Pubblicazione avvisi per procedura APP Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta – Elenco APP dei medici da incaricare
Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 90 del 4 aprile 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi alla procedura APP per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta, in attuazione dell’art. 5 - Allegati 5 degli Accordi Collettivi Nazionali per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta 28.04.2022.
L’Elenco APP dei medici da incaricare, derivante dalle domande pervenute, sarà reso pubblico entro il 31 maggio, sul portale del Servizio Sanitario Regionale “ER-Salute” alla pagina:
https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/carriera-e-formazione/medicina-convenzionata
Il termine per la presentazione delle domande è il 30 aprile 2023
Si allegano gli avvisi in oggetto ed i moduli di domanda (Modulo C).
Gli odontoiatri riferiscono limiti nel trattamento dei pazienti con disabilità
(da Dental Tribune) AJMAN, Emirati Arabi Uniti: Uno studio condotto da ricercatori in Iraq e negli Emirati Arabi Uniti ha rilevato che i dentisti che lavorano in questi paesi si sentono inadeguati a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità. I motivi includono l’ansia tra i medici e la mancanza di tempo e formazione adeguati al trattamento. Secondo i ricercatori, occorre una formazione mirata a migliorare la fiducia dei medici e le loro capacità di cura nei confronti dei pazienti con disabilità. Un campione di 150 dentisti dell’Ajman ha completato un’indagine trasversale atta a indagare la competenza dei medici nel trattamento dei pazienti con disabilità e i fattori che influenzano la loro erogazione di cure e la competenza percepita. La maggior parte degli intervistati (75,3%) possedeva un’esperienza clinica compresa tra uno e cinque anni e il 46,7% del gruppo campione definiva minima la propria esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità. Solo il 2% ha dichiarato di avere una significativa esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità.
L’autore principale dello studio, il dott. Afraa Salah, docente di odontoiatria pediatrica e psicologia e scienze comportamentali presso l’Università di Ajman, ha confermato a Dental Tribune International (DTI) che anche i dentisti più anziani del gruppo campione non hanno dimestichezza ed esperienza nel trattamento dei pazienti con disabilità. Quasi tre quarti (73,3%) degli intervistati hanno dichiarato di voler curare i pazienti con disabilità, ma di essere pronti a rinviarli ad un altro medico qualora la terapia diventasse troppo complicata. Un quinto degli intervistati ha dichiarato di non voler fornire cure e di voler indirizzare il paziente a uno specialista. Quando è stato chiesto se i medici si sentissero a loro agio nel fornire il trattamento, il 45,3% degli intervistati ha dato una risposta neutra, il 32,7% ha risposto positivamente e il 14,7% ha risposto negativamente. Risposte fortemente positive o fortemente negative sono state fornite rispettivamente dal 4,7% e dal 2,0% degli intervistati.
Un significativo numero di intervistati (44,0%) ritiene di essere capace solo in parte a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità, mentre il 35,5% ritiene preoccupante il tempo necessario per il trattamento. La preoccupazione nella capacità di interagire con il paziente è stata espressa dal 38,0% degli intervistati, mentre la paura di provocare un infortunio al paziente o al dentista curante è stata espressa rispettivamente dal 34,7% e dal 30,7%. Gli autori hanno riportato che «le limitate opzioni terapeutiche dei dentisti che hanno partecipato a questo studio dipendono dalla loro mancanza di tempo e formazione adeguati, dalla limitata capacità di comunicare con i pazienti, dall’adherence del paziente e dalla costante consapevolezza situazionale di come evitare lesioni involontarie ai pazienti che possono portare a possibili infortuni al loro personale clinico». Il Dott. Salah ha detto alla DTI: «Penso che si debbano istituire e attuare corsi di formazione sul trattamento di questi pazienti all’interno del percorso di laurea, nonché attraverso corsi dal vivo. In particolare, ritengo che sarebbe molto utile una formazione su come trattare al meglio i pazienti affetti da autismo».
(“Dentists’ attitude towards dental treatment of disabled patients”, Advances in Medical Education and Practice 14-12-22)
Dati ISTAT, cresce la spesa sanitaria a carico delle famiglie senza controlli sull’appropriatezza
(da Univadis) La spesa privata per previdenza e assistenza sanitaria continua a crescere, e con essa aumentano le disuguaglianze sociali: il preoccupante dato è stato confermato nel corso delle recenti audizioni da parte della Commissione affari sociali del Senato di alcuni esperti dell’ISTAT. Cristina Freguja, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’istituto di statistica sottolinea che la spesa privata non è distribuita equamente in modo trasversale, ma grava soprattutto sulle fasce più deboli. In questo scenario già squilibrato, le assicurazioni private sono appannaggio quasi esclusivamente delle fasce di reddito più alte, che beneficiano di un welfare aziendale privato di cui non beneficiano i lavoratori a basso reddito.
