Televisita e certificato di malattia, siamo al paradosso

(da M.D. Digital)  Il certificato di malattia non è rilasciabile dopo una televisita. Per la 'Legge Brunetta' il medico lo può compilare solo dopo aver effettuato una visita in presenza. A evidenziare ciò Sergio Pillon, Vicepresidente Associazione italiana Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT). Una contraddizione in essere, precisa Pillon sul sito dell'associazione, "perché la Televisita è riconosciuta come Atto medico e ha valore legale". Inoltre sottolinea che il referto della Televisita viene depositato nel Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso la piattaforma di telemedicina "e può essere integrato automaticamente nel Certificato telematico di malattia, che oggi, invece, può essere compilato ed inviato all’INPS solo dopo una visita in presenza".    “La Televisita – aggiunge Pillon – si chiude sempre con un referto, che vale come attestazione di malattia, sia in campo assicurativo che come giustificativo per l’assenza dal luogo di lavoro, ma paradossalmente non può essere compilato ed inviato per via telematica dopo una televisita". Chiediamo, dunque - conclude Pillon - che su questo aspetto, che appesantisce il processo di assistenza e che crea un onere inutile all’assistito e al medico curante, si intervenga per adeguare la Legge Brunetta, conformando il referto in Televisita a quello in presenza per gli aspetti legati all’ambito assicurativo e di giustificazione INPS”.

Malasanità, 7 volte su 10 il medico non c’entra

(da enpam.it - riproduzione parziale)   Ogni 10 accertamenti su casi di presunta malasanità solo 3 chiamano in causa direttamente i medici.    È questa una delle conclusioni a cui giunge la ricerca “La legge Gelli-Bianco e l’accertamento tecnico preventivo. Un primo bilancio sull’accertamento della responsabilità sanitaria nel Tribunale di Roma”, presentata mercoledì mattina a Roma nella Sala del Museo Ninfeo.

PRIMO TAGLIANDO PER LA “GELLI-BIANCO”   L’indagine sul campo è stata realizzata dall’Eurispes in collaborazione con la XIII sezione del Tribunale di Roma, l’Enpam e lo studio legale Di Maria Pinò, ed è la prima realizzata in questo particolare ambito in Italia.   La XIII sezione del Tribunale di Roma (ve ne è solo una analoga presso il Tribunale di Milano), è composta da 16 magistrati che si occupano in via esclusiva di responsabilità professionale. Nell’àmbito di tale responsabilità, quella sanitaria è pari a circa l’85/90 per cento del totale dei casi. Inoltre, il Tribunale di Roma è quello che tratta il maggior numero di cause di responsabilità medica e delle strutture sanitarie tra tutti quelli italiani (il 35 per cento circa del totale), i risultati dell’indagine sono dunque ben rappresentativi del dato nazionale.   La consultazione dell’archivio della XIII sezione, partendo da circa duemila Accertamenti tecnici preventivi (Atp) svolti dal 1° aprile 2017 (data di entrata in vigore della “legge Gelli-Bianco”) al 31 dicembre 2021, ha permesso di repertare gli Accertamenti tecnici preventivi effettuati da 336 medici legali.   Gli accertamenti tecnici considerati sono complessivamente 1.380.

10 MILIARDI PER LA MEDICINA DIFENSIVA    L’indagine ha reso possibile una prima, accurata, valutazione dell’impatto della “legge Gelli”, relativamente agli Accertamenti tecnici preventivi volti alla conciliazione della lite che rappresentano il primo livello della sua applicazione.   La Legge Gelli si prefiggeva, tra gli altri, un obiettivo ben preciso: quello di combattere la cosiddetta “medicina difensiva”, cioè una serie di comportamenti tenuti dall’operatore sanitario nei confronti del paziente con il solo fine di evitare il rischio della insorgenza dei contenziosi civili e penali a carico del medico e/o della struttura sanitaria.   La medicina difensiva, oltre a costringere i medici in trincea, incide sul Servizio sanitario nazionale per circa 10 miliardi l’anno, il che è pari allo 0,75 per cento del Pil (dati aggiornati al 2014).

