Fnomceo attiva convenzione per la copertura assicurativa dei medici vaccinatori

Una convenzione, per garantire la copertura assicurativa a tutti i medici vaccinatori contro il Covid. Ad attivarla, la FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e Odontoiatri. Nei prossimi giorni, su questo Portale sarà pubblicato un link che rimanderà al sito di Consulbroker, l’intermediario assicurativo di riferimento della Federazione e, nello specifico, a un format attraverso il quale gli iscritti potranno stipulare la polizza a tariffa agevolata.   In questo modo tutti i medici vaccinatori, a partire dai giovani sino ad arrivare ai pensionati rientrati in attività per l’emergenza, potranno usufruire della copertura assicurativa specifica per la loro attività. Copertura che potrà essere, facoltativamente, estesa agli eventi denunciati nei dieci anni successivi alla scadenza della polizza, aggiungendo una garanzia postuma.

Salumi e alcol come le sigarette: l’Ue propone etichette anti-cancro

(da Nutrienti e Supplementi)   L’Europa dichiara guerra al cancro e si prepara a una battaglia fatta anche di etichettatura dei prodotti alimentari ritenuti fattori di rischio. La proposta è contenuta all’interno del Piano europeo per la lotta al cancro presentato a Bruxelles lo scorso 3 febbraio.

Così la commissaria alla Salute, Stella Kyriakides: “L’Ue proporrà un’etichettatura nutrizionale obbligatoria e armonizzata nella parte anteriore della confezione per consentire ai consumatori di fare scelte alimentari informate, sane e sostenibili. Siamo pronti a sostenere gli Stati membri nel favorire i loro sforzi sulla riformulazione e sull’attuazione di politiche efficaci per ridurre la commercializzazione di prodotti alimentari malsani”. A questo proposito, inoltre, “la Commissione sta intraprendendo una revisione della politica di promozione dei prodotti agricoli, nell’ottica di potenziare il proprio contributo alla produzione e al consumo sostenibili e in linea con il passaggio a una dieta con più frutta e verdura e meno carni rosse e lavorate e altri alimenti legati al rischio di cancro”.  Nel mirino, dunque, carni rosse e salumi ma anche l’alcol. Il progetto partirà nel 2022-2023 e ci saranno fondi per gli Stati membri per uniformarsi per 4 miliardi di euro. Potrebbero comparire scritte come sui pacchetti di sigarette e chi non rispetterà la direttiva europea vedrà meno le risorse destinate al piano di prevenzione.  La scelta ha scatenato la rabbia dei produttori. Il vino, però, pare non sarà etichettato. Ci ha pensato Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione UE, a scongiurare il rischio: “L’Ue non ha intenzione di proibire il vino, né di etichettarlo come una sostanza tossica, perché fa parte dello stile di vita europeo”.   Così Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, in una lettera inviata al Commissario europeo per gli affari economici Paolo Gentiloni: "L'Unione europea vuole cancellare i fondi per la promozione di carne, salumi e vino, prevedendo su questi prodotti etichette allarmistiche come per i pacchetti di sigarette. Una proposta che nasce con la scusa di tutelare la salute che, invece, va salvaguardata promuovendo una dieta equilibrata e varia, senza criminalizzare singoli alimenti. Una scelta che colpisce prodotti simbolo del Made in Italy come il vino, di cui l'Italia, principale produttore, è il più ricco di piccole tipicità tradizionali, che hanno bisogno di sostegni per farsi conoscere sul mercato, e che rischiano invece di essere condannate all'estinzione".

Origine Covid-19, Oms: I dati riconducono ad un’origine animale. Improbabile incidente da laboratorio

