Digiunare al mattino può danneggiare il sistema immunitario

(da Quotidiano Sanità)  Digiunare al mattino può avere effetti negativi a livello di lotta alle infezioni, almeno nel modello animale. E’ quanto emerge da una ricerca, coordinata da un team del Mount Sinai Hospital e pubblicata da 'Immunity'.
I ricercatori hanno voluto indagare in che modo un digiuno – breve o prolungato fino a 24 ore – possa avere effetti sul sistema immunitario. Il team ha esaminato due gruppi di animali da laboratorio, di cui uno mangiava subito dopo essersi svegliato e l’altro no, e ha raccolto campioni di sangue in entrambi i gruppi al baseline, a quattro e a otto ore dal digiuno.
Dai risultati è emersa una netta differenza a livello di monociti tra gli animali che digiunavano e quelli che non digiunavano. Mentre all’inizio entrambi i gruppi avevano lo stesso numero di questo tipo di globuli bianchi, dopo quattro ore gli animali che digiunavano subivano una riduzione del 90% di monociti nel sangue. E il numero scendeva ulteriormente alla soglia delle otto ore.
Dopo un digiuno di 24 ore, agli animali che non mangiavano al risveglio è stato di nuovo dato del cibo e questo ha determinato un aumento dei livelli di globuli bianchi nel sangue, come evidenziato dagli autori.

Si è sempre in tempo per cominciare a fare attività fisica

(da Univadis)    Essere fisicamente attivi durante la vita adulta si associa a migliori funzioni cognitive in età avanzata. L’effetto favorevole dell’attività fisica sulla performance cognitiva e sulla memoria verbale è riscontrabile anche su chi non è attivo, ma lo diventa, indipendentemente dall’età a cui ciò accade.  Il livello di attività fisica non risulta determinante, al contrario l’effetto è più forte se l’attività fisica è mantenuta a lungo nel tempo.

Perché è importante   L’attività fisica è stata proposta come fattore di rischio modificabile della demenza e del declino cognitivo nell’anziano.  I risultati suggeriscono che gli adulti inattivi vanno incoraggiati a essere più attivi a qualunque età e che gli adulti attivi vanno spronati a mantenersi attivi per avere una migliore funzione cognitiva in vecchiaia.

Come è stato condotto lo studio   Sono stati presi in esame 1.417 soggetti nati nel 1946 arruolati nel National Survey of Health and Development Study condotto in Gran Bretagna.  Sulla base dei questionari somministrati a 36, 43, 53, 60–64 e 69 anni, ogni partecipante è stato classificato come: non attivo, moderatamente attivo (attività fisica 1-4 volte al mese), maggiormente attivo (attività fisica 5 o più volte al mese).  Nella visita eseguita a 69 anni sono stati valutati lo stato cognitivo, la memoria verbale e la velocità di elaborazione del partecipante.  Si è andati a determinare la relazione tra l’attività fisica e la funzione cognitiva in età avanzata. 

Risultati principali     Essere fisicamente attivi, in qualunque momento della vita adulta, si associava a migliori capacità cognitive a 69 anni.  L’effetto sullo stato cognitivo e sulla memoria verbale era simile per chi era risultato attivo in qualche momento della vita adulta, non importa a che età, ed era simile per chi risultava moderatamente attivo o maggiormente attivo. L’associazione tra attività fisica e migliore stato cognitivo era più forte per chi era stato attivo più a lungo nel corso dell’età adulta.  La correzione dell’analisi statistica per fattori come le capacità cognitive nell’infanzia, la posizione socioeconomica durante l’infanzia e il livello di istruzione attenuava molto le associazioni, che, tuttavia, rimanevano statisticamente significative.

(James SN, Chiou YJ, et al. Timing of physical activity across adulthood on later-life cognition: 30 years follow-up in the 1946 British birth cohort. Neurol Neurosurg Psychiatry 2023 Feb 22. doi:10.1136/jnnp-2022-329955)