RESPONSABILITÀ ACCERTATA IN 2 CASI SU 3   A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, nonostante alcune previsioni necessitino ancora dei decreti attuativi per poter dispiegare i propri effetti, dai risultati emersi appare come, almeno in parte e specularmente per il settore della responsabilità civile, la norma abbia raggiunto alcuni degli obiettivi prefissati.   Il dato di maggiore rilevanza è che nell’analisi dei 1.380 Atp esaminati, i medici non risultano essere personalmente coinvolti nel 70,3 per cento dei casi, mentre lo sono nel 29,7 per cento.    Dalla ricerca emerge che gli Atp che si concludono positivamente per il paziente sono il 65,3 per cento, mentre l’esito è stato positivo per la struttura il 31,1 per cento delle volte; nei due terzi dei casi, dunque, la responsabilità professionale della struttura sanitaria e/o del medico risultano effettive.    L’Atp, che rappresenta il vero fulcro e cardine del procedimento, non è altro, sostanzialmente, che un giudizio che dei medici danno sull’operato di altri medici. Nel 29 per cento degli Atp vi è stata una chiamata in causa dell’assicurazione.

ORTOPEDIA IN CIMA ALLE CONTESTAZIONI     Guardando alla tipologia di convenuto, il 40,4 per cento delle volte risulta trattarsi di una struttura pubblica, il 36,1 per cento di struttura privata e, nell’11 per cento dei casi, di medico persona fisica/assicurazione. Analizzando il dettaglio dei settori specialistici interessati, emerge che il settore coinvolto più spesso è Ortopedia (16,3 per cento), seguito da Chirurgia (13,2 per cento) e da Infettivologia (11,7 per cento). Nel complesso, dunque, il 41,2 per cento degli Atp interessa questi tre settori.   I dati indicano dunque, da un lato, come la maggioranza delle richieste di accertamento non sia pretestuosa ed evidenzi responsabilità mediche e delle strutture sanitarie, dall’altro come i medici specialisti chiamati a valutare, in qualità di consulenti tecnici di ufficio, siano corretti e trasparenti nell’accertamento delle responsabilità dei colleghi.    Si evidenzia – si legge nel documento – come in alcuni casi vi sia un problema di funzionamento delle strutture mediche e ospedaliere piuttosto che una responsabilità dei medici. Il contrasto al fenomeno della medicina difensiva necessita anche e soprattutto di un intervento sociale e culturale di sistema, incentrato sul diritto a un’adeguata informazione dei cittadini sulla efficacia degli interventi sanitari, costruito mediante il dialogo tra il paziente e il medico.   Un particolare sforzo – conclude la ricerca – dovrà essere fatto in questa direzione.

Rumore del traffico determina aumento della pressione sanguigna

(da Quotidiano Sanità)    Vivere vicino a una strada trafficata provoca un aumento della pressione sanguigna, ma la causa è il rumore, non l’inquinamento. A chiarirlo è uno studio pubblicato da 'JACC: Advances' e coordinato da Jing Huang dell’Università di Pechino, in Cina.   “Siamo rimasti un po’ sorpresi quando abbiamo scoperto che l’associazione tra rumore del traffico stradale e l’ipertensione era robusta anche dopo l’aggiustamento per l’inquinamento atmosferico”, osserva l’autore principale dello studio.   Studi precedenti avevano già mostrato una connessione tra strade trafficate e aumento del rischio di ipertensione. Tuttavia non era chiaro se fosse il rumore o piuttosto l’inquinamento ad avere un ruolo nello sviluppo dell’ipertensione.

Lo studio cinese     Per analizzare questi aspetti, i ricercatori dell’Università di Pechino hanno raccolto dati relativi a più di 240mila persone tra 40 e 69 anni, senza ipertensione al basale. Il team ha stimato il rumore dovuto al traffico sulla base della residenza, utilizzando un sistema di valutazione europeo, il Common Noise Assessment Method.   Dopo un follow-up di 8,1 anni, i ricercatori hanno individuato quante persone sviluppavano ipertensione, cercando di valutare anche un’eventuale associazione con la ”quantità” di rumore ai quali erano esposti. Dai risultati è emerso che il rumore da traffico è collegabile e a un aumento della pressione arteriosa; un risultato che, secondo gli stessi autori, deve essere tenuto in considerazione a livello di decisioni di misure di salute pubblica.

