Confermato il legame tra malattia venosa e arteriosa

(da M.D.Digital - riproduzione parziale)   È una delle malattie più diffuse in Occidente e nel nostro Paese colpisce circa 19 milioni di persone. Nello specifico interessa dal 10 al 50% degli uomini e oltre la metà delle donne. Si tratta della Malattia Venosa Cronica (MVC), spesso banalizzata e limitata ad un semplice disturbo estetico delle gambe, ma che in realtà è una condizione ben più complessa, cronica ed ingravescente, che tende a progredire velocemente verso stadi più avanzati, se non trattata correttamente.
“In condizioni normali il flusso del sangue dagli arti inferiori verso il cuore avviene grazie alla pressione esercitata dai muscoli delle gambe e dall'arcata plantare, con un flusso unidirezionale assicurato dalle valvole venose. Quando questo processo viene alterato, il sangue refluisce attraverso i lembi valvolari provocando la dilatazione delle vene sostenuto da un processo infiammatorio cronico – dichiara Alberto Froio, Professore Associato di Chirurgia Vascolare, Università degli Studi di Milano-Bicocca Fondazione IRCSS - San Gerardo dei Tintori, Monza – Nelle sue forme più severe la MVC può provocare gravi complicanze come edema, pigmentazione della pelle, eczema fino alla comparsa di ulcere e trombosi venosa”.
Recentemente pubblicato sull’'European Heart Journal', lo studio Gutenberg ha indagato, per la prima volta in una popolazione generale, la prevalenza dell’Insufficienza Venosa Cronica - stadio avanzato della MVC - e l’associazione tra questa e le comorbidità cardiovascolari (CV), dimostrando che all’aumentare della gravità della MVC è associato un aumentato rischio cardiovascolare, così come un aumento della mortalità da tutte le cause.
“Le evidenze scientifiche emerse rimettono in discussione il pensiero convenzionale sulla separazione tra malattia venosa e arteriosa. L’osservazione delle gambe è fondamentale per diagnosticare la MVC ma la presenza di vene varicose, edema, cambiamenti della pelle e ulcere devono essere considerate un potenziale campanello d’allarme di malattia cardiovascolare – spiega Romeo Martini, Presidente Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare – Ancora oggi, infatti, il paziente con MVC viene avviato ad un percorso diagnostico-terapeutico (PDTA) limitato alla sola patologia degli arti inferiori. Sarebbe tempo che si definissero PDTA prendendo in considerazione i suggerimenti dello studio Gutenberg, vale a dire, prevedere ulteriori e semplici screening vascolari per i pazienti con MVC negli stadi più avanzati. Un’anamnesi sulla familiarità per malattie cardiovascolari, la palpazione dei polsi arteriosi, la misura dell’indice pressorio caviglia/braccio e il dosaggio del colesterolo LDL possono essere facilmente eseguiti sul paziente con MVC evidenziando coloro a più elevato rischio cardiovascolare”.
I pazienti con MVC, infatti, possono andare incontro a importanti complicanze cardiovascolari, che confermano il legame fisiopatologico tra le due patologie.
“Il link tra la MVC e le malattie cardiovascolari è dato principalmente dal fatto che le due patologie condividono alcuni fattori di rischio come l’età, il fumo, il diabete mellito, l’obesità e il sovrappeso, che si associano ad una disfunzione dell’endotelio, un’infiammazione cronica e una trombosi che è dovuta al lento flusso e alla conseguente ipercoagulabilità che costituiscono le basi fisiopatologiche di entrambe le patologie” – spiega Leonardo De Luca, Segretario generale ANMCO e cardiologo presso la U.O.C. di Cardiologia dell'Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma.
A confermare la correlazione tra la MVC e le patologie cardiovascolari anche un altro importante dato emerso dallo studio, che dimostra per la prima volta che la MVC è in realtà un importante marker predittore di patologie cardiovascolari come infarto e ictus.
“Lo studio Gutenberg ha infatti dimostrato che le persone con MVC nelle fasi più avanzate hanno un rischio maggiore di sviluppare negli anni una malattia cardiovascolare di tipo arterioso e hanno anche una mortalità per tutte le cause, rispetto alle persone che non ne soffrono – dichiara Roberto Pola, Segretario Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare – Un’ipotesi che si sta facendo strada nella comunità scientifica presuppone che sia l’infiammazione cronica il meccanismo biologico sottostante a queste due patologie. Infatti, nella patologia aterosclerotica, che è alla base dell’infarto e dell’ictus, si riscontra un importante contributo infiammatorio e d’altro canto anche nella malattia venosa cronica si osserva un’aumentata produzione di molecole infiammatorie”.
Dallo studio Gutenberg emerge con chiarezza l’importanza di un cambio di rotta e di un nuovo approccio alla MVC, in particolare negli stadi avanzati, che comporti un cambiamento nella pratica clinica da parte della classe medica, in particolare in fase di indagini diagnostiche, al fine di poter approfondire la problematica nella sua globalità.
“Questa è quella che si definisce visione olistica del paziente, vale a dire farsi carico di tutte le sue problematiche e considerare la possibilità che esistano interazioni a distanza fra patologie apparentemente non collegate tra loro – conclude Claudio Borghi, Direttore UO Medicina Interna Cardiovascolare Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche-Università di Bologna – Negli ultimi 20 anni, nell’ambito delle malattie cardiovascolari, questo approccio ha fatto emergere anche altre condizioni, apparentemente distaccate dal funzionamento dell’apparato cardiocircolatorio, che sono invece in grado di condizionare lo sviluppo delle malattie cardiovascolari stesse e fanno sì che oggi l’approccio a queste malattie non possa più essere focalizzato solo su un prevalente fattore di rischio, ma debba valutare ogni singolo paziente nella sua complessità. In questo senso tutti i professionisti sanitari dovrebbero collaborare in maniera multidisciplinare per definire percorsi diagnostico-terapeutici in grado di gestire al meglio il paziente”.
Si è sempre pensato alla MVC come ad una patologia benigna, fastidiosa, esteticamente impattante, ma da un punto di vista clinico non importante e quindi sempre e soltanto come un disturbo di circolazione, a volte dimenticando proprio che si tratta di una patologia cronica. Per la prima volta queste nuove evidenze rimettono tutto in discussione.
(Prochaska JH, et al. Chronic venous insufficiency, cardiovascular disease, and mortality: a population study. Eur Heart J. 2021 https://academic.oup.com/eurheartj/article/42/40/4157/6350776?login=false)

