Medici, orario di lavoro deve coincidere con tutela della salute.

(da Doctor33)  La Cassazione, con una recente ordinanza (28/02/2023 n° 6008) ha sancito la legittimità del risarcimento del danno biologico per il superlavoro del medico, stabilendo che "il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute, con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore". Una decisione salutata con favore dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, che la ritiene "importante" perché "evidenzia come i ritmi e gli orari di lavoro dei medici, derivanti dalla carenza di personale, incidano non solo sulla qualità dell'assistenza e su quella della vita privata e familiare, ma abbiano conseguenze dirette sulla salute. Non si tratta più di una mera rivendicazione contrattuale, ma di una questione di salute e di sicurezza sul lavoro", afferma.
La sentenza riguarda un dirigente medico di primo livello, dipendente di una Asl, che ha chiamato in giudizio l'azienda datrice di lavoro per chiederne la condanna al risarcimento del danno biologico conseguente all'infarto del miocardio subito "a causa del sottodimensionamento dell'organico che l'aveva costretto per molti anni a intollerabili ritmi e turni di lavoro". La Corte d'Appello respinge il ricorso contro la sentenza di primo grado, sotto diversi profili attinenti al mancato assolvimento dell'onere della prova, onerandone oltre misura il dipendente. Ora la Cassazione ribalta la pronuncia di merito, rimandando il caso alla Corte d'Appello in diversa composizione. In particolare, afferma che il lavoratore è tenuto ad allegare rigorosamente tale inadempimento, evidenziando i relativi fattori di rischio (ad esempio modalità qualitative improprie per ritmi o quantità di produzione insostenibili, ovvero secondo misure temporali eccedenti i limiti previsti dalla normativa o comunque in misura irragionevole).
Secondo i giudici di legittimità, spetta invece al datore dimostrare che i carichi di lavoro erano normali, congrui e tollerabili o che ricorreva una diversa causa che rendeva l'accaduto non imputabile a sé. Inoltre, evidenzia che "il fatto che sia stata riconosciuta in sede amministrativa la causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo e che sia stata prodotta in giudizio la relativa documentazione, se non vale come prova legale (vincolante per il giudice) del nesso causale, ben potrebbe essere prudentemente apprezzata, ai sensi dell'art. 116 c.p.c., come prova sufficiente di quel nesso, in mancanza di elementi istruttori di segno contrario".
"Tale decisione si inserisce in quel filone giurisprudenziale maggioritario - osserva Anelli - che afferma che il limite dell'orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute e con un alleggerimento dell'onere probatorio in capo al lavoratore. Serve dunque un intervento del legislatore che elimini il tetto ancora oggi previsto per le assunzioni di personale medico e sanitario, e che valorizzi il lavoro dei professionisti sia per condizioni e contesto, sia con un'adeguata remunerazione. E questo non solo in un'ottica di risanamento del Servizio sanitario nazionale e di sicurezza delle cure e degli operatori, ma anche per preservare il sistema da un punto di vista della sostenibilità economica. In altre parole, meglio investire risorse per prevenire il danno biologico che essere costretti a spenderle per risarcirlo, perdendo risorse umane prima ancora che finanziarie".
"Non dimentichiamo - conclude il presidente Fnomceo - che anche la violenza ha conseguenze sulla salute, immediate, ma anche indirette e a lungo termine: eventi cardiovascolari, disturbi post traumatici da stress sono effetti collaterali delle aggressioni, provati dalle evidenze scientifiche e per i quali la stessa Cassazione ha, più volte, riconosciuto un nesso causale. Anche in questo senso chiediamo un intervento, che permetta di applicare pienamente la Legge 113/2020 sulla sicurezza dei professionisti sanitari".

Pubblicazione avviso Assistenza Turistica anno 2023

Si comunica che sul BURERT - parte terza - n. 79 del 22 marzo 2023 è pubblicato l’avviso per la formazione di graduatorie aziendali di medici da utilizzare per l’assistenza sanitaria – stagione estiva 2023 - nelle località turistiche individuate dalle Aziende USL.

