Gli smartphone della Apple possono interferire con pacemaker e defibrillatori

(da Univadis - Fabio Turone - Agenzia Zoe)    Uno studio condotto all'Istituto Superiore di Sanità conferma che il magnete contenuto nei nuovi iPhone 12 e iPhone 13 è potenzialmente in grado di interferire con il funzionamento di pacemaker e defibrillatori impiantabili, rendendoli non solo inutili, ma pericolosi.  "È la conferma di laboratorio di un pericolo già noto, riportato nelle indicazioni fornite dai produttori di dispositivi medici e della Apple stessa, secondo cui deve essere mantenuta una distanza di almeno 15 cm tra un telefono cellulare e il dispositivo" ha spiegato a Univadis Medscape Italia Federica Censi, ricercatrice del Dipartimento di malattie cardiovascolari dell'ISS e prima autrice dello studio pubblicato sulla rivista 'Pacing and Clinical Electrophysiology.'

Il magnete fa parte del sistema di ricarica MagSafe, e se arriva a distanza ravvicinata da un pacemaker o un defibrillatore impiantabile è abbastanza potente da far scattare la modalità di spegnimento temporaneo, pensata per permettere – in sala operatoria – di intervenire anche usando l'elettrobisturi, senza il rischio di scariche pericolose per il paziente e per i sanitari.     Censi e colleghi hanno verificato in laboratorio l'interferenza magnetica su un campione di 13 tra pacemaker e defibrillatori impiantabili, incluso il defibrillatore sottocutaneo dei principali produttori mondiali (Abbott, Biotronik, Boston Scientific, Medico, Medtronic, Microport), utilizzando un simulatore di battito cardiaco.

"In condizioni di funzionamento normale, entrambe le tipologie di apparecchi monitorano il ritmo cardiaco, e stimolano il cuore in un momento specifico di ogni ciclo" spiega Censi. "Quando scatta l'interruttore magnetico, la stimolazione cardiaca prosegue, e se si perde la sincronizzazione rischia di scatenare la fibrillazione ventricolare, potenzialmente letale. Va comunque sottolineato che l'attivazione della modalità magnetica è stata osservata solo in alcune specifiche posizioni dell'iPhone rispetto al dispositivo mentre nella maggior parte delle posizioni, anche a distanza ravvicinata, il fenomeno non si innesca".

Per recuperare la piena efficienza del device impiantabile basta allontanare lo smartphone – o qualsiasi altra fonte di campo magnetico: "Altre fonti potenziali di interferenza sono alcuni portabadge con fermaglio magnetico e alcuni supporti per i bavaglini usati dai dentisti, anche se finora non ci sono state segnalazioni di specifici incidenti", conclude Censi. "Se anche c'è il timore di poter avere esposto accidentalmente il pacemaker o defibrillatore a un campo magnetico, non è necessario preoccuparsi né chiedere una visita di controllo: una eventuale interferenza con il funzionamento cardiaco si manifesta subito in modo sintomatico. D'altra gli stimolatori cardiaci hanno una memoria interna che registra tutto, proprio per permettere di rilevare qualsiasi eventuale anomalia".

Bambini e bambine non sono uguali di fronte alla salute.

I pediatri italiani pubblicano la prima Guida alle differenze di genere nella cura dei più piccoli  Se i neonati maschi hanno un rischio doppio di avere una forma grave di bronchiolite rispetto al sesso femminile, la possibilità di andare incontro a una pubertà precoce è da 10 a 20 volte superiore nelle bambine rispetto ai bambini. E ancora, la scoliosi ha una prevalenza sino a 7 volte maggiore nelle ragazze, mentre i disturbi dello spettro autistico sono 4 volte più frequenti nei maschi. Da qui l’idea di una guida pediatrica alla differenza di genere realizzata dalla Sip   Leggi L'articolo completo e la guida al LINK

