Camminare rallenta il declino cognitivo nelle persone a rischio Alzheimer
(da DottNet) Aumentare anche solo leggermente il numero di passi compiuti ogni giorno può aiutare a rallentare la progressione verso l’Alzheimer nelle persone ad alto rischio: il declino cognitivo viene ritardato di tre anni nelle persone che camminano solo 3.000-5.000 passi al giorno e di sette anni nelle persone che camminano 5.000-7.500 passi al giorno. Lo rivela uno studio su Nature Medicine, in cui i ricercatori del Mass General Brigham hanno scoperto che l’attività fisica si associa a un rallentamento del declino cognitivo negli anziani con livelli elevati di beta-amiloide, una proteina associata all’Alzheimer. Gli individui sedentari hanno un accumulo significativamente più rapido di proteine tossiche nel cervello e un declino più rapido delle funzioni cognitive e quotidiane.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 296 partecipanti di età compresa tra 50 e 90 anni dello studio Harvard Aging Brain Study, tutti senza deficit cognitivi all’inizio dello studio. Hanno misurato i livelli iniziali di sostanze tossiche accumulate nel cervello di ciascuno e valutato l’attività fisica dei partecipanti utilizzando contapassi. I partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni cognitive annuali per un periodo medio di 9,3 anni. Ebbene, un numero maggiore di passi è risultato associato a un rallentamento del declino cognitivo e a un accumulo più lento delle proteine tossiche, tra chi partiva già con tante sostanze tossiche accumulate nel cervello, quindi con un rischio elevato di Alzheimer.
Trump lancia TrumpRx: “Prezzi scontati, come in Europa”. Quali ripercussioni per l’UE?
(da Quotidiano Sanità) presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha lanciato oggi https://trumprx.gov/, un sito web che promette di garantire ai pazienti americani prezzi dei farmaci allineati a quelli più bassi pagati in altre nazioni sviluppate. L’iniziativa, battezzata “Most-Favored-Nation” (MFN), mira a rompere il sistema per cui “i pazienti americani non pagheranno più prezzi alti per sovvenzionare i prezzi bassi nel resto del mondo”, ha dichiarato la Casa Bianca. Il portale, presentato come un’esperienza “di classe mondiale” per accedere a forti sconti, è operativo da oggi con i primi 40 farmaci di marca, tra i più popolari e costosi del Paese, offerti da cinque case farmaceutiche che hanno stretto accordi con l’amministrazione: AstraZeneca, Eli Lilly, EMD Serono, Novo Nordisk e Pfizer. I pazienti con una prescrizione valida potranno generare coupon stampabili o digitali direttamente dal sito per ottenere i nuovi prezzi ribassati.
Gli sconti: da Ozempic ai farmaci per la fertilità – La Casa Bianca ha diffuso esempi eclatanti di riduzioni, che in alcuni casi superano l’80%:
– Ozempic e Wegovy (iniettabile): il prezzo mensile scende rispettivamente da 1.028 e 1.349 dollari a una media di 350 dollari, con picchi fino a 199 dollari.
– Wegovy (pillola): da 1.349 dollari a un minimo di 149 dollari al mese.
– Farmaci per la fertilità: risparmi medi di oltre 2.000 dollari per ciclo di trattamento. Il Cetrotide passa da 316 a 22,50 dollari, l’Ovidrel da 251 a 84 dollari.
– Altri esempi: L’inhalatore per l’asma Airsupra scende da 504 a 201 dollari; l’insulina Lispro sarà disponibile a 25 dollari al mese.
Il percorso dell’ordine esecutivo – L’iniziativa fa seguito a una serie di atti amministrativi:
– Il 12 maggio 2025, Trump firmò un ordine esecutivo per allineare i prezzi americani a quelli delle nazioni similari.
– Il 31 luglio 2025, inviò lettere alle principali case farmaceutiche per sollecitare riduzioni.
– Dal 30 settembre 2025, ha annunciato 16 accordi con grandi produttori.
– Il 1° dicembre 2025, un’intesa con il Regno Unito ha previsto un aumento del 25% del prezzo netto dei nuovi farmaci lì, per far sì che “paghi la sua giusta parte” per l’innovazione.