Le domande vanno spedite o consegnate alle Aziende USL.

Il termine per la presentazione delle domande è l’11 aprile 2023.

Digiunare al mattino può danneggiare il sistema immunitario

(da Quotidiano Sanità)  Digiunare al mattino può avere effetti negativi a livello di lotta alle infezioni, almeno nel modello animale. E’ quanto emerge da una ricerca, coordinata da un team del Mount Sinai Hospital e pubblicata da 'Immunity'.
I ricercatori hanno voluto indagare in che modo un digiuno – breve o prolungato fino a 24 ore – possa avere effetti sul sistema immunitario. Il team ha esaminato due gruppi di animali da laboratorio, di cui uno mangiava subito dopo essersi svegliato e l’altro no, e ha raccolto campioni di sangue in entrambi i gruppi al baseline, a quattro e a otto ore dal digiuno.
Dai risultati è emersa una netta differenza a livello di monociti tra gli animali che digiunavano e quelli che non digiunavano. Mentre all’inizio entrambi i gruppi avevano lo stesso numero di questo tipo di globuli bianchi, dopo quattro ore gli animali che digiunavano subivano una riduzione del 90% di monociti nel sangue. E il numero scendeva ulteriormente alla soglia delle otto ore.
Dopo un digiuno di 24 ore, agli animali che non mangiavano al risveglio è stato di nuovo dato del cibo e questo ha determinato un aumento dei livelli di globuli bianchi nel sangue, come evidenziato dagli autori.

Si è sempre in tempo per cominciare a fare attività fisica

(da Univadis)    Essere fisicamente attivi durante la vita adulta si associa a migliori funzioni cognitive in età avanzata. L’effetto favorevole dell’attività fisica sulla performance cognitiva e sulla memoria verbale è riscontrabile anche su chi non è attivo, ma lo diventa, indipendentemente dall’età a cui ciò accade.  Il livello di attività fisica non risulta determinante, al contrario l’effetto è più forte se l’attività fisica è mantenuta a lungo nel tempo.

Perché è importante   L’attività fisica è stata proposta come fattore di rischio modificabile della demenza e del declino cognitivo nell’anziano.  I risultati suggeriscono che gli adulti inattivi vanno incoraggiati a essere più attivi a qualunque età e che gli adulti attivi vanno spronati a mantenersi attivi per avere una migliore funzione cognitiva in vecchiaia.

Come è stato condotto lo studio   Sono stati presi in esame 1.417 soggetti nati nel 1946 arruolati nel National Survey of Health and Development Study condotto in Gran Bretagna.  Sulla base dei questionari somministrati a 36, 43, 53, 60–64 e 69 anni, ogni partecipante è stato classificato come: non attivo, moderatamente attivo (attività fisica 1-4 volte al mese), maggiormente attivo (attività fisica 5 o più volte al mese).  Nella visita eseguita a 69 anni sono stati valutati lo stato cognitivo, la memoria verbale e la velocità di elaborazione del partecipante.  Si è andati a determinare la relazione tra l’attività fisica e la funzione cognitiva in età avanzata. 

Risultati principali     Essere fisicamente attivi, in qualunque momento della vita adulta, si associava a migliori capacità cognitive a 69 anni.  L’effetto sullo stato cognitivo e sulla memoria verbale era simile per chi era risultato attivo in qualche momento della vita adulta, non importa a che età, ed era simile per chi risultava moderatamente attivo o maggiormente attivo. L’associazione tra attività fisica e migliore stato cognitivo era più forte per chi era stato attivo più a lungo nel corso dell’età adulta.  La correzione dell’analisi statistica per fattori come le capacità cognitive nell’infanzia, la posizione socioeconomica durante l’infanzia e il livello di istruzione attenuava molto le associazioni, che, tuttavia, rimanevano statisticamente significative.

