Infezione delle vie respiratorie: terapia antibiotica immediata rispetto a ritardata
(da Univadis) Uno studio ha condotto una metanalisi dei dati individuali di circa 55.700 pazienti ambulatoriali arruolati in 9 sperimentazioni randomizzate e 4 studi osservazionali, tutti condotti in un contesto comunitario. Lo studio ha dimostrato che, nel caso di infezione delle vie respiratorie, la terapia antibiotica ritardata (delayed antibiotic therapy, DAT) iniziata dopo alcuni giorni, e la terapia antibiotica immediata (immediate antibiotic therapy, IAT), sono comparabili in termini di gravità dei sintomi e incidenza di complicanze. La durata dei sintomi era marginalmente maggiore con la DAT (11,4 vs. 10,9 giorni). Tuttavia, la gravità dei sintomi era leggermente maggiore con la DAT nei bambini di <5 anni. Inoltre, la metanalisi raggruppava pazienti con condizioni eterogenee (bronchite, otite media, faringite, ecc.).
(Delayed antibiotic prescribing for respiratory tract infections: individual patient data meta-analysis. https://www.bmj.com/content/373/bmj.n808)
Covid, il vaccino induce immunità più forte rispetto a infezione naturale
(da Doctor33) Nei soggetti vaccinati l'immunità al virus Sars-Cov-2 è più forte e duratura rispetto a quella sviluppata naturalmente da chi contrae il virus e, in generale, è legata al livello di anticorpi circolanti che si formano in ognuno di noi. È quanto emerge dal primo studio di monitoraggio di un campione significativo della popolazione sanitaria attraverso tutto il periodo del Covid-19.
Ideata e realizzata dall'Istituto europeo di oncologia (Ieo) e finanziata dalla Fondazione Guido Venosta, l'iniziativa ha visto oltre 2000 dipendenti e collaboratori dello Ieo operativi negli ambiti sanitario, amministrativo e ricerca, sottoporsi (nel periodo da maggio 2020 a settembre 2021) a test molecolari per l'infezione da Sars-CoV-2 e a test sierologici per misurare la risposta immunitaria contro il virus. «Abbiamo osservato che il livello di anticorpi circolanti anti-Sars-CoV2 è un indicatore attendibile del rischio di infezione; dunque i test sierologici potrebbero essere utili nella programmazione delle campagne vaccinali», commenta Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca Ieo e coordinatore dello studio. «La correlazione tra bassi livelli di anticorpi e aumentato rischio di infezione è stata ottenuta nella intera popolazione dei vaccinati e su dati retrospettivi. Non ha quindi ancora un valore predittivo nel singolo individuo. Potrebbe invece essere molto utile se applicata, per esempio, alle popolazioni di individui esposti ad alto rischio di infezioni o più fragili», spiega Pelicci. Nella fase pre-vaccinazione sono state osservate 266 persone con infezioni da Sars-CoV-2, vale a dire il 17,8% delle 1493 persone testate in fase pre-vaccinale. Tra i circa 2000 soggetti che sono stati vaccinati, abbiamo invece identificato solo 30 casi di infezione (1,5%), che in tutti i soggetti si è presentata con una sintomatologia minima e capacità di contagio molto limitata per carica virale e durata. Il test molecolare è infatti risultato positivo in media per soli due giorni invece dei 16 giorni medi di una infezione in soggetti non vaccinati, con ovvie implicazioni sulla diffusione del contagio. Nel complesso, la frequenza di infezione nei soggetti che hanno sviluppato anticorpi dopo vaccinazione è stata significativamente più bassa (1.5%) rispetto ai soggetti vaccinati che non hanno sviluppato anticorpi (5,7%), ma in entrambi i casi più bassa rispetto ai soggetti non vaccinati che hanno contratto una infezione naturale (9%). Il vaccino, quindi, induce una immunità più forte rispetto alla infezione naturale.