La sfida al Congresso – Trump ha ora chiamato il Congresso a legiferare sul “The Great Healthcare Plan”, un piano che renderebbe strutturali i risparmi dell’iniziativa MFN, abbasserebbe i premi assicurativi e aumenterebbe la trasparenza dei prezzi. “Qualcosa che l’establishment politico non credeva possibile”, conclude la nota della Casa Bianca, sottolineando l’adempimento di una promessa elettorale.
Quali ripercussioni per l’Europa? – L’iniziativa di Trump, mentre promette sollievo ai pazienti americani, rischia di generare un terremoto nei sistemi sanitari europei, incluso quello italiano. Il meccanismo del “prezzo della nazione più favorita” si basa infatti sui listini praticati in un gruppo di Paesi di riferimento, tra cui Italia, Germania, Francia e Regno Unito.
Da un lato, le case farmaceutiche – private dei margini di profitto negli Usa – potrebbero cercare compensazioni in Europa, premendo per un aumento generalizzato dei prezzi. Dall’altro, e questo è lo scenario più preoccupante, potrebbero decidere di ritardare o addirittura non immettere i farmaci più innovativi nei mercati, come quello italiano, dove i prezzi sono tenuti bassi da meccanismi come la negoziazione con Aifa e il “payback”. Per un’azienda, potrebbe convenire rinunciare a un mercato europeo a basso margine piuttosto che vedere quel prezzo basso diventare il riferimento per gli enormi acquisti federali americani.
Un campanello d’allarme arriva dall’accordo siglato a dicembre tra Usa e Regno Unito. In cambio dell’esenzione dai dazi, Londra si è impegnata ad alzare del 25% i prezzi pagati dal suo servizio sanitario e a ridurre gli sconti a carico delle aziende. L’obiettivo dichiarato è essere “prioritari” per il lancio delle nuove terapie. Questa strategia rischia di creare un pericoloso dumping sanitario tra Paesi europei, costringendo sistemi come quello italiano a possibili scelte drammatiche: alzare a propria volta i prezzi (e quindi una spesa già fuori controllo) per non rimanere indietro nell’accesso all’innovazione, o rischiare di vedersi esclusi dalle cure più avanzate.
L’impatto nascosto di ansia e insonnia su infiammazione e tumori
(da M.D,Digital) Un recente studio esplorativo trasversale, su un campione di studentesse universitarie (età compresa tra 17 e 23 anni), ha esaminato l’associazione tra i sintomi auto-riferiti di ansia e insonnia e il numero di cellule Natural Killer (Nk). Le cellule Nk sono una prima linea di difesa contro agenti patogeni e cellule infette; un numero troppo basso di queste cellule può portare a disfunzione immunitaria e aumentare la suscettibilità alle malattie. I disturbi d’ansia e l’insonnia sono condizioni note per perturbare il normale funzionamento del sistema immunitario e sono attualmente in aumento. Nel campione studiato, il 53% delle partecipanti ha riportato disturbi del sonno suggestivi di insonnia e il 75% ha riportato sintomi di ansia.
I risultati, pubblicati su ‘Frontiers in Immunology’, hanno indicato che l’ansia e l’insonnia possono potenzialmente reprimere la funzione immunitaria abbassando il numero delle cellule Nk. In particolare, le studentesse che presentavano sintomi di insonnia mostravano un declino nel conteggio e nella percentuale delle cellule Nk totali e delle loro sottopopolazioni. Analogamente, le studentesse con sintomi di ansia generale presentavano un numero e una percentuale inferiori di cellule Nk circolatorie e delle loro sottopopolazioni, rispetto alle studentesse asintomatiche. La gravità dei sintomi gioca un ruolo cruciale: le studentesse con sintomi di ansia moderata e grave mostravano una percentuale significativamente più bassa di cellule Nk circolatorie.
Una riduzione di queste cellule può portare a una compromissione del sistema immunitario, che può sfociare in malattie, tumori e persino disturbi mentali come la depressione. Comprendere come questi stressor psicologici influenzino le cellule Nk periferiche può fornire preziose intuizioni sui meccanismi sottostanti l’infiammazione e la tumorigenesi. Sebbene stili di vita sani, inclusa l’attività fisica regolare e una dieta equilibrata, possano potenziare le cellule Nk, l’impatto di ansia e insonnia compromette la salute generale e la qualità della vita.