Le molte voci di spesa per le famiglie Nel 2021, la spesa sanitaria complessiva – pubblica e privata – ammontava a circa 168 miliardi di euro: per i tre quarti a carico del pubblico (75,6%), per il 21,8% a carico direttamente delle famiglie e per il 2,7% sostenuta dai regimi di finanziamento volontari, ha spiegato Freguja nella sua relazione, riportando i dati più aggiornati disponibili a oggi. Tra il 2012 e il 2021 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta in media dell’1,8% all’anno. Con la pandemia, ha subito un significativo aumento nel 2020 e nel 2021, attestandosi rispettivamente a 121 e 127 miliardi. Sempre tra il 2012 e il 2021 a spesa direttamente a carico delle famiglie ha registrato un aumento medio dell’1,7% all’anno, raggiungendo nel 2021 i 36,5 miliardi. Le principali voci di spesa per le famiglie riguardano l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza (sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici e altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci l’incidenza è pari al 10,4%). Quanto alla spesa per i regimi di finanziamento volontari, nel 2021 ha raggiunto i 4,5 miliardi, di cui circa 3,4 per le assicurazioni sanitarie volontarie, con un aumento medio pari al 2,9% annuo. Quasi due terzi della spesa (62,3%) copre l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione e il 17,9% le spese per apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli. Nel 2021, il 38% della spesa complessiva per assistenza sanitaria ospedaliera a lungo termine è stata sostenuta dalle famiglie. È da evidenziare, inoltre, che quest’ultima incide per il 76,7% sull’acquisto di apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli e per il 36,4% sulla spesa complessiva per prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli. A questo aggravio della spesa per le famiglie si è purtroppo accompagnata la rinuncia a prestazioni sanitarie necessarie, che è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, fino a raggiungere l’l’11,1% nel 2021, spiega ancora Freguja, secondo la quale alcune stime segnalano un’inversione di tendenza nel 2022, con un ritorno a quote osservate negli anni precedenti la pandemia, anche se rispetto al passato emerge oggi un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa.
Il privato fa concorrenza al pubblico Quando la cosiddetta “riforma Bindi” introdusse i principi dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per cui ogni Regione, pur nella sua autonomia, doveva assicurare ai cittadini un paniere di prestazioni ritenute essenziali per la salute, era già chiaro che alcune prestazioni sarebbero state demandate alla copertura di forme integrative, da creare di lì a poco, ha aggiunto Alessandro Solipaca, del Dipartimento disabilità e integrazione sociale dell’ISTAT. Però questo non è accaduto, e gli attesi fondi non si sono mai costituiti e, soprattutto, non hanno operato nello spirito della legge, ovvero coprendo le prestazioni sanitarie non essenziali. E mentre la spesa sanitaria pubblica è cresciuta lentamente negli anni, quella privata è cresciuta più rapidamente, con le Regioni gravate da deficit sempre più ingenti che hanno aumentato l’importo dei ticket richiesti al cittadino-contribuente, che oggi in molti casi eguagliano il prezzo della prestazione presso una struttura privata. Anche questo ha favorito all’aumento della spesa privata, con una dinamica nota. Per contrastarla, occorrerebbe rilanciare i fondi integrativi al fine di controllare la spesa privata. Secondo Solipaca i fondi assicurativi integrativi potrebbero favorire l’emersione delle prestazioni oggi erogate in nero e contrastare le prestazioni inappropriate, già tra le priorità ai tempi della riforma Bindi. "Oggi la spesa privata non trova intermediazione, questo non risponde ai parametri di serietà e correttezza" ha commentato il presidente della commissione Francesco Zaffini, di Fratelli d’Italia, che ha annunciato l’intenzione di predisporre nel giro dei prossimi mesi una proposta di riordino delle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria nel quadro dell'efficacia complessiva di welfare e di tutela della salute: "C'è da un lato il Fondo sanitario nazionale che pesa oggi intorno ai 127 miliardi di euro, e che ovviamente è intermediato dalla presenza dello Stato nell'erogazione delle prestazioni sanitarie; dall'altro c'è una spesa privata che oggi pesa intorno a 40-45 miliardi, ma qualcuno dice anche di più, che trova intermediazione per una misura irrilevante, intorno al 4-5%. Questa cosa non è possibile e non risponde ai parametri degli altri Paesi UE, ma soprattutto non risponde ai parametri di serietà e correttezza. La sanità integrativa non deve fare concorrenza alla sanità pubblica, ma nello stesso tempo deve garantire prestazioni importanti, pensiamo alle cure odontoiatriche".