Un mix tra smog e polline causa allergie anche in chi non ne è affetto

(da DottNet)    Anche chi in genere non soffre di allergie in questi giorni potrebbe manifestarne i sintomi tipici, come occhi rossi, starnuti e asma, specie in città. Alcuni inquinanti atmosferici vengono infatti assorbiti dai pollini e poi rilasciati nelle vie aeree, intensificando le manifestazioni allergiche. È quanto evidenzia uno studio coordinato dal Max Planck Institute for Chemistry di Mainz pubblicato sulla rivista 'Frontiers in Allergy'.     A segnalare la ricerca è la Società Italiana di Aerobiologia Medicina e Ambiente (Siama), che, in occasione del primo giorno di primavera, organizza la Giornata Nazionale del Polline che sarà celebrata domani con un evento alla Camera dei Deputati patrocinato dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic).    "Lo studio mostra che alcuni pollini, come ad esempio quelli delle graminacee, innescano l'iperattivazione dei Toll-like receptor 4 (TLR4), recettori cellulari che attivano la reazione allergica del sistema immunitario, anche in chi non soffre di allergie", spiega Mario Di Gioacchino, presidente Siaaic. "Finora si era partiti dal presupposto che il continuo aumento delle malattie allergiche registrato negli ultimi decenni fosse da ricondurre alla combinazione tra predisposizione genetica e anomalie climatiche", aggiunge il presidente Siama, Vincenzo Patella. "Ad avere un ruolo determinante in questa 'epidemia di allergie' sarebbe anche l'esposizione eccessiva degli allergeni ad alcuni inquinanti atmosferici che, proprio negli ultimi anni, hanno raggiunto concentrazioni elevate".  Intanto quella appena iniziata si preannuncia una stagione da record: "Siamo passati da concentrazioni di 200 pollini totali per metro cubo di media nei giorni di picco di 5 anni fa ai 2.000 attuali, ben 10 volte di più", segnala Patella.

Pochi, stanchi e delusi. I giovani medici sono in fuga dagli ospedali italiani. Ecco i numeri aggiornati

(da Doctor33)   «Non riusciamo più a erogare cure gratuite a tutti nei tempi utili perché siamo pochi, stanchi, disamorati di una professione che inizia come sogno e diventa un incubo strada facendo». La frase di Pierino Di Silverio segretario generale nazionale di Anaao Assomed, principale sigla dei medici ospedalieri, non va contestualizzata in un comunicato sindacale ma nasce da una riflessione sulla realtà da cui si genera la fuga dei giovani medici in Italia. Una realtà che, scopriamo insieme, interessa l'ospedale più fatiscente come il più avanzato. Uno dei leit motif per giustificare gli esodi prematuri è che non solo da "gettonisti" nelle coop, ma soprattutto all'estero: in Francia, Germania, Olanda un medico ad inizio carriera guadagna circa il doppio che in Italia. Ma il movente non è solo economico, non è solo organizzativo, non si deve immaginare "stanco" solo chi lavora in un ospedale piccolo o decrepito.
Tra il 2012 e il 2018, dicono i dati della Ragioneria dello stato, sono andati via 40 mila professionisti dal Servizio sanitario: in gran parte infermieri e medici. Contratti bloccati e degli stipendi fermi, vero; ma un articolo di fine 2022 sul sito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore "Il personale sociosanitario un confronto europeo" ricorda che in Italia c'è perenne carenza di camici, e che abbiamo (dati Ocse) 33 addetti alla sanità ogni 1000 abitanti contro 80-90 della Scandinavia e 60 di Francia e Regno Unito. Alcuni sono pagati il giusto, altri sottopagati. Nel 2020 lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere italiano è stato 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista di 110.348 dollari; nel resto d'Europa gli infermieri prendono 5 mila dollari esatti in più di media e 3 mila in meno prende il medico specialista. Quindi, le retribuzioni dei medici italiani non sono poi inferiori a quelle registrate in altri paesi ricchi. Se negli anni 2010 è stata giustificata una fuga degli infermieri, perché sono andati via i medici? Pierino Di Silverio, Segretario Generale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, punta il dito contro una pluralità di motivi specifici: retribuzioni al palo (cioè prospettiva di perdita di potere d'acquisto), reparti affollati di pazienti e svuotati di colleghi, difficoltà di crescita professionale (solo il 7% riesce a fare carriera). Ma non solo. «Ai problemi organizzativi si aggiungono problemi sociali, primo tra tutti la perdita di ruolo del medico nella società che favorisce aggressioni e denunce. Inoltre, il tipo di lavoro e di contratto è ormai una gabbia professionale. I medici in Italia non sono più liberi di vivere, è stato sottratto loro il tempo di vita, è stato imposto il tempo di cura che ha sostituito la cura del tempo».
E qui viene il problema che investe tutti gli ospedali italiani, anche quelli "top", dove la gratificazione di lavorare "bene", in équipe, ricambiata dal paziente, si scontra con la percezione di agire dentro affollate catene di montaggio. «Il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto. Il medico oggi in Italia si sente abbandonato, solo, non protetto da quelle istituzioni che dovrebbero valorizzarlo in quanto erogatore di cure. È una questione economica, ma non solo», spiega Di Silverio. «Occorre liberare i medici e i dirigenti sanitari dalle catene della burocrazia che occupa e sostituisce tempo di cura, occorre pagare meglio i medici e i dirigenti sanitari defiscalizzando stipendi sui quali grava la pressione fiscale più alta d'Europa. Ma occorre anche reinvestire nelle carriere e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. E depenalizzare l'atto medico che solo in Italia sottopone il professionista a ben tre tribunali. Per far tutto ciò occorre investire in sanità, tornando a considerarla un bene e non un prodotto».