Delibera dell’OMCeO Forlì-Cesena a favore della genitorialità

In data 18 Aprile 2023, il Consiglio Direttivo del nostro Ordine ha deliberato di agevolare la genitorialità degli iscritti consentendo la riduzione della quota di iscrizione a soli 23 Euro per un anno solare a tutti coloro che sono diventati genitori durante l'anno in corso.

Il beneficio avrà effetto per il 2024 e può essere goduto da un solo genitore, nel caso che entrambi siano iscritti a nostro Ordine.

Per usufruire della agevolazione, è sufficiente la compilazione del modulo indicato al LINK qui sotto

Per ogni bimbo 300 foto l’anno online, Sos pediatri

(da DottNet)  Foto del bimbo il primo giorno di scuola, o mentre mangia, dorme, svolge attività divertenti in casa. Per tanti genitori condividere sui social media le foto dei propri figli è un’abitudine consolidata, talvolta accompagnata dall’aggiunta di dettagli quali il nome del piccolo, la sua età e dove vive. Secondo uno studio europeo, ogni anno i genitori condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni di queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%).   In agguato, però, ci sono rischi connessi allo “sharenting” (ossia l’abitudine a divulgare online contenuti, come foto, video altre informazioni che riguardano i propri bambini), rischi di cui gli stessi genitori sono spesso inconsapevoli e che implicano questioni relative alla tutela dell’immagine del minore, alla riservatezza dei dati personali, alla sicurezza digitale, e che possono esporre anche alla pedopornografia   A fare il punto su questo fenomeno è ora uno studio già disponibile online ed in via di pubblicazione, sulla rivista 'Journal of Pediatrics', dell’European Pediatrics Association, di cui è primo autore il Prof. Pietro Ferrara, Responsabile del Gruppo di Studio per i diritti del bambino della SIP, Società Italiana di Pediatria. Gli scenari sono preoccupanti, per questo dalla SIP arrivano anche i suggerimenti per i genitori, per garantire a loro e ai ragazzi un ambiente digitale sicuro. In Francia è in discussione in Parlamento una proposta di legge che vorrebbe limitare la condivisione di foto dei figli online, in Italia, già nel novembre scorso, la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Carla Garlatti ha sollecitato per lo sharenting l’applicabilità delle disposizioni in materia di cyberbullismo, che consentono ai minorenni di chi-edere direttamente la rimozione dei contenuti.