Regione E/R: Incarichi provvisori, a tempo determinato o per sostituzione in medicina generale e pediatria di libera scelta – graduatorie aziendali: avvisi e moduli
Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 87 del 31 marzo 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi agli incarichi vacanti - per l’anno 2023 - per:
- medici del ruolo unico di assistenza primaria a ciclo di scelta (ex Assistenza Primaria);
- medici del ruolo unico di assistenza primaria a rapporto orario (ex Continuità Assistenziale);
- pediatri di libera scelta.
E’, inoltre, pubblicato l’avviso relativo agli incarichi vacanti per il settore emergenza sanitaria territoriale riguardante il 1° semestre 2023.
La compilazione e l’invio delle domande dovrà avvenire esclusivamente in modalità “on line”, mediante l’utilizzo del programma informatico appositamente sviluppato, che consente la ricezione e la gestione delle domande in via telematica e disponibile al seguente link:
Altre modalità di trasmissione saranno ritenute causa di esclusione della domanda.
Si evidenzia che gli avvisi di pubblicazione contengono già le date di convocazione per l’assegnazione degli incarichi vacanti, nonché le indicazioni relative alle modalità di scaglionamento orario di convocazione.
Il termine per la presentazione delle domande è il 20 aprile 2023
Si allegano gli avvisi, gli allegati riguardanti gli incarichi vacanti, la “guida all’utilizzo” del programma informatico.
Cordiali saluti.
Alfonso Buriani
Il passo indietro del Servizio Sanitario Nazionale, corre il privato
(da DottNet) l Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate. A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti. Questi alcuni dei dati, relativi al 2021, evidenziati nell'ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale (LINK al documento completo a fine articolo), realizzato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute. La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull'attività di assistenza territoriale e ospedaliera. Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.
L'assistenza ospedaliera Nel 2021 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 995 istituti di cura, di cui il 51,4% pubblici e il rimanente 48,6% privati accreditati. Il 63,6% delle strutture pubbliche è costituito da ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10,4% da Aziende Ospedaliere e il restante 26,0% dalle altre tipologie di ospedali pubblici. Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate, 12.027 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (88,6%) e di 8.132 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,7%). A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,4 ogni 1.000 abitanti. Nell’analizzare i dati dell’assistenza ospedaliera occorre tenere presente l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto in alcune regioni, che ha comportato la riorganizzazione delle strutture e delle attività ospedaliere. Nell'Annuario è stato inserito, come per il 2020, un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19. E dopo il Covid si torna a tagliare: Rispetto a 10 anni fa tra pubblico e privato sono stati tagliati 5.818 letti tra degenze ordinarie, day hospital e day surgery. Merito del 2020 quando con lo scoppio della pandemia c’è stato un elevato aumento di posti. Ma è da notare che in appena un anno, passato il momento più duro del Covid, ne sono stati tagliati 20 mila: nel 2020 i posti letto erano 257.977 contro i 236.481 del 2021
Le strutture per l’assistenza specialistica ambulatoriale erano 9.481 nel 2011 e sono scese a 8.778 dieci anni dopo. In crescita, ma solo grazie al privato quelle di assistenza Territoriale Residenziale che a fronte delle 6.383 strutture presenti nel 2011 ne conta 7.984 nel 2021 (pubbliche sono appena il 16,5%). Stesso trend per quanto riguarda le strutture di assistenza territoriale semi residenziale che vede crescere le strutture: erano 2.694 nel 2010 e sono 3.005 nel 2021. Stesso dicasi per la Riabilitativa che da 993 strutture è passata 1.154. In crescita anche i numeri per l’altra assistenza territoriale. Ma ciò che più fa effetto è che i tagli hanno riguardato il settore pubblico che nel 2021 annovera il 43% delle strutture totali contro il 46,1% di 10 anni prima.
L'assistenza distrettuale: medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Numeri in calo L’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari da parte del cittadino, si avvale soprattuttos dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. In media a livello nazionale ogni medico di base ha potenzialmente come pazienti 1.295 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenziazioni. l numero medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 985 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 842 bambini per pediatra in Puglia a 1.262 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano). Il contratto dei medici di medicina generale e di pediatria prevede, salvo eccezioni, che ciascun medico di medicina di base assista al massimo 1.500 pazienti adulti (di età superiore ai 13 anni) e ciascun pediatra 800 bambini (di età compresa fra 0 e 13 anni). I medici di famiglia dai 46.061 che erano nel 2011 sono diventati 40.250 nel 2021 (-5.811). In calo anche i pediatri (-694 in 10 anni per un totale nel 2021 di 7.022 unità). In frenata anche i medici di continuità assistenziale (ex guardia medica) che dagli 11.921 che erano nel 2011 sono diventati 10.344 nel 2019 (-1.577).