Pubblicazione avvisi per procedura APP Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta – Elenco APP dei medici da incaricare

Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 90 del 4 aprile 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi alla procedura APP per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta, in attuazione dell’art. 5 - Allegati 5 degli Accordi Collettivi Nazionali per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta 28.04.2022.

L’Elenco APP dei medici da incaricare, derivante dalle domande pervenute, sarà reso pubblico entro il 31 maggio, sul portale del Servizio Sanitario Regionale “ER-Salute” alla pagina:

https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/carriera-e-formazione/medicina-convenzionata

Il termine per la presentazione delle domande è il 30 aprile 2023

Si allegano gli avvisi in oggetto ed i moduli di domanda (Modulo C).

Gli odontoiatri riferiscono limiti nel trattamento dei pazienti con disabilità

(da Dental Tribune)   AJMAN, Emirati Arabi Uniti: Uno studio condotto da ricercatori in Iraq e negli Emirati Arabi Uniti ha rilevato che i dentisti che lavorano in questi paesi si sentono inadeguati a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità. I motivi includono l’ansia tra i medici e la mancanza di tempo e formazione adeguati al trattamento. Secondo i ricercatori, occorre una formazione mirata a migliorare la fiducia dei medici e le loro capacità di cura nei confronti dei pazienti con disabilità.    Un campione di 150 dentisti dell’Ajman ha completato un’indagine trasversale atta a indagare la competenza dei medici nel trattamento dei pazienti con disabilità e i fattori che influenzano la loro erogazione di cure e la competenza percepita.   La maggior parte degli intervistati (75,3%) possedeva un’esperienza clinica compresa tra uno e cinque anni e il 46,7% del gruppo campione definiva minima la propria esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità. Solo il 2% ha dichiarato di avere una significativa esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità.

L’autore principale dello studio, il dott. Afraa Salah, docente di odontoiatria pediatrica e psicologia e scienze comportamentali presso l’Università di Ajman, ha confermato a Dental Tribune International (DTI) che anche i dentisti più anziani del gruppo campione non hanno dimestichezza ed esperienza nel trattamento dei pazienti con disabilità.  Quasi tre quarti (73,3%) degli intervistati hanno dichiarato di voler curare i pazienti con disabilità, ma di essere pronti a rinviarli ad un altro medico qualora la terapia diventasse troppo complicata. Un quinto degli intervistati ha dichiarato di non voler fornire cure e di voler indirizzare il paziente a uno specialista. Quando è stato chiesto se i medici si sentissero a loro agio nel fornire il trattamento, il 45,3% degli intervistati ha dato una risposta neutra, il 32,7% ha risposto positivamente e il 14,7% ha risposto negativamente. Risposte fortemente positive o fortemente negative sono state fornite rispettivamente dal 4,7% e dal 2,0% degli intervistati.

