Vaccino: Galli, dosi a sanitari già guariti? Non ha senso

(da AGI)  “Non ha senso vaccinare i sanitari che hanno già avuto il Covid e sono guariti. Non adesso almeno”. Lo ha detto Massimo Galli, direttore di Malattie Infettive dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano, all’apertura dei lavori del XXII Congresso Nazionale di NeuroPsicoFarmacologia. “Siamo a un milione e mezzo di vaccini somministrati, pari al 2,47% della popolazione, ostinandoci a vaccinare anche i sanitari già guariti. Non ha senso a mio avviso. Non adesso almeno, anche perché di vaccini ne abbiamo pochi non ne abbiamo molti”, ha osservato Galli. Il Regno Unito ha messo in ballo un razionamento da tempo di guerra con il quale non sono d’accordo. Allora cosa li facciamo a fare i lavori? Il vaccino Pfizer è stato tarato per somministrare la seconda dose al 21imo giorno. In questo modo non potremmo mai dire che la sua efficacia attesa è quella del protocollo del 95%”, ha concluso.

Covid. Dal 1 febbraio in Emilia Romagna via libera a tampone rapido o il test sierologico in farmacia senza ricetta medica

Gli esami si potranno eseguire al prezzo calmierato di 15 euro. E si amplia ancora il target di chi ha diritto al tampone gratuito: educatori, istruttori e allenatori di società sportive giovanili, volontari, caregiver. Bonaccini-Donini: "Mentre la campagna vaccinale va avanti, rafforziamo il nostro impegno per combattere il virus con tutti i mezzi disponibili".  Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=92008&fr=n

SARS-CoV-2 del futuro “pericoloso” come un raffreddore ?

(da M.D.Digital)    L’umanità è stata regolarmente minacciati da patogeni emergenti caratterizzati da tassi di mortalità impressionanti: solo negli ultimi decenni la cronaca è costellata da numerose emergenze sanitarie dovute a infezioni virali acute, tra cui SARS, MERS, Hendra, Nipah ed Ebola. Per fortuna, si trattava di focolai dove le misure di contenimento ne hanno impedito una diffusione ubiquitaria. Ma quando il contenimento non ha avuto successo immediato, come è stato per il nuovo virus betacorona SARS CoV-2 (CoV-2), è necessario comprendere e pianificare la transizione verso l'endemicità e la circolazione continua, con possibile cambiamenti nella gravità della malattia dovuti all'evoluzione del virus e all'accumulo di immunità e resistenza dell'ospite.

La previsione di uno studio pubblicato di recente su Science dipinge uno scenario rassicurante, in cui il virus diventerà endemico e poco aggressivo. Ma in quanto tempo non è dato saperlo.
In un futuro imprecisato (potrebbe trattarsi di anni ma anche di decenni, non è dato saperlo) il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero potrebbe compromettere la nostra salute non più di quanto fa un comune raffreddore. L’ottimistica previsione è basata su modelli epidemiologici e, come lo sono necessariamente tutte le previsioni, anche questa è in parte azzardata. Nel senso che è fondata su una serie di ipotesi che non è detto si verifichino. Per arrivare allo scenario ideale con un virus totalmente domato, endemico e quasi innocuo bisogna raggiungere prima alcuni traguardi cruciali, vaccinazione di massa in primis.
Certo, siamo ancora nel campo delle ipotesi ma gli scienziati hanno alcune teorie da proporre. Finora il SARS-CoV-2 ha avuto la strada spianata: si trattava di una minaccia nuova contro la quale non avevamo difese immunitarie specifiche. Ma in futuro le cose cambieranno, in primis perché sempre più persone avranno sviluppato anticorpi, sia in seguito a malattia che dopo vaccinazione, e ciò renderà sempre più difficile al virus di aggredire l’organismo come ha fatto finora. Quel che ci si aspetta è che, quando la percentuale di persone immunizzate sarà elevata, il virus avrà un tasso di circolazione ben più ridotto: sarà sopraggiunta la fase cronica dell’epidemia, quella endemica.
L’ipotesi degli scienziati si basa sui dati provenienti dalle precedenti epidemie di altri coronavirus. Sei predecessori di SARS-CoV-2 hanno fornito informazioni preziose: quattro sono all’origine del comune raffreddore, gli altri due sono i responsabili di malattie ben più gravi come Sars e Mers.
I quattro virus del raffreddore sono endemici e procurano sintomi lievi, quelli all’origine di Sars (Cina, 2003) e Mers (Arabia Saudita, 2012) hanno avuto un elevato tasso di letalità ma una diffusione molto inferiore a SARS-CoV-2.
Secondo gli autori dello studio, il nuovo coronavirus che ha scatenato l’epidemia di Covid-19 è più simile ai virus endemici del raffreddore che ai suoi parenti responsabili delle precedenti gravi sindromi respiratorie.
Ebbene, i coronavirus del raffreddore si comportano così: la prima infezione si verifica in media tra i 3 e i 5 anni di età, dopo di che le persone possono essere infettate più e più volte, aumentando la loro immunità e mantenendo il virus in circolazione, senza però ammalarsi. I ricercatori prevedono un futuro simile per il nuovo coronavirus.
Ma come detto, sui tempi i ricercatori non sono in grado di pronunciarsi. La tempistica per arrivare a questo tipo di condizione endemica, hanno commentato gli autori, dipende dalla rapidità con cui la malattia si sta diffondendo, dalla rapidità con cui viene effettuata la campagna vaccinale e dalla durata della risposta immunitaria dopo l’infezione e dopo il vaccino (non ancora nota). Il che rende così importante che tutti siano esposti per la prima volta al vaccino il più rapidamente possibile.
(Lavineet JS, et al. Immunological characteristics govern the transition of COVID-19 to endemicity. Science 2021; 10.1126/science.abe6522. )


