Comunicato Omceo ER – Vaccini – NO a deregulation professionale

Gli Omceo dell’Emilia-Romagna: “La questione vaccinale non legittimi una pericolosa deregulation professionale”

La continua revisione del piano vaccinale per garantire una sempre più alta copertura, a parte le difficoltà di reperimento delle dosi e la sicurezza di alcuni tipi di vaccino, non può in alcun modo legittimare il trasferimento di funzioni mediche esclusive ad altre figure, sanitarie e no. Ne va soprattutto della salute dei cittadini, ma anche del significato di agire nel rispetto delle leggi.

 E’ quanto affermano i presidenti degli Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna, che rivendicano la loro posizione di garanti della sicurezza delle cure e in ogni frangente considerano prioritaria la salvaguardia della salute della collettività.

Lo sostengono, in sintonia e a conforto delle posizioni della Federazione, in seguito alla disposizione legislativa che attribuisce funzioni proprie del medico a figure non mediche al fine di incrementare il numero di vaccinazioni. Amaggior ragione, dopo la presa di posizione della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche inviata alle autorità governative, con cui s’invocano maggiori autonomie e un riconoscimento per l’aumento delle competenze, non solo in ambito vaccinale, ad oggi non consentite per specifica formazione e titolo abilitante.

 Pur considerando lodevole lo sforzo per l’ampliamento del numero delle sedi ove vaccinare, non è condivisibile la modalità con cui la politica ha fatto tali concessioni, sottolineano gli Ordini della Regione. Si intravvede, infatti, una deriva non necessaria e rischiosa, soprattutto a fronte di un sufficiente numero di medici tale da garantire ampiamente le vaccinazioni.

Va detto, al di fuori di ogni aspetto corporativo, che l’assenza del medico incide sulla qualità delle cure e sulla tutela della salute anche laddove, seppur in ruoli diversi e complementari, le professioni sanitarie sono chiamate a collaborare.

Le competenze mediche, quali la valutazione dello stato di salute del cittadino come pure la raccolta del consenso informato e il tempestivo intervento in presenza di effetti collaterali, non solo in ambito vaccinale, connotano di fatto l’atto medico. Analogamente, l’intervento in urgenza ed emergenza, sul piano dell’agire e delle responsabilità, si diversifica dalla sola “applicazione di rigidi protocolli”, aggiungono i presidenti Omceo.

È comunque necessario che tutte le figure interessate collaborino al buon funzionamento del sistema sanitario mettendo a frutto la loro specifica formazione, ciascuna nel proprio ruolo e responsabilità. Infatti, in forza di un semplice decreto non si giustifica il porre in essere atti medici senza uno specifico iter formativo in medicina e chirurgia.

 Riguardo la possibilità di inoculare un vaccino in assenza del medico, dopo l’apertura governativa ai farmacisti e al personale sanitario anche altre categorie professionali sanitarie stanno rivendicando, giustamente a loro modo di vedere, la stessa indipendenza e, visto il precedente, si legittima una “pericolosa e inaccettabile deregulation sanitaria” su cui è doveroso intervenire, concludono gli Ordini dei Medici ER

Gli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Regione Emilia-Romagna firmatari

(Bologna, Forlì, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia e Rimini)

Busta arancione, arriva l’ipotesi “mista”

(da Enpam.it)  Da oggi, attraverso il servizio di busta arancione disponibile nell’area riservata, i medici di Medicina generale e i pediatri di libera scelta possono sapere quanto prenderanno di pensione anche nel caso in cui decidano di scegliere il trattamento misto, ovvero una parte in pensione e l’altra in capitale.  Nato ormai dieci anni fa, il servizio “Busta arancione” ha permesso a centinaia di migliaia di medici e dentisti di poter consultare da casa, seduti di fronte al proprio computer e più di recente sul proprio smartphone, le proprie ipotesi di pensione.  Adesso i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta – oltre ad avere la possibilità di ottenere un prospetto semplice della pensione di Quota A, di Quota B e per i periodi di attività svolta in convenzione con il Servizio sanitario nazionale – possono avere anche una ipotesi “mista” che tiene conto della possibilità di richiedere una parte sotto forma di assegno mensile e l’altra in capitale fino a un massimo del 15 per cento dell’importo maturato.