(James SN, Chiou YJ, et al. Timing of physical activity across adulthood on later-life cognition: 30 years follow-up in the 1946 British birth cohort. Neurol Neurosurg Psychiatry 2023 Feb 22. doi:10.1136/jnnp-2022-329955)

Legalizzazione della cannabis: i dati non sono favorevoli

(da Univadis - Roberta Villa - riproduzione parziale)  Il 9 marzo scorso, è stato presentato a Vienna il rapporto dell’International Narcotics Control Board relativo al 2022: l’analisi dei dati sul consumo globale di sostanze stupefacenti lancia l’allarme su un picco di produzione di cocaina, disponibile a basso prezzo anche ad alti livelli di purezza, con 6 laboratori per la lavorazione di questa sostanza, dei 15 scoperti a livello globale, individuati in Europa; si sofferma sull’epidemia di abuso di oppioidi che negli Stati Uniti non accenna purtroppo a rientrare, e segnala come l’abuso di fentanyl e sostanze analoghe stia cominciando a coinvolgere anche l’Oceania; viceversa, sottolinea il documento, molti paesi non riescono a procurarsi le dosi necessarie per uso medico di oppioidi e altre molecole che rientrano negli elenchi proibiti; infine, gli esperti mettono in guardia le autorità rispetto alla rapidità con cui i trafficanti riescono a sostituire i precursori chimici delle sostanze d’abuso con altri non ancora inclusi nelle liste di sostanze soggette a particolari controlli.

Ma la notizia più sorprendente, è l’apparente fallimento delle politiche di legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo nei paesi in cui queste iniziative sono state introdotte.   Dal riassunto che si fa del primo capitolo del rapporto emerge quindi che, negli stati USA in cui la cannabis è legale, adolescenti e giovani adulti ne fanno consumo maggiore che in quelli in cui è ancora proibita [1]. La facilità di accesso abbasserebbe la percezione dei rischi e delle conseguenze negative legati al suo utilizzo [2]. L’introduzione di prodotti alimentari o da assumere per vaporizzazione contribuirebbe a una “normalizzazione”, per non dire a una “banalizzazione” del consumo, che una sapiente strategia di marketing indirizza soprattutto ai più giovani, sfortunatamente proprio coloro che possono subirne i maggiori danni, non solo a lungo andare, ma anche nell’immediato, in termini di risultati scolastici e relazioni interpersonali.

Sempre secondo il rapporto, “in tutte le giurisdizioni in cui la cannabis è stata legalizzata i dati mostrano che i problemi di salute legati a questa sostanza sono aumentati. Tra il 2000 e il 2018, i ricoveri associati a dipendenza e astinenza da cannabis sono aumentati a livello globale di 8 volte e quelli per disturbi psicotici riconducibili alla cannabis sarebbero quadruplicati”.  Questi dati, però, riferiti a tutto il mondo, non distinguono tra i luoghi dove la cannabis è diventata e quelli in cui non lo è, e riflettono solo l’aumento dei consumi generali nel decennio considerato. Più indicativo il dato del Colorado, dove l’uso ricreativo della cannabis è autorizzato ai maggiori di 21 anni dalla fine del 2012. Qui, riferisce sempre il rapporto, tra il 2013 e il 2020 gli incidenti stradali mortali legati alla sostanza sarebbero raddoppiati.  Il rapporto va avanti, dopo aver sottolineato i danni della legalizzazione, negandone anche i benefici che i governi si proponevano adottandola, primo fra tutti il contrasto al traffico clandestino, con tutto ciò che questo comporta, dalla scarsa sicurezza del materiale e l’imprevedibilità della sua potenza, al finanziamento che fornisce a organizzazioni criminali come le mafie.

Secondo il presidente del Board, i dati suggerirebbero che lo spaccio illegale, seppur in calo, continua a prosperare indisturbato anche dove è presente l’alternativa di Stato: in Canada rappresenterebbe il 40% del mercato, in Uruguay quasi il 50%, in California addirittura il 75%. E anche i maggiori introiti fiscali auspicati con la vendita legale della cannabis, pur essendo aumentati di anno in anno in Canada e Stati Uniti, resterebbero comunque inferiori alle aspettative. 

