Covid-19, Cricelli (Simg): no al criterio dell’età. Le nostre proposte per stabilire chi vaccinare prima
(da Doctor33) Per individuare le categorie da vaccinare per prime contro il Covid-19 è erroneo usare il criterio dell'età e della fragilità ad essa presumibilmente legata. I decessi arrivano tra i pazienti vulnerabili a partire dai 60 anni, (qualcosa di meno tra i maschi), affetti da malattie croniche la cui gravità, pur in parte legata all'età, è intercettabile e misurabile dal medico di famiglia. A quest'ultimo, più che alle tabelle ministeriali, andrebbe quindi affidato il compito di individuare i soggetti vulnerabili da avviare per primi alla vaccinazione. Lo spiega Claudio Cricelli presidente della Società italiana di medicina generale-Simg in una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza dove chiede tra l'altro di consentire ai medici di famiglia di "utilizzare e prescrivere tutte le risorse terapeutiche e tutti i farmaci - ad esempio per diabete e Bpco - sinora riservati alla prescrizione degli specialisti" in quanto a tutti i malati cronici andrebbe garantito il diritto di accesso "attraverso il loro Mmg a farmaci e terapie indispensabili per la buona cura delle cronicità e fortemente protettivi e decisivi contro Covid 19".
Utilizzando i dati relativi ad ospedalizzazioni e decessi per Covid relativi a un campione di 5 milioni di assistiti, la Simg in un Rapporto steso con ricercatori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ha operato il procedimento inverso a quello del ministero della Salute, che aveva diviso in sei categorie sulla base delle statistiche anagrafiche i pazienti sui quali intervenire con i vaccini dopo gli over 80 anni. L'idea "governativa" di dare la precedenza alle persone estremamente vulnerabili per danno d'organo o patologia grave, poi ai 70-79enni, di qui ai malati cronici e infine ai 65-69enni e al resto della popolazione, fa in realtà riferimento alle liste anagrafiche e alla presunzione di una generica fragilità legata ad età, sesso e al più a patologie intercorrenti visualizzate nelle banche dati assistito delle (poche) regioni che le hanno. "In Simg abbiamo fatto il percorso contrario, siamo andati a vedere quali patologie pregresse avevano i nostri pazienti che una volta contratto il coronavirus hanno sviluppato malattia grave e sono stati ospedalizzati, costruendo un nesso causa-effetto non presuntivo, ma legato a reali situazioni di vulnerabilità che hanno portato ad un maggior rischio reale e ad una maggiore letalità Covid correlata", spiega Cricelli a Doctor 33. A Speranza sono stati inoltrati dati di Health Search, il database dei medici Simg, sugli impatti delle malattie croniche su mortalità ed ospedalizzazione, dalla cui pesatura origina un indice di morbidità molto sofisticato ma agevole da calcolare che tiene conto dell'osservazione diretta della popolazione degli studi dei medici di famiglia.
"Non serve una classica classificazione del rischio ma un'analisi su eventi reali. I fattori di rischio che abbiamo riscontrato sui nostri pazienti Covid-19 - diabete, obesità, e poi altre patologie croniche - non sono esattamente le stesse malattie citate dalle raccomandazioni ad interim del Ministero né sono sovrapponibili alle sei categorie ministeriali. Non alla prima, che riguarda malati con danno d'organo molto grave e compromissione del sistema immunitario, situazioni circoscritte (e talora fuori del raggio della medicina generale ndr), né alle altre categorie, scalate per età". Seguendo il ragionamento di Cricelli, le categorie di vulnerabilità Simg non sono del tutto sovrapponibili nemmeno alla quarta categoria che inquadra 11 milioni di 16-69enni con generiche cronicità acclarate da esenzioni, con presunto rischio aumentato se infettati da Covid-19. "La nostra sorveglianza deve orientarsi a tutta la popolazione generale", sintetizza Cricelli. "Solo noi possiamo sapere se un sessantenne con quattro patologie recenti e un'esenzione in fieri sia più vulnerabile di un assistito ugualmente cronico con qualche anno in più e debba avere la precedenza nel vaccino". Cricelli nella lettera chiede dunque al Ministro di fornire indicazioni per inserire tra le priorità nel piano vaccinale i pazienti che al rischio costituito da età, sesso, mono o plurimorbilità correli quello di "vulnerabilità e letalità per Covid 19 riscontrato a partire dai dati su ospedalizzazioni e decessi, facilmente calcolabile dai Software di cartella clinica di oltre 29 mila medici italiani".
Quella di Simg non è la sola richiesta di modificare le priorità sancite dal Ministero giunta in questi giorni dal mondo medico. Un gruppo di studio dell'Università di Milano Bicocca guidato dal professor Gianni Corrao ordinario di Statistica medica ha calcolato l'indice di fragilità che correla a un maggior rischio di letalità da Covid incrociando le categorie a rischio per una o più patologie croniche censite dalle banche dati assistito di Lombardia, Sicilia, Valle d'Aosta, Puglia e Marche, un totale di 16 milioni di abitanti, censendo anche i tamponi, i ricoveri e i decessi per Covid, quindi con un percorso in parte simile a quello Simg. Ha così identificato 23 condizioni patologiche a maggior rischio, tra le quali se ne evidenziano alcune non esplicitate nelle tabelle ministeriali ma ugualmente letali quali epilessia e Parkinson, attuale terapia con oppioidi, fragili in trattamento per disturbi mentali, malattie che richiedono trattamenti prolungati con corticosteroidi, artrite reumatoide, lupus, anemia, gotta. Infine, il presidente della Società italiana di cardiologia, professor Ciro Indolfi, chiede di mettere in prima fila i malati cardiologici, oncologici ed ematologici, sia perché talora grandi dimenticati a causa dell'emergenza Covid, sia perché una ricerca della Società europea di cardiologia conferma come i pazienti con insufficienza cardiaca, avendo rischio doppio, risulterebbero prioritari rispetto agli altri pazienti cardiologici.