https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=104920&fr=n

Il vaccino antinfluenzale riduce il rischio Covid

(da DottNet)  I vaccini antinfluenzali hanno un sorprendente beneficio per la salute: potrebbero anche prevenire il COVID-19, in particolare nelle sue forme più gravi. Uno studio condotto su oltre 30.000 operatori sanitari in Qatar ha rilevato che coloro che si sono vaccinati contro l'influenza avevano quasi il 90% in meno di probabilità di sviluppare COVID-19 grave nei prossimi mesi, rispetto a coloro che non erano stati vaccinati di recente contro l'influenza. Lo studio, che è stato condotto alla fine del 2020, prima del lancio dei vaccini COVID-19 , è in linea con il lavoro precedente suggerendo che l'aumento del sistema immunitario utilizzando vaccini antinfluenzali e altri vaccini potrebbe aiutare il corpo a respingere la SARS del coronavirus -CoV-2.

Vantaggio collaterale     Nei primi mesi della pandemia, mentre i vaccini COVID-19 erano ancora in fase di sviluppo, i ricercatori erano molto interessati alla possibilità che i vaccini esistenti potessero fornire una certa protezione contro SARS-CoV-2. Ma raccogliere prove evidenti di un tale effetto è difficile, perché le persone che cercano la vaccinazione per malattie diverse da COVID-19 potrebbero anche fare altre scelte che riducono il rischio di essere infettati da SARS-CoV-2. Per ridurre al minimo l'impatto di questo "effetto utente sano", un team guidato da Laith Jamal Abu-Raddad, un epidemiologo di malattie infettive presso Weill Cornell Medicine-Qatar a Doha, ha analizzato le cartelle cliniche di 30.774 operatori sanitari nel paese. Probabilmente c'è meno variazione nel comportamento relativo alla salute tra questi lavoratori rispetto alla popolazione generale, riducendo, ma probabilmente non eliminando, i pregiudizi, afferma Abu-Raddad.    I ricercatori hanno rintracciato 518 lavoratori risultati positivi per SARS-CoV-2 e li hanno abbinati a più di 2.000 partecipanti allo studio che erano risultati negativi al virus. Coloro che avevano ricevuto un vaccino antinfluenzale in quella stagione avevano il 30% in meno di probabilità di risultare positivi per SARS-CoV-2 e l'89% in meno di probabilità di sviluppare COVID-19 grave, rispetto ai lavoratori che non lo avevano fatto (sebbene il numero di casi gravi fosse piccolo in entrambi i gruppi). Lo studio è stato pubblicato sul server della pubblicazione preliminare di medRxiv il 10 maggio.   Günther Fink, epidemiologo dell'Università di Basilea in Svizzera, afferma che l'analisi del Qatar riduce le probabilità che altri studi che hanno scoperto lo stesso collegamento siano stati un colpo di fortuna. Il suo team ha riferito che i vaccini antinfluenzali erano associati a un ridotto rischio di morte nelle persone ricoverate in ospedale con COVID-19 in Brasile. "Questa è una prova importante", afferma Mihai Netea, specialista in malattie infettive presso il Radboud University Medical Center di Nijmegen, nei Paesi Bassi. L'osservazione che i vaccini antinfluenzali sono collegati a una riduzione non solo delle infezioni da SARS-CoV-2, ma anche della gravità della malattia, suggerisce fortemente che la protezione è genuina, aggiunge.

Limite di tempo    Quanto tempo dura questa protezione non è chiaro. Tra coloro che nello studio del Qatar hanno avuto il vaccino antinfluenzale e successivamente hanno contratto il COVID-19, il team di Abu-Raddad ha registrato infezioni da SARS-CoV-2 verificatesi, in media, circa sei settimane dopo la vaccinazione. "Non mi aspetto di vedere questo effetto durare a lungo", dice. Netea ipotizza che i benefici durino da sei mesi a due anni.