In realtà nel testo completo, diversamente che nella sua sintesi, tutte queste conclusioni sono riportate insieme al risultato di studi spesso contraddittori tra loro. Quello che emerge è il quadro di una situazione ancora poco chiara. A offuscare la possibilità di valutazioni obiettive ci sarebbe poi anche la crescita vorticosa del mercato che gira intorno alla cannabis, con un’industria che solo negli Stati Uniti ha generato nel 2021 un fatturato di 25 miliardi di dollari, con un incremento del 43% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto, la lobby economica che sostiene questo nuovo settore emergente eserciterebbe quindi una forte pressione sui legislatori di tutto il mondo per ottenere regole meno stringenti. Come escluderlo?

Gli effetti della legalizzazione, d’altra parte, possono essere diversi da un paese all’altro, in relazione a diversi elementi che non permettono di applicare automaticamente altrove i risultati ottenuti in uno specifico contesto. Per molte realtà, poi, la legalizzazione è troppo recente per poter trarre conclusioni che si possono trarre solo dopo 15 o 20 anni, tanto più che gli indicatori di risultato considerati dai diversi governi cambiano e non sono sempre affidabili.

Per questo l’International Narcotics Control Board ritiene in sostanza che occorrerebbe frenare e approfondire gli effetti della legalizzazione a livello individuale e sociale prima di procedere alla legalizzazione. 

Immagino che molti lettori non siano d’accordo, così come la maggior parte dei 600.000 cittadini che alla fine del 2021 hanno votato, di persona e online, per avere un referendum su questo argomento. 

Personalmente non voglio entrare nel merito, perché ho ancora molti dubbi. Entrano in gioco troppi fattori (medici, psicologici, educativi, sociali, di sicurezza, ecc..), per non parlare della continua ambiguità con cui si sovrappone questo dibattito a quello sull’uso medico della sostanza. Ma, per potersi formare un’opinione, il primo passo richiede sempre di partire almeno da dati oggettivi chiari. Questi dati possono anche essere contrastanti, se il tema come in questo caso è complesso, le variabili in gioco moltissime, la ricerca in corso. Ma devono essere comunicati, di qualunque segno siano. 

Come ho detto, il modo in cui il Board delle Nazioni Unite incaricato di stilare questo rapporto ha deciso di comunicare le sue conclusioni alla stampa è molto più categorico contro la legalizzazione di quanto appaia andando a leggere il contenuto per esteso del rapporto stesso. Viceversa, troppo spesso i politici o gli opinionisti a favore della legalizzazione parlano in cerca di consenso come se gli effetti positivi di questa politica, per esempio il contrasto alle mafie, fossero dati per acquisiti. L’autorevolezza di un comitato di esperti delle Nazioni Unite non è assoluta, ma nemmeno trascurabile. Meritava, a mio parere, almeno di essere segnalata dalla stampa generalista. Lo faccio io qui, per ricordare che su tanti argomenti che creano forte polarizzazione, nei talk show come a tavola con gli amici, è prudente procedere con moderazione, raccogliendo dati, vagliandoli con onestà, qualunque sia la nostra posizione di partenza.

( [1] Substance Abuse and Mental Health Services Administration, Center for Behavioral Health Statistics and Quality, National Survey on Drug Use and Health, 2019 and quarters 1 and 4 of 2020

[2] World Drug Report 2022, booklet 3, pp. 34–35 )

Certificato Medico specialistico Diabetologico per patente di guida

In riposta al quesito di un iscritto in merito alla compilazione e rilascio del certificato medico specialistico Diabetologico per patente di guida (modulo di seguito allegato) si pubblica l'interpretazione del Consulente Legale dell'Ordine controfirmata dal Presidente e dal Vicepresidente dell'Ordine.

Da una verifica della normativa vigente risulta che è lo stesso Codice della Strada a prescrivere che il medico che rilascia la certificazione abbia alcune caratteristiche:

l'art. 119, comma 2 bis del CDS stabilisce che  “L'accertamento dei requisiti psichici e fisici nei confronti dei soggetti affetti da diabete per il conseguimento, la revisione o la conferma delle patenti di categoria A, B, BE e sottocategorie, è effettuato dai medici specialisti nell'area della diabetologia e malattie del ricambio dell'unità sanitaria locale che indicheranno l'eventuale scadenza entro la quale effettuare il successivo controllo medico cui è subordinata la conferma o la revisione della patente di guida.” 