Gli autori riconoscono che lo studio ha limiti, poiché ha incluso solo giovani donne – un gruppo in cui ansia e disturbi del sonno sono in aumento sproporzionato – limitando così la generalizzabilità dei risultati. Sono necessarie ricerche future che includano fasce d’età, sessi e regioni diversi per ottenere una visione più completa degli effetti dell’ansia e dell’insonnia sulla proporzione e sulla funzione delle cellule immunitarie.
(Alhamawi RA, et al. Insomnia and Anxiety: Exploring Their Hidden Effect on Natural Killer Cells Among Young Female Adults. Frontiers in Immunology 2025. DOI: 10.3389/fimmu.2025.1698155)
Scrivere a mano non è un vezzo: salva memoria, concentrazione e fantasia
(da Sanitainformazione.it) il 23 gennaio, si è celebrato il World Handwriting Day, la Giornata Mondiale della Scrittura a Mano, un gesto antico che rischia di scomparire tra le nuove generazioni. La penna sulla carta, però non è solo un modo di comunicare: è una palestra per la mente, capace di stimolare memoria, concentrazione, linguaggio e creatività. In un mondo dominato da tastiere e schermi, neurologi e grafologi avvertono che rinunciare alla scrittura manuale può avere effetti negativi concreti sulle capacità cognitive.
Il cervello al lavoro: i benefici neurologici della scrittura manuale Secondo il neurologo Rosario Sorrentino, scrivere a mano è molto più che un semplice gesto: rappresenta uno stimolo epigenetico che favorisce la neuroplasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di riorganizzarsi e creare nuove connessioni. Molti giovani stanno perdendo questa sana abitudine ma rinunciare a carta e penna, sostituendole esclusivamente con strumenti digitali, può ridurre il livello di creatività e impoverire il linguaggio. “L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario – spiega Sorrentino – ma se diventa l’unico repertorio cognitivo rischia di sostituire l’originalità e la fantasia individuale. La scrittura a mano rimane insostituibile per allenare il cervello e stimolare il pensiero creativo”.
Dalla scuola alla vita quotidiana: la scrittura a mano come allenamento pratico della mente Per Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Brescia e past president della Società Italiana di Neurologia (SIN), scrivere a mano è un vero allenamento mentale: “Come l’esercizio fisico – afferma – stimola la concentrazione, la coordinazione oculo-manuale e la destrezza, oltre a sviluppare aree cerebrali fondamentali per il linguaggio e l’apprendimento”. Secondo Padovani, la consuetudine della penna non è un semplice retaggio del passato: è una pratica scientificamente dimostrata per migliorare memoria e capacità cognitive, soprattutto nei bambini e nei ragazzi. Anchegrafologi e logopedisti affermano che la scrittura manuale è una palestra sensoriale e cognitiva fondamentale fin dall’inizio della scolarizzazione.
Il digitale non basta Nonostante la comodità di smartphone e computer, sostituire completamente carta e penna con il digitale rischia di ridurre originalità, concentrazione e profondità del pensiero. Il ritorno del corsivo e della calligrafia tra i giovani, anche su piattaforme come TikTok, dimostra che l’interesse per la penna non è scomparso: nel 2024 l’hashtag #calligraphy ha registrato un incremento del 63%, a testimonianza di una riscoperta della scrittura come forma di espressione personale e creativa.
Salvaguardare una competenza fondamentale L’Unesco sta valutando la candidatura del corsivo come patrimonio immateriale dell’umanità. L’iniziativa, promossa da istituti grafologici e associazioni di settore, punta a valorizzare una competenza che unisce cultura, manualità e stimolo mentale. Carta e penna, con tutte le loro sfumature, restano strumenti che rafforzano la concentrazione e stimolano l’inventiva. Una pratica preziosa in ogni fase della vita, oltre la semplice comunicazione.