XII Concorso ricerca AMMI
L’A.M.M.I. promuove l'XII Bando di Concorso (allegato) per il conferimento del supporto finanziario di € 10.000 per un progetto di ricerca di Medicina e Farmacologia genere specifiche con lo scopo di premiare il progetto di ricerca più innovativo e significativo esclusivamente di Medicina e/o Farmacologia di Genere, che verrà svolto da un/una Ricercatore/Ricercatrice presso le Università Italiane, o Aziende Ospedaliere del Sistema Socio Sanitario Italiano, o IRCCS, o altro Ente di Ricerca italiano. L’obiettivo dell’AMMI è incentivare la ricerca in questo ambito, al fine di arrivare all’appropriatezza e alla personalizzazione della diagnosi e della cura e di conseguenza ad una medicina basata sull’evidenza per il genere e sostenere un/una giovane ricercatore.
Scadenza 12 giugno 2023.
Per maggiori dettagli sulla ns. Associazione e sul Bando in oggetto potete consultare il nostro sito nazionale: http://www.ammiitalia.it,
Link diretto al bando: https://drive.google.com/file/d/1jLIt5dpLe58R1ByxkhiFdZNt9uH--XFE/view
In considerazione del valore dell'iniziativa, vi chiediamo la cortesia di diffondere il Bando. Restiamo a disposizione per ogni ulteriore informazione e, nel ringraziare per l'attenzione, porgiamo distinti saluti.
Alida Bertelli, Antonella Bigarelli Segreteria Organizzativa Concorsi AMMI
Una febbre lieve aiuta a eliminare le infezioni più velocemente
(da Quotidiano Sanità) Lasciare fare” il suo corso” a una lieve febbre può aiutare l’organismo a combattere più in fretta le infezioni. È la conclusione cui è arrivato un team dell’Università dell’Alberta con uno studio pubblicato da 'eLife'.
Lo studio è stato condotto su pesci infettati con batteri, il cui comportamento veniva monitorato e valutato attraverso tecniche di apprendimento automatico. I sintomi erano simili a quelli dell’uomo, con la febbre che portava gli animali a immobilità, stanchezza e malessere. Questi effetti venivano poi analizzati alla luce dei meccanismi immunitari nell’animale. La ricerca ha mostrato che il decorso naturale della febbre offre una risposta integrativa che non serve solo ad attivare le difese contro l’infezione, ma anche a controllarla. I ricercatori hanno scoperto, inoltre, che la febbre ha aiutato i pesci a combattere l’infezione in sette giorni, circa la metà del tempo impiegato dagli animali ai quali era stata curata la febbre. E la febbre, infine, ha contribuito anche a spegnere l’infiammazione e a riparare i tessuti danneggiati.
Prevenire il diabete di tipo 2 senza farmaci è possibile
da M.D.Digital) Dieci minuti di attività fisica al giorno o meno tempo trascorso davanti a uno schermo sono tutto ciò che serve per ritardare l'insorgenza del diabete di tipo 2 e rallentare il suo sviluppo nei giovani, secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Université de Montréal. I tassi di obesità sono in aumento tra i canadesi di età inferiore ai 19 anni e stanno raggiungendo livelli allarmanti. Con il numero di bambini con diabete di tipo 2 che dovrebbe quadruplicare in Canada nei prossimi decenni, questo studio offre un barlume di speranza quantificando come l'attività fisica e i comportamenti sedentari influenzano gli indicatori chiave del diabete.
"Con soli 10 minuti di attività fisica da moderata a vigorosa al giorno, si osserva una diminuzione dei rischi associati allo sviluppo del diabete di tipo 2 nei bambini ", ha detto Soren Harnois-Leblanc, primo autore dello studio, pubblicato su Lancet Child Adolescent Health.
Cambiare le proprie abitudini di vita può essere complicato, tuttavia. Il corpo ha meccanismi incorporati per mantenere il suo peso, rendendo difficile il calo ponderale. Ecco perché è così importante agire presto con bambini e adolescenti che hanno una storia familiare di obesità, dicono i ricercatori.
C'è un urgente bisogno di sviluppare e attuare politiche di prevenzione dell'obesità che mirano a promuovere l'attività fisica e ridurre i comportamenti sedentari per prevenire il diabete nelle popolazioni vulnerabili, affermano i ricercatori.