Lo smart-working provoca affaticamento e stress

(da DottNet)    L'online fatigue esiste. Sintomi psicosomatici, assenza di tempo libero, scarsa qualità di vita ed estensione illimitata dell'orario lavorativo quotidiano, oltre a una profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa. Sono i risultati di un'indagine condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e del Dipartimento di Scienze Statistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - Serena Barello, Andrea Bonanomi, Federica Facchin, Daniela Villani - che ha fatto un bilancio dell'esperienza dei docenti universitari italiani dopo nove mesi di lavoro prevalentemente in remoto e dell'impatto di tale esperienza sulla loro vita personale.  Due intervistati su tre avvertono una profonda invasione delle tecnologie nelle proprie vite, con un utilizzo superiore alle sei ore al giorno per la maggioranza del campione, inclusi i weekend e i giorni di festa, o in orario extra-lavorativo. Inoltre, un intervistato su due dichiara di trascorrere in media più di quattro ore al giorno su piattaforme di comunicazione (come Zoom, Skype, Teams…).

Ciò che colpisce è la profonda sensazione di interferenza tra vita privata e vita lavorativa riportata dalla maggioranza degli intervistati (55%). Secondo la ricerca, nell'ultimo mese, il 65% degli accademici si è dedicato al lavoro anche in orari o giornate non lavorative. Il 67% ha percepito che la propria vita personale è stata invasa dalle tecnologie utilizzate per lavoro, e tale percentuale supera l'80% tra chi trascorre più di otto ore al giorno online.  Tuttavia, nonostante la fatica, la maggioranza dei partecipanti continua a sentirsi orgogliosa del proprio lavoro (84%) e a considerarlo ricco di significati e di obiettivi (73%), evidenziando alti livelli di coinvolgimento, dedizione e resilienza. Queste prime evidenze però chiedono attenzione da parte delle istituzioni. Secondo Andrea Bonanomi, responsabile della ricerca, "è necessario che le istituzioni si facciano carico di iniziative volte a promuovere una corretta igiene del lavoro, sensibilizzando in merito ai rischi connessi all'applicazione intensiva del remote working, sempre meno smart e sempre più home-working, e identificando le opportune misure di prevenzione e trattamento della online fatigue".