Non è del tutto chiaro perché i vaccini antinfluenzali, che sono composti da virus influenzali uccisi, proteggano anche dal COVID-19. I vaccini addestrano il sistema immunitario a riconoscere specifici agenti patogeni, ma potenziano anche le difese antivirali ad ampia azione, afferma Netea, che ha riscontrato segni di tali risposte nei soggetti che hanno ricevuto il vaccino antinfluenzale. Il team di Netea sta anche lavorando per quantificare meglio i benefici dei vaccini contro l'influenza e altre malattie contro il COVID-19. Per escludere completamente gli effetti su utenti sani, il suo team ha avviato uno studio randomizzato e controllato con placebo in Brasile che verificherà se i vaccini contro l'influenza e il morbillo-parotite-rosolia possono proteggere dal COVID-19.  Sapendo che i vaccini per l'influenza e altre malattie possono offrire protezione contro il COVID-19, anche se solo parziale e per un periodo limitato, potrebbe limitare i danni causati da una futura pandemia prima che venga sviluppato un vaccino per quella malattia, sostiene Netea. "Se hai qualcosa all'inizio, potresti salvare milioni di vite."

(Tayar, E. et al . Prestampa su medRxiv https://doi.org/10.1101/2022.05.09.22274802 (2022).

Fink, G. et al. BMJ Evid. Basato su Med. 26 , 192–193 (2020). Articolo Google Scholar

Debisarun, PA et al. PLOS Pathog. 17 , e1009928 (2021).)

Orario lavoro medici, la durata dei turni ha un impatto sugli errori commessi. Ecco come e quali interventi adottare

(da Doctor33)    Un nuovo studio, pubblicato su 'BMJ Quality & Safety', esamina l'impatto di una riduzione al numero massimo di ore consecutive di lavoro, in particolare per medici specializzandi o in formazione, sul numero di errori medici ed eventi avversi (infortuni, burnout e altro) sul personale sanitario.
In molti stati USA i cosiddetti "resident physicians", ossia quei medici in formazione specialistica sotto diretta responsabilità di un superiore, possono svolgere turni consecutivi anche fino a 24 ore, con turni settimanali massimi fino a 60 ore settimanali ma che con gli straordinari potevano anche arrivare ad 80. Negli anni sono state proposte, e in molti casi anche applicate, norme che limitavano questa possibilità fino a non oltre 16 ore e con un massimo (compreso straordinari) di 60 ore settimanali. Nel 2011, l'Accreditation Council for Graduate Medical Education (ACGME) aveva limitato l'orario di lavoro di questi medici a non più di 16 ore consecutive dopo che gli studi hanno indicato che turni più lunghi possono aumentare il rischio di errori medici e altri esiti avversi.La decisione non è mai stata però definitiva ed è stata ribaltata da una sentenza nel 2017, consentendo ancora una volta di programmare fino a 24 ore di lavoro continuativo.
Ora, il nuovo studio, valuta proprio quanto la riduzione dell'orario di lavoro impatti sulla qualità della prestazione medica.
Gli autori hanno condotto un sondaggio su 21.862 medici statunitensi che hanno partecipato ad un programma di formazione specialistica. Dopo aver controllato per età, sesso, specialità e altre variabili, incluso il tempo trascorso nella cura del paziente, il team ha scoperto che con la diminuzione dell'orario di lavoro, si è verificata una riduzione del 32% delle segnalazioni di errori medici significativi, una riduzione del 34% delle segnalazioni prevenibili e una riduzione del 63% degli errori medici segnalati con conseguente morte del paziente.
Turni di 24 ore sono anche maggiormente legati a disturbi del sonno, stress ed incidenti stradale del personale medico.
Per i ricercatori questi dati supportano un nesso causale fra l'orario di lavoro e il numero di errori medici, suggerendo la necessità di attuare politiche a tutela della classe medica e una sorveglianza reale sull'orario di lavoro per migliorare la sicurezza dei pazienti e dei medici stessi.
(https://qualitysafety.bmj.com/content/early/2022/05/09/bmjqs-2021-014375)

Lo sfruttamento degli specializzandi: pagati per 38 ore, lavorano anche 60 a settimana

(da DottNet)    Orari e lavoro per gli studenti di medicina in formazione. Da un lato c'è la buona notizia e cioè che in tre anni le borse di specializzazione per i medici sono triplicate. Il motivo? Mancano molti medici, a cominciare da anestesisti, ginecologici, pediatri. Tanto che ormai - e soprattutto con la pandemia - interi reparti ospedalieri si reggono sul lavoro degli specializzandi. Che imparano, ma a costo di essere sfruttati come rivela una ricerca condotta da Chi si cura di te? L'associazione di medici specializzandi che nel 2021 ha avviato un'indagine fra circa 330 medici iscritti alle scuole di specializzazione, per scoprire se le poche regole sull'orario di lavoro effettivo e le tutele esistenti in materia di riposo, malattia e assenze siano rispettate negli ospedali italiani. E le risposte sono sicuramente poco incoraggianti come ha appunto scoperto l'indagine.