Lo studio ha incluso un totale di 630 bambini del Quebec con una storia familiare di obesità, che sono stati monitorati per un periodo di sette anni in tre cicli di età: 8-10, 10-12 e 15-17 anni. Diversi test sono stati utilizzati per misurare gli indicatori chiave del diabete, tra cui la sensibilità all'insulina, la secrezione di insulina e i livelli di glicemia. L'attività fisica e il tempo sedentario totale sono stati misurati mediante accelerometria e il tempo libero trascorso davanti a uno schermo (computer, tv, videogiochi, social) è stato valutato utilizzando un questionario auto-riferito.
Sulla base dei risultati dell'esposizione cumulativa, gli effetti medi stimati dell’attività fisica moderata-intensa sono stati del 5.6% sulla sensibilità all'insulina e di -3,8% sulla secrezione di insulina per incremento giornaliero di 10 minuti dall'età di 8-10 anni fino all'età di 15-17 anni. Gli effetti medi del trattamento per il tempo sedentario e il tempo riportato davanti allo schermo hanno determinato una ridotta sensibilità all'insulina (–8·2% e –6·4% rispettivamente), aumento della secrezione insulinica (5.9% e 7.0%, rispettivamente) e glicemia a digiuno più elevata (0.03 mmol/L e 0.02 mmol/L, rispettivamente) per ora giornaliera aggiuntiva dall'età di 8-10 anni a 15-17 anni.
(Harnois-Leblanc S, et al. Estimating causal effects of physical activity and sedentary behaviours on the development of type 2 diabetes in at-risk children from childhood to late adolescence: an analysis of the QUALITY cohort. The Lancet Child & Adolescent Health 2022; 7: 37-46. DOI: 10.1016/S2352-4642(22)00278-4)
Medici, orario di lavoro deve coincidere con tutela della salute.
(da Doctor33) La Cassazione, con una recente ordinanza (28/02/2023 n° 6008) ha sancito la legittimità del risarcimento del danno biologico per il superlavoro del medico, stabilendo che "il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute, con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore". Una decisione salutata con favore dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, che la ritiene "importante" perché "evidenzia come i ritmi e gli orari di lavoro dei medici, derivanti dalla carenza di personale, incidano non solo sulla qualità dell'assistenza e su quella della vita privata e familiare, ma abbiano conseguenze dirette sulla salute. Non si tratta più di una mera rivendicazione contrattuale, ma di una questione di salute e di sicurezza sul lavoro", afferma.
La sentenza riguarda un dirigente medico di primo livello, dipendente di una Asl, che ha chiamato in giudizio l'azienda datrice di lavoro per chiederne la condanna al risarcimento del danno biologico conseguente all'infarto del miocardio subito "a causa del sottodimensionamento dell'organico che l'aveva costretto per molti anni a intollerabili ritmi e turni di lavoro". La Corte d'Appello respinge il ricorso contro la sentenza di primo grado, sotto diversi profili attinenti al mancato assolvimento dell'onere della prova, onerandone oltre misura il dipendente. Ora la Cassazione ribalta la pronuncia di merito, rimandando il caso alla Corte d'Appello in diversa composizione. In particolare, afferma che il lavoratore è tenuto ad allegare rigorosamente tale inadempimento, evidenziando i relativi fattori di rischio (ad esempio modalità qualitative improprie per ritmi o quantità di produzione insostenibili, ovvero secondo misure temporali eccedenti i limiti previsti dalla normativa o comunque in misura irragionevole).
Secondo i giudici di legittimità, spetta invece al datore dimostrare che i carichi di lavoro erano normali, congrui e tollerabili o che ricorreva una diversa causa che rendeva l'accaduto non imputabile a sé. Inoltre, evidenzia che "il fatto che sia stata riconosciuta in sede amministrativa la causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo e che sia stata prodotta in giudizio la relativa documentazione, se non vale come prova legale (vincolante per il giudice) del nesso causale, ben potrebbe essere prudentemente apprezzata, ai sensi dell'art. 116 c.p.c., come prova sufficiente di quel nesso, in mancanza di elementi istruttori di segno contrario".
"Tale decisione si inserisce in quel filone giurisprudenziale maggioritario - osserva Anelli - che afferma che il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute e con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore. Serve dunque un intervento del legislatore che elimini il tetto ancora oggi previsto per le assunzioni di personale medico e sanitario, e che valorizzi il lavoro dei professionisti sia per condizioni e contesto, sia con un'adeguata remunerazione. E questo non solo in un'ottica di risanamento del Servizio sanitario nazionale e di sicurezza delle cure e degli operatori, ma anche per preservare il sistema da un punto di vista della sostenibilità economica. In altre parole, meglio investire risorse per prevenire il danno biologico che essere costretti a spenderle per risarcirlo, perdendo risorse umane prima ancora che finanziarie".
