L’adolescenza non finisce a 18 anni ma dura fino ai 30 e oltre

(da Rivista Studio)   Secondo uno studio scientifico appena pubblicato e rilanciato dalla BBC, diventiamo davvero adulti non quando compiamo 18 o 20 anni, ma addirittura dieci anni più tardi. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha presentato un nuovo modello di sviluppo del cervello umano che sposta la soglia dell’età adulta ben oltre quanto si pensasse: lo studio individua un’adolescenza neurologica che va dai 9 ai 32 anni, periodo durante il quale il cervello continua a raffinare le connessioni e ad aumentare l’efficienza. La piena maturità strutturale arriverebbe dunque solo dopo i 30 anni, con una fase stabile del “plateau adulto” che inizia intorno ai 32 anni.

La notizia è rilevante perché cambia l’idea comune di diventare adulti” suggerendo che molte caratteristiche e comportamenti associati alla giovinezza (impulsività, scarsa capacità di pianificazione, maggiore sensibilità alle pressioni esterne) abbiano una causa neurologica più persistente del previsto. La rilevanza del dato non è solo teorica: i ricercatori sottolineano infatti che l’adolescenza prolungata è il periodo in cui compaiono con maggiore frequenza disturbi come ansia, depressione e schizofrenia, proprio perché il cervello è ancora in riorganizzazione. Questo periodo rende più sensibili agli stress ambientali ma anche più ricettivi agli interventi educativi e terapeutici. Per questo gli autori suggeriscono che le politiche di prevenzione e i servizi di salute mentale debbano considerare una fase di vulnerabilità, ma anche di ricettività, più lunga di quanto si pensasse.

Queste conclusioni si inseriscono in un dibattito già vivo: da anni vari studi suggeriscono che la corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse, maturi più tardi di quanto indicato dai modelli tradizionali. Il nuovo lavoro di Cambridge fornisce una mappatura più articolata, che potrebbe aiutare a leggere alcuni fenomeni sociali contemporanei, dalla prolungata permanenza in famiglia ai percorsi professionali frammentati, utilizzando questo dato scientifico. È un tassello che contribuisce a spiegare perché la linea tra giovinezza ed età adulta, oggi, appaia così mobile.

(https://www.bbc.com/news/articles/cgl6klez226o)

 

Scoperto un batterio nemico dei grassi: riduce l’aumento di peso

(da DottNet)  Tra i molteplici batteri che popolano l’intestino umano, è stato identificato uno che si è dimostrato nemico dei grassi. La sua presenza influenza il modo in cui vengono assorbiti dall’intestino, riducendo così l’aumento di peso e migliorando la salute metabolica dei topi, nonostante l’alimentazione ricevuta da diete ricche di grassi.

Questo è quanto emerso dallo studio guidato dall’Università americana dello Utah, pubblicato sulla rivista Cell Metabolism. Il batterio in questione, appartenente alla specie Turicibacter, potrebbe portare a integratori in grado di ridurre gli effetti dell’obesità, come problemi metabolici. Ad ogni modo, saranno nel corso del tempo necessari maggiori studi per poter scoprire la reale efficacia nell’uomo.

Il ruolo chiave di Turicibacter nel metabolismo dei grassi

I ricercatori, seguiti da June Round, hanno scoperto che Turicibacter fa parte di una comunità di microrganismi protettivi del metabolismo che comprende almeno 80 specie batteriche diverse. Questo batterio, tuttavia, sembra giocare un ruolo centrale.  Round ha affermato: “Non pensavo che un singolo microbo avrebbe avuto un effetto così drammatico”. Turicibacter produce una serie di acidi grassi, componenti fondamentali dei lipidi, che modulano molecole di grasso più dannose e associate a malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2 e i disturbi cardiaci.

Questo significa che la sua presenza potrebbe controbilanciare una dieta molto calorica. Inoltre gli autori dello studio hanno evidenziato che un’alimentazione sbagliata sopprime la crescita del batterio e riduce quindi anche i suoi effetti benefici.   Alla luce di quanto esposto, poiché Turicibacter protegge dagli effetti dannosi dei grassi ma viene anche colpito da un eccesso di tali molecole, i ricercatori hanno provato a ripristinarne i livelli con una supplementazione regolare.