Un fenomeno molto diffuso

Un recente lavoro, citato nello studio, evidenzia che in media l’81% dei bambini che vive nei paesi occidentali ha una qualche presenza online prima dei 2 anni, percentuale che negli Usa è pari al 92%, mentre in Europa si attesta al 73%. Dati recenti mostrano che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha proprie foto e informazioni pubblicate online. E un numero crescente di bambini nasce digitalmente ancor prima della nascita naturale. Infatti, si stima anche che un quarto dei bambini abbia un qualche tipo di presenza online prima di venire al mondo: negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica abitualmente ecografie online, percentuale che in Italia si attesta al 15%.

Cosa spinge a condividere e quali sono i rischi
Nella maggior parte dei casi gli intenti dei genitori che condividono foto online dei figli sono innocui: documentare la crescita dei piccoli, condividere ansie e preoccupazioni in cerca di un supporto emotivo, ricercare informazioni in ambito educativo, pediatrico, scolastico. Le tre tipologie di foto che vengono maggiormente pubblicate sono di vita quotidiana (mentre il bimbo dorme, gioca, mangia), di uscite o viaggi e di momenti speciali (Natale, battesimo, primo giorno di scuola, compleanni).  “Non va sottovalutato però che questa pratica può associarsi ad una serie di problematiche che principalmente ricadono sui bambini – spiega Pietro Ferrara – spesso, infatti, i genitori non pensano che quanto condiviso sui social media, a volte anche molto personale e dettagliato, esponga pericolosamente i bimbi ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità. Senza contare che informazioni intime e personali, che dovrebbero rimanere private, oltre al rischio di venire impropriamente utilizzate da altri, possono essere causa di imbarazzo per il bambino una volta divenuto adulto (ad esempio in colloqui di lavoro, test di ammissione all’università). Infine, questo tipo di condivisione da parte dei genitori può inavvertitamente togliere ai bambini il loro diritto a determinare la propria identità”.

In un’indagine su alcuni bimbi svedesi pubblicata nel 2020 emergeva che, praticamente all’unanimità, i bambini volevano che venisse chiesto loro il permesso prima di scattare o condividere foto che li ritraevano.  “Nel nostro ordinamento – prosegue Pietro Ferrara – l’immagine della persona è tutelata da diverse norme: la legge sul diritto d’autore che prevede che nessun ritratto di una persona possa essere esposto senza il consenso di quest’ultima; l’articolo 10 del codice civile, che consente la richiesta di rimozione di un’immagine che leda la dignità di un soggetto con conseguente possibilità di risarcimento danni. Va, però, anche evidenziata un’ambiguità delle normative che proteggono l’immagine in quanto si parla di ‘consenso dell’interessato’ che, nel caso di minore, deve essere offerto dal suo rappresentante legale (articolo 316 del Codice Civile), cioè proprio il genitore”.

Tra i rischi della condivisione social di contenuti privati c’è anche quello che questi finiscano su siti pedopornografici: un’indagine condotta dall’eSafety Commission australiana ha evidenziato come c La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità. irca il 50% del materiale presente su questi siti provenga dai social media dove era stato precedentemente condiviso da utenti per lo più inconsapevoli di quanto facilmente potesse essere scaricato, non solo da amici, ma anche da estranei.

I consigli per i genitori
“I pediatri sono figure centrali per sensibilizzare i genitori sui pericoli associati alla condivisione online. Per proteggere la privacy dei bambini, alle famiglie può essere spiegato quali siano le possibili strategie difensive. È importante supportare le mamme e i papà, bilanciando la naturale inclinazione a condividere con orgoglio i progressi dei figli con l’informazione sui rischi connessi alla pratica dello sharenting”, afferma la Presidente SIP Annamaria Staiano (nella foto).   Dalla SIP arrivano 5 suggerimenti.

1. Essere consapevoli che lo sharenting è una pratica sempre più diffusa, ma non per questo bisogna sottovalutarne i potenziali pericoli. Condividere immagini, video e qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonisti i bambini significa, infatti, costruire il “dossier digitale” di un bambino senza il suo consenso e senza che lui ne sia a conoscenza.

2. La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità.
3. Non condividere immagini dei propri figli in qualsiasi stato di nudità. Queste immagini dovrebbero rimanere sempre private per il rischio potenziale che possano essere impropriamente utilizzate da altri.
4. Attivare notifiche che avvisino i genitori quando il nome dei loro figli appare nei motori di ricerca.
5. Rispettare il consenso e il diritto alla privacy dei minorenni, quindi familiarizzare con la policy relativa alla privacy dei siti sui quali si condividono contenuti. L’articolo 31 della Costituzione “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” e la Convenzione Internazionale su diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sottolinea come debba necessariamente essere data preminenza agli interessi e alla dignità del minorenne.