"Non dimentichiamo - conclude il presidente Fnomceo - che anche la violenza ha conseguenze sulla salute, immediate, ma anche indirette e a lungo termine: eventi cardiovascolari, disturbi post traumatici da stress sono effetti collaterali delle aggressioni, provati dalle evidenze scientifiche e per i quali la stessa Cassazione ha, più volte, riconosciuto un nesso causale. Anche in questo senso chiediamo un intervento, che permetta di applicare pienamente la Legge 113/2020 sulla sicurezza dei professionisti sanitari".
Pubblicazione avviso Assistenza Turistica anno 2023
Si comunica che sul BURERT - parte terza - n. 79 del 22 marzo 2023 è pubblicato l’avviso per la formazione di graduatorie aziendali di medici da utilizzare per l’assistenza sanitaria – stagione estiva 2023 - nelle località turistiche individuate dalle Aziende USL.
Le domande vanno spedite o consegnate alle Aziende USL.
Il termine per la presentazione delle domande è l’11 aprile 2023.
Digiunare al mattino può danneggiare il sistema immunitario
(da Quotidiano Sanità) Digiunare al mattino può avere effetti negativi a livello di lotta alle infezioni, almeno nel modello animale. E’ quanto emerge da una ricerca, coordinata da un team del Mount Sinai Hospital e pubblicata da 'Immunity'.
I ricercatori hanno voluto indagare in che modo un digiuno – breve o prolungato fino a 24 ore – possa avere effetti sul sistema immunitario. Il team ha esaminato due gruppi di animali da laboratorio, di cui uno mangiava subito dopo essersi svegliato e l’altro no, e ha raccolto campioni di sangue in entrambi i gruppi al baseline, a quattro e a otto ore dal digiuno.
Dai risultati è emersa una netta differenza a livello di monociti tra gli animali che digiunavano e quelli che non digiunavano. Mentre all’inizio entrambi i gruppi avevano lo stesso numero di questo tipo di globuli bianchi, dopo quattro ore gli animali che digiunavano subivano una riduzione del 90% di monociti nel sangue. E il numero scendeva ulteriormente alla soglia delle otto ore.
Dopo un digiuno di 24 ore, agli animali che non mangiavano al risveglio è stato di nuovo dato del cibo e questo ha determinato un aumento dei livelli di globuli bianchi nel sangue, come evidenziato dagli autori.
Si è sempre in tempo per cominciare a fare attività fisica
(da Univadis) Essere fisicamente attivi durante la vita adulta si associa a migliori funzioni cognitive in età avanzata. L’effetto favorevole dell’attività fisica sulla performance cognitiva e sulla memoria verbale è riscontrabile anche su chi non è attivo, ma lo diventa, indipendentemente dall’età a cui ciò accade. Il livello di attività fisica non risulta determinante, al contrario l’effetto è più forte se l’attività fisica è mantenuta a lungo nel tempo.
Perché è importante L’attività fisica è stata proposta come fattore di rischio modificabile della demenza e del declino cognitivo nell’anziano. I risultati suggeriscono che gli adulti inattivi vanno incoraggiati a essere più attivi a qualunque età e che gli adulti attivi vanno spronati a mantenersi attivi per avere una migliore funzione cognitiva in vecchiaia.
Come è stato condotto lo studio Sono stati presi in esame 1.417 soggetti nati nel 1946 arruolati nel National Survey of Health and Development Study condotto in Gran Bretagna. Sulla base dei questionari somministrati a 36, 43, 53, 60–64 e 69 anni, ogni partecipante è stato classificato come: non attivo, moderatamente attivo (attività fisica 1-4 volte al mese), maggiormente attivo (attività fisica 5 o più volte al mese). Nella visita eseguita a 69 anni sono stati valutati lo stato cognitivo, la memoria verbale e la velocità di elaborazione del partecipante. Si è andati a determinare la relazione tra l’attività fisica e la funzione cognitiva in età avanzata.
Risultati principali Essere fisicamente attivi, in qualunque momento della vita adulta, si associava a migliori capacità cognitive a 69 anni. L’effetto sullo stato cognitivo e sulla memoria verbale era simile per chi era risultato attivo in qualche momento della vita adulta, non importa a che età, ed era simile per chi risultava moderatamente attivo o maggiormente attivo. L’associazione tra attività fisica e migliore stato cognitivo era più forte per chi era stato attivo più a lungo nel corso dell’età adulta. La correzione dell’analisi statistica per fattori come le capacità cognitive nell’infanzia, la posizione socioeconomica durante l’infanzia e il livello di istruzione attenuava molto le associazioni, che, tuttavia, rimanevano statisticamente significative.
