e Regno Unito. Alcuni sono pagati il giusto, altri sottopagati. Nel 2020 lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere italiano è stato 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista di 110.348 dollari; nel resto d'Europa gli infermieri prendono 5 mila dollari esatti in più di media e 3 mila in meno prende il medico specialista. Quindi, le retribuzioni dei medici italiani non sono poi inferiori a quelle registrate in altri paesi ricchi. Se negli anni 2010 è stata giustificata una fuga degli infermieri, perché sono andati via i medici? Pierino Di Silverio, Segretario Generale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, punta il dito contro una pluralità di motivi specifici: retribuzioni al palo (cioè prospettiva di perdita di potere d'acquisto), reparti affollati di pazienti e svuotati di colleghi, difficoltà di crescita professionale (solo il 7% riesce a fare carriera). Ma non solo. «Ai problemi organizzativi si aggiungono problemi sociali, primo tra tutti la perdita di ruolo del medico nella società che favorisce aggressioni e denunce. Inoltre, il tipo di lavoro e di contratto è ormai una gabbia professionale. I medici in Italia non sono più liberi di vivere, è stato sottratto loro il tempo di vita, è stato imposto il tempo di cura che ha sostituito la cura del tempo».
E qui viene il problema che investe tutti gli ospedali italiani, anche quelli "top", dove la gratificazione di lavorare "bene", in équipe, ricambiata dal paziente, si scontra con la percezione di agire dentro affollate catene di montaggio. «Il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto. Il medico oggi in Italia si sente abbandonato, solo, non protetto da quelle istituzioni che dovrebbero valorizzarlo in quanto erogatore di cure. È una questione economica, ma non solo», spiega Di Silverio. «Occorre liberare i medici e i dirigenti sanitari dalle catene della burocrazia che occupa e sostituisce tempo di cura, occorre pagare meglio i medici e i dirigenti sanitari defiscalizzando stipendi sui quali grava la pressione fiscale più alta d'Europa. Ma occorre anche reinvestire nelle carriere e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. E depenalizzare l'atto medico che solo in Italia sottopone il professionista a ben tre tribunali. Per far tutto ciò occorre investire in sanità, tornando a considerarla un bene e non un prodotto».
Pubblicazione avvisi per procedura APP Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta – Elenco APP dei medici da incaricare
Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 90 del 4 aprile 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi alla procedura APP per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta, in attuazione dell’art. 5 - Allegati 5 degli Accordi Collettivi Nazionali per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta 28.04.2022.
L’Elenco APP dei medici da incaricare, derivante dalle domande pervenute, sarà reso pubblico entro il 31 maggio, sul portale del Servizio Sanitario Regionale “ER-Salute” alla pagina:
https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/carriera-e-formazione/medicina-convenzionata
Il termine per la presentazione delle domande è il 30 aprile 2023
Si allegano gli avvisi in oggetto ed i moduli di domanda (Modulo C).
Gli odontoiatri riferiscono limiti nel trattamento dei pazienti con disabilità
(da Dental Tribune) AJMAN, Emirati Arabi Uniti: Uno studio condotto da ricercatori in Iraq e negli Emirati Arabi Uniti ha rilevato che i dentisti che lavorano in questi paesi si sentono inadeguati a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità. I motivi includono l’ansia tra i medici e la mancanza di tempo e formazione adeguati al trattamento. Secondo i ricercatori, occorre una formazione mirata a migliorare la fiducia dei medici e le loro capacità di cura nei confronti dei pazienti con disabilità. Un campione di 150 dentisti dell’Ajman ha completato un’indagine trasversale atta a indagare la competenza dei medici nel trattamento dei pazienti con disabilità e i fattori che influenzano la loro erogazione di cure e la competenza percepita. La maggior parte degli intervistati (75,3%) possedeva un’esperienza clinica compresa tra uno e cinque anni e il 46,7% del gruppo campione definiva minima la propria esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità. Solo il 2% ha dichiarato di avere una significativa esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità.