Hanno quindi somministrato un integratore per bocca agli animali per cinque giorni a settimana. Questo ha portato a un minore aumento di peso, livelli di glucosio a digiuno più bassi e una riduzione del grasso corporeo, anche in caso di dieta ricca di grassi.

La FNOMCEO frena sulle prescrizioni infermieristiche

(da M.D.Digital)  Il Consiglio nazionale della Fnomceo ha messo un punto fermo sulle nuove competenze infermieristiche. Con una mozione approvata il 20 febbraio, la Federazione chiede di modificare lo schema di decreto del Mur (Ministero dell’università e della ricerca) che istituisce tre nuove lauree magistrali per gli infermieri. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal decreto, per i professionisti formati nei nuovi percorsi di “prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche” in ambiti come l’infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e le terapie intensive. Secondo la Federazione, l’attuale formulazione rischia di sovrapporsi all’atto medico. Per questo la mozione chiede di prevedere che l’infermiere possa “richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione”. Un passaggio ritenuto essenziale per mantenere fermo il principio secondo cui diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti ed esclusive della professione medica.

Nel documento si richiama esplicitamente la Legge 132/25, che ribadisce la centralità dell’atto medico anche alla luce dell’evoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, sottolineando come una fonte normativa di rango secondario non possa derogare a tali principi. Inoltre, la Fnomceo evidenzia un ulteriore profilo critico: la possibile disparità di trattamento, dal momento che alcune prescrizioni sono oggi riservate a medici in possesso di specifica specializzazione, mentre il decreto non prevede analoghi limiti per gli infermieri.

La Federazione chiede quindi di riportare il provvedimento “all’interno del perimetro tracciato dalla legge”, attivando anche il percorso di concertazione previsto dalla normativa vigente, con il coinvolgimento delle rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, finora rimaste ai margini del confronto.

La mozione, approvata dal Comitato centrale e fatta propria dal Consiglio nazionale, è sottoscritta da numerose sigle del mondo medico e sindacale, dalla Medicina generale alla dirigenza ospedaliera. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza dei pazienti e assicurare un’integrazione efficace tra professioni, evitando conflitti di competenze e il rischio di contenziosi in una fase di profonda riorganizzazione del Ssn.

Infarto. Donne più a rischio anche con un livello di placca inferiore rispetto agli uomini

(da Quotidiano Sanità)    Una minore presenza di placche che ostruiscono le arterie delle donne non sembra proteggerle dalle malattie cardiache rispetto agli uomini.  È quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Circulation: Cardiovascular Imaging’ una rivista dell’American Heart Association.   Sebbene le malattie cardiache siano la principale causa di malattia e morte negli Stati Uniti e nel mondo, secondo le statistiche 2026 su malattie cardiache e ictus dell’American Heart Association, le donne tendono ad avere una minore prevalenza di placche arteriose rispetto agli uomini, secondo ricerche precedenti.  Secondo le statistiche del 2026 sulle malattie cardiache e gli ictus dell’American Heart Association, le malattie cardiovascolari sono state la causa di morte di 433.254 donne di tutte le età, pari al 47,3% dei decessi per malattie cardiovascolari.

Lo studio ha valutato i dati sanitari di oltre 4.200 adulti (più della metà dei quali erano donne) per confrontare l’influenza della quantità di placca sul rischio di gravi patologie cardiache e ha incluso persone con dolore toracico stabile e nessuna storia pregressa di coronaropatia. I partecipanti sono stati randomizzati a sottoporsi a valutazione diagnostica tramite angiografia coronarica con tomografia computerizzata (immagini radiografiche del cuore e dei vasi sanguigni) e seguiti per circa due anni.

Risultati principali dello studio:

Le donne presentavano placche nelle arterie coronarie in numero inferiore rispetto agli uomini (55% contro 75%). Le donne presentavano anche un volume di placca arteriosa inferiore rispetto agli uomini (una mediana di 78 mm³ tra  le donne contro 156 mm³ negli  uomini).    Nonostante una minore placca, le donne avevano le stesse probabilità degli uomini di morire per qualsiasi causa, di avere un infarto non fatale o di essere ricoverate in ospedale per dolore al petto (2,3% delle donne contro il 3,4% degli uomini).    Inoltre, le donne presentavano un rischio cardiaco maggiore a livelli di placca inferiori rispetto agli uomini. Per quanto riguarda il carico totale di placca, il rischio per le donne iniziava ad aumentare al 20% del carico di placca, mentre per gli uomini iniziava al 28%. Con l’aumento dei livelli di placca, il rischio aumentava più nettamente per le donne che per gli uomini.