Cassazione: è sempre obbligatorio versare alla propria Cassa
(da enpam.it) La sezione Lavoro della Suprema corte ha rimarcato la legittimità delle norme che regolano il pagamento dei contributi minimi agli Enti di previdenza dei professionisti. Con sentenza 4568/2021 dello scorso 19 febbraio, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un geometra contro la sentenza della Corte di appello di Firenze, che validava una cartella con la quale la Cassa professionale aveva preteso i contributi relativi a un periodo di quattro anni (dal 2008 al 2012), durante i quali il contribuente aveva svolto attività professionale, senza però essere iscritto all’ente di previdenza. Superando un precedente orientamento (espresso con la sentenza 5375/2019), i giudici di legittimità hanno stabilito che l’iscrizione all’albo professionale è condizione sufficiente al fine dell’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa. Inoltre, l’ipotetica natura occasionale dell’esercizio della professione è irrilevante ai fini dell’obbligatorietà dell’iscrizione e del pagamento della contribuzione minima. Ne deriva, secondo la Corte, che per i soggetti tenuti all’iscrizione alla Cassa non è rilevante la mancata produzione effettiva di reddito professionale, essendo comunque dovuto un contributo minimo. La sentenza ha quindi sottolineato la potestà regolamentare delle Cassa privatizzate nel tracciare i criteri per l’obbligatorietà dell’iscrizione e dunque per il versamento del contributo minimo, che può essere disposto anche in assenza di reddito, a seguito della mera iscrizione all’albo professionale. Anche l’aver lavorato per i parenti non esime l’iscritto dai versamenti. In merito, infatti, la Corte ha ribadito come il principio fondamentale che determina l’obbligo di contribuzione sia quello della oggettiva riconducibilità delle attività svolte alla professione, a prescindere dall’assenza di reddito e dall’ambito familiare in cui l’attività si è svolta.
Covid-19 e Ecm, dal recupero crediti alla formazione sul campo. Ecco cosa cambia
Covid-19 e Ecm, dal recupero crediti alla formazione sul campo. Ecco cosa cambia
(da Doctor33) Dal recupero dei crediti alla formazione sul campo, dai requisiti per chi svolge attività saltuaria ed è in pensione ai provider. Sono diversi gli ambiti su cui la Commissione nazionale Ecm, nella seduta del 4 febbraio è intervenuta, dando organicità alle regole e fornendo indicazioni interpretative, con una serie di delibere che sono state rese pubbliche. Un primo punto su cui si registrano interventi riguarda il tema del recupero dei crediti, cioè la possibilità di ottemperare al debito formativo relativo a trienni passati, utilizzando crediti maturati successivamente. In particolare, nella Delibera relativa alla emergenza Covid si legge che "il termine del 31 dicembre 2020 riconosciuto ai professionisti sanitari per il recupero del debito formativo relativo al triennio 2017-2019 nonché per lo spostamento dei crediti maturati per il recupero del debito formativo relativamente al triennio formativo 2014-2016 è prorogato a fine 2021". Con la successiva delibera, viene poi specificato che "sul recupero del debito formativo pregresso, non è possibile applicare le riduzioni (par. 1.1, 1 e 2 del Manuale) al professionista che abbia provveduto allo spostamento dei crediti acquisiti mediante eventi che durino fino alla fine di quest'anno". In merito poi allo spostamento dei crediti "successivamente alla certificazione da parte di Cogeaps, i crediti imputati al recupero dell'obbligo potranno essere solo quelli acquisiti in eccedenza rispetto al quantum necessario per l'assolvimento".
Un altro punto di interesse è relativo alla formazione sul campo, su cui è stato espresso un orientamento interpretativo. Come si legge nella nota, La "Formazione sul Campo va svolta in contesti lavorativi qualificati. Si tratta in sostanza di tutte quelle attività di formazione che hanno luogo all'interno del contesto lavorativo del discente, al quale sono strettamente connesse, e che sono finalizzate a migliorare le competenze professionali nello specifico ambito di pertinenza. Considerato, quindi, che la formazione sul campo esplica la propria efficacia negli ambiti lavorativi ove quotidianamente il personale sanitario si trova ad operare", è evidente che non ricade nell'ambito di applicazione della normativa sulle misure di contenimento del Covid-19". Inoltre, come specificato da alcune circolari del Ministero della salute (23 giugno 2020 e del 7 gennaio 2021) che contengono le "indicazioni emergenziali per il contenimento del contagio da Sars-CoV-2 nelle operazioni di primo soccorso e per la formazione In sicurezza dei soccorritori, viene specificato che la formazione continua del personale sanitario dei sistemi di emergenza territoriale non può essere sospesa o rimandata. Resta ferma la responsabilità del provider nell'organizzazione e nell'erogazione dell'evento di formazione sul campo che avvenga nel rispetto delle prescrizioni".
Tra le altre novità, è stata ufficializzata l'approvazione del "Manuale delle verifiche dei provider", che disciplina le attività di vigilanza e verifica compiute dagli enti accreditanti e dai loro organismi ausiliari circa il rispetto della normativa Ecm da parte dei provider. Inoltre, sono state definiti meglio i criteri relativi alla riduzione dell'obbligo individuale in caso di collaborazione saltuaria per il personale sanitario in pensione.