Secondo il testo dell'articolo, pertanto, neppure un qualunque specialista può rilasciare il certificato, ma solo uno specialista "dell'USL", quindi del servizio pubblico.

Riteniamo che il MMG potrà rilasciare il certificato solo nel caso in cui sia specialista in diabetologia e malattie del ricambio (considerando pertanto anche il medico di base come un medico "dell'USL"), ma, a parte questo caso, pensiamo che il medico debba correttamente indirizzare l'interessato a rivolgersi al servizio pubblico per ottenere la certificazione, previa verifica delle condizioni richieste nella circolare del Ministero della Salute n. 17798 del 25.07.2011, che detta le prescrizioni per il rilascio del certificato.

Odontoiatra che redige certificati di malattia: alcune precisazioni

(da Odontoiatria33)  In merito alla notizia della possibilità per l’odontoiatra di redigere un certificato di malattia, ne termini previsti, il presidente della CAO di Firenze Alexander Peirano evidenza per i lettori di Odontoiatria33 alcune indicazioni certamente utili:  

1) Il medico odontoiatra, all'atto del rilascio del certificato, attesta in scienza e coscienza l'incapacità all'attività lavorativa del proprio assistito dovuta a infermità direttamente constatata e non la malattia. Si ricorda in proposito che all'articolo 7, decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 26 marzo 2008, si intende per “certificato di malattia”: «l'attestazione scritta di un fatto di natura tecnica destinata a provare la verità di fatti direttamente rilevabili dal medico curante nell'esercizio della professione, che attesti l'incapacità temporanea al lavoro, con l'indicazione della diagnosi e della prognosi, di cui all'articolo 2, comma 1, decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito con modificazioni dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33». Appare utile ricordare che la giurisprudenza consolidata della Corte di legittimità penale afferma che «risponde di falso ideologico il medico che attesti una malattia senza aver compiuto la visita, anche se di essa non abbia fatto esplicita menzione nel certificato» (Corte di Cassazione V sezione penale 29 gennaio 2008, n. 4451). 

2) La trasmissione del certificato deve essere fatta telematicamente attraverso il Sistema Tessera Sanitaria accreditandosi presso il proprio Ordine. A seguito del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 convertito con modificazioni nella legge 17 dicembre 2012, n. 221 è stato introdotto l'obbligo della certificazione telematica di malattia anche per i dipendenti del settore pubblico precedentemente esonerati con la sola esclusione del personale delle Forze armate, dei corpi armati dello Stato e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. In assenza di accesso telematico per la trasmissione del certificato, il medico redige il certificato in modalità cartacea.  

3) Entro due giorni dalla data del rilascio, il lavoratore deve trasmettere l'attestato alla propria azienda e, se assicurato INPS, il certificato all'Istituto previdenziale. 

4) Il medico non può rifiutarsi di rilasciare direttamente al cittadino certificati relativi al suo stato di salute. Il medico, nel redigere certificazioni, deve valutare e attestare soltanto dati clinici che abbia direttamente constatato. 

5) Il medico non può rilasciare il certificato sulla base di quanto riferitogli da terzi o su quanto egli non abbia constatato. Pertanto se a seguito di un intervento odontoiatrico riteniamo che il paziente necessiti di due giorni di cure e di astensione dal lavoro, si deve essere in grado di rispondere della richiesta di relativa certificazione e non rimandarla al medico di medicina generale per la relativa compilazione.  

6) La certificazione è, dunque, in capo al medico e/o all’odontoiatra che visita il paziente e questo è anche un dettato del Codice deontologico che rileva art. 22  24 e 78 “Il medico non può rifiutarsi di rilasciare direttamente al cittadino certificati relativi al suo stato di salute. Il medico, nel redigere certificazioni, deve valutare e attestare soltanto dati clinici che abbia direttamente constatato”. 
Pertanto l’inosservanza della regola può comportare anche sanzioni disciplinari.   