ULTIMA ARRIVATA     La Busta arancione mette a disposizione una simulazione approssimativa della propria rendita futura.  Per quanto riguarda la pensione di Quota A, dato che gli importi dei contributi sono stabiliti in base all’età anagrafica e non in base a quanto si guadagna, sono disponibili due ipotesi che si basano solo sul tipo di pensione: di vecchiaia o anticipata.  Invece per i medici e gli odontoiatri che svolgono la libera professione e per i convenzionati (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, addetti alla continuità assistenziale e all’emergenza territoriale) si aprono tre diverse ipotesi di pensione.   La prima si basa sull’ipotesi che sino al momento del pensionamento l’iscritto continuerà ad avere guadagni in linea con la media dei redditi percepiti fino a quel momento. Nel secondo scenario invece si ipotizza che in futuro avrà un reddito pari a quello medio degli ultimi tre o cinque anni. Nella terza ipotesi, infine, il sistema calcola la pensione ipotizzando che sino al momento della pensione manterrà il reddito dell’ultimo anno.  Le ipotesi includono già gli effetti dei contributi che si verseranno in futuro.   A queste tre, come detto, si è aggiunta per i medici di Medicina generale e i pediatri di libera scelta anche quella “mista” che calcola l’importo della rendita pensionistica al netto dell’indennità in conto capitale di cui si ipotizza di beneficiare.     È bene ricordare che la possibilità di richiedere la liquidazione di parte della pensione in forma capitale – fino al 15 per cento dell’importo maturato – è attiva per tutte le gestioni dell’Enpam fatta eccezione per la Quota A, e che l’ipotesi per la Medicina generale è solo la prima ad essere stata resa disponibile sull’area riservata.    Queste informazioni oltre che a rendere più trasparente il rapporto tra Fondazione e gli iscritti, permettono a questi ultimi di poter pianificare in maniera strategica il proprio futuro previdenziale. Si può decidere infatti di aumentare la propria pensione attraverso un riscatto di laurea o di allineamento, oppure di integrare la rendita con una forma di previdenza complementare.

Covid-19, da chi potrà spostarsi ai tempi previsti ecco il passaporto vaccinale UE

