Per medici e odontoiatri iscritti all’Enpam c’è una Cu dedicata a quello che non si deve pagare

Per medici e odontoiatri iscritti all’Enpam c’è una Cu dedicata a quello che non si deve pagare. Una certificazione unica che riguarda esclusivamente i sussidi ricevuti dalla Fondazione nel 2020 come sostegno alle difficoltà imposte dal Covid-19, che dopo una lunga battaglia dell’Enpam sono stati detassati.

Nello specifico, si parla dell’indennizzo statale, del Bonus Enpam o Bonus Enpam plus e dell’indennità di quarantena. Tutti aiuti economici che non concorrono alla formazione del reddito, per i quali la Fondazione ha emesso una nuova ondata di certificazioni uniche.

I camici bianchi possono trovare nella loro area riservata del sito dell’Enpam la Cu prodotta ad hoc, che attesta esclusivamente le somme corrisposte lo scorso anno dalla Fondazione a titolo di bonus Covid-19 e che si va ad aggiungere alla certificazione unica già presente dal 31 marzo scorso.

NON PAGARE, MA (IN ALCUNI CASI) DICHIARARE

Partiamo da quello che è certo: nessuno deve pagare sugli importi indicati nella nuova Cu.

Ma in alcuni casi, i bonus ricevuti come sostegno per i mesi “caldi” del Covid dovranno essere comunque riportati nella dichiarazione. Questo anche per evitare di incorrere in una sanzione amministrativa che si rischia con l’omessa indicazione.

Ad esempio è il caso dei professionisti che esercitano con partita Iva soggetta a regime dei minimi o forfettario, a cui è richiesta “l’indicazione dell’ammontare ‘dei contributi e delle indennità di qualsiasi natura, erogati in via eccezionale’ per il Covid e diversi da quelli preesistenti”, come riporta il Sole 24 Ore dello scorso 14 giugno, in un articolo dal titolo eloquente: “Sostegni Covid e Fisco: caccia al posto giusto in dichiarazione”.

In termini pratici, per risolvere la problematica dell’eventuale collocazione dei sostegni nella dichiarazione dei redditi, è bene trasmettere al proprio commercialista anche la nuova Cu dedicata ai sussidi 2020, che come detto è possibile trovare nell’area riservata del sito Enpam.

LA FINE DELLA “TASSA SULLA SOLIDARIETÀ”

Quella “tassa sulla solidarietà” che veniva applicata in un primo momento ai camici bianchi, come accennato, è stata abolita dopo una lunga battaglia dell’Enpam.

È cronaca del 2020 il fronte mediatico e istituzionale aperto dalla Fondazione, per ottenere la revoca dell’ingiusto prelievo a danno dei propri iscritti. Un’azione a tutela di medici e dentisti che si vedevano alleggerire da un’ulteriore tassazione i sussidi ricevuti dall’Enpam per attraversare i disagi imposti dalla pandemia.

L’Enpam aveva dovuto inizialmente applicare una ritenuta alla fonte dei sussidi erogati. Importi poi versati ai legittimi destinatari, medici e odontoiatri, una volta arrivata la schiarita da parte dello Stato. La battaglia portata avanti dalla Fondazione, com’è noto, è stata vinta alla vigilia dello scorso Natale.

Con sonno e attività fisica insufficienti aumentano i rischi di mortalità

(da Quotidiano Sanità e Reuters Health)    Uno studio britannico pubblicato sul ‘British Medical Journal’ ha messo in luce come le persone sedentarie con un sonno irregolare presentino un rischio significativamente superiore di mortalità per tutte le cause, per patologie cardiovascolari e per cancro rispetto a quelle con uno solo o nessuno di questi fattori di rischio.   I ricercatori – guidati da Emmanuel Stamatakis, dell’Università di Sidney – hanno esaminato i dati relativi a 380.055 partecipanti (età media 55,9 anni) allo studio della UK Biobank che disponevano di dati al basale su un’attività fisica da moderata a intensa (MVPA) e con punteggi compositi relativi al sonno in base a cronotipo, durata del sonno, insonnia, russamento e sonnolenza diurna.
Da questi dati, gli studiosi hanno ricavato 12 diverse categorie di attività fisica e sonno combinati. A un’estremità vi era un sonno di scarsa qualità e nessuna MVPA, all’altra un sonno salutare e elevati livelli di MVPA. Al basale, nessuno dei partecipanti presentava una patologia cardiovascolare o un tumore nell’anamnesi. Dopo un follow-up medio di 11,1 anni, sono stati registrati 15.503 decessi per tutte le cause, tra cui 4.095 per patologie cardiovascolari e 9.064 per cancro.