Disponibile online il più grande database sulle misure Covid-19

(da M.D.Digital)    Quanto devono essere rigorose le politiche prima che un blocco produca un impatto reale? A che punto hanno preso le decisioni i paesi con un basso numero di casi Covid-19? Le politiche pandemiche degli Stati centralizzati sono più efficaci di quelle degli Stati federati? Per analizzare dove, come e quali misure governative per combattere la pandemia si sono dimostrate efficaci, è indispensabile raccogliere grandi volumi di informazioni affidabili - perché ogni Paese e in molti casi anche i singoli distretti e comuni hanno preso decisioni diverse.
Una rete di ricerca internazionale coordinata dalla cattedra di relazioni internazionali della Bavarian School for Public Policy (HfP) presso TUM ha riunito il più grande database al mondo sulle misure politiche adottate durante la pandemia. CoronaNet (www.coronanet-project.org) contiene ora informazioni su oltre 50.000 decisioni prese dai governi in 195 paesi in risposta alla diffusione del coronavirus e viene continuamente aggiornato da più di 500 ricercatori e studenti.
La risorsa più completa disponibile
È la risorsa più completa del suo genere al mondo. Il materiale copre:
• misure individuali in 18 categorie, ad esempio distanziamento sociale, restrizioni nelle aule e investimenti nella sanità
• tempistica e durata delle misure
• se le decisioni vengono prese a livello nazionale, regionale o comunale
• a chi si applicano le misure, ad es. se le restrizioni di viaggio si applicano ai locali o ai residenti stranieri
• il territorio per il quale le misure sono valide, ad es. l'intero paese o solo singole regioni
• se le misure hanno lo status di requisiti obbligatori o linee guida raccomandate.
Tutti i dati sono disponibili pubblicamente su www.coronanet-project.org e possono essere filtrati per varie categorie. Ciò consente un'analisi dei dati estremamente completa e altamente granulare, ad esempio per confrontare le restrizioni di blocco in Corea del Sud e Singapore o se le misure di test Covid in California siano state ordinate dal governo statale o federale. Una dashboard consente agli utenti di visualizzare le tempistiche per le decisioni studiate. Inoltre, il gruppo di ricerca ha prodotto numerosi riepiloghi delle politiche sui singoli paesi.
CoronaNet è un vero e proprio progetto di scienza aperta
I dati possono anche essere esportati e, per gli utenti con limitata esperienza con il software di statistica, CoronaNet offre una piattaforma di apprendimento. "CoronaNet è un vero e proprio progetto di scienza aperta", afferma il leader del progetto Luca Messerschmidt della Cattedra di Relazioni internazionali presso TUM. "In mezzo all'enorme incertezza, il nostro obiettivo è quello di muoverci alla massima velocità per creare quante più risorse possibile per l'analisi più preziosa possibile", ha aggiunto la dottoressa Cindy Cheng, il secondo capo del progetto.
Il database è già utilizzato dai responsabili politici, dai ricercatori e dai media in tutto il mondo, in particolare per correlare le misure politiche con i numeri dei casi Covid-19 per poterne valutare l'efficacia. Anche i membri del gruppo CoronaNet hanno utilizzato i dati nelle proprie ricerche. Ad esempio, gli scienziati hanno confrontato le politiche pandemiche negli stati e nei paesi centralizzati con una struttura federale. I loro risultati hanno mostrato che non tutti gli stati federali hanno avuto poteri decisionali paragonabili a quelli degli stati federali tedeschi per quanto riguarda le misure contro la pandemia. In Svizzera, ad esempio, questi poteri sono stati centralizzati dai Cantoni fino al governo federale.
In un altro studio, i ricercatori hanno confermato la diffusa congettura secondo cui le misure Covid che servono contemporaneamente a sopprimere le critiche sono più comuni negli stati autoritari. In particolare, i governi di questi paesi hanno maggiori probabilità di emanare blocchi e coprifuoco. Lo hanno fatto anche in una fase precedente della pandemia e hanno mantenuto tali regolamenti in vigore per periodi più lunghi.
Il team ha fissato l'obiettivo di un intervallo di cinque giorni tra la raccolta di nuovi dati sulle decisioni politiche sul Covid-19 e la codifica del database. Altri gruppi di ricerca stanno fornendo dati aggiuntivi. CoronaNet partecipa anche al grande progetto PERISCOPE, lanciato a novembre, in cui 32 istituti di ricerca stanno indagando sugli effetti sociali, politici ed economici della pandemia in Europa.
"La pandemia pone costantemente nuove sfide ai governi di tutto il mondo", ha affermato il Prof. Tim Büthe, titolare della Cattedra di Relazioni Internazionali e coordinatore dei progetti TUM PERISCOPE. “Ciò rende ancora più importante fornire input per definire le politiche in modo che le decisioni possano essere prese sulla base di solide prove scientifiche. Ciò richiede grandi quantità di dati di alta qualità".