Un significativo numero di intervistati (44,0%) ritiene di essere capace solo in parte a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità, mentre il 35,5% ritiene preoccupante il tempo necessario per il trattamento. La preoccupazione nella capacità di interagire con il paziente è stata espressa dal 38,0% degli intervistati, mentre la paura di provocare un infortunio al paziente o al dentista curante è stata espressa rispettivamente dal 34,7% e dal 30,7%.   Gli autori hanno riportato che «le limitate opzioni terapeutiche dei dentisti che hanno partecipato a questo studio dipendono dalla loro mancanza di tempo e formazione adeguati, dalla limitata capacità di comunicare con i pazienti, dall’adherence del paziente e dalla costante consapevolezza situazionale di come evitare lesioni involontarie ai pazienti che possono portare a possibili infortuni al loro personale clinico».   Il Dott. Salah ha detto alla DTI: «Penso che si debbano istituire e attuare corsi di formazione sul trattamento di questi pazienti all’interno del percorso di laurea, nonché attraverso corsi dal vivo. In particolare, ritengo che sarebbe molto utile una formazione su come trattare al meglio i pazienti affetti da autismo».

(“Dentists’ attitude towards dental treatment of disabled patients”, Advances in Medical Education and Practice 14-12-22)

Dati ISTAT, cresce la spesa sanitaria a carico delle famiglie senza controlli sull’appropriatezza

(da Univadis)   La spesa privata per previdenza e assistenza sanitaria continua a crescere, e con essa aumentano le disuguaglianze sociali: il preoccupante dato è stato confermato nel corso delle recenti audizioni da parte della Commissione affari sociali del Senato di alcuni esperti dell’ISTAT.    Cristina Freguja, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’istituto di statistica sottolinea che la spesa privata non è distribuita equamente in modo trasversale, ma grava soprattutto sulle fasce più deboli. In questo scenario già squilibrato, le assicurazioni private sono appannaggio quasi esclusivamente delle fasce di reddito più alte, che beneficiano di un welfare aziendale privato di cui non beneficiano i lavoratori a basso reddito.

Le molte voci di spesa per le famiglie         Nel 2021, la spesa sanitaria complessiva – pubblica e privata – ammontava a circa 168 miliardi di euro: per i tre quarti a carico del pubblico (75,6%), per il 21,8% a carico direttamente delle famiglie e per il 2,7% sostenuta dai regimi di finanziamento volontari, ha spiegato Freguja nella sua relazione, riportando i dati più aggiornati disponibili a oggi.   Tra il 2012 e il 2021 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta in media dell’1,8% all’anno. Con la pandemia, ha subito un significativo aumento nel 2020 e nel 2021, attestandosi rispettivamente a 121 e 127 miliardi.   Sempre tra il 2012 e il 2021 a spesa direttamente a carico delle famiglie ha registrato un aumento medio dell’1,7% all’anno, raggiungendo nel 2021 i 36,5 miliardi.    Le principali voci di spesa per le famiglie riguardano l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza (sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici e altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci l’incidenza è pari al 10,4%).    Quanto alla spesa per i regimi di finanziamento volontari, nel 2021 ha raggiunto i 4,5 miliardi, di cui circa 3,4 per le assicurazioni sanitarie volontarie, con un aumento medio pari al 2,9% annuo. Quasi due terzi della spesa (62,3%) copre l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione e il 17,9% le spese per apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli.  Nel 2021, il 38% della spesa complessiva per assistenza sanitaria ospedaliera a lungo termine è stata sostenuta dalle famiglie. È da evidenziare, inoltre, che quest’ultima incide per il 76,7% sull’acquisto di apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli e per il 36,4% sulla spesa complessiva per prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli.   A questo aggravio della spesa per le famiglie si è purtroppo accompagnata la rinuncia a prestazioni sanitarie necessarie, che è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, fino a raggiungere l’l’11,1% nel 2021, spiega ancora Freguja, secondo la quale alcune stime segnalano un’inversione di tendenza nel 2022, con un ritorno a quote osservate negli anni precedenti la pandemia, anche se rispetto al passato emerge oggi un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa.