(James SN, Chiou YJ, et al. Timing of physical activity across adulthood on later-life cognition: 30 years follow-up in the 1946 British birth cohort. Neurol Neurosurg Psychiatry 2023 Feb 22. doi:10.1136/jnnp-2022-329955)
Legalizzazione della cannabis: i dati non sono favorevoli
(da Univadis - Roberta Villa - riproduzione parziale) Il 9 marzo scorso, è stato presentato a Vienna il rapporto dell’International Narcotics Control Board relativo al 2022: l’analisi dei dati sul consumo globale di sostanze stupefacenti lancia l’allarme su un picco di produzione di cocaina, disponibile a basso prezzo anche ad alti livelli di purezza, con 6 laboratori per la lavorazione di questa sostanza, dei 15 scoperti a livello globale, individuati in Europa; si sofferma sull’epidemia di abuso di oppioidi che negli Stati Uniti non accenna purtroppo a rientrare, e segnala come l’abuso di fentanyl e sostanze analoghe stia cominciando a coinvolgere anche l’Oceania; viceversa, sottolinea il documento, molti paesi non riescono a procurarsi le dosi necessarie per uso medico di oppioidi e altre molecole che rientrano negli elenchi proibiti; infine, gli esperti mettono in guardia le autorità rispetto alla rapidità con cui i trafficanti riescono a sostituire i precursori chimici delle sostanze d’abuso con altri non ancora inclusi nelle liste di sostanze soggette a particolari controlli.
Ma la notizia più sorprendente, è l’apparente fallimento delle politiche di legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo nei paesi in cui queste iniziative sono state introdotte. Dal riassunto che si fa del primo capitolo del rapporto emerge quindi che, negli stati USA in cui la cannabis è legale, adolescenti e giovani adulti ne fanno consumo maggiore che in quelli in cui è ancora proibita [1]. La facilità di accesso abbasserebbe la percezione dei rischi e delle conseguenze negative legati al suo utilizzo [2]. L’introduzione di prodotti alimentari o da assumere per vaporizzazione contribuirebbe a una “normalizzazione”, per non dire a una “banalizzazione” del consumo, che una sapiente strategia di marketing indirizza soprattutto ai più giovani, sfortunatamente proprio coloro che possono subirne i maggiori danni, non solo a lungo andare, ma anche nell’immediato, in termini di risultati scolastici e relazioni interpersonali.
Sempre secondo il rapporto, “in tutte le giurisdizioni in cui la cannabis è stata legalizzata i dati mostrano che i problemi di salute legati a questa sostanza sono aumentati. Tra il 2000 e il 2018, i ricoveri associati a dipendenza e astinenza da cannabis sono aumentati a livello globale di 8 volte e quelli per disturbi psicotici riconducibili alla cannabis sarebbero quadruplicati”. Questi dati, però, riferiti a tutto il mondo, non distinguono tra i luoghi dove la cannabis è diventata e quelli in cui non lo è, e riflettono solo l’aumento dei consumi generali nel decennio considerato. Più indicativo il dato del Colorado, dove l’uso ricreativo della cannabis è autorizzato ai maggiori di 21 anni dalla fine del 2012. Qui, riferisce sempre il rapporto, tra il 2013 e il 2020 gli incidenti stradali mortali legati alla sostanza sarebbero raddoppiati. Il rapporto va avanti, dopo aver sottolineato i danni della legalizzazione, negandone anche i benefici che i governi si proponevano adottandola, primo fra tutti il contrasto al traffico clandestino, con tutto ciò che questo comporta, dalla scarsa sicurezza del materiale e l’imprevedibilità della sua potenza, al finanziamento che fornisce a organizzazioni criminali come le mafie.
Secondo il presidente del Board, i dati suggerirebbero che lo spaccio illegale, seppur in calo, continua a prosperare indisturbato anche dove è presente l’alternativa di Stato: in Canada rappresenterebbe il 40% del mercato, in Uruguay quasi il 50%, in California addirittura il 75%. E anche i maggiori introiti fiscali auspicati con la vendita legale della cannabis, pur essendo aumentati di anno in anno in Canada e Stati Uniti, resterebbero comunque inferiori alle aspettative.
In realtà nel testo completo, diversamente che nella sua sintesi, tutte queste conclusioni sono riportate insieme al risultato di studi spesso contraddittori tra loro. Quello che emerge è il quadro di una situazione ancora poco chiara. A offuscare la possibilità di valutazioni obiettive ci sarebbe poi anche la crescita vorticosa del mercato che gira intorno alla cannabis, con un’industria che solo negli Stati Uniti ha generato nel 2021 un fatturato di 25 miliardi di dollari, con un incremento del 43% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto, la lobby economica che sostiene questo nuovo settore emergente eserciterebbe quindi una forte pressione sui legislatori di tutto il mondo per ottenere regole meno stringenti. Come escluderlo?