Le persone si fidano più dei medici che dell’IA
(da Sanitainformazione.it) La maggior parte delle persone mantiene una maggiore fiducia nei medici umani rispetto all’intelligenza artificiale (IA) per le diagnosi, pur riconoscendo un grande potenziale in questa tecnologia quando viene presentata in un contesto specifico e reale, come la diagnosi del cancro. Lo rivela uno studio guidato da Michael Sobolev, dell’Università della California del Sud, e da Patrycja Sleboda, del Baruch College della City University di New York, presentato al convegno annuale della Society for Risk Analysis, che si è tenuto a Washington.
Solo 1 persona su 6 si fida dell’IA per diagnosticare problemi di salute – La ricerca, basata su due sondaggi rappresentativi a livello nazionale, si è concentrata sulla fiducia, la comprensione, il potenziale, l’entusiasmo e la paura dell’IA in medicina. Secondo lo studio, solo circa 1 persona su 6, il 17%, si fida dell’IA quanto di un esperto umano per diagnosticare problemi di salute. Nonostante la diffidenza generale, quando è stato presentato uno scenario reale, un’IA che analizza le immagini della cervice per rilevare alterazioni precancerose, la maggior parte dei partecipanti ha valutato il potenziale come il fattore più alto. Le persone che hanno avuto un’esposizione personale a strumenti di IA, come ChatGPT, hanno mostrato un atteggiamento più positivo nei confronti della sua applicazione medica.
L’istruzione influisce sulla valutazione dell’IA – Coloro che l’hanno utilizzata hanno espresso una migliore comprensione, maggiore entusiasmo e maggiore fiducia. Nella valutazione dello strumento diagnostico per il cancro, gli elementi di accettazione sono stati classificati come segue, dal più alto al più basso: potenziale, entusiasmo, fiducia, comprensione, paura. La paura è risultata essere il fattore più basso. Essere uomo e possedere una laurea erano associati a maggiore fiducia, entusiasmo e potenziale nell’uso dell’IA in sanità, oltre che a una minore paura generale. In sintesi, lo studio evidenzia un divario tra lo scetticismo generale verso l’IA e l’accettazione che si sviluppa quando il pubblico viene informato su esempi specifici e concreti di come l’IA può aiutare la medicina, in particolare nella diagnosi precoce.
Come andare in pensione con l’Enpam nel 2026
(da enpam.it) Anno nuovo, requisiti vecchi. Sono quelli di età e di anzianità contributiva che servono a medici e odontoiatri per andare in pensione con l’Enpam nel 2026. Come detto, quest’anno i requisiti sono rimasti gli stessi del 2025. Ma per chi sta progettando di ritirarsi dall’attività professionale nei prossimi 12 mesi, può essere utili ribadirli. Innanzitutto, è bene ricordare che la pensione Enpam è composta da una base, di Quota A, che si matura con la contribuzione che versano tutti i medici e dentisti e che spetta quindi a tutti gli iscritti all’Ordine. A questa, si aggiunge un’ulteriore quota eventuale calcolata sui contributi versati alla gestione di appartenenza, determinata dall’attività professionale specifica svolta: medicina generale, specialistica ambulatoriale, specialistica esterna o libera professione.
PER TUTTI – QUOTA A – È bene premettere che per fare domanda per il trattamento legato alla Quota A è necessario essere in regola con il versamento dei contributi e aver maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata. La pensione di vecchiaia ha come requisito il raggiungimento dei 68 anni di età e condizione necessaria è avere almeno 5 anni di anzianità contributiva. I requisiti per la pensione anticipata si maturano, invece, a 65 anni, per chi sceglie il metodo di calcolo interamente contributivo, entro il mese del sessantacinquesimo compleanno. Occorre comunque essere ancora iscritti alla gestione e avere almeno 20 anni di contribuzione.
PER I CONVENZIONATI – Oltre che alla Quota A, i medici convenzionati sono contribuenti del Fondo Enpam della medicina convenzionata e accreditata. Una volta cessata l’attività in convenzione, medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali o esterni, medici della medicina dei servizi, guardie mediche, medici fiscali o medici convenzionati esterni Inps, hanno a disposizione tre modalità. La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia a 68 anni. La seconda, prevede di andare in pensione anticipata a partire dai 62 anni. Per questa opzione è necessario avere maturato almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta e 30 anni di anzianità laurea. Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea. Per i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e gli specialisti ambulatoriali c’è una quarta opzione che prevede di andare in pensione con il sistema dell’App, l’Anticipo della prestazione previdenziale dell’Enpam.