L’autore principale dello studio, il dott. Afraa Salah, docente di odontoiatria pediatrica e psicologia e scienze comportamentali presso l’Università di Ajman, ha confermato a Dental Tribune International (DTI) che anche i dentisti più anziani del gruppo campione non hanno dimestichezza ed esperienza nel trattamento dei pazienti con disabilità. Quasi tre quarti (73,3%) degli intervistati hanno dichiarato di voler curare i pazienti con disabilità, ma di essere pronti a rinviarli ad un altro medico qualora la terapia diventasse troppo complicata. Un quinto degli intervistati ha dichiarato di non voler fornire cure e di voler indirizzare il paziente a uno specialista. Quando è stato chiesto se i medici si sentissero a loro agio nel fornire il trattamento, il 45,3% degli intervistati ha dato una risposta neutra, il 32,7% ha risposto positivamente e il 14,7% ha risposto negativamente. Risposte fortemente positive o fortemente negative sono state fornite rispettivamente dal 4,7% e dal 2,0% degli intervistati.
Un significativo numero di intervistati (44,0%) ritiene di essere capace solo in parte a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità, mentre il 35,5% ritiene preoccupante il tempo necessario per il trattamento. La preoccupazione nella capacità di interagire con il paziente è stata espressa dal 38,0% degli intervistati, mentre la paura di provocare un infortunio al paziente o al dentista curante è stata espressa rispettivamente dal 34,7% e dal 30,7%. Gli autori hanno riportato che «le limitate opzioni terapeutiche dei dentisti che hanno partecipato a questo studio dipendono dalla loro mancanza di tempo e formazione adeguati, dalla limitata capacità di comunicare con i pazienti, dall’adherence del paziente e dalla costante consapevolezza situazionale di come evitare lesioni involontarie ai pazienti che possono portare a possibili infortuni al loro personale clinico». Il Dott. Salah ha detto alla DTI: «Penso che si debbano istituire e attuare corsi di formazione sul trattamento di questi pazienti all’interno del percorso di laurea, nonché attraverso corsi dal vivo. In particolare, ritengo che sarebbe molto utile una formazione su come trattare al meglio i pazienti affetti da autismo».
(“Dentists’ attitude towards dental treatment of disabled patients”, Advances in Medical Education and Practice 14-12-22)
Dati ISTAT, cresce la spesa sanitaria a carico delle famiglie senza controlli sull’appropriatezza
(da Univadis) La spesa privata per previdenza e assistenza sanitaria continua a crescere, e con essa aumentano le disuguaglianze sociali: il preoccupante dato è stato confermato nel corso delle recenti audizioni da parte della Commissione affari sociali del Senato di alcuni esperti dell’ISTAT. Cristina Freguja, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’istituto di statistica sottolinea che la spesa privata non è distribuita equamente in modo trasversale, ma grava soprattutto sulle fasce più deboli. In questo scenario già squilibrato, le assicurazioni private sono appannaggio quasi esclusivamente delle fasce di reddito più alte, che beneficiano di un welfare aziendale privato di cui non beneficiano i lavoratori a basso reddito.