Dato confermato anche da uno studio australiano su vaccinazioni e ricoveri in terapia intensiva nel pieno dell'ondata della variante Delta del Covid che colpì Sydney in agosto e settembre scorsi indica che le persone non vaccinate e contagiate avevano una probabilità 16 volte maggiore di essere ricoverate in terapia intensiva rispetto a chi aveva ricevuto la doppia dose di vaccino. L'analisi dello status di vaccinazioni nello stato del New South Wales indica inoltre che le persone pienamente vaccinate avevano una probabilità sostanzialmente minore di ammalarsi gravemente se contagiate. Il rapporto del National Centre for Immunisation Research and Surveillance indica che le persone pienamente vaccinate costituivano una minuscola frazione dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi, durante le prime 16 settimane dell'ondata di Delta. I dati hanno indotto le autorità sanitarie dello Stato ad avvertire le persone giovani non vaccinate che si espongono al rischio evitabile di ammalarsi gravemente. Quando i ricoveri in terapia intensiva per Covid-19 raggiunsero il picco massimo, il tasso di persone pienamente vaccinate in terapia intensiva e decedute per il virus è stato dello 0,9 per 100 mila, contro il 15,6 per 100 mila tra i non vaccinati - una differenza di oltre 16 volte.
Il rapporto mette in luce la significativa protezione che il vaccino assicura alle persone giovani. Solo il 3,7% delle persone tra 20 e 30 anni e il 6,1% di quelle fra 30 e 40 anni contagiate dal virus durante le 16 settimane erano pienamente vaccinate - ha osservato la direttrice sanitaria statale Kerry Chant. «I giovani con due dosi di vaccino hanno subito tassi minori di infezione e quasi nessuna malattia grave, mentre i non vaccinati in quelle classi di età erano a rischio notevolmente maggiore di contrarre il Covid e di richiedere ricovero in ospedale», ha aggiunto.
Sindrome post-COVID-19 in pazienti con malattia lieve
(da Univadis) In uno studio di coorte prospettico olandese, il 16,4% (1 su 6) dei pazienti con COVID-19 lieve ha riferito≥1 sintomo associato al COVID-19 12 mesi dopo l’insorgenza della malattia.
(Wynberg E, van Willigen HDG, Dijkstra M, Boyd A, Kootstra NA, van den Aardweg JG, van Gils MJ, Matser A, de Wit MR, Leenstra T, de Bree G, de Jong MD, Prins M; RECoVERED Study Group. Evolution of COVID-19 symptoms during the first 12 months after illness onset. Clin Infect Dis. 2 set 2021 [Pubblicazione online prima della stampa]. doi: 10.1093/cid/ciab759. PMID: 34473245)
Stretta di mano: non più di tre secondi
(da DottNet) Se si vuole utilizzare la stretta di mano bisogna stare attenti che non superi i 3 secondi di durata. E’ un gesto che soprattutto nella fase più complessa della pandemia è stato messo da parte, in favore di altre forme di saluto. La durata di tre secondi rende l’approccio e l’incontro con la persona che abbiamo davanti nel complesso maggiormente piacevole. Diversamente, una presa più salda e duratura può generare ansia nell’interlocutore. Lo rileva una ricerca dell’Università di Dundee pubblicata su Perceptual and Motor Skills. Emese Nagy, che ha guidato lo studio, afferma che i risultati evidenziano l’importanza di presentarsi in modo appropriato. “Le strette di mano -specifica- sono un saluto importante e possono avereconseguenze a lungo termine per le relazioni che creiamo. Prove suggeriscono che molti comportamenti, come gli abbracci, rientrano in una finestra di circa 3 secondi e il nostro studio ha confermato che le strette di mano che si mantengono in questo lasso di tempo sono più naturali per coloro che partecipano al saluto. Tuttavia, anche se stringere la mano più a lungo può sembrare un gesto caloroso, può influenzare negativamente il comportamento deldestinatario” . “I politici – aggiunge Nagy – sono interessati alle strette di mano prolungate, spesso usate anche come mezzo per dimostrare autorità. Tuttavia, i risultati suggeriscono che ciò potrebbe potenzialmente mettere a repentaglio la qualità delle loro relazioni lavorative e personali fin dall’inizio, cosa che potrebbe avere ripercussioni su milioni di persone”. Per la ricerca, 36 partecipanti sono stati intervistati da studenti del Master in merito alle loro prospettive lavorative e di carriera. Successivamente, sono stati presentati a un secondo ricercatore, che ha stretto loro la mano in modo “normale” (meno di 3 secondi), “prolungato” (più lungo di 3 secondi) o per niente. I partecipanti non erano a conoscenza del significato della stretta di mano durante il periodo di studio e sono state analizzate le loro reazioni successive. E’emerso che a seguito di una lunga stretta di mano, hanno mostrato meno divertimento nell’interazione, ridendo di meno e mostrando maggiori livelli di ansia. Le strette di mano di meno di 3 secondi hanno provocato meno sorrisi successivi, ma sono state percepite come più naturali.