Metodi che aiutano a riscontrare la paura del dentista da parte del paziente

(da Odontoiatria33)  La paura del dentista è una problematica comune tra la popolazione generale, anche se non sempre viene individuata prontamente dai dentisti, rimanendo non riconosciuta nel tempo. Uno studio effettuato da alcuni ricercatori finlandesi e pubblicato sul numero di aprile di International Dental Journal (la rivista di FDI) ha valutato come i pazienti reagissero a livello emotivo ai vari trattamenti odontoiatrici, individuando chi ammettesse apertamente di provare paura e preoccupazione e chi invece, pur avvertendo simili sensazioni, non le rendesse “pubbliche”.  E’ quindi importante che ci siano dentisti capaci di riconoscere possibili stati d’ansia “nascosti”, sottolinea i ricercatori  

Per individuare più velocemente e più facilmente uno stato d’ansia, vengono valutati lo stato emotivo del paziente, la sua espressione facciale e le sue reazioni durante l’esecuzione di un trattamento odontoiatrico: i dati raccolti vengono poi assegnati ad un colore in base al grado di paura avvertita dal paziente, per esempio il rosso per la paura severa, il giallo per quella moderata e il verde se il paziente presenta nessuna paura o un basso livello di paura.   Un altro fattore che negli ultimi anni ha aumentato la fobia del dentista è stata la circolazione del virus del Covid19, perché ha scatenato una maggior preoccupazione verso i trattamenti odontoiatrici in quelle persone che erano già fobiche e ciò è avvenuto a causa di un maggior rischio di contagiarsi e di infettarsi.  

Nonostante la paura del dentista sia comune e abbia diversi gradi di diffusione, spesso essa risulta di difficile individuazione, oltre a presentare una prevalenza diversa in base al periodo storico preso in considerazione ed ad essere diversificata per età e genere.   Risulta molto utile far compilare al paziente dei questionari nella sala d’aspetto, che vanno consegnati prima dell’inizio del trattamento odontoiatrico: ciò permette un maggior dialogo col paziente stesso e la possibilità di osservare i suoi comportamenti, soprattutto in coloro che avvertono una paura molto forte e quindi di più difficile gestione.   Non è sempre facile per i dentisti individuare in modo preciso le reali sensazioni percepite dal paziente; inoltre dentisti più esperti e con più anni di lavoro alle spalle sono più abili nel riconoscere i pazienti ansiosi, rispetto a chi è all’inizio della sua carriera lavorativa.   Tra il 5% e il 15% di tutti i pazienti presenta infatti una fobia per il dentista e sono pazienti che in generale tendono a ricorrere ai servizi odontoiatrici solamente al bisogno e in maniera irregolare, aumentando così il rischio di necessitare nel futuro di un trattamento odontoiatrico d’urgenza.  

I pazienti che hanno paura del dentista, concludono i ricercatori, non sono sempre facilmente riconoscibili dagli operatori sanitari e ciò rischia di portare ad un approccio sbagliato del paziente e delle terapie di cui necessita, è quindi importante da parte del dentista saper indagare se il proprio paziente presenta uno stato d’ansia verso la sfera odontoiatrica per stabilire programmi di trattamento più specifici e approcci volti a diminuire il grado di paura.  

(Methods Helping Dentists to Detect Dental Fear. Taina Kankaala, Päivi Rajavaara, Maria Kestilä, Minna Väisänen, Hannu Vähänikkilä, Marja-Liisa Laitala, Vuokko Anttonen. International Dental Journal Volume 73, Issue 2, April 2023, Pages 228-234)      

Sindrome da computer: sintomi, fattori associati e soluzioni

(da Univadis)   Trascorrere un tempo eccessivo su dispositivi elettronici come computer, laptop, smartphone e tablet, contribuisce all’insorgenza di una sindrome da computer (CVS) che viene definita come "una serie di problemi agli occhi e alla vista correlata all’uso prolungato del computer o ad altri device digitali". I termini di affaticamento visivo (AV) e affaticamento visivo digitale (AVD) sono stati utilizzati in modo alternativo per identificare la CVS. È noto che l'uso di computer o dispositivi digitali per un tempo > 3 ore al giorno può condizionare lo sviluppo di CVS. La sindrome si può manifestare anche nei bambini in conseguenza alle molte ore trascorse utilizzando dispositivi elettronici, sia per i compiti scolastici che per giocare con videogiochi o inviare e ricevere messaggi di testo (1). 