(da Doctor33)   Le informazioni raccolte dalla missione congiunta Oms e Cina a Wuhan «suggeriscono che l'origine del coronavirus è animale», ma «la ricerca per la possibile rotta di penetrazione del virus nelle specie animali è ancora un lavoro in corso d'opera». Lo ha dichiarato il capo della missione dell'Oms a Wuhan, Peter Ben Embarek, in una conferenza stampa nella città cinese, primo focolaio del coronavirus. «Un salto diretto dai pipistrelli agli umani non è probabile», ha spiegato, visto che a Wuhan e dintorni non vi è una grande popolazione di questi animali. Rimane in piedi l'ipotesi pangolini e felini come primi portatori del coronavirus, ma l'Oms ha consigliato di andare avanti con gli studi a riguardo.   Embarek ha ammesso che la missione sul campo «non ha stravolto le convinzioni che avevamo prima di cominciare» circa le origini del virus ma, ha proseguito, si sono aggiunti «dettagli cruciali». Il funzionario Oms ha poi sottolineato nel corso della spiegazione che non si è riusciti a scoprire come il virus sia entrato nel mercato Huanan di Wuhan, epicentro del primo focolaio noto della malattia, a fine 2019. «Non abbiamo trovato prove di grandi focolai che possano essere collegati prima di dicembre (2019) a Wuhan - ha detto -. Siamo anche d'accordo sul fatto che troviamo una più ampia circolazione del virus a Wuhan a dicembre, non solo limitata al mercato di Huanan» «La possibilità che la diffusione del nuovo coronavirus derivi da «un incidente collegato a un laboratorio» è «estremamente improbabile». Embarek ha identificato, invece, altre ipotesi ritenute più probabili per la diffusione del virus, tra cui la trasmissione da specie animali e attraverso la catena dei prodotti alimentari surgelati.
«Sappiamo che il virus può sopravvivere nei cibi surgelati, ma non sappiamo ancora se da questi si può trasmettere all'uomo. Su questo servono più ricerche», ha sottolineato. «L'ipotesi che il Covid attraverso il commercio di prodotti surgelati è possibile ma molto lavoro deve essere ancora fatto in questo ambito», ha aggiunto. L'ipotesi di un virus uscito dal laboratorio dell'Istituto di Virologia di Wuhan è stata lo scorso anno al centro dei sospetti internazionali, e soprattutto degli Stati Uniti, come possibile origine della pandemia di Covid-19, ed è sempre stata smentita da Pechino

Covid. Cattiva igiene orale un rischio per le persone positive

Nelle persone positive e con le gengive molto infiammate la probabilità di decesso crescerebbe di 8.8 volte, quella di ventilazione assistita di 4.6 volte e di 3.5 volte il rischio di un ricovero in terapia intensiva, con un pericolo che sale al crescere della gravità della parodontite. È quanto emerge studio appena pubblicato sul Journal of Clinical Periodontology. Per la Società italiana di parodontologia e implantologia fondamentale la buona igiene orale.  Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=92134&fr=n

L’insulina resiste un mese a temperatura ambiente

(da DottNet)   Una volta aperti i flaconi di insulina possono essere tenuti per un mese a temperatura ambiente senza che il farmaco perda di efficacia. Lo afferma uno studio di Medici Senza Frontiere e dell'università di Ginevra pubblicato dalla rivista 'Plos One', particolarmente utile nelle situazioni in cui i pazienti non hanno un frigorifero, come nei campi profughi.  I ricercatori hanno registrato le temperature nel campo profughi di Daghaley, in Kenya, per una settimana, trovando una minima di 25 gradi di notte e una massima di 37 di giorno. Queste condizioni sono state riprodotte in laboratorio per quattro settimane, periodo che impiegano i pazienti di solito a finire una confezione di insulina. Attualmente le indicazioni sono di conservare il farmaco tra 2 e 8 gradi. "La stabilità dell'insulina conservata in queste condizioni - conclude lo studio - è la stessa del farmaco conservato in frigo. Questo permette alle persone con diabete di gestire la patologia senza andare in ospedale molte volte. Questo può cambiare le pratiche di gestione del diabete dove ci sono poche risorse, visto che i pazienti non dovrebbero andare in ospedale ogni giorno per l'iniezione".

Chi non si vaccina, non cura

(da Quotidiano Sanità)   Gentile Direttore, leggo con soddisfazione che il Presidente della FNOMCEO, FIlippo Anelli, ha dichiarato pubblicamente e con grande chiarezza che i medici hanno l’obbligo morale di sottoporsi alla vaccinazione anticovid e che, ove avessero rifiutato, avrebbero dovuto essere allontanati dal servizio di cura.
L’ovvia conseguenza di questa decisione, adottata dalle ASL perché suffragata dall’evidente inidoneità alla mansione a causa della possibilità di nuocere proprio a chi si affida alle cure del personale sanitario, comporterebbe l’assegnazione a compiti lontani dal rapporto col paziente.
Questa forte e doverosa posizione che onora la Federazione, si fonda su basi inoppugnabili, riconosciute e esposte anche su QS in varie occasioni.
I più importanti costituzionalisti hanno già rilevato la costituzionalità di una legge che prevedesse l’obbligo vaccinale per alcune categorie, i giuslavoristi e i medici legali hanno ampiamente dimostrato il fondamento giuridico di una norma che riconosca l’esigenza di essere vaccinati per il personale del SSN quale onere di servizio che dimostra l’idoneità alla mansione. Il personale sanitario non vaccinato è semplicemente inidoneo a operare a contatto con i malati.
Aggiungo a questo quadro una sola annotazione. La dichiarazione del Presidente della Fnomceo ha una fortissima rilevanza deontologica.
E lo dico perché, a mio avviso, gli Ordini debbono farsi carico di valutare caso per caso la renitenza vaccinale dei propri iscritti. L’articolo 1 del vigente Codice Deontologico “in armonia con i principi etici di umanità e solidarietà, impegna il medico nella tutela della salute individuale e collettiva…”; il testo è chiarissimo e è sufficiente a chiamare il medico in audizione. Il medico è obbligato a tutelare la salute di tutti in base al principio etico della solidarietà che già è richiamata nell’articolo 2 della Costituzione come dovere di ogni cittadino.
Il medico non può non sentire questa doverosità come essenziale alla professione e ove mancasse questa sensibilità, è chiara l’infrazione disciplinare. Inoltre il medico ha l’obbligo in base all’articolo 14 del CD, di “garantire le più idonee condizioni di sicurezza del paziente”, il che ovviamente non potrà fare se, ad esempio, non ha provveduto all’opportuna copertura vaccinale personale durante la pandemia.
In conclusione, ci sono gli estremi per valutare i medici renitenti alla vaccinazione sul piano deontologico. Mi auguro che non ce ne sia mai bisogno e che il richiamo del Presidente Anelli sia sufficiente, ma ove ciò non fosse, gli Ordini debbono essere garanti di fronte alla cittadinanza del rispetto da parte dei medici degli obblighi morali insiti nella professione.
Antonio Panti