Rispetto all’estremo più sano, costituito da un sonno salutare e dai più elevati livelli di MVPA, gli individui che dormivano male e non facevano attività fisica avevano probabilità significativamente superiori di decesso per tutte le cause (hazard ratio 1,57), patologie cardiovascolari (HR 1,67) e cancro (HR 1,45).
“Abbiamo osservato che l’inattività fisica amplificava il rischio per la salute di un sonno di cattiva qualità in modo sinergico, il che significa che il rischio combinato di mortalità per inattività fisica e sonno di scarsa qualità era superiore rispetto alla somma dei rischi indipendenti del solo sonno di cattiva qualità e della sola inattività fisica”, osserva Emmanuel Stamatakis,”Ciò non sorprende considerando che un sonno di scarsa qualità e l’inattività fisica lavorano su vie cardiovascolari e metaboliche simili. Ad esempio, sappiamo che sia un sonno breve che l’inattività fisica causano una disfunzione metabolica ed endocrina, aumentano l’infiammazione sistemica e causano la stimolazione del sistema nervoso simpatico”.
I livelli di attività dei partecipanti sono stati divisi in quattro categorie in base alle linee guida sull’esercizio fisico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità usando il Metabolic Equivalent of Task (MET, equivalente metabolico) in minuti: nessuna MVPA, scarsa MVPA (meno di 600 MET in minuti/settimana), MVPA media (da 600 a 1.199) o MVPA elevata (1200 o superiore).
Nel complesso, 223.445 partecipanti (59%) si trovavano nel gruppo della MVPA elevata, 57.771 (15%) nel gruppo medio, 39.298 (10%) nel gruppo con scarsa MVPA e 59.541 (16%) in quello che non faceva alcun tipo di MVPA.
Inoltre, i ricercatori hanno assegnato ai partecipanti un punteggio sulla qualità del sonno da 0 a 5 in base a cronotipo, durata del sonno, insonnia, russamento e sonnolenza diurna e hanno creato tre categorie di qualità del sonno: scarsa (punteggi da 0 a 1), intermedia (da 2 a 3) e sana (4 o superiore). La maggior parte dei partecipanti (56%) presentava un pattern del sonno sano, il 42% aveva una qualità del sonno intermedia e il 3% dormiva male.

Per l’assistenza territoriale cambierà tutto: dal numero verde unico europeo per le cure non urgenti, alle nuove Case di Comunità (Hub e Spoke) con équipe multidisciplinari.

Mmg e pediatri titolari rapporto fiducia con il paziente ma il futuro dei loro studi privati è incerto.  Tutto scritto nero su bianco nella bozza di riforma dell’assistenza territoriale ispirata dal nuovo Patto per la Salute e aggiornata con le indicazioni e i progetti del Pnrr. L’ha redatta il Gruppo di lavoro Agenas sull’assistenza territoriale ed è ora all’esame della Cabina di Regia per il Patto per la Salute. Il primo tassello è il Distretto Socio-Sanitario (1 ogni 100mila ab.) nel cui ambito opereranno Case della Comunità, grandi e piccole e gli Ospedali di Comunità. Sempre in capo al Distretto il coordinamento di tutte le attività di assistenza domiciliare e delle Rsa     Leggi L’articolo completo al LINKhttp://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=97191