Vediamo qualche dato: iI medici specializzandi lavorano, in media, da un minimo di 45 ore a un massimo di 60 a settimana, in piena violazione non solo del limite di 38 ore, ma spesso anche della Normativa Europea in materia, che pone un limite massimo di orario di 48 ore settimanali, straordinari compresi a cui, comunque, gli specializzandi non possono accedere in quanto non inquadrati come lavoratori. Inoltre, il 39% degli intervistati risponde che non sono previsti in nessun modo i riposi dopo i turni di guardia (sia diurno, sia notturno) mentre circa il 20% riporta un’ampia discrezionalità in base al tutor in servizio. Significa, quindi, che in più della metà dei casi i medici specializzandi lavorano anche dopo turni di guardia, anche questo in violazione della normativa in materia.

Infine, solo la metà dei partecipanti ha dichiarato di aver usufruito dei 30 giorni di assenza giustificata previsti dal contratto di formazione. Altre risposte indica l’abitudine ad autorizzare le assenze solo quando "maturate", o evidenziavano la difficoltà fattuale nello sfruttare le assenze. Il 15% dei partecipanti all’indagine, inoltre, ha dichiarato di aver dovuto utilizzare giorni di assenza giustificata per coprire le assenze per malattia, che invece sono conteggiati a parte, come ribadito da una nota del Miur del 2019. Ma visto che lavorano tanto, accumulando inevitabilmente stress e fatica, hanno poi il tempo anche per studiare? E' evidente che alla fine resta ben poco per potersi mettere sui libri per approfondire le materie, visto che alla fine sono lavoratori-studenti a tutti gli effetti chiamati nella maggioranza dei casi a sopperire ai buchi di personale negli ospedali. L'associazione ritiene che il cambiamento reale possa arrivare solo da una riforma complessiva delle specializzazioni mediche, passando a un vero Contratto Collettivo Nazionale della Formazione medica, inquadrato all’interno del Ccn della dirigenza, con graduale acquisizione di competenze e responsabilità e con la possibilità di una rappresentanza sindacale reale

TAR Molise: anche le certificazioni emesse dal medico di base nell’esercizio della propria convenzione sono considerate provenienti da pubblico organismo

(da Fimmg.org e Fnomceo)     Per la giurisprudenza amministrativa sono ragionevolmente considerate provenienti da pubblico organismo, oltre alle certificazioni rilasciate da una struttura pubblica, le sole certificazioni emesse dal medico di base nell’esercizio della propria convenzione, e cioè in esplicazione dell’attività da questo resa in favore degli utenti iscritti negli appositi elenchi dell’ASL.  In altri termini l’attività dei medici convenzionati ha rilievo pubblicistico solo se svolta nei confronti dei loro assistiti, iscritti nell’apposito elenco; e ciò a differenza delle prestazioni sanitarie rese dalle strutture delle ASL e dalle aziende ospedaliere, che non possono discriminare gli utenti in ragione del loro status o per l’assenza di un regolare titolo di soggiorno. Pertanto, l’attività resa dai medici convenzionati al di fuori del detto ambito è qualificabile a tutti gli effetti come libero-professionale, con la conseguenza che le relative certificazioni in nulla si differenziano da quelle emesse dagli altri liberi professionisti non convenzionati

Covid-19, in Europa oltre il 60% della popolazione è stata contagiata. I dati della Commissione