Il Long Covid può portare la fibromialgia, lo svela uno studio del Rizzoli di Bologna
Secondo gli studiosi, che hanno definito ‘FibroCovid’ questa sindrome, tra i principali fattori di rischio per svilupparla ci sono in particolare il sesso maschile e l’obesità. “Mentre l’obesità è un noto fattore predisponente per la fibromialgia e per le malattie muscoloscheletriche in generale- spiegano i ricercatori- il sesso maschile è generalmente meno interessato da questa condizione”. Leggi L'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=98918&fr=n
Antibioticoresistenza: 18 azioni per sconfiggerla. Ecco il nuovo piano della Task force Usa/Ue
La resistenza antimicrobica, sottolinea Ema, è un problema di salute pubblica di crescente entità e importanza, con azioni necessarie per i medicinali per uso umano e veterinario a livello globale e nazionale. Sono urgentemente necessari nuovi agenti antimicrobici per un certo numero di agenti patogeni umani e fino ad oggi sono in fase di sviluppo pochissime nuove classi di antibiotici. Leggi L'articolo completo al LINK
Dalla Conferenza Stato-Regioni arrivano le nuove linee di indirizzo per l’attività fisica
(da DottNet) Il lockdown e lo smart working, Dad e lo stop agli spostameti hanno limitato l'attività fisica di intere fasce della popolazione provocando un ulteriore incremento della sedentarietà tra gli anziani. In tale ottica è necessaria una riflessione su come poter rimettere in moto la popolazione nella fase post pandemica. È quanto si legge nelle nuove Linee d’indirizzo sull’attività fisica appena approvate dalla Conferenza Stato-Regioni
Bambini: I bambini da 1 a 4 anni dovrebbero praticare almeno 180 minuti al giorno di attività fisica. Per quelli di 1 anni niente tv, tablet o smartphone mentre per quelli di 2-3-4 anni massimo 1 ora davanti allo schermo. Per quanto riguarda la fascia tra i 5 e i 17 anni dovrebbero raggiungere una media di 60 minuti al giorno di attività fisica di intensità moderata-vigorosa e esercizi di rafforzamento dell’apparato moscolo-scheletrico almeno 3 volte alla settimana. Consigliati sport aerobici.
Adulti. Nel corso della settimana le raccomandazioni parlano di almeno 150-300 minuti a settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata. In ogni caso come minimo la raccomandazione è di svolgere 30 minuti al giorno di attività fisica.
Anziani. Anche per loro standard dovrebbe essere tra i 150 e i 300 minuti a settimana. Il tutto senza esagerare con gli sforzi ma cercando al massimo di limitare la sedentarietà.
Gravidanza. Per le future mamme anche viene raccomandato uno stile di vita attivo attraverso la pratica (camminare, ginnastica dolce e in generale senza sforzi eccessivi) minima di 150 minuti a settimana. Le linee d’indirizzo poi in ogni caso forniscono ulteriori indicazioni anche per chi ha specifiche patologie come diabete, malattie cardio-cerebrovascolari, neoplasie, malattie respiratorie.
Banca d’Italia ed Enpam in aiuto delle vittime del Covid
(da enpam.it) Aderendo a un’iniziativa promossa dalla Banca d’Italia, l’Enpam, l’Ente previdenziale di medici e odontoiatri, ha istituito il “Fondo di solidarietà Covid-19 – Banca d’Italia / Fondazione Enpam” per finanziare borse di studio a beneficio dei figli di tutti i medici deceduti a causa del Covid-19. Oltre alle borse di studio, il fondo erogherà anche assegni di mantenimento per coniugi e figli in acclarato disagio economico o stato di bisogno.