Medici no vax. Omceo di Bologna: “I ‘si dice’ non sono accettabili”

In un documento redatto dalla commissione Vaccini e condiviso da varie personalità della sanità arrivano le rassicurazioni alla popolazione, ma anche un monito verso i medici che pubblicamente manifestano tesi distanti da posizioni scentifiche. Il presidente Bagnoli: “Non c’è un’intenzione di aprire procedimenti, ma non possiamo ignorare da un punto di vista ordinistico quanti lanciano messaggi alla popolazioni non supportate dalla scienza”.    Leggi L'articolo completo al LINK

Gli anticorpi Covid durano sei mesi nella maggior parte dei guariti

(da DottNet)   In circa l'88% delle persone guarite dal Covid-19, gli anticorpi nel sangue rimangono per 6 mesi. Lo indica lo studio condotto dalla biobanca britannica Uk Biobank, una delle più grandi al mondo per gli studi sul Covid, che ha analizzato i campioni biologici di quasi 1700 persone, come segnala la Bbc.  La Uk Biobank raccoglie sangue, urina, campioni di saliva, dati genetici e esami di cuore e cervello di circa mezzo milione di persone, che hanno acconsentito a far analizzare le loro informazioni per aiutare la ricerca medica. Quasi 20.000 di questi volontari hanno fornito un campione di sangue ogni mese tra il 27 maggio e 4 dicembre scorso. Di questi, 1699 sono risultati positivi agli anticorpi al SarsCov2 in questo periodo, indicando un'infezione passata. Molti di loro erano già risultati positivi al coronavirus nel primo mese dello studio, suggerendo quindi che il contagio fosse avvenuto nella prima ondata pandemica.    Sei mesi dopo, è così emerso che l'88% di loro aveva ancora gli anticorpi al virus rilevabili nel sangue, confermando così quando osservato in studi più piccoli condotti sugli operatori sanitari. E' inoltre possibile che alcuni o tutti quelli di quel 12%, i cui test da positivi sono diventati negativi, abbiano comunque mantenuto una qualche protezione contro una successiva infezione, anche se la loro quantità di anticorpi era troppo bassa per essere rilevata. L'indagine ha mostrato anche i sintomi più ricorrenti vissuti dai malati: il 26% ha avuto tosse, il 28% febbre, il 43% ha perso gusto o olfatto, mentre il 40% non ne ha avuto nessuno di questi e il 20% è stato asintomatico.Nel gruppo di chi aveva gli anticorpi al SarsCov2, il 13,% era under30, mentre il 6,7% aveva più di 70 anni. "Anche se non possiamo essere certi di come la presenza degli anticorpi sia collegata all'immunità - commenta Naomi Allen, responsabile scientifico della Uk Biobank - i risultati suggeriscono che le persone possono essere protette da una nuova infezione per almeno 6 mesi dopo la prima". Un follow up più lungo, conclude, "ci permetterà di determinare quanto dura questa protezione".

Elezioni Ordini dei Medici. Per la prima volta in otto province si terranno per via telematica

Sono otto gli Ordini dei Medici (Ascoli Piceno, Brescia, Campobasso, Latina, Macerata, Modena, Napoli, Piacenza) che, per la prima volta nella storia della Federazione, voteranno per via telematica per rinnovare i loro organi. La piattaforma che sarà utilizzata permetterà di garantire segretezza e anonimato del voto, oltre all’identificazione certa degli elettori.  Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=92187&fr=n

La scuola in presenza non è un rischio se si rispettano le regole. Il punto dei Cdc