N.B. per fare certificazioni di malattia, un iscritto deve avere la password di accesso al Sistema TS, che è la medesima con la quale vengono inviate le fatture alla fine di ogni anno

Health Staging – Spazi empatici per la salute

Questo progetto nasce con l’intenzione di rendere gli ambienti medico-sanitari facilitatori del benessere per tutte le persone coinvolte: pazienti, accompagnatori, medici, operatori, professionisti della salute ecc.., sfruttando la millenaria conoscenza del Feng Shui e dell'Architettura del Benessere, quale ponte antico tra Architettura, Visione Integrata della Salute e Neuroscienze in sinergia con le preziose strategie della pratica dello Staging.

La cura inizia dalla sala d'attesa.

Le fondatrici del progetto Diana Borsari e Silvia Ruffilli

www.healthstaging.it

Il sale ha un impatto negativo sul sistema immunitario

(da M.D.Digital - riproduzione parziale)   Mangiare troppo sale, cosa comune in molte società occidentali, non solo fa male alla pressione arteriosa e al sistema cardiovascolare, ma potrebbe anche avere un impatto negativo sul sistema immunitario. Un gruppo di ricerca internazionale, coordinato dagli scienziati del VIB Center for Inflammation Research e dell'Università di Hasselt in Belgio, e dal Max Delbrück Center in Germania, ha pubblicato su Cell Metabolism dati che indicano che il sale può interrompere le funzioni delle cellule T regolatorie compromettendone il metabolismo energetico. I risultati possono aprire nuove strade per esplorare lo sviluppo di malattie autoimmuni e cardiovascolari. Precedenti ricerche avevano rivelato che troppo sale nella dieta può influenzare negativamente il metabolismo e l'equilibrio energetico in alcuni tipi di cellule immunitarie innate (monociti e macrofagi) impedendone il corretto funzionamento.   I ricercatori hanno inoltre dimostrato che il sale innesca malfunzionamenti nei mitocondri, le centrali elettriche delle cellule. Ispirati da questi risultati, i gruppi di ricerca si sono chiesti se un'eccessiva assunzione di sale potesse anche creare un problema simile nelle cellule immunitarie adattative come le cellule T regolatorie.

Le cellule T regolatorie, note anche come Treg, sono una parte essenziale del sistema immunitario adattativo. Sono responsabili del mantenimento dell'equilibrio tra la normale funzione e l'eccessiva infiammazione indesiderata. Le Treg sono talvolta chiamate "polizia immunitaria" perché tengono a bada le cellule immunitarie autoreattive e assicurano che le risposte immunitarie avvengano in modo controllato senza danneggiare l'organismo ospite.   Gli scienziati ritengono che la deregolamentazione delle Treg sia collegata allo sviluppo di malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Ricerche recenti hanno identificato problemi nella funzione mitocondriale di Treg da pazienti con autoimmunità, ma i fattori che contribuiscono rimangono ancora indefiniti.

Considerando le precedenti scoperte sul sale che influenza la funzione mitocondriale di monociti e macrofagi, nonché le nuove osservazioni sui mitocondri nelle Treg di pazienti autoimmuni, i ricercatori si sono chiesti se il sodio potesse suscitare problemi simili nelle Treg di volontari sani.  Un eccesso di sale potrebbe influire sulla funzione Treg inducendo un fenotipo simile all'autoimmunità. In altre parole, troppo sale renderebbe le cellule Treg simili a quelle che si osservano nelle condizioni di autoimmunità.