Iss, contro le varianti efficaci i 4 vaccini. I farmaci da preferire

(da DottNet)    “I primi studi affermano che il ciclo completo dei 4 vaccini già approvati rimane protettivo nei confronti di tutte le Voc – cioe’ le varianti che sono considerate piu’ rischiose- mentre diminuisce l’efficacia che si era evidenziata dopo la prima dose”. Lo sottolinea l’Istituto superiore di sanità (ISS), in un aggiornamento delle Faq sul proprio sito. Nelle ultime 24 ore il numero dei positivi è passato da 907 a 1.010, le vittime del Covid sono 14 mentre ieri erano state 24. Numeri che gli esperti leggono come un andamento dissociato, quello a cui si è affidato il premier britannico Boris Johnson per le riaperture: la variante fa aumentare i casi ma non le ospedalizzazioni e i decessi. Lo stesso ministro della Salute Roberto Speranza oggi ha sottolineato che fino a due mesi e mezzo fa “avevamo 30.000 persone in ospedale e oggi sono 1.500, il 95% in meno. Avevamo 3.800 persone nelle terapie intensive e oggi siamo sotto i 190, ben oltre il -90%”.  “Per quanto riguarda i farmaci in uso e in sperimentazione – si legge sul sito dell’Iss – non ci sono ancora evidenze definitive in un senso o nell’altro”. Alcuni articoli, spiega Iss, indicano che i monoclonali in sviluppo potrebbero perdere efficacia da soli, ma continuano a funzionare i mix di 2 anticorpi.

Se per una malattia di lieve entità vanno bene paracetamolo per la febbre e FANS per i dolori muscolo-scheletrici, i monoclonali possono essere considerati nelle prime fasi di infezione sintomatica per pazienti fragili o ad alto rischio (diabetici, cardiopatici, persone molto anziane) nella gestione domiciliare: è il medico di famiglia che deve identificare infatti il soggetto da trattare e inviarlo tempestivamente alle strutture di riferimento. Questi farmaci sono somministrati per infusione in ambulatori dedicati. Sono in effetti  gli unici farmaci che abbiano dimostrato un’azione antivirale, utile soprattutto nelle primissime fasi, entro i primi 3-4 giorni dall’eventuale insorgenza della sintomatologia clinica lieve/moderata. In termini di riduzione della viremia sono tutti efficaci, soprattutto rispetto a molti altri farmaci già in commercio testati come antivirali contro il SARS-COV2 che nel tempo si sono rivelati inutili, se non addirittura dannosi. Sono anticorpi che vanno a legarsi alla proteina Spike e impediscono l’ingresso nelle cellule e, quindi, la replicazione del virus. Ad oggi risultano sicuri, molto efficaci e richiedono una sola infusione». Secondo i primi studi, i monoclonali in uso sarebbero efficaci anche contro la variante Delta.

In Italia hanno un’autorizzazione di emergenza e, in maniera simile ai vaccini che hanno ricevuto approvazione condizionale, è contemplata una rivalutazione del loro profilo rischi-benefici sulla base di nuovi dati generati dopo la loro commercializzazione. In Italia sono oltre 6.100, dal 10 marzo a fine giugno, i pazienti Covid che li hanno ricevuti. La maggior parte di questi è stata trattata con la combinazione di bamlanivimab e etesevimab di Eli Lilly, poi c’è la combinazione casirivimab e imdevimab di Regeneron-Roche. Il 17 giugno è stato aggiunto nell’elenco dei farmaci rimborsabili dal Servizio Sanitario anche se non autorizzati il tocilizumab (per il trattamento di soggetti adulti ospedalizzati con Covid grave e/o con livelli elevati degli indici di infiammazione sistemica, in condizioni cliniche in rapido peggioramento). Tale anticorpo monoclonale, si legge sul Corriere della Sera, già autorizzato per il trattamento dell’artrite reumatoide, è stato appena inserito anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nelle linee guida dei trattamenti anti Covid.

In ospedale per i casi seri e gravi si usa – soprattutto in quei pazienti che vanno a desaturare – il cortisone, in particolare il desametasone, che ha mostrato dei risultati eccezionali in termini di riduzione della mortalità. Si associa spesso l’eparina, ma come terapia profilattica, in pazienti che hanno polmoniti e sono immobilizzati. Altri farmaci con un’azione antinfiammatoria e immunosoppressiva si sono rivelati utili, come il tocilizumab, ma è da riservare solo a una certa categoria di pazienti ed in aggiunta al cortisone.  Entro la fine dell’anno, anticipa il Corriere della Sera, arriveranno quattro (se non di più) anticorpi monoclonali anti-proteina Spike, quali la combinazione di bamlanivimab ed etesevimab di Eli Lilly e la combinazione di casirivimab e imdevimab di Regeneron-Roche, già autorizzati in Europa per uso emergenziale, e regdanivimab di Celltrion e sotrovimab di GlaxoSmithKline-Vir Biotechnology, in fase di revisione da parte di EMA; inoltre ci sono molte aspettative su immunosoppressori già in commercio per il trattamento dell’artrite reumatoide, quali baricitinib e tofacitinib.