(Cheng C, et al. 2020 Covid-19 Government Response Event Dataset (CoronaNet v1.0). Nature Human Behaviour 2020. https://doi.org/10.1038/s41562-020-0909-7

Büthe T, et al. Patterns of Policy Responses to the Covid-19 Pandemic in Federal vs. Unitary European Democracies 2020. http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3692035

Barceló J, et al. Suppression and Timing: Using Covid-19 Policies Against Political Dissidents? https://doi.org/10.31235/osf.io/yuqw2 )

Un nuovo mo(n) di fare salute” della Rete Sostenibilità e Salute –

Sperando possa interessare informo che il libro  “ Un nuovo mo(n) di fare salute” della Rete Sostenibilità e Salute -   contenente  un nostro capitolo su Inquinamento e Salute -  è disponibile gratis in pdf a questo link http://www.celid.it/scheda-libro?aaref=1298 e sulla piattaforma ebook dà diritto a 15 punti ECM https://www.ebookecm.it/corsi-ecm-fad/un-nuovo-mo-n-do-di-fare-salute-260.html

Dott.ssa Patrizia Gentilini

L’influenza colpisce 5 volte di meno dell’anno scorso. “Ringraziamo mascherine, igiene e distanziamento. Abitudini da conservare anche dopo il Covid”. Intervista a Antonino Bella (Iss)

L'influenza stagionale quest'anno sembra quasi sparita. E la spiegazione, secondo il responsabile della sorveglianza Influnet dell'Istituto superiore di sanità, sta tutta nell'uso delle mascherine e delle altre misure di igiene e distanziamento che abbiamo imparato ad adottare dopo l'esplosione del Covid. Usare queste misure anche ad epidemia finita quando si sospetta di avere sintomi influenzali “sarebbe un segno di civiltà”  Leggi L'articolo completo al LINK    

Covid-19, Enpam-Inail: indennità per tutti i medici caduti

(da Enpam.it)    La Fondazione Enpam, di concerto con l’Inail, ha avanzato al ministro della Salute Roberto Speranza la richiesta di aumentare il finanziamento al fondo di Stato per i morti da infortuni sul lavoro.   Il fondo fu istituito con la legge finanziaria 2007 e stabilisce il diritto a un’indennità una-tantum per tutti i lavoratori morti a seguito di infortunio professionale, indipendentemente dal fatto che siano iscritti all’Inail o meno. Ne hanno quindi diritto anche medici e odontoiatri convenzionati e liberi professionisti.  L’Inail gestisce il fondo per conto dello Stato. L’Istituto pubblico, per effetto del Decreto legge Cura Italia, tratta il Covid-19 come un infortunio se contratto per cause lavorative. Per questo, a seguito della pandemia, la dotazione del fondo per le morti da infortunio risulta ora insufficiente per coprire tutti gli aventi diritto.   Un aumento della dotazione permetterebbe di riconoscere l’indennità ai familiari superstiti di tutti i medici e odontoiatri caduti lottando contro il Covid.

ECM medici, Fad e dossier formativo sono le parole chiave del 2021. Ecco come cambierà