“I nostri risultati sottolineano che le donne non sono ‘protette’ dagli eventi coronarici nonostante abbiano volumi di placca inferiori – ha affermato l’autore senior Borek Foldyna, MD, Ph.D., professore associato di radiologia presso la Harvard Medical School di Boston – poiché le donne hanno arterie coronarie più piccole, una piccola quantità di placca può avere un impatto maggiore. Un aumento moderato del carico di placca sembra comportare un rischio sproporzionato nelle donne, il che suggerisce che le definizioni standard di rischio elevato potrebbero sottostimare il rischio nelle donne”.

(https://newsroom.heart.org/news/women-may-face-heart-attack-risk-with-a-lower-plaque-level-than-men?preview=1a66&preview_mode=True)

Vitamina D nel dolore da fibromialgia: nuova metanalisi offre risposte

(da Nutrienti e Supplementi)   Una recente revisione sistematica e metanalisi pubblicata su ‘Nutrients‘, condotta da Sara Ilari, Saverio Nucera e colleghi di diversi istituti italiani, tra cui l’Irccs San Raffaele Roma e l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, suggerisce che la supplementazione di Vitamina D potrebbe svolgere un ruolo importante come coadiuvante nella gestione della fibromialgia.  Parliamo di una complessa condizione cronica che affligge circa il 2-3% della popolazione mondiale, caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, fatica generalizzata, disturbi del sonno e dell’umore. Poiché la sua patofisiologia rimane poco chiara e le opzioni terapeutiche sono spesso limitate e solo parzialmente efficaci, la ricerca di trattamenti aggiuntivi si rivela cruciale.

I risultati dello studio     Gli autori hanno analizzato la letteratura fino al 31 dicembre 2024, identificando 2.776 articoli e includendo 7 studi per la revisione sistematica. Sono state condotte due metanalisi distinte, entrambe su quattro studi ciascuna.    I risultati ottenuti hanno mostrato un effetto benefico e statisticamente significativo della supplementazione di Vitamina D rispetto al gruppo di controllo:

– riduzione del dolore: la supplementazione ha ridotto significativamente i livelli di dolore, misurati tramite la Scala di valutazione numerica (Nrs) o la Scala analogica visiva (Vas).

– miglioramento della qualità della vita: è stato riscontrato anche un miglioramento della qualità della vita, valutato attraverso la scala Fibromyalgia impact questionnaire (Fiq).

Luci e ombre    Nonostante l’evidenza positiva, i ricercatori sottolineano che gli effetti osservati devono essere interpretati con cautela. In entrambe le metanalisi, infatti, è stata rilevata un’elevata eterogeneità tra gli studi. Questa variabilità è probabilmente dovuta a differenze nei protocolli di supplementazione, nelle caratteristiche dei pazienti e negli strumenti di misurazione utilizzati. Per esempio, mentre alcuni studi hanno evidenziato miglioramenti significativi nel dolore e nella capacità funzionale, specialmente negli anziani, altri non hanno trovato differenze significative nei punteggi Fiq.

“La Vitamina D potrebbe essere considerata una strategia complementare nella gestione multimodale dell’fibromialgia, in particolare per la riduzione del dolore”, commentano gli Autori. “Tuttavia, sono necessari ulteriori studi randomizzati controllati di alta qualità con protocolli standardizzati per confermare in modo robusto questi risultati e per identificare i sottogruppi di pazienti che trarrebbero il massimo beneficio dalla supplementazione. La valutazione individualizzata e un attento monitoraggio rimangono fondamentali nella pratica clinica”.