(da Doctor33)   Secondo gli esperti dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) degli Stati Uniti, la riapertura delle scuole in presenza può avvenire in sicurezza, purché vengano prese alcune precauzioni. In un editoriale pubblicato su Jama, Margaret Honein, del Covid-19 Response Team dei Cdc, e il suo gruppo di ricerca spiegano che le prove disponibili basate sul semestre autunnale indicano che la scuola in presenza è sicura a patto che tutti indossino la mascherina e seguano le linee guida di distanziamento sociale, e che vengano limitate attività quali gli sport indoor e le interazioni di gruppo, ritenute rischiose.   Secondo gli esperti, i funzionari locali dovrebbero prendere in considerazione invece l'idea di chiudere ristoranti al coperto, bar e palestre scarsamente ventilate per assicurarsi che la trasmissione di Covid-19 rimanga bassa in tutta la comunità. Gli autori dell'editoriale sostengono di aver trovato poche prove che le scuole causino un tipo di epidemia come quella osservate nelle case di cura e negli ambienti affollati, come gli impianti di confezionamento della carne. Nelle scuole che hanno riaperto in presenza, infatti, la maggior parte dei casi di Covid-19 proveniva da riunioni sociali all'esterno, non dalla frequenza scolastica. A questo proposito, uno studio pubblicato su Morbidity and Mortality Weekly Report dei Cdc, diretto da Amy Falks, della Aspirus Doctors Clinic, Wisconsin Rapids, e del Medical College of Wisconsin-Central Wisconsin, ha mostrato che le scuole nel Wisconsin rurale con un elevato utilizzo di mascherine avevano tassi di Covid-19 inferiori rispetto alla comunità circostante. Una didattica mista tra presenza e a distanza sembra al momento l'opzione migliore, in modo da limitare il numero di persone presenti contemporaneamente in una stanza e prevenire l'affollamento, e considerando che alcuni membri del personale e degli studenti continueranno ad avere bisogno di opzioni online, soprattutto se affrontano rischi elevati di Covid-19 grave. «Le decisioni prese oggi possono aiutare a garantire il funzionamento sicuro delle scuole e a fornire servizi fondamentali a bambini e adolescenti negli Stati Uniti. Alcune di queste decisioni possono essere difficili, ma impegnarsi oggi in politiche che impediscono la trasmissione nelle comunità e nelle scuole contribuirà a garantire il futuro benessere sociale e accademico di tutti gli studenti» concludono gli esperti.
(JAMA 2021. Doi: 10.1001/jama.2021.0374    http://doi.org/10.1001/jama.2021.0374
MMWR 2021. Doi: 10.15585/mmwr.mm7004e3   
http://dx.doi.org/10.15585/mmwr.mm7004e3  )

OMCEO – RACCOLTA FONDI “SEMPRE CON VOI” INFORMAZIONI

Gentilissimi,
In riferimento alla Raccolta Fondi “Sempre con voi” a sostegno dei familiari degli operatori sanitari deceduti a causa del Covid-19, si comunica, per opportuna conoscenza, che abbiamo avuto conferma dal Dr. Della Valle della proroga della richiesta di erogazione del beneficio fino al termine dello stato di emergenza, attualmente previsto al 30 aprile 2021.
A tal fine si inoltra la modulistica aggiornata, in seguito all’OCDPC 726 del 2020, che dovrà essere utilizzata dagli eventuali richiedenti.
Cordiali saluti
Ufficio Presidenza FNOMCeO
via Ferdinando di Savoia,1- ROMA
Tel. 06.36203219 -211 -252 -210
presidenza@fnomceo.it

Farmaci anti-Covid: come usarli e quando evitarli

(da DottNet)   Antibiotici, cortisone ed eparina hanno un ruolo fondamentale per curare il Covid-19, ma questa triade è utilizzata molto spesso a sproposito nei pazienti non gravi. "Riscontriamo un uso improprio di questi strumenti che, se utilizzati al momento sbagliato, creano più danni che benefici. E' una moda iniziata con la seconda ondata e continua in modo preoccupante", osserva Massimo Andreoni, direttore dell'UOC Malattie Infettive dell'Ospedale di Tor Vergata a Roma.  "Le prescrizioni dettate dal panico sono una malpractice che serpeggia pesantemente - mette in guardia Matteo Bassetti, primario di Malattie Infettive al San Martino di Genova - e in particolare, con un uso indiscriminato di antibiotici stiamo ponendo le basi di una pandemia da germi resistenti, che sarà il vero post Covid". Il paziente "si sente rassicurato se vengono prescritti farmaci ma spesso sono controproducenti.