Il caffè protegge dall’epatopatia cronica

(da Quotidiano Sanità e Reuters Health)  Uno studio condotto sui dati della UK Biobank dimostra che le persone che bevono qualsiasi tipo di caffè, che contenga o meno caffeina, hanno meno probabilità di sviluppare epatopatia cronica o di morire per tale causa rispetto alle controparti che non assumono la bevanda. 
I ricercatori – guidati da Oliver Kennedy, dell’Università di Southampton – hanno analizzato i dati relativi a 384.818 partecipanti allo studio che hanno riferito di consumare caffè e 109.767 che non lo consumavano. Dopo un follow-up mediano di 10,7 anni, gli studiosi hanno rilevato 3.600 casi di epatopatia cronica, 5.439 casi di epatopatia cronica o steatosi, 184 casi di carcinoma epatocellulare e 301 casi di decesso per epatopatia cronica.
Rispetto ai partecipanti che non consumavano caffè, le controparti presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (hazard ratio aggiustato 0,79), epatopatia cronica o steatosi (aHR 0,80), carcinoma epatocellulare (aHR 0,80) e decesso per epatopatia cronica (aHR 0,51).   Il consumo mediano di caffè era due tazze al giorno in coloro che assumevano la bevanda, segnalano i ricercatori su BMC Public Health. Il massimo effetto protettivo per l’assunzione di caffè si è presentano con tre-quattro tazze al giorno.  Tra i consumatori di caffè, 79.644 (19%) assumevano caffè decaffeinato. Chi consumava la variante decaffeinata aveva più probabilità di essere di sesso femminile e più anziano e meno probabilità di essere fumatore.  Rispetto ai partecipanti che non bevevano alcun tipo di caffè, quelli che assumevano caffè decaffeinato presentavano un rischio significativamente inferiore di epatopatia cronica (HR 0,80), epatopatia cronica o steatosi (HR 0,85) e decesso per epatopatia cronica (HR 0,36).
Tuttavia, il caffè istantaneo sembra avere un minor effetto protettivo rispetto al caffè macinato. Ad esempio, la riduzione del rischio di sviluppare epatopatia cronica è risultata meno pronunciata con il caffè istantaneo (HR 0,85) che con quello macinato (HR 0,65), così come il rischio di morire per epatopatia (HR rispettivamente 0,65 e 0,39).

Disforia di genere, pazienti Invisibili anche per il loro medico. Necessaria più formazione

(da DottNet)   In Italia, alcune persone con disforia di genere hanno uno scarso accesso alle cure. Sono persone che vanno raramente dal medico curante o accedono di rado a visite specialistiche di qualsiasi genere per timore o imbarazzo, trascurando la loro condizione di salute generale. A dare l’allarme gli endocrinologi AME che dal 2014 ha costituito un gruppo di lavoro interdisciplinare dedicato.  “Un complesso fenomeno che nell’ultimo periodo ha destato molto interesse mediatico ma che resta sconosciuto ai più, per questo è importante fare cultura e creare consapevolezza, iniziando proprio dalla classe medica e sanitaria” spiega Stefania Bonadonna, endocrinologo, coordinatore del gruppo di lavoro dell’AME (Associazione Medici Endocrinologi) sulla disforia di genere. In questi tempi si è sentito tanto parlare di omotransfobia e disforia di genere in quanto relativo alle tematiche portate in discussione dal DDL Zan, ma non esiste una adeguata formazione in merito ai concetti e alle situazioni che questi termini rappresentano.  Disforia, transgender, che significa? Nell’immaginario collettivo, l’identità di genere è concepita come un sistema binario che vede contrapposti il genere maschile e quello femminile. A introdurci è Antonio Prunas psicologo esperto di disforia di genere. In realtà, l’identità di genere può essere immaginata come uno spettro in cui agli estremi si collocano il maschile e il femminile e, tra questi due poli, un’infinita varietà di possibili identità ed espressioni di genere. In un sistema non binario, sono possibili contaminazioni tra i generi, oscillazioni o movimenti fluidi tra i generi o l’appartenenza a nessun genere. Su questa base concettuale, nascono le definizioni di Cisgender (una persona sente di appartenere al genere assegnato alla nascita), e transgender, che sono le persone in cui il genere cui sentono di appartenere non coincide con quello assegnato loro alla nascita.

