Con i cibi meno lavorati si dimagrisce di più e meglio

(da Univadis)   A parità del profilo nutrizionale, una dieta a base di alimenti minimamente processati favorisce un dimagrimento doppio rispetto a una dieta ultra-processata. È uno dei principali risultati di uno studio appena pubblicato sulla rivista ‘Nature Medicine’ da Samuel J. Dicken, dello University College London di Londra, Regno Unito.

L’articolo si apre con un dato allarmante: tre miliardi di persone in tutto il mondo sono in sovrappeso o obese, il che comporta un aumento del rischio di malattie non trasmissibili e di morte prematura. “Una delle cause ipotizzate è rappresentata dai recenti cambiamenti significativi nell’ambiente alimentare. In particolare, la maggiore accessibilità e il consumo di alimenti ultra-processati” commentano gli autori del lavoro. Gli ultraprocessed food (UPF) sono – secondo la definizione Nova – “formulazioni industriali che combinano estratti di alimenti originali con additivi e ingredienti industriali”: prodotti che quotidianamente entrano a far parte delle diete occidentali e non solo, come cereali per la colazione o pane industriale, e che negli Stati Uniti, in Europa e nel Regno Unito arrivano a rappresentare oltre il 50% dell’introito energetico giornaliero.  Dal momento che consumi elevati di questi alimenti sono stati associati a numerosi rischi per la salute, alcuni Paesi, come il Brasile, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno incluso nelle loro linee guida dietetiche anche la raccomandazione a limitare gli UPF.

Il grado di lavorazione conta!  –  Nonostante i dati disponibili, mancano studi che valutino l’impatto sulla salute degli UPF nel contesto delle linee guida alimentari nazionali. Per colmare la lacuna, Dicken e colleghi hanno confrontato per la prima volta – in uno studio di intervento e in un contesto real world, con alimenti UPF forniti così come si trovano negli scaffali dei supermercati – un regime basato su UPF con uno basato su cibi minimamente processati (MPF), nel pieno rispetto delle indicazioni nutrizionali fornite dalla Eatwell Guide, la guida ufficiale del governo britannico su come seguire una dieta sana ed equilibrata.

Ai partecipanti sono stati consegnati a domicilio pasti bilanciati in termini di macronutrienti e in abbondanza rispetto al reale fabbisogno calorico e con l’indicazione di mangiare quanto volevano, senza limitare l’assunzione di alimenti rispetto al loro solito regime. I 55 soggetti inclusi nello studio sono stati suddivisi in due gruppi: il primo ha seguito per 8 settimane la dieta a base di UPF e in seguito, dopo un periodo di wash out di un mese, la dieta a base di MPF per altre 8 settimane. Il secondo gruppo ha iniziato con la dieta MPF per proseguire nella seconda fase con quella UPF.

Le analisi hanno mostrato che entrambe le diete (UPF e MPF) hanno prodotto un calo ponderale, ma la percentuale di cambiamento rispetto al basale è risultata doppia con la dieta MPF rispetto a quella UPF (-2,06 e -1,05, rispettivamente). “Mantenere i risultati ottenuti in 8 settimane di dimagrimento per un anno può portare a una perdita di peso stimata tra il 9% e il 13% con la dieta MPF e tra il 4% e il 5% con la dieta UPF” precisano gli autori. Rispetto alla dieta UPF, quella MPF ha portato inoltre a un maggior calo nell’indice di massa corporea e nella massa grassa, oltre che a maggiori riduzioni nei livelli di trigliceridi e a una migliore capacità di resistere al desiderio (craving) di cibo.

“Questi risultati evidenziano l’importanza della trasformazione degli alimenti nelle politiche di salute pubblica e nelle linee guida alimentari, oltre alle raccomandazioni esistenti” concludono Dicken e colleghi.

(https://www.nature.com/articles/s41591-025-03842-0)

Medici INAIL assenti nei giorni 17, 18 e 19 settembre

INAIL provinciale informa tutti i medici che nei giorni 17, 18 e 19 Settembre i Medici dell’ente non saranno in sede, per partecipare ad un Convegno obbligatorio a Firenze.

Le abituali prestazioni mediche saranno pertanto sospese fino al giorno 20/09.

Sarà affitto fuori della porta delle sedi INAIL il cartello allegato a questo messaggio.

Avviso

Le ondate di caldo fanno invecchiare come fumo e alcol

(da DottNet)   Le ondate di caldo accelerano l’invecchiamento tanto quanto il fumo o l’alcol: lo rivela uno studio a lungo termine secondo cui più aumenta il numero di ondate di calore cui siamo esposti, più accelera l’invecchiamento corporeo. Per ogni 1,3 °C in più a cui un partecipante era esposto, in media si aggiungevano circa 0,023-0,031 anni al suo orologio biologico. Questo dato, visto a livello di popolazione, può avere implicazioni significative per la salute pubblica, afferma Cui Guo, epidemiologo ambientale presso l’Università di Hong Kong, che ha guidato lo studio.

Pubblicato su ‘Nature Climate Change’, lo studio condotto su 24.922 persone a Taiwan mostra che l’esposizione a lungo termine a eventi di caldo estremo accelera il processo di invecchiamento e aumenta la vulnerabilità ai problemi di salute, aumentando l’età biologica di una persona (ovvero la vera età dei suoi organi che spesso differisce dall’età anagrafica di una persona), in misura paragonabile al fumo o al consumo regolare di alcol.

L’esposizione al caldo estremo, soprattutto per lunghi periodi di tempo, affatica gli organi e può essere letale. Per studiare gli impatti a lungo termine delle ondate di calore sull’invecchiamento, i ricercatori hanno analizzato i dati delle visite mediche effettuate tra il 2008 e il 2022. Durante quel periodo, Taiwan ha registrato circa 30 ondate di calore, ovvero periodi di temperatura molto elevata che perdurano diversi giorni. I ricercatori hanno utilizzato i risultati di diversi esami medici, tra cui valutazioni della funzionalità epatica, polmonare e renale, della pressione sanguigna e dell’infiammazione, per calcolare l’età biologica. Hanno quindi confrontato l’età biologica con la temperatura cumulativa totale cui i partecipanti erano stati probabilmente esposti, in base al loro indirizzo di residenza, nei due anni precedenti la visita medica. I loro calcoli suggeriscono che per ogni 1,3 °C in più a cui un partecipante era esposto, in media si aggiungevano circa 0,023-0,031 anni al suo orologio biologico.

 

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