Gli effetti della legalizzazione, d’altra parte, possono essere diversi da un paese all’altro, in relazione a diversi elementi che non permettono di applicare automaticamente altrove i risultati ottenuti in uno specifico contesto. Per molte realtà, poi, la legalizzazione è troppo recente per poter trarre conclusioni che si possono trarre solo dopo 15 o 20 anni, tanto più che gli indicatori di risultato considerati dai diversi governi cambiano e non sono sempre affidabili.
Per questo l’International Narcotics Control Board ritiene in sostanza che occorrerebbe frenare e approfondire gli effetti della legalizzazione a livello individuale e sociale prima di procedere alla legalizzazione.
Immagino che molti lettori non siano d’accordo, così come la maggior parte dei 600.000 cittadini che alla fine del 2021 hanno votato, di persona e online, per avere un referendum su questo argomento.
Personalmente non voglio entrare nel merito, perché ho ancora molti dubbi. Entrano in gioco troppi fattori (medici, psicologici, educativi, sociali, di sicurezza, ecc..), per non parlare della continua ambiguità con cui si sovrappone questo dibattito a quello sull’uso medico della sostanza. Ma, per potersi formare un’opinione, il primo passo richiede sempre di partire almeno da dati oggettivi chiari. Questi dati possono anche essere contrastanti, se il tema come in questo caso è complesso, le variabili in gioco moltissime, la ricerca in corso. Ma devono essere comunicati, di qualunque segno siano.
Come ho detto, il modo in cui il Board delle Nazioni Unite incaricato di stilare questo rapporto ha deciso di comunicare le sue conclusioni alla stampa è molto più categorico contro la legalizzazione di quanto appaia andando a leggere il contenuto per esteso del rapporto stesso. Viceversa, troppo spesso i politici o gli opinionisti a favore della legalizzazione parlano in cerca di consenso come se gli effetti positivi di questa politica, per esempio il contrasto alle mafie, fossero dati per acquisiti. L’autorevolezza di un comitato di esperti delle Nazioni Unite non è assoluta, ma nemmeno trascurabile. Meritava, a mio parere, almeno di essere segnalata dalla stampa generalista. Lo faccio io qui, per ricordare che su tanti argomenti che creano forte polarizzazione, nei talk show come a tavola con gli amici, è prudente procedere con moderazione, raccogliendo dati, vagliandoli con onestà, qualunque sia la nostra posizione di partenza.
( [1] Substance Abuse and Mental Health Services Administration, Center for Behavioral Health Statistics and Quality, National Survey on Drug Use and Health, 2019 and quarters 1 and 4 of 2020
[2] World Drug Report 2022, booklet 3, pp. 34–35 )
Certificato Medico specialistico Diabetologico per patente di guida
In riposta al quesito di un iscritto in merito alla compilazione e rilascio del certificato medico specialistico Diabetologico per patente di guida (modulo di seguito allegato) si pubblica l'interpretazione del Consulente Legale dell'Ordine controfirmata dal Presidente e dal Vicepresidente dell'Ordine.
Da una verifica della normativa vigente risulta che è lo stesso Codice della Strada a prescrivere che il medico che rilascia la certificazione abbia alcune caratteristiche:
l'art. 119, comma 2 bis del CDS stabilisce che “L'accertamento dei requisiti psichici e fisici nei confronti dei soggetti affetti da diabete per il conseguimento, la revisione o la conferma delle patenti di categoria A, B, BE e sottocategorie, è effettuato dai medici specialisti nell'area della diabetologia e malattie del ricambio dell'unità sanitaria locale che indicheranno l'eventuale scadenza entro la quale effettuare il successivo controllo medico cui è subordinata la conferma o la revisione della patente di guida.”
Secondo il testo dell'articolo, pertanto, neppure un qualunque specialista può rilasciare il certificato, ma solo uno specialista "dell'USL", quindi del servizio pubblico.
Riteniamo che il MMG potrà rilasciare il certificato solo nel caso in cui sia specialista in diabetologia e malattie del ricambio (considerando pertanto anche il medico di base come un medico "dell'USL"), ma, a parte questo caso, pensiamo che il medico debba correttamente indirizzare l'interessato a rivolgersi al servizio pubblico per ottenere la certificazione, previa verifica delle condizioni richieste nella circolare del Ministero della Salute n. 17798 del 25.07.2011, che detta le prescrizioni per il rilascio del certificato.