Legalizzazione della cannabis: i dati non sono favorevoli

(da Univadis - Roberta Villa - riproduzione parziale)  Il 9 marzo scorso, è stato presentato a Vienna il rapporto dell’International Narcotics Control Board relativo al 2022: l’analisi dei dati sul consumo globale di sostanze stupefacenti lancia l’allarme su un picco di produzione di cocaina, disponibile a basso prezzo anche ad alti livelli di purezza, con 6 laboratori per la lavorazione di questa sostanza, dei 15 scoperti a livello globale, individuati in Europa; si sofferma sull’epidemia di abuso di oppioidi che negli Stati Uniti non accenna purtroppo a rientrare, e segnala come l’abuso di fentanyl e sostanze analoghe stia cominciando a coinvolgere anche l’Oceania; viceversa, sottolinea il documento, molti paesi non riescono a procurarsi le dosi necessarie per uso medico di oppioidi e altre molecole che rientrano negli elenchi proibiti; infine, gli esperti mettono in guardia le autorità rispetto alla rapidità con cui i trafficanti riescono a sostituire i precursori chimici delle sostanze d’abuso con altri non ancora inclusi nelle liste di sostanze soggette a particolari controlli.

Ma la notizia più sorprendente, è l’apparente fallimento delle politiche di legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo nei paesi in cui queste iniziative sono state introdotte.   Dal riassunto che si fa del primo capitolo del rapporto emerge quindi che, negli stati USA in cui la cannabis è legale, adolescenti e giovani adulti ne fanno consumo maggiore che in quelli in cui è ancora proibita [1]. La facilità di accesso abbasserebbe la percezione dei rischi e delle conseguenze negative legati al suo utilizzo [2]. L’introduzione di prodotti alimentari o da assumere per vaporizzazione contribuirebbe a una “normalizzazione”, per non dire a una “banalizzazione” del consumo, che una sapiente strategia di marketing indirizza soprattutto ai più giovani, sfortunatamente proprio coloro che possono subirne i maggiori danni, non solo a lungo andare, ma anche nell’immediato, in termini di risultati scolastici e relazioni interpersonali.

Sempre secondo il rapporto, “in tutte le giurisdizioni in cui la cannabis è stata legalizzata i dati mostrano che i problemi di salute legati a questa sostanza sono aumentati. Tra il 2000 e il 2018, i ricoveri associati a dipendenza e astinenza da cannabis sono aumentati a livello globale di 8 volte e quelli per disturbi psicotici riconducibili alla cannabis sarebbero quadruplicati”.  Questi dati, però, riferiti a tutto il mondo, non distinguono tra i luoghi dove la cannabis è diventata e quelli in cui non lo è, e riflettono solo l’aumento dei consumi generali nel decennio considerato. Più indicativo il dato del Colorado, dove l’uso ricreativo della cannabis è autorizzato ai maggiori di 21 anni dalla fine del 2012. Qui, riferisce sempre il rapporto, tra il 2013 e il 2020 gli incidenti stradali mortali legati alla sostanza sarebbero raddoppiati.  Il rapporto va avanti, dopo aver sottolineato i danni della legalizzazione, negandone anche i benefici che i governi si proponevano adottandola, primo fra tutti il contrasto al traffico clandestino, con tutto ciò che questo comporta, dalla scarsa sicurezza del materiale e l’imprevedibilità della sua potenza, al finanziamento che fornisce a organizzazioni criminali come le mafie.

Secondo il presidente del Board, i dati suggerirebbero che lo spaccio illegale, seppur in calo, continua a prosperare indisturbato anche dove è presente l’alternativa di Stato: in Canada rappresenterebbe il 40% del mercato, in Uruguay quasi il 50%, in California addirittura il 75%. E anche i maggiori introiti fiscali auspicati con la vendita legale della cannabis, pur essendo aumentati di anno in anno in Canada e Stati Uniti, resterebbero comunque inferiori alle aspettative. 

In realtà nel testo completo, diversamente che nella sua sintesi, tutte queste conclusioni sono riportate insieme al risultato di studi spesso contraddittori tra loro. Quello che emerge è il quadro di una situazione ancora poco chiara. A offuscare la possibilità di valutazioni obiettive ci sarebbe poi anche la crescita vorticosa del mercato che gira intorno alla cannabis, con un’industria che solo negli Stati Uniti ha generato nel 2021 un fatturato di 25 miliardi di dollari, con un incremento del 43% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto, la lobby economica che sostiene questo nuovo settore emergente eserciterebbe quindi una forte pressione sui legislatori di tutto il mondo per ottenere regole meno stringenti. Come escluderlo?