Il privato fa concorrenza al pubblico       Quando la cosiddetta “riforma Bindi” introdusse i principi dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per cui ogni Regione, pur nella sua autonomia, doveva assicurare ai cittadini un paniere di prestazioni ritenute essenziali per la salute, era già chiaro che alcune prestazioni sarebbero state demandate alla copertura di forme integrative, da creare di lì a poco, ha aggiunto Alessandro Solipaca, del Dipartimento disabilità e integrazione sociale dell’ISTAT. Però questo non è accaduto, e gli attesi fondi non si sono mai costituiti e, soprattutto, non hanno operato nello spirito della legge, ovvero coprendo le prestazioni sanitarie non essenziali.     E mentre la spesa sanitaria pubblica è cresciuta lentamente negli anni, quella privata è cresciuta più rapidamente, con le Regioni gravate da deficit sempre più ingenti che hanno aumentato l’importo dei ticket richiesti al cittadino-contribuente, che oggi in molti casi eguagliano il prezzo della prestazione presso una struttura privata.   Anche questo ha favorito all’aumento della spesa privata, con una dinamica nota. Per contrastarla, occorrerebbe rilanciare i fondi integrativi al fine di controllare la spesa privata. Secondo Solipaca i fondi assicurativi integrativi potrebbero favorire l’emersione delle prestazioni oggi erogate in nero e contrastare le prestazioni inappropriate, già tra le priorità ai tempi della riforma Bindi.   "Oggi la spesa privata non trova intermediazione, questo non risponde ai parametri di serietà e correttezza" ha commentato il presidente della commissione Francesco Zaffini, di Fratelli d’Italia, che ha annunciato l’intenzione di predisporre nel giro dei prossimi mesi una proposta di riordino delle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria nel quadro dell'efficacia complessiva di welfare e di tutela della salute: "C'è da un lato il Fondo sanitario nazionale che pesa oggi intorno ai 127 miliardi di euro, e che ovviamente è intermediato dalla presenza dello Stato nell'erogazione delle prestazioni sanitarie; dall'altro c'è una spesa privata che oggi pesa intorno a 40-45 miliardi, ma qualcuno dice anche di più, che trova intermediazione per una misura irrilevante, intorno al 4-5%. Questa cosa non è possibile e non risponde ai parametri degli altri Paesi UE, ma soprattutto non risponde ai parametri di serietà e correttezza. La sanità integrativa non deve fare concorrenza alla sanità pubblica, ma nello stesso tempo deve garantire prestazioni importanti, pensiamo alle cure odontoiatriche".

Regione E/R: Incarichi provvisori, a tempo determinato o per sostituzione in medicina generale e pediatria di libera scelta – graduatorie aziendali: avvisi e moduli

LEGGI TUTTO

Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 87 del 31 marzo 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi agli incarichi vacanti - per l’anno 2023 - per:

  • medici del ruolo unico di assistenza primaria a ciclo di scelta (ex Assistenza Primaria);
  • medici del ruolo unico di assistenza primaria a rapporto orario (ex Continuità Assistenziale);
  • pediatri di libera scelta.

E’, inoltre, pubblicato l’avviso relativo agli incarichi vacanti per il settore emergenza sanitaria territoriale riguardante il 1° semestre 2023.  

La compilazione e l’invio delle domande dovrà avvenire esclusivamente in modalità “on line”, mediante l’utilizzo del programma informatico appositamente sviluppato, che consente la ricezione e la gestione delle domande in via telematica e disponibile al seguente link:

Altre modalità di trasmissione saranno ritenute causa di esclusione della domanda.

Si evidenzia che gli avvisi di pubblicazione contengono già le date di convocazione per l’assegnazione degli incarichi vacanti, nonché le indicazioni relative alle modalità di scaglionamento orario di convocazione. 

Il termine per la presentazione delle domande è il 20 aprile 2023

Si allegano gli avvisi, gli allegati riguardanti gli incarichi vacanti, la “guida all’utilizzo” del programma informatico.

Cordiali saluti. 

Alfonso Buriani

Il passo indietro del Servizio Sanitario Nazionale, corre il privato

(da DottNet)  l Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate. A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti. Questi alcuni dei dati, relativi al 2021, evidenziati nell'ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale (LINK al documento completo a fine articolo), realizzato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute. La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull'attività di assistenza territoriale e ospedaliera. Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.