A partire dal cortisone, che andrebbe assunto quando la saturazione dell'ossigeno scende sotto il 92%, mentre molto di frequente viene prescritto senza motivo appena arriva il risultato di un tampone positivo", chiarisce Andreoni, direttore scientifico della Simit (Società Italiana Malattie infettive e tropicali). I dati di letteratura scientifica però "mostrano che i pazienti che utilizzano cortisone troppo precocemente hanno un andamento peggiore rispetto a chi che lo ha usato quando la malattia si è aggravata, anche perché diminuisce le difese immunitarie dell'organismo". Altrettanto vale per l'eparina, che aiuta a evitare la formazione di trombi, una delle possibili complicanze del Sars-Cov-2. "E' utile - dice Andreoni - solo se il paziente è allettato e non si muove o per chi ha un rischio specifico di eccesso di coagulazione del sangue. Ma se usata in chi non ha queste caratteristiche può esporre a problemi emorragici".

Così come è sbagliato l'uso dell'azitromicina, diventata quasi "il farmaco per trattare Covid" secondo un luogo comune. Gli antibiotici macrolidi, tra cui l'azitromicina, osserva Bassetti, presidente della Società Italiana Terapia Antinfettiva (Sita), "hanno mostrato di avere effetti antinfiammatori, ma attenzione a usarli quando non servono. Vediamo tanti pazienti che fanno a casa 3 giorni di antibiotici come misura preventiva, mentre vanno usati solo se ci sono segni radiologici di polmoniti o in pazienti ospedalizzati in cui c'è il rischio che il virus apra la porta a un batterio, altrimenti aumentiamo la crescita di batteri resistenti, che sono il vero post Covid. La vera eredità della pandemia di Sars-Cov-2 è una pandemia di infezioni resistenti agli antibiotici, a cui stiamo già assistendo in ospedale".

In caso di febbre o dolori muscolari lievi va bene il paracetamolo. Nel caso in cui serva un antinfiammatorio più forte, prosegue Bassetti, "se non ci sono controindicazioni specifiche, consiglio l'acido acetilsalicilico, che ha anche effetto antiaggregante".  Infine, riguardo agli integratori, di cui si fa grande uso in questo periodo, Andreoni sottolinea: "non sono una cura, ma è vero che un organismo che presenta carenze di sali minerali e vitamine risponde meno bene alle infezioni. In particolare nel caso del Covid, studi mostrano che chi ha una carenza di vitamina D ha un andamento peggiore rispetto a chi ne ha nel sangue una quantità normale. Quindi le carenze andrebbero evitate e reintegrate".

Google minaccia il rapporto medico-paziente

da M.D. Digital, modificato)   Tra i numerosi effetti indesiderati della pandemia c'è anche quello della compromissione del rapporto medico-paziente. A lanciare l'allarme è Massimiliano Cavallo, uno dei maggiori esperti italiani di Public Speaking, autore del libro “Parlare in Pubblico Senza Paura” (edito da Anteprima Edizione) e del nuovo volume “Sono solo parole - Crea il tuo discorso top ispirandoti a 10 discorsi che hanno fatto la storia” (edito da Youcanprint). “E' indubbio che la sovraesposizione della classe medica nei media abbia prodotto in alcuni casi malumori”, spiega. “Questo ha in qualche modo contribuito all'erosione del già fragile rapporto di fiducia che dovrebbe esserci tra medico e paziente. Per molti versi dr Google è diventato più credibile di un camice bianco in carne e ossa”, aggiunge.
La spettacolarizzazione della pandemia è certamente tra le prime cause. “In particolare, nella fase iniziale dell'emergenza quando i messaggi dei tanti medici in Tv – dice Cavallo - erano spesso contraddittori, pur trattandosi di specialisti molto famosi. Il colpo di grazia è arrivato con l'estate quando una parte dei medici che affollavano le trasmissioni televisive affermavano, ad esempio, che il caldo avrebbe ucciso il virus o che il peggio fosse alle spalle. Non è stato così”. Per qualche medico, secondo l'esperto, si è visto un eccesso di protagonismo, in tv e sui social, con conseguente perdita di credibilità. Il rischio è che questo si ripercuota anche sulla credibilità di farmaci e vaccini anti-Covid. “Il medico, quindi, si ritrova da un lato a dover recuperare questo gap di fiducia e dall'altro ad avere una grande responsabilità nell'incrementare la fiducia nelle terapie e nei vaccini approvati”, evidenzia Cavallo.
In realtà, il rapporto medico-paziente è entrato in crisi già qualche anno fa. “Nell’epoca del dr. Google, molti pazienti cercano notizie su Internet relativamente ai propri sintomi, con le conseguenze che ciò può comportare”, dice Cavallo. “Il problema non è Internet, che dà accesso a tante notizie utili, ma l’uso che se ne fa. Per i pazienti - continua - è bene documentarsi e avere più informazioni possibili, ma spesso bisogna saper selezionare le fonti e non basarsi solo sulle notizie della rete perché si potrebbe facilmente incappare in informazioni false, distorte o incomplete". Questo, temono gli esperti, potrebbe comportare il ritardo di una diagnosi da parte del proprio medico o portare a pericolose soluzioni fai da te con il rischio di serie conseguenze. Da qui nasce da parte dei medici la necessità di recuperare un rapporto di fiducia con i pazienti.  A questo scopo Cavallo elenca una serie di consigli utili per i medici per comunicare meglio con i propri pazienti:

Allearsi con Internet. Il web non è un nemico assoluto. Si possono, ad esempio, sfruttare i social o creare un proprio canale YouTube per fare corretta informazione, divulgare sani stili di vita, informare per prevenire, far capire come riconoscere le fake newsin medicina, fare tutorialper insegnare specifici strumenti o per svolgere esercizi riabilitativi mirati. Inoltre, sui social i medici possono creare un confronto con i pazienti. Chiaramente tutto limitatamente al tempo a loro disposizione e al rispetto delle norme deontologiche.

Vietato il “medichese”. Parlare in modo semplice. Se il medico, infatti, parla il “medichese” creerà solo confusione nel paziente. Per questo il medico deve parlare un linguaggio che sia chiaro e deve accertarsi che il paziente abbia compreso la prescrizione.

Ascoltare di più.  È vero, i tempi di un medico sono sempre ristretti, ma spesso il paziente ha solo bisogno di essere ascoltato e compreso. Per questo anche se il medico ha già intuito la diagnosi dopo le prime parole del paziente, non deve interromperlo e deve lasciarlo continuare. La fase di ascolto deve essere però sincera, non deve quindi prevedere distrazioni del medico, lo sguardo deve essere diretto al paziente e le domande mirate. Ascoltare di più il paziente, concedergli quel minuto in più nella raccolta della diagnosi, permetterà, paradossalmente, di risparmiare tempo successivamente.

Usare messaggi telematici.  Per accelerare i tempi della comunicazione ed evitare troppe visite in presenza, a volte può essere sufficiente un messaggio su whatsapp, o altre messaggistiche, strumenti che sempre più medici usano con i propri assistiti, sempre con le dovute attenzione delle norme di privacy

Essere espliciti. Anche se spetta al medico prescrivere visite e terapie, bisogna evitare di dare l'impressione di voler imporre qualcosa al paziente. Ecco perché il medico deve chiarire gli obiettivi della prescrizione e ripeterla affinché possa assicurarsi che il paziente abbia inteso bene i suoi compiti. Spesso i pazienti non richiedono spiegazioni per non apparire incolti o poco adeguati. Per questo il medico deve essere esplicito.

Mostrare autorevolezza. Il medico dovrebbe sottolineare la propria autorevolezza: spesso il paziente non è a conoscenza della professionalità di chi ha di fronte. Per questo è sempre opportuno mettere in bella mostra nel proprio studio non solo i titoli accademici ma anche locandine di convegni ai quali si è partecipato o pubblicazioni. La stessa “vetrina” può essere concessa dall’uso dei social.

Covid-19, Accademia di medicina di Torino: vitamina D in prevenzione e trattamento

(da Nutrienti e Supplementi)   Sensibilizzare istituzioni, mondo scientifico e opinione pubblica sulle più recenti evidenze scientifiche a sostegno dell’utilità della vitamina D nella prevenzione e nel trattamento di Covid-19. Questo l’obiettivo di un documento inviato ad autorità sanitarie nazionali e regionali, messo a punto da un gruppo di lavoro di 135 medici istituito dall'Accademia di medicina di Torino, sotto il coordinamento del suo presidente Giancarlo Isaia e di Antonio D’Avolio, docenti, rispettivamente, di geriatria e farmacologia all'Università di Torino.   “A oggi è possibile reperire su PubMed circa 300 lavori, editi nel 2020, con oggetto il legame tra Covid-19 e vitamina D, condotti sia retrospettivamente che con metanalisi, che hanno confermato la presenza di ipovitaminosi D nella maggioranza dei pazienti, soprattutto se colpiti in forma severa, e di una più elevata mortalità a essa associata” si legge nel documento. “Tutti questi dati forniscono a nostro giudizio interessanti elementi di riflessione e di ripensamento su un intervento potenzialmente utile a tutta la popolazione anziana, che in Italia è in larga misura carente di vitamina D”.    Gli Autori hanno così selezionato alcuni dati ritenuti meritevoli di attenzione da parte delle autorità sanitarie, “al fine di considerare l’utilizzo della Vitamina D sia per la prevenzione che per il trattamento dei pazienti Covid-19”.   Sulla base dei risultati dei trial più significativi, si segnala, innanzitutto, come la vitamina D sembri più efficace contro Covid-19 (sia per la velocità di negativizzazione, sia per l’evoluzione benigna della malattia in caso di infezione) “se somministrata con obiettivi di prevenzione, soprattutto nei soggetti anziani, fragili e istituzionalizzati. Il target plasmatico minimo ottimale del 25(OH)D da raggiungere in ambito preventivo sarebbe di 40 ng/mL, per ottenere il quale occorre somministrare elevate dosi di colecalciferolo, anche in relazione ai livelli basali del paziente, e fino a 4.000 UI/die”. 