(Côrte-Real BF, et al. Sodium perturbs mitochondrial respiration and induces dysfunctional Tregs. Cell Metabolism 2023. DOI: 10.1016/j.cmet.2023.01.009)

Mmg e pediatri: al via la pensione part-time

(da Enpam.it)  L’APP-Anticipo della Prestazione Previdenziale Enpam è diventata operativa per i medici di famiglia e per i pediatri di libera scelta. I medici che hanno maturato i requisiti per la pensione potranno cioè scegliere di continuare a lavorare part time cominciando a percepire una pensione parziale dall’Enpam.   Il meccanismo consente infatti di ridurre l’impegno lavorativo fino al 70%, conservando il compenso da convenzionato per l’attività che si continuerà a svolgere, e ricevendo una pensione per la restante parte. Condizione perché ciò avvenga è che il medico anziano venga affiancato da un collega più giovane che si farà carico dell’attività lasciata scoperta, percependo la relativa retribuzione e ottenendo subito una convenzione a tempo indeterminato.  L’APP è stata inventata dall’Enpam nel 2015 ma solo lo scorso mese è stata approvata definitivamente dai ministeri vigilanti.

“Avevamo pensato l’App per incentivare il ricambio generazionale negli studi medici – ricorda il presidente Enpam Alberto Oliveti –, mentre ora può essere uno strumento concreto per fronteggiare la carenza di nuove leve. Speriamo che anche grazie a questa possibilità molti colleghi decidano di andare in pensione più tardi.  Il numero di giovani titolati a entrare in convenzione è infatti largamente inferiore al numero dei pensionamenti previsti nei prossimi anni e milioni di cittadini rischiano di trovarsi senza un medico di propria scelta. Nel frattempo speriamo che lo Stato e le Regioni moltiplichino le borse di formazione in medicina generale e di specializzazione in pediatria”. “C’è un tema anche salariale e di sostenibilità previdenziale: la cattiva programmazione nazionale, infatti, a causa dei troppi pensionamenti e dei pochi rimpiazzi rischia di portare alla cancellazione di posti di lavoro, con riduzione del monte compensi nel settore della medicina generale – aggiunge Oliveti –. Questo significa che nei prossimi anni rischiano di entrare contributi previdenziali insufficienti per pagare le pensioni previste.”

I medici anziani interessati possono entrare nell'area riservata del sito Enpam nella pagina Anticipo della Prestazione Previdenziale, per chiedere la certificazione dei requisiti per la pensione.

Questo documento andrà presentato alla propria azienda sanitaria insieme al modulo B predisposto dalla Sisac e disponibile a questo Link per i medici di famiglia (https://www.sisac.info/anteprimaNewsHome.do?tipo=WEB&idArea=201011221610481056&idNews=20220428142843635)a a quest'altro Link per i pediatri   (https://www.sisac.info/anteprimaNewsHome.do?tipo=WEB&idArea=201011221610481056&idNews=20220428143637328&tit=&cat=&ddal=&dal=29/04/2022)

I giovani che intendono candidarsi per affiancare i colleghi, invece, devono compilare il modello C (Domanda di ammissione alla procedura di ricambio generazionale – APP), presente nelle stesse pagine del sito web della Sisac indicate sopra. 

In prima applicazione, sia i medici titolari sia i giovani medici che si candidano ad affiancarli, dovranno inviare i moduli entro il 30 aprile 2023.

Abbassare la pressione senza farmaci

(da Univadis)  La denervazione renale con ultrasuoni sembra efficace e sicura secondo uno studio pubblicato su JAMA. A 2 mesi di follow-up, questo tipo di denervazione ha ridotto, rispetto a una procedura di controllo, la pressione sistolica diurna di persone di mezza età con ipertensione che avevano interrotto i farmaci antipertensivi, senza che fossero riscontrati eventi avversi maggiori.

Perché è importante     Molti pazienti con ipertensione non sono trattati in maniera adeguata nonostante i due capisaldi della terapia antipertensiva, cambiamenti dello stile di vita e farmacoterapia, siano molto diffusi.  In studi precedenti la denervazione renale con ultrasuoni ha abbassato la pressione di pazienti con ipertensione da lieve a moderata o resistente al trattamento.