Vaccino Covid, quando è possibile somministrare un’unica dose. Le indicazioni del ministero
(da Doctor33) Per coloro che hanno già avuto un'infezione da virus Sars-Cov2 è prevista la possibilità di somministrazione di un'unica dose di vaccino anti-Covid, senza dunque effettuare alcun richiamo. È arrivato il via libera dal ministero della Salute che, in una nuova circolare firmata dal direttore della Prevenzione del dicastero Giovanni Rezza, chiarisce che «è possibile considerare la somministrazione di un'unica dose di vaccino» anti-Covid-19 nei soggetti con «pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica)», «purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa».
L'assunto di base è che i soggetti che abbiano già contratto l'infezione e ne siano guariti abbiano al contempo sviluppato anche una certa immunità. Da qui la possibilità di non effettuare la seconda dose e di ricevere la prima ad una certa distanza di tempo dall'infezione. La possibilità di un'unica dose non vale, però, per i soggetti con particolari problemi di salute: «Ciò non è da intendersi applicabile - precisa, infatti, il ministero - ai soggetti che presentino condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici». In questi soggetti, non essendo prevedibile la protezione immunologica conferita dall'infezione da Sars-CoV-2 e la durata della stessa, si raccomanda dunque di proseguire con la schedula vaccinale proposta, ovvero la doppia dose per i tre vaccini a oggi disponibili.
La nuova strategia vaccinale dell'Italia prenderebbe in considerazione il modello britannico della dose unica di vaccino, ritardando la somministrazione della seconda. Utilizzo dunque anche delle scorte destinate ai richiami, nell'attesa che arrivi il via libera dell'Ema al vaccino monodose Johnson&Johnson. Ipotesi non ancora approvata dall'Ema che si dice ancora scettica sulla questione. Nonostante il pressing degli Stati dopo i dati positivi sul livello di protezione di una singola dose, l'Ema «non vede ancora prove sufficienti per raccomandare modifiche» e passare ad un solo shot. Si sta valutando però l'autorizzazione d'emergenza Ue per i vaccini Covid sia per gli adeguamenti per le varianti, sia per i nuovi sieri che fanno parte della strategia dell'Unione. Si tratta di una pista su cui la Commissione europea è al lavoro, e che presenta però molti scogli legali, soprattutto sotto il profilo delle responsabilità, che i 27 leader dovranno valutare insieme di assumere, forse già al prossimo vertice del 25 marzo. La scorciatoia, utilizzata dall'Ungheria di Viktor Orban per sdoganare lo Sputnik russo ed il Sinopharm cinese, è prevista per gli Stati, ma ha carattere solo temporaneo e valore a livello nazionale. L'iniziativa, lanciata da Ursula Von der Leyen, è stata spinta dalla richiesta dei 27 capi di Stato e di governo di accelerare su via libera, produzione e distribuzione degli immunizzanti di fronte all'incalzare dell'emergenza mutazioni e alle forniture che arrivano a singhiozzo. Forte è lo scetticismo anche sullo Sputnik V, in merito al quale fonti a Bruxelles sottolineano che le capacità di produzione russa è molto limitata. Può contribuire a rafforzare le vaccinazioni in Paesi di piccole dimensioni, ma non sarebbero mai sufficienti a coprire le esigenze per esempio dell'Italia.
Covid. Soggetti obesi rispondono meno al vaccino.
Lo evidenziano i dati dello studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) e dell'Istituto Dermatologico San Gallicano (Isg) di Roma condotto su 250 operatori sanitari vaccinati. A fronte di una buona risposta anticorpale al vaccino nel 99% dei vaccinati (risultati migliori tra le donne e i più giovani) la risposta si è dimezzata nei soggetti sovrappeso o obesi. Leggi L'articolo completo al LINKhttp://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=93047&fr=n
Uno spray nasale potrebbe impedire il contagio da Sars-CoV-2
(da Doctor33) Un antivirale a base di lipopeptidi da spruzzare nel naso è stato in grado di bloccare la trasmissione di Sars-CoV-2 nei furetti, e potrebbe prevenire l'infezione nelle persone esposte al nuovo coronavirus, comprese le varianti più recenti, secondo uno studio pubblicato su Science. «Le persone che non possono essere vaccinate o che non sviluppano l'immunità potranno trarre particolare beneficio dallo spray. L'antivirale è facilmente somministrabile e, sulla base della nostra esperienza con altri virus respiratori, darebbe una protezione immediata che potrebbe durare per almeno 24 ore» spiegano Matteo Porotto, della Columbia University e della Università della Campania Luigi Vanvitelli, Caserta, e Anne Moscona, della Columbia University, autori senior dello studio.
Il lipopeptide antivirale è poco costoso da produrre, ha una lunga durata di conservazione e non necessita di refrigerazione, e proprio per queste caratteristiche si distingue dagli altri approcci antivirali in fase di sviluppo, inclusi molti anticorpi monoclonali, e potrebbe essere particolarmente utile nelle popolazioni rurali, a basso reddito e difficili da raggiungere. Porotto e Moscona hanno precedentemente creato lipopeptidi simili per prevenire l'infezione di cellule da altri virus, e quando è emerso Sars-CoV-2, hanno adattato i loro progetti alla nuova minaccia. I lipopeptidi agiscono impedendo a un virus di fondersi con la membrana cellulare del suo ospite. Per fondersi, il nuovo coronavirus dispiega la sua proteina spike prima di contrarsi in un fascio compatto. Il composto riconosce lo spike di Sars-CoV-2, si incunea nella regione dispiegata e impedisce alla proteina spike di adottare la forma compatta necessaria per la fusione. Negli esperimenti sui furetti, il lipopeptide è stato somministrato nel naso di sei furetti. Coppie di furetti trattati sono stati quindi sistemati in gabbie con due furetti di controllo che avevano ricevuto uno spray nasale salino, e un furetto infettato da Sars-CoV-2. Dopo 24 ore, nessuno dei furetti trattati è stato contagiato, mentre tutti gli animali di controllo sono risultati altamente infetti. Il lipopeptide è stato testato anche su cellule infettate con una gamma di varianti Sars-CoV-2, e ha funzionato in maniera efficace. Gli autori sperano di passare presto a test sull'uomo.