(da Doctor33)   «Dopo l'emergenza Covid-19 ci aspettiamo un radicale spostamento dalla modalità formativa residenziale a quella a distanza». Enrico De Pascale, direttore generale della Fnomceo e presidente del Consorzio di gestione anagrafica delle professioni sanitarie- Co.Ge.A.P.S, tratteggia gli aspetti della formazione continua che potrebbero predominare in questo 2021. «Ci aspettiamo che l'accelerazione verso modalità più "agili" di formazione, oltre che a un ritrovato rapporto sinergico tra tutti gli attori dell'Ecm e all'implementazione delle modalità di interfaccia tra professionista e Co.Ge.A.P.S, porti a un incremento della percentuale di professionisti certificabili. Da parte del Co.Ge.A.P.S è imminente il rilascio di un'App che consentirà un immediato dialogo tra i fruitori del sistema e il Consorzio».
L'anno passato è stato difficile per gli organizzatori di eventi in presenza, quasi sempre cancellati. Anche Asl e ospedali hanno ridotto la formazione aziendale. Per rendere sostenibile ai discenti il triennio formativo 2021-22 sono state emanate misure come l'abbuono del fabbisogno di 50 crediti Ecm 2020, esteso a tutte le professioni sanitarie, o lo sconto di 30 crediti per aderire al dossier formativo, che si affianca allo sconto di tutti i crediti totalizzati nel triennio 2019-21 oltre il valore di 120. Per il medico-discente è tempo di valutare le opportunità del dossier formativo, strumento volto ad accrescere l'esigenza di pianificare e programmare la formazione. «Individuale o di gruppo, il dossier è facoltativo: aderirvi o soddisfare il fabbisogno richiesto non condiziona né la certificabilità, né la conformità formativa del triennio», dice De Pascale. «Anche in questo triennio, la Commissione nazionale formazione continua ha voluto promuovere il Dossier con un bonus di 30 crediti per l'adesione-compilazione e un'ulteriore riduzione del fabbisogno di crediti nel prossimo triennio in caso di soddisfacimento».
Come distinguere tra dossier individuale e di gruppo? «Il primo è una libera scelta del professionista che può compilarlo in qualunque momento del triennio nella propria area riservata del portale Co.Ge.A.P.S. Il dossier di gruppo invece, può venir costruito dagli Uffici formazione di Strutture sanitarie o da Ordini/Federazioni professionali. Se un ufficio formazione decide di costruire il Dossier di Gruppo, deve avere l'assenso del Professionista prima di coinvolgerlo tra i partecipanti. Questo Dossier ha l'evidente scopo di rendere condivisi e comuni le aree e gli obiettivi formativi tra un gruppo di Professionisti che condivide ambiti operativi o organizzativi. Ordini e Federazioni, invece, possono trasmettere in automatico nella posizione di un Professionista un proprio Dossier di Gruppo. Lo scopo dei Dossier di Gruppo promossi da Ordini e Federazioni è di rendere comuni e condivisi aree e obiettivi formativi identificati come rilevanti dalla Professione. La finalità del dossier è rendere il professionista consapevole dell'andamento formativo rispetto: ai propri desiderata per il dossier individuale, alle indicazioni di un Gruppo di lavoro, agli orientamenti indicati dalla propria Professione e in termini di aree e obiettivi formativi. Il mancato soddisfacimento di un Dossier, individuale o di gruppo, non comporta penalizzazioni per il professionista, e non incide sulla regolarità formativa, ma costituisce solo l'evidenza di uno scostamento tra la formazione attesa, anche in ambito di aree formative, e quanto realizzato. Il soddisfacimento del Dossier di Gruppo rappresenta la condivisione e la realizzazione da parte del Professionista di una formazione coerente e comune al Gruppo».
Una volta iscritto al Dossier, il sanitario può in qualunque momento verificare la propria posizione nella propria area riservata del portale Co.Ge.A.P.S. «Con i tempi di trasmissione dei Provider, il Co.Ge.A.P.S. rende disponibili al Professionista i crediti nella propria area individuale, la posizione rispetto all'obbligo formativo e rispetto al Dossier. Il professionista può, infatti, verificare il proprio obbligo individuale triennale con l'aggiornamento dei crediti utili, in relazione quindi ai crediti acquisiti e trasmessi al Consorzio dai provider, ai bonus maturati, ai crediti individuali inseriti e ad eventuali esoneri/esenzioni. Un professionista, in un triennio, ha soddisfatto il proprio obbligo formativo quando ha acquisito crediti validi in misura uguale o superiore ad esso. È utile ricordare che un professionista deve acquisire da discente almeno il 40% del proprio obbligo triennale in formazione accreditata da Provider Ecm ed entro il 20% può "autoformarsi". Nel dossier, le regole di soddisfacimento si basano in sostanza sull'acquisizione di crediti in aree e obiettivi formativi nella misura minima del 70% rispetto all'obbligo formativo individuale triennale. I crediti trasmessi al Co.Ge.A.P.S., vanno a compilare in automatico i dossier costruiti, senza l'esigenza di alcuna attività da attivare da parte del Professionista. Il soddisfacimento anche di uno solo dei dossier attribuiti al Professionista comporta l'acquisizione di un bonus per il triennio successivo».
Quanto all'attività di autoformazione, «consiste nella lettura di riviste scientifiche, capitoli di libri e monografie non preparati né distribuiti da provider accreditati Ecm, e dà diritto ad 1 credito per ogni ora di impegno formativo autocertificato. Per il triennio 2017-19 e il triennio 2020-22 il numero complessivo di crediti a essa riconoscibili non può superare il 20% dell'obbligo formativo triennale, valutando sulla base dell'impegno orario autocertificato il numero dei crediti da attribuire». Infine, non ci sono limiti alla percentuale di formazione a distanza ammessa. «Ogni professionista può decidere di formarsi in maniera totalmente residenziale, o tutta a distanza (Fad) o in modo misto. Non esistono vincoli né sul numero di crediti da acquisire per ciascun triennio, né sulla tipologia Res-Fsc-Fad-Blended».