Come è stato condotto lo studio      Lo studio RADIANCE II, condotto presso 37 centri statunitensi e 24 europei, ha incluso pazienti con età media di 55 anni con ipertensione incontrollata nonostante l’assunzione di farmaci antipertensivi (fino a 2) e filtrazione glomerulare stimata di almeno 40 mL/min/1,73 m2.    I pazienti eligibili che dopo 4 settimane di washout dai farmaci presentavano PS/PD ambulatoriale di almeno 135/85 e PS/PD inferiore a 170/105 sono stati randomizzati a sottoporsi alla denervazione (150) o a un’angiografia renale (procedura sham, 74).   I partecipanti non dovevano prendere i farmaci per i 2 mesi di follow-up, tranne che in casi particolari.

Risultati principali      A 2 mesi la PS ambulatoriale diurna si è ridotta in misura maggiore con la denervazione (media: -7,9 mmHg) che con la procedura di controllo (media: -1,8 mmHg).  L’effetto è risultato coerente durante il ciclo circadiano di 24 ore con diminuzioni di pressione simili durante il giorno, la notte e la mattina presto.  La denervazione ha migliorato anche 6 dei 7 outcome pressori secondari (tra cui la PS nelle 24 ore).  L’effetto sulla PS diurna è stato omogeneo in tutti i sottogruppi.  Non sono stati rilevati eventi avversi maggiori in nessuno dei due gruppi.

(Azizi M, Saxena M et al. Endovascular Ultrasound Renal Denervation to Treat Hypertension. The RADIANCE II Randomized Clinical Trial. JAMA 2023;329(8):651-661. Doi: 10.1001/jama.2023.0713.)

Prevenzione, il ministero lancia numeri verdi di pubblica utilità

(da Doctor33)   "Torniamo a parlare di prevenzione", del suo ruolo cruciale, "con il lancio di Numeri verdi di utilità pubblica in occasione delle quattro giornate di salute pubblica che si celebrano in questo mese e che riguardano il 9 il rene, il 14 il cuore, il 23 l'oftalmologia e il 28 l'endometriosi". Si tratta di "strumenti importanti. Dobbiamo darne pubblicità attraverso i media, i canali social, ma anche attraverso il passaparola, sensibilizzando i familiari e gli amici". È l'invito lanciato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, a Roma nel suo intervento alla presentazione dei Numeri verdi di pubblica utilità attribuiti alle società scientifiche Sin (nefrologia), Sigo (ginecologia e ostetricia), Anmco (cardiologia ospedaliera) e Soi (oftalmologia), accreditate presso il ministero della Salute e affiliate alla Federazione delle società medico scientifiche italiane (Fism).
"Informare in modo adeguato i cittadini sui corretti stili di vita è importante - ha ribadito Schillaci - Spesso le persone non hanno una conoscenza approfondita su questi temi, a volte può esserci anche diffidenza o scarsa attenzione alla cura della propria salute. Grazie ai Numeri verdi di pubblica utilità, alla disponibilità del sistema delle società scientifiche, i cittadini potranno avvalersi di un ulteriore strumento per avere risposte e supporto sui temi legati alla nefrologia, alla cardiologia, all'oftalmologia e all'endometriosi. Ed è importante che se ne parli e che se ne dia pubblicità".
"A volte basta poco - ha sottolineato il ministro - anche un esame di routine come la rilevazione della pressione arteriosa, un esame delle urine, per ricevere un alert e intercettare per tempo eventuali patologie. Non rinunciamo ad avere cura del nostro stato di salute e di benessere psicofisico".

Obesità. “Attività fisica diventi un Lea e sia promossa anche attraverso la prescrizione del medico”. Schillaci al lavoro su un Piano ad hoc

Obesità. “Attività fisica diventi un Lea e sia promossa anche attraverso la prescrizione del medico”. Schillaci al lavoro su un Piano ad hoc

Il Ministro della Salute annuncia: “Si sta lavorando alla definizione di un Programma Nazionale di Promozione dell'attività fisica che comprende anche la definizione delle modalità di prescrizione dell'esercizio fisico e di erogazione sul territorio nazionale. Ci troviamo di fronte ad una sfida importante, da affrontare insieme  e la chiave di volta è la prevenzione incoraggiando l'adozione di stili di vita salutari a partire da una corretta e sana alimentazione e dal contrasto alla sedentarietà”.   Leggi L'articolo completo al LINK.

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