Sul fronte terapeutico, gli studi randomizzati “indicano l’utilità di un’unica somministrazione in bolo di 80.000 UI di colecalciferolo, oppure di calcifediolo - 0,532 mg il 1° giorno, 0,266 mg il 3°, il 7° giorno e poi una volta alla settimana - oppure ancora di 60.000 UI di colecalciferolo per 7 giorni, con l’obiettivo di raggiungere 50 ng/mL di 25 (OH)D”.  Due le proposte finali con cui si conclude il documento. Innanzitutto, l’invito a promuovere una consensus conference e/o uno studio clinico randomizzato e controllato, promosso e supportato da fondi pubblici, sull’efficacia terapeutica della Vitamina D, a pazienti sintomatici o oligosintomatici, secondo uno dei seguenti schemi:

- colecalciferolo per via orale 60.000 UI/die per 7 giorni consecutivi;

- colecalciferolo in monosomministrazione orale 80.000 (nei pazienti anziani);

- calcifediolo 532 mg (106 gocce) nel giorno 1 e 0,266 mg (53 gocce) nei giorni 3 e 7 e poi in monosomministrazione settimanale.

La somministrazione preventiva, infine, di colecalciferolo orale (fino a 4.000 UI/die) a soggetti a rischio di contagio (anziani, fragili, obesi, operatori sanitari, congiunti di pazienti infetti, soggetti in comunità chiuse).

Vaccino: Galli, dosi a sanitari già guariti? Non ha senso

(da AGI)  “Non ha senso vaccinare i sanitari che hanno già avuto il Covid e sono guariti. Non adesso almeno”. Lo ha detto Massimo Galli, direttore di Malattie Infettive dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano, all’apertura dei lavori del XXII Congresso Nazionale di NeuroPsicoFarmacologia. “Siamo a un milione e mezzo di vaccini somministrati, pari al 2,47% della popolazione, ostinandoci a vaccinare anche i sanitari già guariti. Non ha senso a mio avviso. Non adesso almeno, anche perché di vaccini ne abbiamo pochi non ne abbiamo molti”, ha osservato Galli. Il Regno Unito ha messo in ballo un razionamento da tempo di guerra con il quale non sono d’accordo. Allora cosa li facciamo a fare i lavori? Il vaccino Pfizer è stato tarato per somministrare la seconda dose al 21imo giorno. In questo modo non potremmo mai dire che la sua efficacia attesa è quella del protocollo del 95%”, ha concluso.

Covid. Dal 1 febbraio in Emilia Romagna via libera a tampone rapido o il test sierologico in farmacia senza ricetta medica

Gli esami si potranno eseguire al prezzo calmierato di 15 euro. E si amplia ancora il target di chi ha diritto al tampone gratuito: educatori, istruttori e allenatori di società sportive giovanili, volontari, caregiver. Bonaccini-Donini: "Mentre la campagna vaccinale va avanti, rafforziamo il nostro impegno per combattere il virus con tutti i mezzi disponibili".  Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=92008&fr=n

SARS-CoV-2 del futuro “pericoloso” come un raffreddore ?

(da M.D.Digital)    L’umanità è stata regolarmente minacciati da patogeni emergenti caratterizzati da tassi di mortalità impressionanti: solo negli ultimi decenni la cronaca è costellata da numerose emergenze sanitarie dovute a infezioni virali acute, tra cui SARS, MERS, Hendra, Nipah ed Ebola. Per fortuna, si trattava di focolai dove le misure di contenimento ne hanno impedito una diffusione ubiquitaria. Ma quando il contenimento non ha avuto successo immediato, come è stato per il nuovo virus betacorona SARS CoV-2 (CoV-2), è necessario comprendere e pianificare la transizione verso l'endemicità e la circolazione continua, con possibile cambiamenti nella gravità della malattia dovuti all'evoluzione del virus e all'accumulo di immunità e resistenza dell'ospite.