(https://www.mdpi.com/2072-6643/17/20/3232

Statine, maxi-analisi di Lancet riabilita gli eventi avversi

(da M.D.Digital)  Le statine sono tra i farmaci più prescritti al mondo per la prevenzione cardiovascolare. Eppure, nonostante prove solide sui benefici in termini di riduzione di infarti, ictus e mortalità vascolare, continuano a essere al centro di timori legati ai possibili effetti collaterali. Ora una vasta metanalisi pubblicata su The Lancet dal gruppo Cholesterol treatment trialists’ collaboration ridimensiona in modo sostanziale molte delle reazioni avverse riportate nei foglietti illustrativi.  Lo studio ha analizzato i dati individuali di 154.664 partecipanti arruolati in 23 grandi trial randomizzati e in doppio cieco: 19 confrontavano statina contro placebo (123.940 soggetti, follow-up mediano 4,5 anni), mentre quattro mettevano a confronto regimi più intensivi versus altri meno intensivi. L’obiettivo era verificare in modo rigoroso se gli effetti indesiderati elencati nei riassunti delle caratteristiche del prodotto (Rcp) fossero effettivamente attribuibili alla terapia.

I ricercatori hanno identificato 66 possibili eventi avversi, esclusi quelli muscolari e il diabete, già oggetto di precedenti analisi, e li hanno valutati utilizzando i dati grezzi dei singoli pazienti, con una metodologia statistica che controllava il rischio di falsi positivi.  Solo quattro eventi, oltre ai già noti effetti su muscolo e glicemia, sono risultati significativamente associati alla terapia con statine. Si tratta di alterazioni delle transaminasi epatiche, altre anomalie dei test di funzionalità epatica, modifiche della composizione urinaria ed edema. Tuttavia, l’aumento assoluto del rischio è risultato molto contenuto: per le alterazioni epatiche, l’eccesso annuale combinato è stato pari a circa lo 0,13%; per gli altri eventi, inferiore allo 0,1% l’anno.

Nei trial che confrontavano dosaggi più elevati con dosaggi più bassi di statine, l’incremento delle alterazioni epatiche è apparso dose-dipendente, rafforzando la plausibilità biologica dell’associazione. Non è emersa invece una relazione chiara con l’intensità della terapia per le modifiche urinarie e l’edema, la cui rilevanza clinica resta incerta.  Nessuna associazione significativa è stata osservata per le altre 62 condizioni riportate nei fogli illustrativi, tra cui disturbi cognitivi, depressione, disturbi del sonno, neuropatia periferica, disfunzione sessuale, insufficienza renale acuta, malattia polmonare interstiziale o pancreatite.

Si tratta di un punto cruciale, sottolineano gli autori. Molte delle segnalazioni presenti nei foglietti illustrativi derivano, infatti, da studi osservazionali o da case report post-marketing, metodologie utili per individuare eventi rari ma suscettibili a bias, soprattutto quando gli esiti sono comuni nella popolazione generale. I trial randomizzati in doppio cieco, al contrario, rappresentano lo standard più affidabile per stabilire nessi causali, in particolare per effetti di entità moderata.  Le implicazioni sono rilevanti sul piano clinico e comunicativo. Secondo stime consolidate, un regime efficace di statine assunto per cinque anni in 10 mila pazienti con malattia cardiovascolare pregressa può prevenire circa 1.000 eventi vascolari maggiori; nei soggetti ad alto rischio ma senza eventi precedenti, gli eventi prevenuti sono circa 500. A fronte di benefici di questa entità, la percezione amplificata dei rischi può indurre a non iniziare la terapia o a sospenderla precocemente, con conseguenze potenzialmente gravi.

Restano confermati gli effetti avversi noti: la miopatia, evento raro (circa 1 caso su 10.000 persone-anno), le forme più severe come la rabdomiolisi (2–3 casi su 100.000 persone-anno), un lieve aumento dei sintomi muscolari meno gravi, soprattutto nel primo anno e un incremento moderato e dose-dipendente delle nuove diagnosi di diabete, prevalentemente in soggetti già prossimi alla soglia diagnostica.   Alla luce di questi nuovi dati, concludono gli autori, le sezioni sugli effetti indesiderati nei documenti ufficiali potrebbero sovrastimare i rischi e andrebbero aggiornate per riflettere meglio le evidenze disponibili. Un’informazione più accurata – sottolineano – è essenziale per consentire a medici e pazienti decisioni realmente informate, basate su un bilancio trasparente tra benefici comprovati e rischi effettivi.

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