(Science 2021. Doi: 10.1126/science.abf4896 http://doi.org/10.1126/science.abf4896 )
Ricerca, un sanitario su tre soffre di stress post traumatico
(da Adnkronos Salute) - Ansia, rabbia, esaurimento emotivo e depressione: gli operatori sanitari che in questi mesi hanno curato i pazienti Covid-19 mostrano segni evidenti di burnout e sindrome post traumatica da stress. Una condizione che interessa un sanitario su tre. Lo rivela una ricerca che ha anche dimostrato come il trattamento psicoterapico Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) su medici, infermieri, operatori socio assistenziali e volontari, possa assicurare un netto immediato miglioramento. Lo studio è stato condotto dall’Associazione per l’Emdr in Italia. Si tratta del primo lavoro italiano che testimonia l’efficacia di questa terapia per l’elaborazione del trauma vissuto dagli operatori sanitari nel corso della pandemia. La ricerca, che sarà presentata in un webinar domani, ha coinvolto 744 persone (di cui 157 non sono stati trattati) sottoposti a quattro differenti tipologie di trattamento Emdr (de visu, di gruppo, on-line e individuali di gruppo).
I dati sono stati raccolti in 17 ospedali e Rsa. Dallo studio è emerso inoltre che il 71,2% degli operatori sanitari ha avuto livelli di ansia superiori al cut-off. In relazione al burnout, più del 60% ha riportato livelli da moderati a elevati di esaurimento emotivo; il 74,4% ha riportato livelli da moderati a elevati di ridotta realizzazione personale; livelli moderati ad elevati di depersonalizzazione si sono presentati in più del 25%. Livelli clinici di depressione sono stati identificati nel 26,8% dei partecipanti, livelli clinici di ansia nel 31,3% e livelli clinici di stress nel 34,3%. Infine, il 36,7% ha riportato sintomi di stress post-traumatico. La ricerca sarà presentata in un webinar domani, alle 19. "Dall’indagine è emerso che le caratteristiche di evitamento, intrusività e ipereccitazione in questi soggetti sono al di sopra della soglia patologica, dimostrando uno stato traumatico", spiega Marco Pagani, del Consiglio nazionale delle ricerche. Mentre, continua, "dopo il trattamento le condizioni di stress, ansia, umore, rabbia, sonno e aiuto mostrano un miglioramento significativo negli operatori reclutati, un miglioramento raddoppiato rispetto a quello percepito nei soggetti non trattati al semplice passare del tempo. Differenze sono state riscontrate tra i diversi ospedali e trattamenti, mentre non sono emerse differenze significative tra donne e uomini nella risposta alla terapia".
Per Isabel Fernandez, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Emdr Italia, "è necessario tutelare e supportare la salute mentale e il benessere degli operatori sanitari in prima linea, con interventi di supporto psicosociale sia durante che al termine della pandemia. Durante l’emergenza Coronavirus i fattori di rischio per lo sviluppo di reazioni da stress traumatico sono aumentati moltissimo: dal contatto con i pazienti infetti, allo stress fisico causato dai dispositivi di protezione, allo stato di allerta costante, ai turni di lavoro più lunghi, al timore di contagiare amici e parenti. Per questo, oltre a promuovere strategie di protezione nei luoghi di lavoro, si rende necessario intervenire con un supporto psicologico specifico come Emdr, anche all’interno dei servizi sanitari e in ospedale, per facilitare il recupero, il ripristino di una serenità lavorativa e della routine quotidiana".
Certificati Inail per Covid, quando li deve redigere il medico di famiglia. Una circolare fa il punto
(da Doctor33) «Non mi è capitato di avere richieste di "aperture" di pratiche infortunisiche da pazienti operativi in ospedali o Rsa contagiati dal Covid sul posto, né colleghi mi hanno riferito di situazioni di questo tipo e del carico di lavoro da esse comportato. In ogni caso due sono le certezze: al paziente occorre una pratica Inail per malattia contratta sul luogo di lavoro, ma dall'altra parte con l'Inail l'interlocuzione è assai complessa». Enrico Terni, medico di medicina generale e del lavoro, nonché segretario organizzativo del sindacato Fismu in Lombardia, ha presenti le sporadiche denunce, anche sui media, di lavoratori delle mense ospedaliere, infermieri, operatori di Rsa, che aprono pratiche infortunistiche «in genere con il medico del lavoro della struttura, dell'Asst, dell'Ats, e di recente è aumentato anche il carico di questa categoria presso le residenze per anziani. Ma per il medico del territorio è cosa diversa, tutt'al più ci occupiamo di prosecuzioni e chiusure».
È chiaro che anche il medico di famiglia può essere chiamato a redigere un certificato di questo tipo. In merito, la circolare Inail 13 del 3 aprile 2020 equipara i contagi di Covid-19 avvenuti sul lavoro a infortuni se la malattia è di durata superiore a 3 giorni e si rivolge non solo a personale sanitario, ma anche a cassieri, banconisti, personale dei reparti infettivi, tecnici e portantini. In quel caso il medico di famiglia o riempie il format informatico dell'Inail aspettando un compenso che non c'è più o redige privatamente.