(da Doctor33)    Tra il 60% e l'80% della popolazione UE potrebbe essere stata contagiata dal COVID-19. Lo ha evidenziato l'agenzia di salute pubblica dell'UE affermando che i casi segnalati coprono circa il 30% della popolazione europea, ma che, se si aggiungessero infezioni non segnalate, i casi reali potrebbero arrivare fino a 350 milioni, cioè circa il 77% della popolazione europea.
Con un recente calo di infezioni e decessi legati al COVID-19, nella UE si sta vedendo un rallentamento dei test di massa e dalla segnalazione di casi, ha affermato il commissario per la salute dell'UE Stella Kyriakides.
In preparazione quindi alla fase post-emergenziale dove non sarà più necessaria una segnalazione massiva dei casi, l'organo esecutivo dell'Unione europea invita quindi i governi ad aumentare gli sforzi nella campagna vaccinale contro la COVID-19, soprattutto nei bambini. "Si stima che tra il 60% e l'80% della popolazione dell'UE abbia ormai avuto il COVID", ha detto Kyriakides in una conferenza stampa.
In vista di probabili nuove ondate, dovute al progressivo allentamento delle misure restrittive e alla probabile comparsa di nuove varianti, per la Ce tutti i Paesi dovrebbero mettere in atto piani per tornare alla modalità di emergenza e dovrebbero aumentare le vaccinazioni.
Nel documento che delinea la strategia per la fase post-emergenziale della pandemia, Bruxelles ha esortato i governi a continuare a spingere per l'immunizzazione dei non vaccinati, in particolare dei bambini, prima dell'inizio del nuovo periodo scolastico in autunno.
I tassi di immunizzazione, rileva infatti il documento, sono inferiori al 15% tra i bambini di età compresa tra i 5 e i 9 anni, la fascia di età più giovane per la quale i vaccini sono stati autorizzati in Europa. Ciò si confronta con oltre il 70% degli adolescenti di età compresa tra 15 e 17 anni che risulta quindi essere molto più protetta.
La Commissione ha anche affermato che sosterrà eventualmente lo sviluppo di nuovi farmaci contro la Covid-19, in particolare antivirali che sono più facili da conservare e somministrare. Infatti, la diffusione delle attuali pillole antivirali contro Covid-19 sviluppate da Pfizer e Merck & Co approvate per l'uso nell'UE è stata finora limitata, a causa di una serie di motivi, tra cui il rallentamento della pandemia, i prezzi elevati e le complicate procedure nazionali per prescriverli.
L'esecutivo dell'UE ha anche affermato che lavorerà per sostenere lo sviluppo della prossima generazione di vaccini anti-Covid, attivi su più varianti per riuscire ad offrire una protezione più solida e duratura contro l'infezione.

Mutui ENPAM ai giovani: tassi vantaggiosi per l’acquisto o ristrutturazione casa o studio

(da enpam.it)     L’obiettivo è supportare tutti quei giovani medici e odontoiatri che per ragioni economiche e per mancanza di garanzie sono esclusi dal normale circuito bancario, fissando per loro un tasso di interesse migliore, nella maggior parte dei casi, rispetto a quello praticato dalle principali banche.  Il nuovo bando si rivolge infatti ai camici bianchi under 40 e prevede un tasso di interesse fisso annuo dell’1,95 per cento.   Tra le finalità per le quali gli iscritti possono utilizzare i prestiti, ci sono l’acquisto della prima casa o di uno studio professionale, l’esecuzione di lavori di manutenzione dell’abitazione di proprietà o dell’immobile utilizzato per l’attività lavorativa, oppure la sostituzione di un mutuo ipotecario esistente contratto in precedenza.  

Requisiti

Sono ammessi a partecipare al bando i medici e gli odontoiatri con età non superiore a 40 anni.  La domanda per un mutuo ipotecario finalizzato al solo acquisto di uno studio professionale può essere presentata anche da camici bianchi riuniti in associazione o in società di professionisti.  In ogni caso, tutti gli iscritti richiedenti non devono avere in corso alcun finanziamento o mutuo erogato dalla Fondazione a proprio favore, compresa la rateizzazione dei contributi previdenziali pregressi non versati.  Devono, inoltre, avere almeno un anno di anzianità minima d’iscrizione ed effettiva contribuzione ed essere in regola con gli adempimenti in materia di iscrizione e contribuzione. Infine, tra i requisiti, c’è quello che prevede di avere un reddito lordo annuo medio degli ultimi tre anni non inferiore a 33.512,70 euro.  