Scenari digitali globali     L’enorme disponibilità di dispositivi digitali è diventata una parte integrante della vita quotidiana per milioni di individui di tutte le età che sono a rischio CVS. Nei paesi sviluppati, l'impegno delle persone dedicato a dispositivi digitali è aumentato notevolmente negli ultimi anni, coinvolgendo tutte le fasce d'età.   Il problema si è diffuso anche nei paesi in via di sviluppo determinando un impatto rilevante sulla salute pubblica per i rischi professionali, l’aumento del tasso di errore dei lavoratori, la riduzione delle loro capacità visive e le relative conseguenze in ambito lavorativo (1).   Il tasso di prevalenza di CVS varia da meno del 50% a oltre il 90% a seconda dell'età, dell'occupazione, del paese e dell'istruzione. La pandemia di COVID-19 ha aumentato il tempo medio giornaliero trascorso davanti a uno schermo sia per gli studenti con l'apprendimento online, sia per chi lavora da casa con lo smart working. In questi ultimi tre anni è stato documentato un uso dei dispositivi digitali aumentato di 4 ore al giorno e le ore medie di apprendimento on line sono state di 7 ore al giorno (2) e in una popolazione di studenti è stata documentata una CVS nel 70,1% dei casi (1).  

Sintomi della CVS    I sintomi correlati a CVS possono essere classificati come visivi, oculari ed extraoculari. I sintomi visivi comprendono visione offuscata, affaticamento o disagio visivo e diplopia. I sintomi oculari includono secchezza oculare, arrossamento, affaticamento e irritazione oculare. I sintomi extra-oculari sono caratterizzati da mal di testa e dolore muscolo-scheletrico alle spalle, al collo e alla schiena (1).

Fattori associati a CVS    I fattori comunemente associati a CVS includono l'utilizzo di dispositivi digitali per più di 6 ore al giorno, l'utilizzo di più dispositivi digitali, errori di rifrazione e presenza di dolore alla schiena e al collo (2). Nello specifico i fattori personali includono: una cattiva posizione seduta, una distanza occhio-schermo inappropriata, un angolo di visione improprio e brevi distanze; mentre i fattori ambientali e del device comprendono: postazione di lavoro impropria, scarsa illuminazione, contrasto e risoluzione del device, aumento del bagliore del display, luminosità eccessiva o squilibrata dello schermo del computer (1).

Riduzione del tempo davanti allo schermo     Il consiglio per contrastare la CVS è di ridurre i tempi di lavoro/gioco, ma di quanto?    Un recente studio ha dimostrato modificazioni misurabili della funzione maculare rispetto al tempo trascorso davanti a un computer e suggerisce come i cambiamenti possono essere invertiti riducendo significativamente il tempo trascorso davanti allo schermo (3). L'effetto del tempo sulle risposte foveali negli occhi del gruppo con CVS rispetto a un gruppo di controllo (senza CVS) è stato analizzato in un gruppo di studenti di medicina, mediante misure dell'elettro-retinogramma multifocale (mfERG).    La ripetizione di mfERG dopo 4 settimane di drastica riduzione dell’utilizzo del computer ha rivelato un miglioramento significativo nelle risposte foveali e nelle prestazioni visive del gruppo di studio con CVS rispetto ai controlli. Dopo l’intervento, la maggior parte dei partecipanti ha riportato un miglioramento di molti disturbi soggettivi, in particolare del mal di testa, dell’affaticamento agli occhi, della visione sfocata, del dolore al collo e alle spalle: un insieme di prove coerenti con l'ipotesi che i cambiamenti mfERG provocati dalla disfunzione foveale indotta dallo schermo sono reversibili se si osserva una riduzione del tempo complessivo di visualizzazione dello schermo ≤1 ora al giorno.   Visti questi risultati gli autori ipotizzano un completo recupero delle funzioni foveali e delle prestazioni visive originali con l’interruzione completa dell'uso dello schermo.  

(1. Lema AK et al. Computer vision syndrome and its determinants: A systematic review and meta-analysis. SAGE Open Med. 2022 Dec 9;10:20503121221142402. 

2. Seresirikachorn K, et al. Effects of digital devices and online learning on computer vision syndrome in students during the COVID-19 era: an online questionnaire study. BMJ Paediatr Open. 2022 Jun;6(1):e001429. 