Un po' di storia - Dalla seconda metà degli anni Duemila in forza di una convenzione con l'Inail i medici di famiglia non dovevano più fare certificati Inail privati ma erano pagati per un massimo di 3 moduli inviati (apertura, prosecuzione, chiusura) euro 27,50 a prestazione più 5 per l'invio online. Successivi ritardi nei pagamenti e la conseguente disdetta della convenzione (mai firmata da alcune sigle) nel 2009 riportò la questione allo stato precedente, con certificati privati e tensione tra Inail, medico, lavoratore. Una norma nella Finanziaria 2019 (commi 526-533) ha cambiato ancora, tutto disponendo che 25 milioni dal bilancio Inail siano destinati nel Fondo sanitario nazionale alla quota capitaria del medico di famiglia convenzionato e del medico di pronto soccorso, altra grande categoria coinvolta nella redazione di questi certificati. «È stato disposto un trasferimento di somme senza contrattazione, sono 25 milioni da dividere tra circa 60 mila medici, a occhio e croce 3-4 centinaia di euro annui per tutti, che non tengono conto del numero dei certificati redatti dal medico né della complessità delle situazioni affrontate. I medici di pronto soccorso hanno accettato, mentre noi medici di famiglia siamo in mezzo al guado, anche perché nel frattempo non è intervenuta alcuna interlocuzione tra l'Inail e la Sisac, la struttura che firma le convenzioni e dovrebbe ripartire lo stanziamento per la categoria», dice Terni. «Tuttavia dal 2019 nessun compenso può essere richiesto dal medico agli assistiti per il rilascio dei certificati medici di infortunio o malattia professionale in libera professione».
Ultimi sviluppi - Lo scorso ottobre, la sezione lombarda di Fismu guidata da Francesco Falsetti, fondatore del sindacato Unione medici italiani poi confluito nella sigla, ha inviato una diffida alle sedi Inail che chiedevano la certificazione dei Mmg, indicando che serve prima un riparto dei fondi stanziati fra medici dipendenti e convenzionati, proposto dal Ministero della Salute ed approvato dalle Regioni. Peraltro, "se da un lato risulta cogente il divieto per i medici di effettuare le certificazioni in oggetto in regime di libera professione, non altrettanto può dirsi circa l'obbligo di tali certificazioni in carenza di un Accordo nazionale per i medici di medicina generale stipulato con Sisac che le preveda e le disciplini". «A quanto ne so, pochi medici di famiglia mantengono un collegamento informatico con l'Inail per l'invio di queste certificazioni», afferma Terni. «Chi volesse venire incontro al paziente senza rispedirlo dal medico Inail, poiché ravvisa gli estremi del contagio professionale, o continua a certificare online gratis o prende un foglio di carta bianca descrivendo gli estremi della situazione che gli viene denunciata, in una breve relazione da far girare all'Istituto a cura del lavoratore, che faciliterà la stesura del certificato al medico Inail e l'iter al lavoratore stesso. In genere l'Istituto accetta una relazione ben circostanziata. E questo varrà finché non saranno definiti i criteri per erogare le somme Inail in quota capitaria». Dopodiché, una volta che le convenzioni saranno ridisegnati con lo stesso "quantum" per tutti, «ognuno di noi redigerà i certificati telematici per i propri pazienti e non credo proprio per quelli degli altri colleghi».
Premio Nobel al Corpo sanitario italiano, l’idea della Fondazione Gorbachev conquista adesioni
da SanitàInformazione) Assegnare il prossimo Premio Nobel per la Pace al Corpo Sanitario Italiano. Sembra un’utopia, eppure è quello a cui sta lavorando a Piacenza la Fondazione Gorbachev che da oltre 20 anni si occupa di iniziative umanitarie in favore della pace. Cuore di questo progetto è la città di Piacenza che durante la prima ondata di Covid è stata uno degli epicentri dell’epidemia. Ma Piacenza è anche sede della Fondazione Gorbachev e del Segretariato Permanente dei Premi Nobel per la Pace ed è definita Città Mondiale dei Costruttori di Pace in virtù di un accordo di promozione della cultura e dell’arte. E chissà che il Comitato del Nobel non si convinca della bontà dell’idea.
I sostenitori della candidatura - La Fondazione presieduta da Marzio Dallagiovanna sostiene con convinzione l’idea del riconoscimento mondiale ai medici e al personale sanitario italiani che hanno affrontato l’emergenza della pandemia in condizioni spesso drammatiche e proibitive. Testimonial dell’iniziativa è l’ematologo-oncologo Luigi Cavanna, proponente firmatario della candidatura è il professor Mauro Paladini. Tra i sostenitori dell’iniziativa anche Lisa Clark, co-presidente dell’International Peace Bureau, organizzazione umanitaria premiata con il Nobel per la Pace nel 1910, e rappresentante italiana di Ican-Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, iniziativa che ha ricevuto il Nobel per la Pace 2017. «Mi sembrava che non ci fosse quest’anno una candidatura migliore che quella del corpo sanitario italiano. Abbiamo scelto questa definizione inclusiva perché voleva dire comprendere tutti: medici, infermieri, operatori sanitari, farmacisti, civili e militari impegnati nella prevenzione e nella cura del Covid. Tutti hanno dimostrato impegno e sacrificio massimo», spiega a Sanità Informazione il Presidente della Fondazione Gorbachev Dallagiovanna.
Ma perché proprio il Corpo sanitario italiano? Il perché lo spiega l’oncologo Cavanna. «Il Covid nasce in Cina a Wuhan a dicembre 2019. Sembrava qualcosa di limitato in quella regione. Poi all’improvviso il 21 febbraio il primo paziente segnalato in Occidente è in Italia. Segnatamente nella zona del basso lodigiano e del piacentino che è stata investita per prima. Sembrava qualcosa di travolgente. Eravamo quasi dei soldati al fronte con un’onda che ti portava via. Con il riconoscimento vogliamo onorare il sacrificio di chi non c’è più e di chi è sopravvissuto, di chi era in prima linea e di chi era nelle retrovie». La scelta dell’oncologo Cavanna come testimonial non è casuale: nei mesi del lockdown Cavanna è stato tra i più importanti fautori delle cure domiciliari. Armato di tuta e dispositivi di protezione è andato casa per casa a fare diagnosi e a portare cure. Le foto del suo impegno al fianco dei malati hanno fatto il giro del mondo, come dimostra la copertina della prestigiosa rivista Time. Tante le istituzioni che hanno dato il loro sostegno alla causa, ma la strada che porterà all’assegnazione del Nobel (la cerimonia avviene ogni anno il 10 dicembre) è ancora lunga.