Gli effetti della legalizzazione, d’altra parte, possono essere diversi da un paese all’altro, in relazione a diversi elementi che non permettono di applicare automaticamente altrove i risultati ottenuti in uno specifico contesto. Per molte realtà, poi, la legalizzazione è troppo recente per poter trarre conclusioni che si possono trarre solo dopo 15 o 20 anni, tanto più che gli indicatori di risultato considerati dai diversi governi cambiano e non sono sempre affidabili.

Per questo l’International Narcotics Control Board ritiene in sostanza che occorrerebbe frenare e approfondire gli effetti della legalizzazione a livello individuale e sociale prima di procedere alla legalizzazione. 

Immagino che molti lettori non siano d’accordo, così come la maggior parte dei 600.000 cittadini che alla fine del 2021 hanno votato, di persona e online, per avere un referendum su questo argomento. 

Personalmente non voglio entrare nel merito, perché ho ancora molti dubbi. Entrano in gioco troppi fattori (medici, psicologici, educativi, sociali, di sicurezza, ecc..), per non parlare della continua ambiguità con cui si sovrappone questo dibattito a quello sull’uso medico della sostanza. Ma, per potersi formare un’opinione, il primo passo richiede sempre di partire almeno da dati oggettivi chiari. Questi dati possono anche essere contrastanti, se il tema come in questo caso è complesso, le variabili in gioco moltissime, la ricerca in corso. Ma devono essere comunicati, di qualunque segno siano. 

Come ho detto, il modo in cui il Board delle Nazioni Unite incaricato di stilare questo rapporto ha deciso di comunicare le sue conclusioni alla stampa è molto più categorico contro la legalizzazione di quanto appaia andando a leggere il contenuto per esteso del rapporto stesso. Viceversa, troppo spesso i politici o gli opinionisti a favore della legalizzazione parlano in cerca di consenso come se gli effetti positivi di questa politica, per esempio il contrasto alle mafie, fossero dati per acquisiti. L’autorevolezza di un comitato di esperti delle Nazioni Unite non è assoluta, ma nemmeno trascurabile. Meritava, a mio parere, almeno di essere segnalata dalla stampa generalista. Lo faccio io qui, per ricordare che su tanti argomenti che creano forte polarizzazione, nei talk show come a tavola con gli amici, è prudente procedere con moderazione, raccogliendo dati, vagliandoli con onestà, qualunque sia la nostra posizione di partenza.

( [1] Substance Abuse and Mental Health Services Administration, Center for Behavioral Health Statistics and Quality, National Survey on Drug Use and Health, 2019 and quarters 1 and 4 of 2020

[2] World Drug Report 2022, booklet 3, pp. 34–35 )

Certificato Medico specialistico Diabetologico per patente di guida

In riposta al quesito di un iscritto in merito alla compilazione e rilascio del certificato medico specialistico Diabetologico per patente di guida (modulo di seguito allegato) si pubblica l'interpretazione del Consulente Legale dell'Ordine controfirmata dal Presidente e dal Vicepresidente dell'Ordine.

Da una verifica della normativa vigente risulta che è lo stesso Codice della Strada a prescrivere che il medico che rilascia la certificazione abbia alcune caratteristiche:

l'art. 119, comma 2 bis del CDS stabilisce che  “L'accertamento dei requisiti psichici e fisici nei confronti dei soggetti affetti da diabete per il conseguimento, la revisione o la conferma delle patenti di categoria A, B, BE e sottocategorie, è effettuato dai medici specialisti nell'area della diabetologia e malattie del ricambio dell'unità sanitaria locale che indicheranno l'eventuale scadenza entro la quale effettuare il successivo controllo medico cui è subordinata la conferma o la revisione della patente di guida.” 

Secondo il testo dell'articolo, pertanto, neppure un qualunque specialista può rilasciare il certificato, ma solo uno specialista "dell'USL", quindi del servizio pubblico.

Riteniamo che il MMG potrà rilasciare il certificato solo nel caso in cui sia specialista in diabetologia e malattie del ricambio (considerando pertanto anche il medico di base come un medico "dell'USL"), ma, a parte questo caso, pensiamo che il medico debba correttamente indirizzare l'interessato a rivolgersi al servizio pubblico per ottenere la certificazione, previa verifica delle condizioni richieste nella circolare del Ministero della Salute n. 17798 del 25.07.2011, che detta le prescrizioni per il rilascio del certificato.