Cosa si intende invece per disforia di genere? In alcuni casi, la persona può vivere un’incongruenza tra il genere assegnatole alla nascita e quello in cui invece si identifica. Questo senso di incongruenza può comportare un disagio significativo che non permette alla persona di vivere una vita pienamente soddisfacente: si parla allora di disforia di genere. Immaginiamo ad esempio una persona assegnata maschio alla nascita che si percepisca invece come soggetto femmina e che presenta disagio e sofferenza verso il proprio corpo. Il superamento di questa incongruenza avviene attraverso un percorso psicologico di consapevolezza del sé  e spesso attraverso interventi medici affermativi di genere che possono includere terapie ormonali e/o chirurgiche. Purtroppo i medici formati a questi trattamenti sono ancora troppo pochi in Italia.   I numeri. In Italia esistono solo cartelle cliniche e certificati di morte binari e non esistono dati epidemiologici, spiega Bonadonna.  Sulla base di studi internazionali che parlano di una popolazione compresa tra 0.5 e 2.8,%, in Italia, per 60 milioni di residenti si può pensare ad un numero compreso tra 240.000 e 1.696.000, in continua crescita.

Non più malattia mentale da gennaio 2022. Sentirsi uomo o donna a prescindere dal proprio corpo non verrà più considerata come una malattia mentale. Infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha appena trasferito la disforia di genere dall’elenco delle malattie mentali a quello molto generico dei disturbi della salute sessuale. È questo uno dei tanti storici aggiornamenti voluti dall’OMS nella sua nuova e undicesima versione dell’International Statistical Classification of Diseases anche Related Health Problems (ICD-11), l’elenco che racchiude tutte le patologie e le condizioni di salute. Dice ancora Bonadonna: “E’ un passaggio fondamentale. La declassificazione quale malattia mentale dovrà contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione verso le persone transgender e migliorare l’accesso alle cure.”

Vaccini Moderna e Pfizer: protezione per anni dal covid

(da DottNet)    I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre “una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale”. E’ quanto scrive un team di scienziati della Washington University School of Medicine di St Louis, negli Usa, in uno studio pubblicato su ‘Nature’ e accolto con entusiasmo dalla comunità scientifica. Tradotto in parole povere, il messaggio degli autori del lavoro è che la reazione suscitata da questi vaccini nell’organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi.   E quindi, come evidenziato anche da scienziati italiani, come l’immunologo Mario Clerici, “non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno”. Gli autori dello studio, che è rimbalzato sulla stampa internazionale, hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l’antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente. E’ come se la vaccinazione ci dotasse di ‘fabbriche’ di plasmacellule e cellule B durature. La pubblicazione su ‘Nature’ di questo lavoro è una conferma alle aspettative che hanno coltivato diversi scienziati sulla base anche di altri dati emersi da precedenti studi.   Secondo quanto riporta il New York Times, una delle autrici, l’immunologa Ali Ellebedy, definisce quanto osservato nell’analisi appena pubblicata “un buon segno di quanto duratura sia l’immunità indotta da questi vaccini”. “I dati” di questo studio, commenta all’Adnkronos Salute Clerici, che è docente dell’università degli Studi di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, “confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus”.    “L’aspettativa è che la risposta indotta dai vaccini possa durare molto a lungo”, prosegue Clerici. L’esperto, proprio parlando delle evidenze che si stavano accumulando sulla memoria immunologica, aveva usato un esempio per rendere l’idea del meccanismo che potrebbe attivarsi nel nostro organismo: “E’ come se noi avessimo un cannone che spara i suoi proiettili solo se c’è il virus. In sua assenza questo cannone se ne sta lì pronto e quando il virus si dovesse ripresentare avrebbe il macchinario per produrli”. Clerici cita anche un altro lavoro pubblicato, che ci dice come “la risposta immune indotta da vaccini per Sars-CoV-2 (nelle scimmie) protegga anche contro altri coronavirus”.