3. Iqbal M et al. Analysis of the Outcomes of the Screen-Time Reduction in Computer Vision Syndrome: A Cohort Comparative Study. Clin Ophthalmol. 2023 Jan 7;17:123-134)

Televisita e certificato di malattia, siamo al paradosso

(da M.D. Digital)  Il certificato di malattia non è rilasciabile dopo una televisita. Per la 'Legge Brunetta' il medico lo può compilare solo dopo aver effettuato una visita in presenza. A evidenziare ciò Sergio Pillon, Vicepresidente Associazione italiana Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT). Una contraddizione in essere, precisa Pillon sul sito dell'associazione, "perché la Televisita è riconosciuta come Atto medico e ha valore legale". Inoltre sottolinea che il referto della Televisita viene depositato nel Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso la piattaforma di telemedicina "e può essere integrato automaticamente nel Certificato telematico di malattia, che oggi, invece, può essere compilato ed inviato all’INPS solo dopo una visita in presenza".    “La Televisita – aggiunge Pillon – si chiude sempre con un referto, che vale come attestazione di malattia, sia in campo assicurativo che come giustificativo per l’assenza dal luogo di lavoro, ma paradossalmente non può essere compilato ed inviato per via telematica dopo una televisita". Chiediamo, dunque - conclude Pillon - che su questo aspetto, che appesantisce il processo di assistenza e che crea un onere inutile all’assistito e al medico curante, si intervenga per adeguare la Legge Brunetta, conformando il referto in Televisita a quello in presenza per gli aspetti legati all’ambito assicurativo e di giustificazione INPS”.

Malasanità, 7 volte su 10 il medico non c’entra

(da enpam.it - riproduzione parziale)   Ogni 10 accertamenti su casi di presunta malasanità solo 3 chiamano in causa direttamente i medici.    È questa una delle conclusioni a cui giunge la ricerca “La legge Gelli-Bianco e l’accertamento tecnico preventivo. Un primo bilancio sull’accertamento della responsabilità sanitaria nel Tribunale di Roma”, presentata mercoledì mattina a Roma nella Sala del Museo Ninfeo.

PRIMO TAGLIANDO PER LA “GELLI-BIANCO”   L’indagine sul campo è stata realizzata dall’Eurispes in collaborazione con la XIII sezione del Tribunale di Roma, l’Enpam e lo studio legale Di Maria Pinò, ed è la prima realizzata in questo particolare ambito in Italia.   La XIII sezione del Tribunale di Roma (ve ne è solo una analoga presso il Tribunale di Milano), è composta da 16 magistrati che si occupano in via esclusiva di responsabilità professionale. Nell’àmbito di tale responsabilità, quella sanitaria è pari a circa l’85/90 per cento del totale dei casi. Inoltre, il Tribunale di Roma è quello che tratta il maggior numero di cause di responsabilità medica e delle strutture sanitarie tra tutti quelli italiani (il 35 per cento circa del totale), i risultati dell’indagine sono dunque ben rappresentativi del dato nazionale.   La consultazione dell’archivio della XIII sezione, partendo da circa duemila Accertamenti tecnici preventivi (Atp) svolti dal 1° aprile 2017 (data di entrata in vigore della “legge Gelli-Bianco”) al 31 dicembre 2021, ha permesso di repertare gli Accertamenti tecnici preventivi effettuati da 336 medici legali.   Gli accertamenti tecnici considerati sono complessivamente 1.380.

10 MILIARDI PER LA MEDICINA DIFENSIVA    L’indagine ha reso possibile una prima, accurata, valutazione dell’impatto della “legge Gelli”, relativamente agli Accertamenti tecnici preventivi volti alla conciliazione della lite che rappresentano il primo livello della sua applicazione.   La Legge Gelli si prefiggeva, tra gli altri, un obiettivo ben preciso: quello di combattere la cosiddetta “medicina difensiva”, cioè una serie di comportamenti tenuti dall’operatore sanitario nei confronti del paziente con il solo fine di evitare il rischio della insorgenza dei contenziosi civili e penali a carico del medico e/o della struttura sanitaria.   La medicina difensiva, oltre a costringere i medici in trincea, incide sul Servizio sanitario nazionale per circa 10 miliardi l’anno, il che è pari allo 0,75 per cento del Pil (dati aggiornati al 2014).

RESPONSABILITÀ ACCERTATA IN 2 CASI SU 3   A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, nonostante alcune previsioni necessitino ancora dei decreti attuativi per poter dispiegare i propri effetti, dai risultati emersi appare come, almeno in parte e specularmente per il settore della responsabilità civile, la norma abbia raggiunto alcuni degli obiettivi prefissati.   Il dato di maggiore rilevanza è che nell’analisi dei 1.380 Atp esaminati, i medici non risultano essere personalmente coinvolti nel 70,3 per cento dei casi, mentre lo sono nel 29,7 per cento.    Dalla ricerca emerge che gli Atp che si concludono positivamente per il paziente sono il 65,3 per cento, mentre l’esito è stato positivo per la struttura il 31,1 per cento delle volte; nei due terzi dei casi, dunque, la responsabilità professionale della struttura sanitaria e/o del medico risultano effettive.    L’Atp, che rappresenta il vero fulcro e cardine del procedimento, non è altro, sostanzialmente, che un giudizio che dei medici danno sull’operato di altri medici. Nel 29 per cento degli Atp vi è stata una chiamata in causa dell’assicurazione.