Le molte voci di spesa per le famiglie Nel 2021, la spesa sanitaria complessiva – pubblica e privata – ammontava a circa 168 miliardi di euro: per i tre quarti a carico del pubblico (75,6%), per il 21,8% a carico direttamente delle famiglie e per il 2,7% sostenuta dai regimi di finanziamento volontari, ha spiegato Freguja nella sua relazione, riportando i dati più aggiornati disponibili a oggi. Tra il 2012 e il 2021 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta in media dell’1,8% all’anno. Con la pandemia, ha subito un significativo aumento nel 2020 e nel 2021, attestandosi rispettivamente a 121 e 127 miliardi. Sempre tra il 2012 e il 2021 a spesa direttamente a carico delle famiglie ha registrato un aumento medio dell’1,7% all’anno, raggiungendo nel 2021 i 36,5 miliardi. Le principali voci di spesa per le famiglie riguardano l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza (sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici e altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci l’incidenza è pari al 10,4%). Quanto alla spesa per i regimi di finanziamento volontari, nel 2021 ha raggiunto i 4,5 miliardi, di cui circa 3,4 per le assicurazioni sanitarie volontarie, con un aumento medio pari al 2,9% annuo. Quasi due terzi della spesa (62,3%) copre l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione e il 17,9% le spese per apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli. Nel 2021, il 38% della spesa complessiva per assistenza sanitaria ospedaliera a lungo termine è stata sostenuta dalle famiglie. È da evidenziare, inoltre, che quest’ultima incide per il 76,7% sull’acquisto di apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli e per il 36,4% sulla spesa complessiva per prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli. A questo aggravio della spesa per le famiglie si è purtroppo accompagnata la rinuncia a prestazioni sanitarie necessarie, che è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, fino a raggiungere l’l’11,1% nel 2021, spiega ancora Freguja, secondo la quale alcune stime segnalano un’inversione di tendenza nel 2022, con un ritorno a quote osservate negli anni precedenti la pandemia, anche se rispetto al passato emerge oggi un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa.
Il privato fa concorrenza al pubblico Quando la cosiddetta “riforma Bindi” introdusse i principi dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per cui ogni Regione, pur nella sua autonomia, doveva assicurare ai cittadini un paniere di prestazioni ritenute essenziali per la salute, era già chiaro che alcune prestazioni sarebbero state demandate alla copertura di forme integrative, da creare di lì a poco, ha aggiunto Alessandro Solipaca, del Dipartimento disabilità e integrazione sociale dell’ISTAT. Però questo non è accaduto, e gli attesi fondi non si sono mai costituiti e, soprattutto, non hanno operato nello spirito della legge, ovvero coprendo le prestazioni sanitarie non essenziali. E mentre la spesa sanitaria pubblica è cresciuta lentamente negli anni, quella privata è cresciuta più rapidamente, con le Regioni gravate da deficit sempre più ingenti che hanno aumentato l’importo dei ticket richiesti al cittadino-contribuente, che oggi in molti casi eguagliano il prezzo della prestazione presso una struttura privata. Anche questo ha favorito all’aumento della spesa privata, con una dinamica nota. Per contrastarla, occorrerebbe rilanciare i fondi integrativi al fine di controllare la spesa privata. Secondo Solipaca i fondi assicurativi integrativi potrebbero favorire l’emersione delle prestazioni oggi erogate in nero e contrastare le prestazioni inappropriate, già tra le priorità ai tempi della riforma Bindi. "Oggi la spesa privata non trova intermediazione, questo non risponde ai parametri di serietà e correttezza" ha commentato il presidente della commissione Francesco Zaffini, di Fratelli d’Italia, che ha annunciato l’intenzione di predisporre nel giro dei prossimi mesi una proposta di riordino delle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria nel quadro dell'efficacia complessiva di welfare e di tutela della salute: "C'è da un lato il Fondo sanitario nazionale che pesa oggi intorno ai 127 miliardi di euro, e che ovviamente è intermediato dalla presenza dello Stato nell'erogazione delle prestazioni sanitarie; dall'altro c'è una spesa privata che oggi pesa intorno a 40-45 miliardi, ma qualcuno dice anche di più, che trova intermediazione per una misura irrilevante, intorno al 4-5%. Questa cosa non è possibile e non risponde ai parametri degli altri Paesi UE, ma soprattutto non risponde ai parametri di serietà e correttezza. La sanità integrativa non deve fare concorrenza alla sanità pubblica, ma nello stesso tempo deve garantire prestazioni importanti, pensiamo alle cure odontoiatriche".