L'assistenza ospedaliera    Nel 2021 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 995 istituti di cura, di cui il 51,4% pubblici e il rimanente 48,6% privati accreditati. Il 63,6% delle strutture pubbliche è costituito da ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10,4% da Aziende Ospedaliere e il restante 26,0% dalle altre tipologie di ospedali pubblici. Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate, 12.027 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (88,6%) e di 8.132 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,7%). A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,4 ogni 1.000 abitanti. Nell’analizzare i dati dell’assistenza ospedaliera occorre tenere presente l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto in alcune regioni, che ha comportato la riorganizzazione delle strutture e delle attività ospedaliere. Nell'Annuario è stato inserito, come per il 2020, un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19. E dopo il Covid si torna a tagliare: Rispetto a 10 anni fa tra pubblico e privato sono stati tagliati 5.818 letti tra degenze ordinarie, day hospital e day surgery. Merito del 2020 quando con lo scoppio della pandemia c’è stato un elevato aumento di posti. Ma è da notare che in appena un anno, passato il momento più duro del Covid, ne sono stati tagliati 20 mila: nel 2020 i posti letto erano 257.977 contro i 236.481 del 2021

Le strutture per l’assistenza specialistica ambulatoriale erano 9.481 nel 2011 e sono scese a 8.778 dieci anni dopo. In crescita, ma solo grazie al privato quelle di assistenza Territoriale Residenziale che a fronte delle 6.383 strutture presenti nel 2011 ne conta 7.984 nel 2021 (pubbliche sono appena il 16,5%). Stesso trend per quanto riguarda le strutture di assistenza territoriale semi residenziale che vede crescere le strutture: erano 2.694 nel 2010 e sono 3.005 nel 2021. Stesso dicasi per la Riabilitativa che da 993 strutture è passata 1.154. In crescita anche i numeri per l’altra assistenza territoriale. Ma ciò che più fa effetto è che i tagli hanno riguardato il settore pubblico che nel 2021 annovera il 43% delle strutture totali contro il 46,1% di 10 anni prima.

L'assistenza distrettuale: medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Numeri in calo     L’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari da parte del cittadino, si avvale soprattuttos dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. In media a livello nazionale ogni medico di base ha potenzialmente come pazienti 1.295 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenziazioni. l numero medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 985 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 842 bambini per pediatra in Puglia a 1.262 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano).  Il contratto dei medici di medicina generale e di pediatria prevede, salvo eccezioni, che ciascun medico di medicina di base assista al massimo 1.500 pazienti adulti (di età superiore ai 13 anni) e ciascun pediatra 800 bambini (di età compresa fra 0 e 13 anni). I medici di famiglia dai 46.061 che erano nel 2011 sono diventati 40.250 nel 2021 (-5.811). In calo anche i pediatri (-694 in 10 anni per un totale nel 2021 di 7.022 unità). In frenata anche i medici di continuità assistenziale (ex guardia medica) che dagli 11.921 che erano nel 2011 sono diventati 10.344 nel 2019 (-1.577).

XII Concorso ricerca AMMI

L’A.M.M.I. promuove l'XII Bando di Concorso (allegato) per il conferimento del supporto finanziario di € 10.000 per un progetto di ricerca di Medicina e Farmacologia genere specifiche con lo scopo di premiare il progetto di ricerca più innovativo e significativo esclusivamente di Medicina e/o Farmacologia di Genere, che verrà svolto da un/una Ricercatore/Ricercatrice presso le Università Italiane, o Aziende Ospedaliere del Sistema Socio Sanitario Italiano, o IRCCS, o altro Ente di Ricerca italiano. L’obiettivo dell’AMMI è incentivare la ricerca in questo ambito, al fine di arrivare all’appropriatezza e alla personalizzazione della diagnosi e della cura e di conseguenza ad una medicina basata sull’evidenza per il genere e sostenere un/una giovane ricercatore.

Scadenza 12 giugno 2023.

Per maggiori dettagli sulla ns. Associazione e sul Bando in oggetto potete consultare il nostro sito nazionale: http://www.ammiitalia.it,

Link diretto al bando:  https://drive.google.com/file/d/1jLIt5dpLe58R1ByxkhiFdZNt9uH--XFE/view    

In considerazione del valore dell'iniziativa, vi chiediamo la cortesia di diffondere il Bando.  Restiamo a disposizione per ogni ulteriore informazione e, nel ringraziare per l'attenzione, porgiamo distinti saluti.