La previsione di uno studio pubblicato di recente su Science dipinge uno scenario rassicurante, in cui il virus diventerà endemico e poco aggressivo. Ma in quanto tempo non è dato saperlo.
In un futuro imprecisato (potrebbe trattarsi di anni ma anche di decenni, non è dato saperlo) il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero potrebbe compromettere la nostra salute non più di quanto fa un comune raffreddore. L’ottimistica previsione è basata su modelli epidemiologici e, come lo sono necessariamente tutte le previsioni, anche questa è in parte azzardata. Nel senso che è fondata su una serie di ipotesi che non è detto si verifichino. Per arrivare allo scenario ideale con un virus totalmente domato, endemico e quasi innocuo bisogna raggiungere prima alcuni traguardi cruciali, vaccinazione di massa in primis.
Certo, siamo ancora nel campo delle ipotesi ma gli scienziati hanno alcune teorie da proporre. Finora il SARS-CoV-2 ha avuto la strada spianata: si trattava di una minaccia nuova contro la quale non avevamo difese immunitarie specifiche. Ma in futuro le cose cambieranno, in primis perché sempre più persone avranno sviluppato anticorpi, sia in seguito a malattia che dopo vaccinazione, e ciò renderà sempre più difficile al virus di aggredire l’organismo come ha fatto finora. Quel che ci si aspetta è che, quando la percentuale di persone immunizzate sarà elevata, il virus avrà un tasso di circolazione ben più ridotto: sarà sopraggiunta la fase cronica dell’epidemia, quella endemica.
L’ipotesi degli scienziati si basa sui dati provenienti dalle precedenti epidemie di altri coronavirus. Sei predecessori di SARS-CoV-2 hanno fornito informazioni preziose: quattro sono all’origine del comune raffreddore, gli altri due sono i responsabili di malattie ben più gravi come Sars e Mers.
I quattro virus del raffreddore sono endemici e procurano sintomi lievi, quelli all’origine di Sars (Cina, 2003) e Mers (Arabia Saudita, 2012) hanno avuto un elevato tasso di letalità ma una diffusione molto inferiore a SARS-CoV-2.
Secondo gli autori dello studio, il nuovo coronavirus che ha scatenato l’epidemia di Covid-19 è più simile ai virus endemici del raffreddore che ai suoi parenti responsabili delle precedenti gravi sindromi respiratorie.
Ebbene, i coronavirus del raffreddore si comportano così: la prima infezione si verifica in media tra i 3 e i 5 anni di età, dopo di che le persone possono essere infettate più e più volte, aumentando la loro immunità e mantenendo il virus in circolazione, senza però ammalarsi. I ricercatori prevedono un futuro simile per il nuovo coronavirus.
Ma come detto, sui tempi i ricercatori non sono in grado di pronunciarsi. La tempistica per arrivare a questo tipo di condizione endemica, hanno commentato gli autori, dipende dalla rapidità con cui la malattia si sta diffondendo, dalla rapidità con cui viene effettuata la campagna vaccinale e dalla durata della risposta immunitaria dopo l’infezione e dopo il vaccino (non ancora nota). Il che rende così importante che tutti siano esposti per la prima volta al vaccino il più rapidamente possibile.
(Lavineet JS, et al. Immunological characteristics govern the transition of COVID-19 to endemicity. Science 2021; 10.1126/science.abe6522. )


Lo smart-working provoca affaticamento e stress

(da DottNet)    L'online fatigue esiste. Sintomi psicosomatici, assenza di tempo libero, scarsa qualità di vita ed estensione illimitata dell'orario lavorativo quotidiano, oltre a una profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa. Sono i risultati di un'indagine condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e del Dipartimento di Scienze Statistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - Serena Barello, Andrea Bonanomi, Federica Facchin, Daniela Villani - che ha fatto un bilancio dell'esperienza dei docenti universitari italiani dopo nove mesi di lavoro prevalentemente in remoto e dell'impatto di tale esperienza sulla loro vita personale.  Due intervistati su tre avvertono una profonda invasione delle tecnologie nelle proprie vite, con un utilizzo superiore alle sei ore al giorno per la maggioranza del campione, inclusi i weekend e i giorni di festa, o in orario extra-lavorativo. Inoltre, un intervistato su due dichiara di trascorrere in media più di quattro ore al giorno su piattaforme di comunicazione (come Zoom, Skype, Teams…).

Ciò che colpisce è la profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa riportata dalla maggioranza degli intervistati (55%). Secondo la ricerca, nell'ultimo mese, il 65% degli accademici si è dedicato al lavoro anche in orari o giornate non lavorative. Il 67% ha percepito che la propria vita personale è stata invasa dalle tecnologie utilizzate per lavoro, e tale percentuale supera l'80% tra chi trascorre più di otto ore al giorno online.  Tuttavia, nonostante la fatica, la maggioranza dei partecipanti continua a sentirsi orgogliosa del proprio lavoro (84%) e a considerarlo ricco di significati e di obiettivi (73%), evidenziando alti livelli di coinvolgimento, dedizione e resilienza. Queste prime evidenze però chiedono attenzione da parte delle istituzioni. Secondo Andrea Bonanomi, responsabile della ricerca, "è necessario che le istituzioni si facciano carico di iniziative volte a promuovere una corretta igiene del lavoro, sensibilizzando in merito ai rischi connessi all'applicazione intensiva del remote working, sempre meno smart e sempre più home-working, e identificando le opportune misure di prevenzione e trattamento della online fatigue".

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