Salute pubblica, Muir Gray a Doctor33: “La terza rivoluzione sanitaria sta iniziando”
(da Doctor33) Siamo all'inizio di una nuova rivoluzione sanitaria, un vero e proprio "rinascimento". Così il professor Muir Gray, medico britannico ed esperto di salute pubblica che ha ricoperto posizioni di alto livello nello screening, nella sanità pubblica, nella gestione delle informazioni e nel valore nella sanità, inquadra il periodo storico che stiamo affrontando. «Dobbiamo considerare che siamo nella terza rivoluzione sanitaria - spiega Muir Gray in una intervista a Doctor 33 -. La prima è stata la rivoluzione della salute pubblica; la seconda rivoluzione è stata quella hi-tech, con l'introduzione di scoperte come la chemioterapia. Nella terza abbiamo una serie incredibile di problemi da affrontare, già prima del Covid. C'è una domanda crescente di risorse, c'è diseguaglianza, quindi le persone più povere ottengono meno assistenza sanitaria di quelle abbienti, anche nei Paesi con assistenza sanitaria universale. Bisogna dare avvio alla terza rivoluzione delle cure basata su tre forze: cittadini, conoscenza e internet: questa sarà la base per realizzare i cambiamenti dopo il Covid-19».
La conoscenza, secondo Gray, sarà una delle sfide più importanti, nell'era di internet, in cui si è in parte ridotta l'autorità del medico. «Uno degli aspetti positivi del Covid - ha affermato il professor Gray - è averci fatto sviluppare un sistema, cioè una serie di attività con obiettivi comuni. Fino ad ora non abbiamo avuto un sistema, ma solo un insieme di strutture. Le crisi sono positive perché possiamo utilizzarle per capire come gestire meglio le situazioni: quello che vedo in futuro è che dovremmo ripensare l'assistenza sanitaria, che deve diventare un sistema, per esempio ci dovrebbe essere un sistema pensato per le persone con artrite reumatoide o per le persone a fine vita. Il Covid ci ha insegnato che gli specialisti devono guardare alla popolazione non ai singoli casi». «Bill Gates - aggiunge l'esperto - ha detto che in ogni organizzazione la questione chiave è chiedersi qual è la funzione dell'essere umano. Oggi, a causa del Covid, c'è stato un drammatico cambiamento in quello che è il ruolo del medico e il ruolo del paziente».
Chief Knowledge Officer per il Servizio sanitario britannico, il professor Gray collabora con gli enti Nhs England e Public Health England ed è ideatore, tra le altre cose, della National Campaign for Walking, che propone passeggiate salutari; ha inoltre istituito una sua fondazione che contribuisce alla lotta contro il cambiamento climatico. Il suo libro "70 e adesso" (Sod70!) è stato pubblicato due anni fa da Edra, edizioni LSWR; nei prossimi mesi verrà pubblicato anche suo il bestseller "60 e adesso" (Sod60!) in cui viene sottolineata l'importanza dell'empowerment del cittadino. Fondamentale, secondo Gray, che con l'invecchiamento si continuino a stimolare l'attività fisica ma anche quella cognitiva ed emotiva, per evitare la demenza.
Vaccino: AstraZeneca, raccomandato uso anche contro varianti
(da AGI) "L'EU consente la somministrazione di due dosi del vaccino in un intervallo da quattro a 12 settimane. Questo regime si è dimostrato sicuro ed efficace negli studi clinici nella prevenzione del Covid-19 sintomatico, senza casi gravi e senza ricoveri oltre 14 giorni dopo la seconda dose. Il gruppo consultivo strategico di esperti sull'immunizzazione (Sage) dell'Oms ha raccomandato un intervallo di somministrazione da otto a 12 settimane. Inoltre, hanno anche raccomandato l'uso del vaccino nei paesi in cui sono prevalenti nuove varianti, inclusa la variante B1.351 sudafricana". Così in una nota la multinazionale AstraZeneca in relazione all'autorizzazione all'uso di emergenza rilasciata oggi dall'Oms per il vaccino anti-Covid. "AstraZeneca e SII - prosegue l'azienda - lavoreranno ora con lo strumento Covax per iniziare a fornire il vaccino in tutto il mondo, con la maggioranza che si recherà il più rapidamente possibile nei paesi a reddito medio e basso. Nella prima metà del 2021, si spera che più di 300 milioni di dosi del vaccino saranno rese disponibili a 145 paesi attraverso Covax, in attesa di sfide operative e di fornitura. Queste dosi saranno assegnate equamente secondo il quadro di allocazione Covax".