ORTOPEDIA IN CIMA ALLE CONTESTAZIONI     Guardando alla tipologia di convenuto, il 40,4 per cento delle volte risulta trattarsi di una struttura pubblica, il 36,1 per cento di struttura privata e, nell’11 per cento dei casi, di medico persona fisica/assicurazione. Analizzando il dettaglio dei settori specialistici interessati, emerge che il settore coinvolto più spesso è Ortopedia (16,3 per cento), seguito da Chirurgia (13,2 per cento) e da Infettivologia (11,7 per cento). Nel complesso, dunque, il 41,2 per cento degli Atp interessa questi tre settori.   I dati indicano dunque, da un lato, come la maggioranza delle richieste di accertamento non sia pretestuosa ed evidenzi responsabilità mediche e delle strutture sanitarie, dall’altro come i medici specialisti chiamati a valutare, in qualità di consulenti tecnici di ufficio, siano corretti e trasparenti nell’accertamento delle responsabilità dei colleghi.    Si evidenzia – si legge nel documento – come in alcuni casi vi sia un problema di funzionamento delle strutture mediche e ospedaliere piuttosto che una responsabilità dei medici. Il contrasto al fenomeno della medicina difensiva necessita anche e soprattutto di un intervento sociale e culturale di sistema, incentrato sul diritto a un’adeguata informazione dei cittadini sulla efficacia degli interventi sanitari, costruito mediante il dialogo tra il paziente e il medico.   Un particolare sforzo – conclude la ricerca – dovrà essere fatto in questa direzione.

Rumore del traffico determina aumento della pressione sanguigna

(da Quotidiano Sanità)    Vivere vicino a una strada trafficata provoca un aumento della pressione sanguigna, ma la causa è il rumore, non l’inquinamento. A chiarirlo è uno studio pubblicato da 'JACC: Advances' e coordinato da Jing Huang dell’Università di Pechino, in Cina.   “Siamo rimasti un po’ sorpresi quando abbiamo scoperto che l’associazione tra rumore del traffico stradale e l’ipertensione era robusta anche dopo l’aggiustamento per l’inquinamento atmosferico”, osserva l’autore principale dello studio.   Studi precedenti avevano già mostrato una connessione tra strade trafficate e aumento del rischio di ipertensione. Tuttavia non era chiaro se fosse il rumore o piuttosto l’inquinamento ad avere un ruolo nello sviluppo dell’ipertensione.

Lo studio cinese     Per analizzare questi aspetti, i ricercatori dell’Università di Pechino hanno raccolto dati relativi a più di 240mila persone tra 40 e 69 anni, senza ipertensione al basale. Il team ha stimato il rumore dovuto al traffico sulla base della residenza, utilizzando un sistema di valutazione europeo, il Common Noise Assessment Method.   Dopo un follow-up di 8,1 anni, i ricercatori hanno individuato quante persone sviluppavano ipertensione, cercando di valutare anche un’eventuale associazione con la ”quantità” di rumore ai quali erano esposti. Dai risultati è emerso che il rumore da traffico è collegabile e a un aumento della pressione arteriosa; un risultato che, secondo gli stessi autori, deve essere tenuto in considerazione a livello di decisioni di misure di salute pubblica.

Un mix tra smog e polline causa allergie anche in chi non ne è affetto

(da DottNet)    Anche chi in genere non soffre di allergie in questi giorni potrebbe manifestarne i sintomi tipici, come occhi rossi, starnuti e asma, specie in città. Alcuni inquinanti atmosferici vengono infatti assorbiti dai pollini e poi rilasciati nelle vie aeree, intensificando le manifestazioni allergiche. È quanto evidenzia uno studio coordinato dal Max Planck Institute for Chemistry di Mainz pubblicato sulla rivista 'Frontiers in Allergy'.     A segnalare la ricerca è la Società Italiana di Aerobiologia Medicina e Ambiente (Siama), che, in occasione del primo giorno di primavera, organizza la Giornata Nazionale del Polline che sarà celebrata domani con un evento alla Camera dei Deputati patrocinato dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic).    "Lo studio mostra che alcuni pollini, come ad esempio quelli delle graminacee, innescano l'iperattivazione dei Toll-like receptor 4 (TLR4), recettori cellulari che attivano la reazione allergica del sistema immunitario, anche in chi non soffre di allergie", spiega Mario Di Gioacchino, presidente Siaaic. "Finora si era partiti dal presupposto che il continuo aumento delle malattie allergiche registrato negli ultimi decenni fosse da ricondurre alla combinazione tra predisposizione genetica e anomalie climatiche", aggiunge il presidente Siama, Vincenzo Patella. "Ad avere un ruolo determinante in questa 'epidemia di allergie' sarebbe anche l'esposizione eccessiva degli allergeni ad alcuni inquinanti atmosferici che, proprio negli ultimi anni, hanno raggiunto concentrazioni elevate".  Intanto quella appena iniziata si preannuncia una stagione da record: "Siamo passati da concentrazioni di 200 pollini totali per metro cubo di media nei giorni di picco di 5 anni fa ai 2.000 attuali, ben 10 volte di più", segnala Patella.