Contro il Covid mascherina, test e distanze efficaci quanto i vaccini

(da DottNet)   Indossare la mascherina, seguire le misure di distanziamento sociale e sottoporsi a test di routine sono efficaci nel prevenire le infezioni da Covid-19 tanto quanto lo sono i vaccini. A dirlo è uno studio condotto dalla Case Western Reserve University, pubblicato sulla rivista scientifica 'Annals of Internal Medicine' e condotto nello stesso campus universitario.  Lo studio ha scoperto che una combinazione di due sole misure comuni (distanziamento e mascherine) prevengono l'87% delle infezioni da Covid nel campus stesso. L'aggiunta del test da laboratorio, inoltre, aumenterebbe la percentuale di prevenzione tra il 92 e il 96%. Ma lo studio si concentra anche sui costi: la spesa delle due misure arriva a circa 170 dollari per ogni persona che non si è infettata, mentre con il piano di test si passa a un costo tra i 2mila e i 17mila dollari a persona, a seconda della frequenza del test. Riferendosi all'esperienza statunitense, Pooyan Kazemian, il co-autore senior dello studio, ha precisato: "Mentre gli Stati hanno iniziato a offrire il vaccino Covid-19 agli operatori sanitari, ai primi soccorritori e alle strutture di assistenza a lungo termine, è improbabile che alla maggior parte degli studenti, ai docenti universitari e al personale venga offerto un vaccino fino alla fine del semestre primaverile". "Pertanto - aggiunge - l'impegno a indossare la maschera e un ampio distanziamento sociale, inclusa la cancellazione di grandi eventi e la riduzione delle dimensioni delle classi con un sistema educativo ibrido, rimane la strategia principale per ridurre al minimo le infezioni e mantenere aperto il campus durante il semestre primaverile". 

Ricerca Israele: calo contagi dopo la prima dose Pfizer

(da DottNet)   Risultati di una ricerca che inducono ad un primo ottimismo sono stati raggiunti in Israele dopo la somministrazione di massa della prima dose del vaccino Pfizer. Lo riferisce il quotidiano Yediot Ahronot che descrive una ricerca condotta dalla cassa mutua Clalit - la principale del Paese - su 200 mila persone di oltre 60 anni che hanno ricevuto la prima dose. Messi a confronto con altre 200 mila persone che non sono state vaccinate, in un periodo iniziale di 12 giorni i due gruppi hanno mostrato le stesse caratteristiche. Ma dal tredicesimo giorno in poi fra i vaccinati il numero di contagiati da coronavirus è calato del 33 per cento rispetto al gruppo opposto.   La prima dose della vaccinazione sembra dunque ridurre in modo tangibile il rischio di contagio fra gli ultra sessantenni.  Si tratta tuttavia, avverte il giornale, di dati preliminari.  Questa ricerca dovrà essere portata avanti nelle prossime settimane fra quanti avranno nel frattempo ricevuto anche la seconda dose, che secondo la Pfizer è comunque quella determinante per la immunizzazione. 