Alida Bertelli, Antonella Bigarelli                                                                                                 Segreteria Organizzativa Concorsi AMMI

Una febbre lieve aiuta a eliminare le infezioni più velocemente

(da Quotidiano Sanità)   Lasciare fare” il suo corso” a una lieve febbre può aiutare l’organismo a combattere più in fretta le infezioni. È la conclusione cui è arrivato un team dell’Università dell’Alberta con uno studio pubblicato da 'eLife'.
Lo studio è stato condotto su pesci infettati con batteri, il cui comportamento veniva monitorato e valutato attraverso tecniche di apprendimento automatico. I sintomi erano simili a quelli dell’uomo, con la febbre che portava gli animali a immobilità, stanchezza e malessere. Questi effetti venivano poi analizzati alla luce dei meccanismi immunitari nell’animale.   La ricerca ha mostrato che il decorso naturale della febbre offre una risposta integrativa che non serve solo ad attivare le difese contro l’infezione, ma anche a controllarla. I ricercatori hanno scoperto, inoltre, che la febbre ha aiutato i pesci a combattere l’infezione in sette giorni, circa la metà del tempo impiegato dagli animali ai quali era stata curata la febbre. E la febbre, infine, ha contribuito anche a spegnere l’infiammazione e a riparare i tessuti danneggiati.

Prevenire il diabete di tipo 2 senza farmaci è possibile

da M.D.Digital)    Dieci minuti di attività fisica al giorno o meno tempo trascorso davanti a uno schermo sono tutto ciò che serve per ritardare l'insorgenza del diabete di tipo 2 e rallentare il suo sviluppo nei giovani, secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Université de Montréal. I tassi di obesità sono in aumento tra i canadesi di età inferiore ai 19 anni e stanno raggiungendo livelli allarmanti. Con il numero di bambini con diabete di tipo 2 che dovrebbe quadruplicare in Canada nei prossimi decenni, questo studio offre un barlume di speranza quantificando come l'attività fisica e i comportamenti sedentari influenzano gli indicatori chiave del diabete.
"Con soli 10 minuti di attività fisica da moderata a vigorosa al giorno, si osserva una diminuzione dei rischi associati allo sviluppo del diabete di tipo 2 nei bambini ", ha detto Soren Harnois-Leblanc, primo autore dello studio, pubblicato su Lancet Child Adolescent Health.
Cambiare le proprie abitudini di vita può essere complicato, tuttavia. Il corpo ha meccanismi incorporati per mantenere il suo peso, rendendo difficile il calo ponderale. Ecco perché è così importante agire presto con bambini e adolescenti che hanno una storia familiare di obesità, dicono i ricercatori.
C'è un urgente bisogno di sviluppare e attuare politiche di prevenzione dell'obesità che mirano a promuovere l'attività fisica e ridurre i comportamenti sedentari per prevenire il diabete nelle popolazioni vulnerabili, affermano i ricercatori.
Lo studio ha incluso un totale di 630 bambini del Quebec con una storia familiare di obesità, che sono stati monitorati per un periodo di sette anni in tre cicli di età: 8-10, 10-12 e 15-17 anni. Diversi test sono stati utilizzati per misurare gli indicatori chiave del diabete, tra cui la sensibilità all'insulina, la secrezione di insulina e i livelli di glicemia. L'attività fisica e il tempo sedentario totale sono stati misurati mediante accelerometria e il tempo libero trascorso davanti a uno schermo (computer, tv, videogiochi, social) è stato valutato utilizzando un questionario auto-riferito.
Sulla base dei risultati dell'esposizione cumulativa, gli effetti medi stimati dell’attività fisica moderata-intensa sono stati del 5.6% sulla sensibilità all'insulina e di -3,8% sulla secrezione di insulina per incremento giornaliero di 10 minuti dall'età di 8-10 anni fino all'età di 15-17 anni. Gli effetti medi del trattamento per il tempo sedentario e il tempo riportato davanti allo schermo hanno determinato una ridotta sensibilità all'insulina (–8·2% e –6·4% rispettivamente), aumento della secrezione insulinica (5.9% e 7.0%, rispettivamente) e glicemia a digiuno più elevata (0.03 mmol/L e 0.02 mmol/L, rispettivamente) per ora giornaliera aggiuntiva dall'età di 8-10 anni a 15-17 anni.
(Harnois-Leblanc S, et al. Estimating causal effects of physical activity and sedentary behaviours on the development of type 2 diabetes in at-risk children from childhood to late adolescence: an analysis of the QUALITY cohort. The Lancet Child & Adolescent Health 2022; 7: 37-46. DOI: 10.1016/S2352-4642(22)00278-4

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