PER I LIBERI PROFESSIONISTI – I medici e i dentisti che nella loro carriera hanno svolto libera professione hanno versato i contributi derivanti dalla loro attività alla Quota B, hanno anche loro tre modalità per andare in pensione. La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia a 68 anni, purché si abbiano almeno 5 anni di anzianità contributiva sulla Quota A. La seconda prevede, a 62 anni, di andare in pensione anticipata di Quota B. Anche in questo caso sono necessari almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea. Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea
La nicotina come tossina cardiovascolare: consenso di esperti e implicazioni regolatorie
(da DottNet) Un gruppo di esperti ha recentemente pubblicato un position paper sull’European Heart Journal, in cui sono presentati dodici messaggi chiave basati sull’evidenza, i quali documentano inequivocabilmente la tossicità cardiovascolare della nicotina, indipendentemente dal sistema di somministrazione. I dodici messaggi chiave affrontano diversi aspetti cruciali della tossicità cardiovascolare della nicotina, esaminando in particolare gli effetti vascolari e metabolici, i rischi associati all’esposizione passiva, e i principali meccanismi fisiopatologici che contribuiscono alla morbilità e mortalità cardiovascolare legata alla nicotina.
Tra i principali effetti avversi, vengono descritti l’aumento della pressione sanguigna, la danno endoteliale, la disfunzione delle arterie e l’incremento del rischio di infarto e ictus. Inoltre, vengono esaminati gli impatti economici derivanti dalle malattie cardiovascolari correlate alla nicotina, che si traducono in un grave peso per i sistemi sanitari e le economie globali.
Un aspetto particolarmente rilevante è il fatto che per la prima volta la nicotina viene separata dai processi di combustione (come quelli legati al fumo di sigaretta tradizionale), riconoscendo che la sostanza stessa, e non solo le tossine generate dalla combustione, è intrinsecamente pericolosa per la salute cardiovascolare. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale, perché contribuisce a sfatare uno dei miti più persistenti legati ai prodotti a base di nicotina, ossia che le alternative come le sigarette elettroniche o il tabacco riscaldato siano “più sicure” rispetto al fumo tradizionale.
Il documento sottolinea la crescente crisi della dipendenza da nicotina tra i giovani, aggravata dalla diffusione di prodotti aromatizzati e da marketing aggressivo. Questo ha portato a un aumento significativo dei consumatori di nicotina in età pediatrica, creando una nuova generazione a rischio di dipendenza. Un altro tema importante riguarda la disinformazione sulla “nicotina più sicura” promossa da alcuni produttori di sigarette elettroniche, che minimizzano i rischi legati a questi prodotti, nonostante la nicotina, anche senza combustione, resti pericolosa.
Il lavoro si inserisce in un contesto particolarmente delicato per quanto riguarda la regolamentazione europea, in concomitanza con la revisione della Direttiva sulla tassazione dei prodotti del tabacco prevista dalla Commissione Europea per luglio 2025. Questa revisione introduce per la prima volta accise minime su e-liquidi, tabacco riscaldato e pouch di nicotina, cercando di mettere un freno alla diffusione di questi prodotti. Tra le misure proposte figurano divieti di pubblicità per evitare che i giovani vengano ulteriormente sedotti dal marketing dei prodotti a base di nicotina, restrizioni sugli aromi (che sono utilizzati per rendere i prodotti più attraenti, soprattutto per i più giovani), e limitazioni all’uso di nicotina in ambienti chiusi, al fine di ridurre l’esposizione passiva.
L’adozione di queste misure potrebbe non solo migliorare la salute cardiovascolare globale, ma anche ridurre i costi economici e sociali legati alle malattie provocate dalla nicotina. Il futuro della regolamentazione del tabacco e della nicotina dipenderà da quanto efficacemente queste evidenze scientifiche verranno integrate nelle politiche sanitarie a livello globale.