Guariti ma stanchi, distratti, poco lucidi
(da M.D.Digital) I pazienti che hanno superato il Covid-19 spesso, a distanza di tempo dalla guarigione e dalla dimissione dall’ospedale, lamentano rallentamento, stanchezza mentale, mancanza di lucidità e fatica nelle attività quotidiane come lavorare, guidare la macchina o fare la spesa. Un recente studio pubblicato sulla rivista Brain Sciences riporta la valutazione delle funzioni cognitive a distanza di 5 mesi dalla dimissione dall’ospedale in un gruppo di 38 pazienti precedentemente ospedalizzati tra i 22 ed i 74 anni, senza disturbi della memoria o dell’attenzione prima del ricovero. La ricerca coordinata da Roberta Ferrucci, che ha visto la collaborazione del Centro “Aldo Ravelli” del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Milano, dell’ASST Santi Paolo e Carlo e dell’IRCCS Istituto Auxologico di Milano, documenta che 6 pazienti su 10 guariti dal Covid-19 hanno un rallentamento mentale e ottundimento e 2 su 10 riportano oggettive difficoltà di memoria. Questi disturbi non sono associati a depressione ma sono correlati alla gravità della relativa insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. Le alterazioni osservate si riscontrano anche in soggetti giovani. Alberto Priori, docente del dipartimento di Scienze della Salute e direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Milano presso il Polo Universitario Ospedale San Paolo, commenta: “Questo è uno studio importante che dimostra per la prima volta che i disturbi di memoria e il rallentamento dei processi mentali osservati, in più della metà dei nostri pazienti, persistono anche mesi dopo la dimissione. Queste alterazioni possono, nei casi più gravi, anche interferire con l’attività lavorativa, particolarmente per chi ha un ruolo che richiede decisioni rapide, come gli stessi medici o gli infermieri. Il meccanismo per cui il virus altera le funzioni cognitive è complesso. L’interessamento del sistema nervoso origina sia da una diretta invasione da parte del virus, sia indirettamente attraverso l’attivazione dell’infiammazione e della risposta sistemica all’infezione”.
(Ferrucci R, et al. Long-Lasting Cognitive Abnormalities after COVID-19. Brain Sci. 2021, 11(2), 235; https://doi.org/10.3390/brainsci11020235)
Garante privacy: “Datore di lavoro non può chiedere ai dipendenti se si sono vaccinati contro il Covid. Ma in ambito sanitario i non vaccinati possono essere esclusi da alcune mansioni su indicazione medico competente”
Lo chiarisce il Garante privacy in alcune Faq sulla vaccinazione dei lavoratori. Focus sul lavoro in sanità. Per il Garante in attesa di un intervento del legislatore nazionale che valuti se porre la vaccinazione anti Covid-19 come requisito per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni, allo stato, nei casi di esposizione diretta ad "agenti biologici" durante il lavoro, come nel contesto sanitario che comporta livelli di rischio elevati per i lavoratori e per i pazienti, trovano applicazione le “misure speciali di protezione” previste per taluni ambienti lavorativi comprese l'inidoneità a svolgere alcune mansioni. Leggi L'articolo completo al LINK
Covid. Lo Spallanzani “promuove” il vaccino russo Sputnik: “Sicuro ed efficace, può avere un ruolo importante nelle vaccinazioni”
Covid. Lo Spallanzani “promuove” il vaccino russo Sputnik: “Sicuro ed efficace, può avere un ruolo importante nelle vaccinazioni” L’Istituto ha analizzato i dati della letteratura scientifica internazionale sul vaccino messo a punto in Russia ma per il momento non ancora sotto esame da parte di Ema. Le conclusioni sono positive: “I dati di efficacia clinica sia in termini di protezione dalla malattia sintomatica (>90%) e dalla malattia grave (100%) sono paragonabili ai due vaccini più efficaci attualmente disponibili e si sono dimostrati omogenei in tutte le fasce di età” Leggi L'articolo completo al LINK
Covid, Di Lorenzo (IRBM): vaccino AstraZeneca sotto attacco perché costa poco
(da AdnKronos Salute) Il vaccino AstraZeneca è davvero meno efficace del prodotto Pfizer? "Ma per carità, non è così e lo spiego. Osservo, invia preliminare, che questa ondata mediatica contro AstraZeneca è partita subito dopo che è stato diffuso il prezzo del nostro vaccino". Così Piero Di Lorenzo, presidente della Advent, l'azienda di Pomezia del gruppo Irbm spa produttrice del vaccino AstraZeneca in collaborazione con l'Università di Oxford, in un'intervista al 'Mattino'. "Si è associato il minor prezzo ad una qualità inferiore. Invece, meritoriamente AstraZeneca e l'Università di Oxford - sottolinea - hanno scelto di caricare sulla collettività solo i costi di produzione, rinunciando a qualsiasi guadagno sulla proprietà intellettuale". Il vaccino, ricorda Di Lorenzo, "è efficace al 76% dopo la prima dose, all'82% con la seconda. La cosa più eclatante, però, è che la copertura è totale sugli effetti del virus che costringono al ricovero ospedaliero. Chi è vaccinato, anche se viene contagiato non subisce altra conseguenza che un po' di febbre o dolori allaschiena, senza avere alcun bisogno di ricovero in ospedale". È un dato scientifico? "È un risultato reso pubblico dalla prestigiosa rivista scientifica internazionale The Lancet in un pre-print". Il vaccino AstraZeneca, dunque, pensa sia stato vittima di denigrazione mediatica? "Diceva Andreotti che a pensar male si fa peccato - risponde - ma a volte si fa centro. Osservo alcuni episodi. Si è parlato di medici che rifiutano il vaccino, nonostante sia stato ottenuto dopo sperimentazioni accurate di un'Università di prestigio come quella di Oxford e poi si scopre che un solo medico, un ginecologo, mentre era in fila ha chiesto perché non gli venisse inoculato il vaccino Pfizer".