Covid, dall’Enpam un’indennità straordinaria per gli iscritti immunodepressi

(da enpam.it)    L’Enpam sosterrà economicamente i medici titolari di convenzione con il Ssn e affetti da immunodepressione che, a causa dell’emergenza Covid-19, hanno dovuto sospendere la propria attività professionale.  La misura di supporto economico, che ha ottenuto il via libera definitivo dei ministeri vigilanti, era stata adottata dal Consiglio di amministrazione della Fondazione lo scorso 23 aprile.  Il provvedimento approvato prevede che agli iscritti all’Enpam titolari di rapporto di convenzione con il Ssn e affetti da immunodepressione sia riconosciuta per il periodo di sospensione dell’attività, un’indennità straordinaria fino a un massimo di due mesi.   Quest’ultima verrà parametrata al mancato guadagno o alle spese di sostituzione sopportate dal medico o dentista convenzionato, con un minimo di mille euro al mese nel caso di neoconvenzionati.   “Siamo soddisfatti che i ministeri vigilanti abbiano compreso il valore di una misura di sostegno specifica per una categoria di soggetti come gli immunodepressi, troppo spesso dimenticata e tuttavia anch’essa danneggiata dalla pandemia – ha commentato il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti – . Anche a loro l’Enpam potrà dunque garantire un sostegno economico straordinario in una fase quanto mai delicata”.  La misura riguarda i medici e gli odontoiatri in condizione di immunodepressione, con patologie oncologiche o sottoposti a terapie salvavita, che contribuiscono al Fondo Enpam della medicina convenzionata e accreditata. Gli oneri sono infatti a carico di questo.

Approvata la ricetta elettronica-NRBE anche per i medicinali non a carico SSN

Con decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze 30 dicembre 2020 in G.U. n. 11 del 15 gennaio 2021 dal titolo "Dematerializzazione delle ricette mediche per la prescrizione di farmaci non a carico del Servizio sanitario nazionale e modalità di rilascio del promemoria della ricetta elettronica attraverso ulteriori canali, sia a regime che nel corso della fase emergenziale da COVID-19" è stato istituito il sistema, del tutto simile a quello della ricetta DEM a carco del SSN, per la prescrizione delle cosiddette "ricette bianche" sia ripetibili che non ripetibili. Il decreto entra in vigore il 30 gennaio 2021.
Esisterà un nuovo codice di ricetta il NRBE (Numero della ricetta bianca). Il medico trasmetterà al paziente la ricetta tramite e-mail, sms o altro mezzo di comunicazione e l'assistito sceglierà la farmacia nella quale vuole "spendere" la ricetta. Il sistema informerà la farmacia che prenderà in carico la ricetta e provvederà alla successiva erogazione dei farmaci.
Il sistema darà immediata notifica al paziente che provvederà al ritiro presso la farmacia. Nella fase di emergenza sanitaria da covid-19 l'assistito può direttamente inoltrare gli estremi della ricetta, ricevuta dal medico, alla farmacia prescelta che può anche recapitare i farmaci all'indirizzo indicato dall'assistito.

Covid, studio GB: chi guarisce è immune in media 5 mesi

(da Ansa.it e Fimmg.org)   La maggior parte delle persone contagiate dal Covid-19 e poi guarite resta protetta per almeno 5 mesi successivi dal rischio di ammalarsi nuovamente. È quanto indica uno studio condotto a campione dal Public Health England, organismo pubblico della sanità britannica, che evidenzia peraltro come una percentuale, ancorché minoritaria, non risulti immune dal rischio di essere nuovamente colpita dal virus. I ricercatori hanno rilevato che l'83% dei guariti dal Covid-19 ha meno possibilità di riammalarsi, un tasso d'immunità medio molto alto grazie alla duratura presenza di anticorpi rilevata nell'organismo, che riducono il rischio di un secondo contagio ma non quello di trasmissione del virus. Lo studio è stato condotto attraverso il monitoraggio di oltre 20mila operatori sanitari, tra giugno e novembre 2020, compreso personale clinico in prima linea: tramite test regolari è stato possibile misurare la quantità di anticorpi residui da un'infezione passata. La dottoressa Susan Hopkins, responsabile della ricerca, ha dichiarato alla Bbc che i risultati appaiono molto incoraggianti dal momento che l'immunità sembra durare più di quanto alcuni medici e scienziati avevano inizialmente ipotizzato.

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