Centoventotto nuove droghe in giro per il paese, secondo l’ISS

(da Univadis)   La pandemia da Covid sembra aver favorito la creatività dei trafficanti di sostanze psicoattive: secondo il Sistema Nazionale di Allerta Precoce (SNAP), gestito dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, sono oggi in circolazione ben 128 nuove sostanze psicoattive in più rispetto al 2019. I dati sono stati diffusi il 26 giugno, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga istituita dall’ONU. Le nuove sostanze individuate in Italia e in altri paesi europei appartengono principalmente alla classe dei catinoni, degli oppioidi sintetici e dei cannabinoidi.

Minacce non controllate   La definizione di nuova droga si applica alle sostanze non sottoposte ai controlli ai sensi delle convenzioni delle Nazioni Unite sul controllo delle droghe, ma che possono comportare analoghe minacce per la salute, e sono spesso vendute come sostituti “legali” delle droghe illegali, sebbene alcune siano anche utilizzate da un numero limitato di persone che desiderano sperimentarle esplorando nuove esperienze ed effetti.   Le novità non hanno però scalzato dal mercato illegale le sostanze classiche, da tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD) a eroina, morfina, cocaina, amfetamina, MDMA e LSD. I sequestri di ketamina, un anestetico dissociativo, hanno registrato un notevole incremento. Nel primo semestre post lock down si è registrato raddoppio delle segnalazioni di nuove sostanze psicoattive (in sigla NPS), rispetto al periodo precedente.   Due sostanze hanno fatto la prima apparizione sul continente europeo proprio in Italia: un oppioide sintetico analogo del fentanil e una nuova sostanza appartenente alla classe dei cannabinoidi sintetici.

Segnalazioni dai medici   “La velocità di risposta sistema di allerta SNAP è un fattore determinante per mettere a punto una procedura che permetta di reagire subito alla comparsa e alla diffusione di nuove sostanze” ha spiegato Roberta Pacifici, che dirige il Centro Nazionale Dipendenze e Doping.   Un ruolo-chiave è svolto dai Servizi per le Dipendenze, delle strutture di emergenza, delle unità mobili, delle comunità terapeutiche e, più in generale, dalle organizzazioni del privato sociale: “Un lavoro indispensabile a tutela della salute, poiché individuare nuove sostanze psicoattive non presenti nell’elenco delle sostanze stupefacenti significa prendere misure di sicurezza per prevenire intossicazioni e decessi, causati direttamente dalle stesse o da prodotti che le contengono” ha commentato Simona Pichini responsabile dell’Unità di farmatossicologia dell’Istituto Superiore di Sanità.  Molte delle risposte sociosanitarie alle nuove sostanze costituiscono adattamenti dei programmi per le sostanze stupefacenti classiche: “Di norma – spiega il sito del Centro europeo di monitoraggio sulle droghe e la tossicodipendenza, “le iniziative in questo campo sono mirate a categorie specifiche di persone esposte al problema. La tipologia di tali categorie, che varia a seconda del paese, può includere i consumatori di stimolanti ricreativi, gli psiconauti, le persone che associano comportamenti sessuali a rischio all’abuso di sostanze, le persone che si rifiutano di sottoporsi ai test antidroga e i consumatori di stupefacenti ad alto rischio. Molti paesi hanno inoltre intensificato gli interventi normativi imponendo restrizioni sulla disponibilità di queste sostanze.”  Il monitoraggio sistematico è alla base dell’aggiornamento delle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti e psicotrope, quando vengono modificate le liste delle sostanze classificatea livello internazionale come tali oppure quando una sostanza diventa oggetto di abuso, se qualche nuova droga viene immessa nel mercato clandestino o, infine, quando viene registrato un nuovo medicinale ad azione stupefacente o psicotropa.