L’iniziativa si iscrive nell’ambito dei contributi concessi dalla Banca d’Italia agli enti e alle strutture ospedaliere direttamente impegnati nella gestione dell’emergenza da Covid-19. Il Fondo di solidarietà è stato costituito con il contributo da parte dell’Istituto di Palazzo Koch e sarà gestito dall’Enpam. “Ringraziamo Banca d’Italia per la sensibilità dimostrata. Sostenere chi resta è il miglior modo per onorare chi ha sacrificato la propria vita per curare gli altri”, dice il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti.
DALLA PRIMARIA ALL’UNIVERSITÀ A oggi purtroppo sono 365 i camici bianchi deceduti dopo aver contratto il Covid-19. Banca d’Italia e Fondazione Enpam intendono onorare la memoria di tutti questi medici e dentisti, attraverso un gesto concreto di riconoscenza destinato alle loro famiglie per sostenerle nella formazione scolastica e universitaria dei figli. Il valore annuo lordo delle borse di studio sarà pari a: 500 euro per la scuola primaria, 700 per la secondaria inferiore, 1.000 per la secondaria superiore e 1.500 per università ed equiparate. Le borse sono cumulabili con altre misure esistenti e accompagneranno lo studente fino a conclusione del ciclo di studi. La convenzione tra Enpam e Banca d’Italia infatti ha una durata di cinque anni ed è rinnovabile proprio nell’ottica di consentire il completamento del percorso formativo. Nelle prossime settimane l’Enpam pubblicherà un bando di gara ufficiale nel quale sarà specificato che le borse di studio potranno essere richieste dai figli superstiti in età scolare e universitaria (fino a 26 anni) di medici e odontoiatri che hanno perso la vita dopo aver contratto il Covid-19 durante lo stato di emergenza.
DISAGIO ECONOMICO E SOCIALE La Convenzione prevede interventi anche in caso di situazioni di difficoltà sociale ed economica con assegni di mantenimento destinati ai figli superstiti a carico del medico o dell’odontoiatra al momento del decesso e inabili al lavoro. Lo stesso trattamento sarà inoltre previsto per coniugi o figli in situazione di disagio economico o stato di bisogno, con un Isee familiare inferiore a 25mila euro. In questi casi l’importo, lordo e annuale, sarà pari a 2.500 euro tanto per i figli superstiti inabili al lavoro che per i coniugi o figli in acclarato disagio economico o stato di bisogno.
ALTRI DONATORI Il Fondo Covid-19 Banca d’Italia-Fondazione Enpam potrà anche accogliere le donazioni di altri soggetti che in futuro vorranno contribuire economicamente a quest’iniziativa di solidarietà.
Il caffè non provica tachiaritmia, anzi..
(da Univadis) Uno studio di coorte prospettico basato sulla popolazione condotto negli Stati Uniti ha incluso 380.000 persone (età media di 56 anni) e, dopo un follow-up medio di 4,5 anni, ha stabilito che in caso di consumo moderato abituale, ciascuna tazza aggiuntiva di caffè è stata associata a una riduzione statisticamente significativa del 3% del rischio relativo (corretto per caratteristiche demografiche, condizioni di comorbilità e abitudini di stile di vita) delle tachiaritmie incidentali in generale, e in particolare della fibrillazione/flutter atriale o tachicardia sopraventricolare. L’associazione era indipendente dai profili genetici dei soggetti interessati.
(Coffee Consumption and Incident Tachyarrhythmias. Reported Behavior, Mendelian Randomization, and Their Interactions. https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2782015)
Emergenza climatica. Anche la sanità “inquina”. Ecco come diminuire il suo impatto negativo
Si calcola che il settore sanitario contribuisca per il 4-5% alle emissioni totali di gas serra in atmosfera. Un contributo non da poco, tanto che se fosse una Nazione occuperebbe il 5° posto (dopo Stati Uniti, Cina, Russia e India) nella classifica mondiale relativa alla quantità di CO2 immessa nell’ambiente. Senza un deciso cambio di rotta, le emissioni del settore sanitario continuerebbero ad aumentare, fino a raggiungere nel 2050 la fantastica cifra annuale di 6 miliardi di tonnellate di CO2 Leggi L'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=99385&fr=n