Come presentare la domanda 

La richiesta di mutuo deve essere presentata esclusivamente attraverso l’area riservata del sito della Fondazione fino alle 12:00 del 9 settembre 2022.  Le richieste ritenute idonee saranno accettate secondo l’ordine cronologico di presentazione e fino all’esaurimento dei fondi stanziati.  L’interessato riceverà tramite mail una comunicazione dell’esito della domanda di mutuo entro 60 giorni dalla data della sua presentazione. 

Come l’mRna potrebbe cambiare la medicina

(da Wired e Fimmg.org)   L'intenzione di Katalin Karikó non è mai stata quella di produrre vaccini. Prima della pandemia, la biochimica ungherese-americana aveva dedicato anni a sviluppare il potenziale terapeutico dell'mRna, prima cercando di creare una versione sintetica della molecola messaggera che non innescasse una reazione infiammatoria nel corpo e successivamente – una volta che lei e il collega Drew Weissman hanno raggiunto l'obiettivo – nel tentativo di attirare l'attenzione della comunità medica e scientifica.  Karikó immaginava che la tecnologia sarebbe stata utilizzata per le terapie sui soggetti colpiti da infarti e ictus. Ma è stata la corsa frenetica allo sviluppo di un vaccino per Covid-19 ad aver fatto ottenere a Karikó il tardivo riconoscimento a livello globale. Il lavoro sull'mRna svolto dalla biochimica e dai suoi colleghi è stato la base che Moderna e BioNTech hanno utilizzato per sviluppare rapidamente i vaccini per Covid-19 che hanno salvato milioni di vite.   I vaccini tradizionali allenano il sistema immunitario esponendolo a versioni innocue di virus completi che insegnano al corpo a riconoscerne le caratteristiche fondamentali, come nel caso della famigerata proteina spike di SARS-CoV-2. I nuovi vaccini a mRna hanno trovato un modo più sofisticato per ottenere lo stesso risultato: usare l'RNA messaggero – una molecola genetica che si trova in natura e viene usata per trasmettere informazioni all'interno e tra le cellule – per fornire al corpo una serie di istruzioni per creare la proteina spike, di fatto prendendo in prestito un meccanismo interno del corpo e trasformandolo in una fotocopiatrice.

Questa differenza ha permesso ai vaccini mRna di essere progettati, realizzati e approvati in tempo record. Negli ultimi diciotto mesi la tecnologia mRna è stata iniettata in miliardi di braccia, contribuendo a rallentare le conseguenze devastanti della pandemia. L'impatto a lungo termine – accelerato da Covid-19 – potrebbe tuttavia essere ancora maggiore.   Attualmente sono in corso decine di studi clinici su nuove forme di vaccini a mRna per tutta una serie di applicazioni diverse, dalla malaria a Zika, dall'herpes al citomegalovirus. Recentemente, Moderna – che è stata fondata nel 2014 per studiare le potenzialità dell'mRna – ha annunciato di aver avviato studi clinici di fase I per due vaccini contro l'Hiv basati sull'mRna. "Utilizzando l'mRna si possono ottenere risultati in modo molto più rapido", spiega Carl Dieffenbach, direttore della divisione Aids degli National Institutes of Health (un'agenzia del governo statunitense che si occupa di ricerca in campo biomedico e salute pubblica) che sta supervisionando gli studi.

Sileri: “Test sierologici Covid non servono per decidere se vaccinarsi o meno”

"L’indicazione data dal Ministero della salute di non usare la sierologia come elemento per decidere se sottoporsi o meno alla vaccinazione anti-Covid appare in linea con le più recenti evidenze scientifiche e con la netta posizione dei più importanti Organi scientifici internazionali" Leggi L'articolo completo al LINK

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=104502&fr=n

Medici di famiglia, in due anni carichi di lavoro quadruplicati. Ecco il bilancio