Pochi, stanchi e delusi. I giovani medici sono in fuga dagli ospedali italiani. Ecco i numeri aggiornati

(da Doctor33)   «Non riusciamo più a erogare cure gratuite a tutti nei tempi utili perché siamo pochi, stanchi, disamorati di una professione che inizia come sogno e diventa un incubo strada facendo». La frase di Pierino Di Silverio segretario generale nazionale di Anaao Assomed, principale sigla dei medici ospedalieri, non va contestualizzata in un comunicato sindacale ma nasce da una riflessione sulla realtà da cui si genera la fuga dei giovani medici in Italia. Una realtà che, scopriamo insieme, interessa l'ospedale più fatiscente come il più avanzato. Uno dei leit motif per giustificare gli esodi prematuri è che non solo da "gettonisti" nelle coop, ma soprattutto all'estero: in Francia, Germania, Olanda un medico ad inizio carriera guadagna circa il doppio che in Italia. Ma il movente non è solo economico, non è solo organizzativo, non si deve immaginare "stanco" solo chi lavora in un ospedale piccolo o decrepito.
Tra il 2012 e il 2018, dicono i dati della Ragioneria dello stato, sono andati via 40 mila professionisti dal Servizio sanitario: in gran parte infermieri e medici. Contratti bloccati e degli stipendi fermi, vero; ma un articolo di fine 2022 sul sito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore "Il personale sociosanitario un confronto europeo" ricorda che in Italia c'è perenne carenza di camici, e che abbiamo (dati Ocse) 33 addetti alla sanità ogni 1000 abitanti contro 80-90 della Scandinavia e 60 di Francia e Regno Unito. Alcuni sono pagati il giusto, altri sottopagati. Nel 2020 lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere italiano è stato 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista di 110.348 dollari; nel resto d'Europa gli infermieri prendono 5 mila dollari esatti in più di media e 3 mila in meno prende il medico specialista. Quindi, le retribuzioni dei medici italiani non sono poi inferiori a quelle registrate in altri paesi ricchi. Se negli anni 2010 è stata giustificata una fuga degli infermieri, perché sono andati via i medici? Pierino Di Silverio, Segretario Generale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, punta il dito contro una pluralità di motivi specifici: retribuzioni al palo (cioè prospettiva di perdita di potere d'acquisto), reparti affollati di pazienti e svuotati di colleghi, difficoltà di crescita professionale (solo il 7% riesce a fare carriera). Ma non solo. «Ai problemi organizzativi si aggiungono problemi sociali, primo tra tutti la perdita di ruolo del medico nella società che favorisce aggressioni e denunce. Inoltre, il tipo di lavoro e di contratto è ormai una gabbia professionale. I medici in Italia non sono più liberi di vivere, è stato sottratto loro il tempo di vita, è stato imposto il tempo di cura che ha sostituito la cura del tempo».
E qui viene il problema che investe tutti gli ospedali italiani, anche quelli "top", dove la gratificazione di lavorare "bene", in équipe, ricambiata dal paziente, si scontra con la percezione di agire dentro affollate catene di montaggio. «Il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto. Il medico oggi in Italia si sente abbandonato, solo, non protetto da quelle istituzioni che dovrebbero valorizzarlo in quanto erogatore di cure. È una questione economica, ma non solo», spiega Di Silverio. «Occorre liberare i medici e i dirigenti sanitari dalle catene della burocrazia che occupa e sostituisce tempo di cura, occorre pagare meglio i medici e i dirigenti sanitari defiscalizzando stipendi sui quali grava la pressione fiscale più alta d'Europa. Ma occorre anche reinvestire nelle carriere e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. E depenalizzare l'atto medico che solo in Italia sottopone il professionista a ben tre tribunali. Per far tutto ciò occorre investire in sanità, tornando a considerarla un bene e non un prodotto».

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