Responsabilità medica e relazione con le linee guida
(Autore: Anna Macchione - Ufficio Legislativo FNOMCeO) La Cassazione ha stabilito che il giudice deve “verificare la esistenza di linee guida, stabilire il grado di colpa tenendo conto del discostamento da tali linee guida o, comunque, del grado di difficoltà dell’atto medico, stabilendo la qualità della colpa (imprudenza, negligenza imperizia) ed il suo grado al fine di verificare se il caso rientri in una delle previsioni più favorevoli.” Infatti “L’errore, ex se, non vale a tradursi nell’immediato riconoscimento della responsabilità penale. Nelle ipotesi di omicidio o lesioni colpose in campo medico, deve necessariamente farsi luogo ad un ragionamento controfattuale che deve essere svolto dal giudice in riferimento alla specifica attività richiesta al sanitario (diagnostica, terapeutica, di vigilanza e salvaguardia dei parametri vitali del paziente o altro) e che si assume idonea, se realizzata, a scongiurare o ritardare l’evento lesivo, come in concreto verificatosi, con alto grado di credibilità razionale.” (Corte di Cassazione Sezione IV Penale Sentenza N. 4063/2021)
“GIORNATA NAZIONALE DEL PERSONALE SANITARIO, SOCIOSANITARIO, SOCIOASSISTENZIALE E DEL VOLONTARIATO” 20 febbraio 2021
Cerimonia in diretta streaming sul portale della FNOMCeO: https://portale.fnomceo.it/diretta-giornata-del-medico/
Attività di screening nei luoghi di lavoro attraverso test antigenici rapidi naso-faringei
da AUSLRomagna:
Gentili colleghi,
Allo scopo di favorire la partecipazione e l’adesione si trasmette il progetto promosso dalla Regione Emilia-Romagna relativo allo screening collettivo nei luoghi di lavoro per la prevenzione del rischio di contagio da SARS-CoV-2. Il percorso di screening è caratterizzato da un’unità d’intenti tra tutte le figure aziendali della prevenzione e attribuisce ai Medici Competenti un ruolo centrale. I Servizi di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro (SPSAL) dei Dipartimenti di Sanità Pubblica territorialmente competenti sono il riferimento e coordinano le attività del progetto. Per ulteriori approfondimenti e informazioni è possibile consultare la pagina web al link sotto indicato e rivolgersi direttamente ai nostri Servizi, in calce si riportano gli indirizzi di posta elettronica e i referenti per i diversi territori.
Si auspicano la massima diffusione e adesione al programma di screening in un sistema partecipato e condiviso per il raggiungimento degli obiettivi comuni di prevenzione del rischio di contagio da SARS-CoV-2 e di prosecuzione delle attività lavorative.
Covid-19, una dose di vaccino ai guariti. L’ipotesi si fa strada. Ecco perché
(da Doctor33) Un soggetto guarito sviluppa un certo grado di immunità, che al momento si stima possa perdurare almeno 6 mesi. È a partire da questo presupposto che si sta facendo largo tra gli esperti l'ipotesi di somministrare una sola dose di vaccino anti-Covid, senza dunque effettuare il richiamo, alle persone che già hanno contratto la Covid-19 in forma sintomatica. L'idea è supportata anche dai primi studi scientifici e approda ora all'esame di tavoli tecnici mentre si apre un confronto anche con l'Agenzia italiana del farmaco.
Ad oggi, non sono disponibili linee guida consolidate a livello internazionale sulla questione e le strategie adottate variano nei diversi Paesi. La vaccinazione ai guariti non ha una controindicazione secondo le autorità sanitarie, ma la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente raccomandato di posticipare la somministrazione del vaccino a chi si è contagiato in una situazione di scorte limitate di vaccini anti-Covid. Secondo l'Aifa, la vaccinazione non contrasta con una precedente infezione da Covid-19, anzi potenzia la sua memoria immunitaria, per cui non è utile alcun test prima della vaccinazione. Tuttavia, rileva l'Agenzia, coloro che hanno avuto una diagnosi di positività a Covid-19 non necessitano di una vaccinazione nella prima fase della campagna vaccinale, mentre questa potrebbe essere considerata quando si otterranno dati sulla durata della protezione immunitaria. Sicuramente, posticipare l'immunizzazione o non effettuare il richiamo ai guariti consentirebbe di avere a disposizione un gran numero di dosi da destinare ad altre categorie prioritarie. La Francia, ad esempio, si sta orientando in questa direzione.
Favorevole a tale strategia è l'immunologo Alberto Mantovani, professore emerito di Patologia e direttore scientifico dell'Istituto Irccs Humanitas di Milano. All'Humanitas, ha spiegato intervenendo a "Che tempo che fa" su Rai3, "abbiamo pubblicato un lavoro due settimane fa, coordinato da Maria Rescigno, in cui abbiamo osservato che nelle persone che hanno avuto Covid, nella prima dose di vaccino c'è una risposta straordinaria del livello di anticorpi. In parallelo, l'esperto Florian Krammer ha pubblicato un lavoro praticamente identico e sono usciti altri 3 lavori negli Usa con lo stesso massaggio". Questi lavori, ha affermato, "suggeriscono che vada seriamente considerata l'ipotesi di dare una sola dose a chi ha già avuto Covid sintomatico per due motivi: il primo motivo è per il bene di chi viene vaccinato e per risparmiare tossicità e il secondo perché questo ci dà centinaia di migliaia, forse 1 milione di dosi di vaccino in più".
Sulla stessa linea anche Massimo Galli, direttore del dipartimento Malattie infettive all'Ospedale Sacco di Milano, secondo il quale le persone guarite da Covid "non andrebbero vaccinate". È infatti "verosimile - chiarisce - che i guariti mantengano una risposta immunitaria anche a lungo, e attualmente vediamo che in questi soggetti tale risposta è molto buona". Inoltre, avverte, "in alcuni casi si sono viste delle reazioni più pesanti in soggetti guariti e vaccinati. Non si tratta di reazioni gravi o che richiedono ospedalizzazione ma non sappiamo come potrebbe ad esempio rispondere l'organismo di un soggetto anziano in questa situazione". Il punto, conclude Galli, è che "credo si vaccini a tappeto anche per una questione di semplicità organizzativa, ma questo equivale ad una dichiarazione di incapacità di saper distinguere tra situazioni diverse".