(da Doctor33)   Altro che "nascosti" durante i picchi di coronavirus. Dal 2020 ad oggi i carichi di lavoro per i medici di famiglia sono quadruplicati. E l'aumento è avvenuto in gran parte spontaneamente, in altra parte in relazione alla disponibilità telefonica chiesta dal decreto rilancio. Oltre a dare una grossa mano durante il Covid, spesso nel silenzio, durante i picchi di coronavirus, la categoria ha contribuito a mantenere la continuità delle cure per i pazienti cronici. Ciò non è avvenuto a costo zero. Nel Lazio, una delle regioni che peraltro ha risposto meglio ai bisogni dei malati, il carico di lavoro è cresciuto del 300%. La percentuale è stata calcolata da Fimmg Lazio, che ha elaborato una ricerca nelle province in grado di dire quali prestazioni sono state offerte e quali voci hanno pesato di più sul bilancio quotidiano del "generalista". I numeri vengono resi noti oggi alla sede Fimmg di Via Marconi nel 'Doctor Day' nazionale dove la sezione regionale del sindacato, prima "antenna" a lanciare l'allarme Covid-19 da gennaio 2020, fa un bilancio di due anni di ricetta dematerializzata, di intricati obblighi certificatori, di vaccinazioni antinfluenzali e Covid effettuate negli studi con materiale che scarseggiava (anche protezioni), di assistenza a domicilio e telemedicina, di accessi delle "Uscar", le unità speciali di continuità assistenziali regionali, nelle varie province. L'indagine è tesa a mettere in luce come i medici siano stati molto rapidi a sviluppare modelli organizzativi nuovi di assistenza sia contro il diffondersi del virus pandemico e dei contagi, sia nel dare «continuità di cura per tutte quelle patologie di routine la cui assistenza rischiava di diminuire a causa della pandemia stessa. Tutto ciò è stato pagato dai medici di medicina generale in termini di contagi e decessi», recita una nota del sindacato.
Fimmg Lazio nei mesi scorsi ha chiesto un ruolo centrale alla Regione per i medici di famiglia nelle case di comunità previste dal PNRR, ma a livello nazionale per queste strutture, e soprattutto per gli ospedali di comunità, si continua a parlare di prevalente componente gestionale infermieristica. Parlando all'incontro 'Ripensare la Sanità territoriale' organizzato dalla Fondazione Magna Carta il ministro ha annunciato che è al vaglio del Consiglio di Stato il DM 71, il decreto che istituisce gli standard dell'assistenza territoriale, per la prima volta, così da dare concretezza alle spese -7 miliardi - previste per la medicina "non ospedaliera" dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato da fondi dell'Unione Europea. Il DM 71 nella casa di comunità prevede medici ed infermieri, si tratta di standard che ogni regione dovrà trasformare materialmente in servizi. Dopo l'ok del Consiglio di Stato il testo andrà alla Corte dei Conti e Speranza auspica che tutto l'iter si concluda il 30 giugno. Quindi il ministro ha riepilogato i nuovi parametri che il nostro paese è teso a raggiungere nel 2026, anno di messa a regime del PNRR, in tema di servizi sanitari pubblici territoriali: 10% di copertura in assistenza domiciliare degli over 65 rispetto al 4% ante-pandemia, «quando la media dei paesi Ocse è del 6% e nei modelli migliori si arriva al 9»; e poi ha accennato a case di comunità per le cure intermedie "a prevalente gestione infermieristica" nonché a centrali operative territoriali capaci di essere il cervello che organizza la risposta sul territorio, ed alla sanità digitale.

Comunicazione Ministero della salute n. 5125 del 25.03.2022

Stante la rilevanza della questione e in
considerazione della diffusione sul territorio nazionale della
Comunicazione del Ministero della salute, avente ad
oggetto “Proroga della validità delle certificazioni di
esenzione alla vaccinazione anti-SARS-CoV-2” del 25
marzo 2022, prot. n. 5125 si ritiene opportuno portare alla
attenzione di tutti gli Ordini territoriali che il Ministero della
Salute ha comunicato a questa Federazione, con la nota
allegata, che la suddetta comunicazione è falsa e, pertanto,
non ha alcuna validità.
Eventuali richieste da parte degli iscritti che facciano
riferimento alla suddetta nota non dovranno trovare
accoglimento da parte degli Ordini territoriali.

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