Le conseguenze della pandemia sui dentisti europei

(da Odontoiatria33)    Fin dai primi giorni di pandemia il Consiglio europeo dei dentisti (CED) presieduto dell’italiano Marco Landi ha seguito l’evolversi della situazione attraverso sondaggi, anche settimanali, per monitorare la situazione dell’odontoiatria europea, capire le criticità che man mano emergevano, le diverse situazioni ed iniziative approntate nei singoli Paesi per poter proporre interventi a sostengo degli operatori. Ora il CED riassume i dati di questi 20 sondaggi un documento che diventa l’unico lavoro fino ad oggi pubblicato che permette di capire il reale impatto che la pandemia ha avuto sugli studi dentistici europei, le sfide affrontate dalla professione.  Il corposo dossier è stato presentato venerdì scorso durante il General Meeting CED riscontrando entusiasti apprezzamenti da parte dei delegati presenti in rappresentanza delle Associazioni di 30 paesi. Delegati che hanno riconosciuto al CED ed al presidente Landi, la qualità dell’enorme lavoro svolto e la valenza del materiale prodotto, unico nel panorama europeo di tutte le professioni sanitarie.  “Il documento non è solo una fotografia di questo anno e mezzo di pandemia – dice ad Odontoiatria33 Marco Landi – ma anche un documento in cui analizziamo e valutiamo la situazione indicando possibili soluzioni utili per il futuro”.     Da marzo 2020 ad aprile 2021, il CED ha dedicato notevole attenzione alla crisi che ha investito la salute pubblica, al fine di comprendere l’impatto sulla salute orale e sull’odontoiatria e di garantire che il settore sia in grado di riprendersi e continuare a rispondere alle esigenze dei pazienti.  In questo periodo, la fornitura di cure dentistiche è stata limitata alle emergenze e le cure di routine sono state ridotte o sospese nel 67% sino al 100% dei casi. Oltre il 58% degli intervistati ha segnalato carenze e mancanza di accesso ad attrezzature adeguate, come maschere, occhiali, camici chirurgici e visiere, da aprile a giugno 2020. Inoltre, diversi paesi hanno segnalato un aumento dei costi associati al controllo delle infezioni e hanno esortato a inserire i dentisti nei gruppi prioritari di vaccinazione.   “Dopo un anno intero di convivenza con la pandemia, è possibile affermare che l’odontoiatria è una parte essenziale dell’assistenza sanitaria e questo lo abbiamo ribadito con forza in tutte le sedi istituzionali europee”, sottolinea il presidente Landi.  Durante la seconda e la terza ondata molti studi in tutta Europa sono riusciti a rimanere aperti nonostante gli ulteriori blocchi perché i dati hanno mostrato che negli studi dentistici non si correvano ulteriori rischi di infezione.  In oltre il 77% dei casi le Associazioni dentistiche nazionali non hanno riportato un aumento del tasso di infezione dei dentisti; inoltre, la maggior parte delle infezioni da COVID-19 non ha avuto origine da ambienti professionali, come riportato dagli intervistati.  Le statistiche sulle infezioni dentali raccolte dalle indagini CED mostrano l’incidenza notevolmente bassa di COVID-19 negli studi dentistici, il che consente di concludere che non sembra esserci un grave pericolo di essere esposti a COVID-19 negli ambienti odontoiatrici, in particolare perché la pandemia sta rallentando.

I punti cardine che emergono dalla serie di indagini, e da altri lavori correlati del CED, sono:

– le prove dimostrano che l’erogazione delle prestazioni odontoiatriche in tempi di pandemia è sicura per i pazienti, il team odontoiatrico e gli stessi dentisti. Gli efficaci protocolli di sicurezza e di controllo delle infezioni nelle strutture odontoiatriche prevengono eventuali rischi di infezione;

– è della massima importanza che gli studi dentistici abbiano sempre accesso a dispositivi di protezione individuale (DPI) adeguati. In queste circostanze, è fondamentale che il prezzo dei DPI non costituisca un onere finanziario aggiuntivo e che siano disponibili attrezzature sufficienti per consentire ai dentisti di svolgere la loro attività in totale sicurezza;

– è essenziale che le minacce sanitarie transfrontaliere non interrompano la continuità della fornitura delle cure dentistiche. L’igiene orale, compresi i controlli di routine, la pulizia e la prevenzione delle patologie della bocca rientrano in un’assistenza sanitaria essenziale. Il rinvio dei trattamenti odontoiatrici ha un impatto negativo sulla salute orale e generale dei pazienti;

– è fondamentale che i dentisti ricevano il sostegno del governo in casi straordinari di interruzione del lavoro, come pandemie e altre gravi minacce per la salute, a causa del significativo potenziale onere economico;

– i dentisti sono operatori sanitari essenziali ed è fondamentale che abbiano la priorità, insieme ad altri, nel ricevere il vaccino COVID-19;

– il CED incoraggia i dentisti a farsi vaccinare; altresì, i dentisti hanno un ruolo chiave nel promuovere la vaccinazione contro il COVID-19 tra il grande pubblico.  

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