(da Doctor33)   Certificato digitale di viaggio o “certificato digitale verde”: è il nome “politicamente corretto” del passaporto vaccinale che l’Unione europea vorrebbe varare a giugno a beneficio dei cittadini che si spostano per lavoro o turismo e devono dimostrare di non essere portatori di coronavirus. Per la dimostrazione bisognerà attestare una delle seguenti tre condizioni: aver fatto il vaccino contro il Covid-19; essere guariti nei sei mesi precedenti con certificazione in tal senso; o essersi sottoposti a un tampone che attesti di non essere affetti dal virus. Sono tre iter diversi che stanno un po’ complicando l’iter di approvazione della proposta inoltrata a marzo dalla Commissione Ue all’Europarlamento. Infatti, un minimo di uniformità nella modulistica degli stati membri sarebbe richiesto e allo stesso modo si richiederebbe l’informatizzazione dei sistemi ospedalieri di rilascio.
Nelle scorse ore il Commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton alla tv francese ha sottolineato che l’entrata in vigore del certificato potrebbe spostarsi alla seconda quindicina di giugno, ma una cosa è certa: il certificato dovrà essere accettato nello stesso momento dappertutto in Europa. Prima, non è escluso un periodo di prova di “pass” negli stati membri, e l’Italia è in prima fila. In conferenza stampa il premier Draghi venerdì scorso, ha confermato che, se gli spostamenti tra regioni gialle saranno consentiti senza bisogno di autocertificazione, con un “pass” si potrà andare nelle regioni arancioni e rosse. In settimana dovrebbe tenersi una cabina di regia con il premier e le forze di maggioranza volta ad introdurre dal 26 aprile, data delle riaperture, una soluzione sostitutiva provvisoria interna quanto meno per gli spostamenti e per la partecipazione a eventi. Come ribadito nell’evento “Riapri Italia” organizzato da Fratelli d’Italia, unica forza di opposizione, il passaporto deve essere al primo posto nelle priorità del governo. E tre sono anche i criteri da seguire per introdurre il certificato in armonia con gli altri paesi europei come ha spiegato Carlo Fidanza, capodelegazione FdI all’Europarlamento: reciprocità di trattamento, volontarietà e riservatezza nella conservazione dei dati. Chi è in possesso di certificato andrà esentato da ogni restrizione alla libera circolazione in tutti i paesi in cui esiste una reciprocità in materia, e godrà degli stessi diritti del cittadino dello stato membro che va a visitare, a meno che quest’ultimo non giustifichi all’Unione europea eventuale decisione in senso contrario.
Il “certificato verde” europeo conterrà nome del portatore, data di nascita e di rilascio con modalità (ad esempio, informazioni sull’eventuale vaccinazione o tampone o sulla guarigione attestata dall’Asl). Sarà gratuito, nella lingua nazionale ed in inglese, disponibile su smartphone, avrà un codice Qr fotografabile, conterrà una firma digitale anti-falsificazione dell’autorità che lo rilascia, e sarà valido in tutti e 27 gli stati dell’Unione europea. Il criterio di rilascio è ancora da definire: secondo Bruxelles potrebbe assegnarlo l’autorità sanitaria locale, ad esempio attraverso l’hub che ha provveduto alla vaccinazione del cittadino, magari già all’uscita dalla seduta vaccinale. Più probabile che si riceva in un secondo tempo, in formato digitale scaricabile sul cellulare, o direttamente su carta. Il governo italiano con i Ministeri di Salute ed Innovazione valuta la possibilità di caricare i dati sulla tessera sanitaria, o di creare una card ad hoc ma serve un’infrastruttura digitale dedicata.
Per chi non avrà il vaccino o non ha contratto il virus lo spostamento non sarebbe comunque vietato, nemmeno a livello continentale. Nel sito dell’Unione europea si sottolinea che il certificato non costituirà un prerequisito per la libera circolazione, “che costituisce un diritto fondamentale nell’Ue”: affermazione importante, considerando che difficilmente tutti i cittadini saranno vaccinati (o ex malati) per inizio estate, e che eventuali discriminazioni negli spostamenti potrebbero essere in odore di incostituzionalità. In altre parole, circoleranno per l’Europa anche cittadini senza vaccino né tampone né documentazione di aver contratto il virus, ma è evidentemente presumibile che in tal caso dovranno adattarsi ad eventuali condizioni poste dallo stato membro.

Fast food, alcol, bevande zuccherate: i nemici del microbiota intestinale

(da Nutrienti e Supplementi)  Un cibo di scadente qualità facilita la selezione di una popolazione microbica intestinale in grado di promuovere uno stato infiammatorio nell’organismo. La conferma giunge da uno studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e publicato su ‘Gut’. Gli Autori hanno esaminato l’interazione tra dieta, popolazione microbica intestinale e marker infiammatori in 1.425 soggetti divisi in quattro gruppi: persone con malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn o colite ulcerosa); con sindrome dell’intestino irritabile o sane.

Ciascun partecipante ha fornito un campione di feci per l’analisi dei gruppi microbici e di eventuali marker infiammatori come la calprotectina fecale, nonché compilato un questionario sulle abitudini alimentari, sia qualitative che quantitative. Le tipologie di alimenti sono state aggregate in 25 gruppi.   “I nostri risultati evidenziano come i cibi trasformati e quelli di origine animale siano sempre associati ad abbondante presenza a livello intestinale di specie batteriche opportunistiche, in particolare appartenenti a generi quali Clostridium, Ruminococcus, Blautia e Firmicutes, a loro volta associati a elevati indici di marker infiammatori quali, per esempio, la calprotectina fecale. Il consumo di proteine di origine vegetale sembra invece favorire vie metaboliche a carattere antinfiammatorio, grazie all’abbondante presenza di generi quali Bifidobacterium e Lactobacillus, a discapito di Bacteroides e Clostridium.

Il consumo di noci, pesce azzurro, frutta, verdura e cereali si lega a una maggiore abbondanza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta, in grado di controllare l’infiammazione e proteggere l’integrità della barriera intestinale. Lo stesso consumo di vino rosso ha evidenziato questa peculiarità, probabilmente per la presenza di polifenoli, visto che, in generale, alcol e superalcolici hanno mostrato effetti opposti. Positivo l’impatto del caffèsulla presenza di specie ad azione antinfiammatoria, così come i prodotti fermentati del latte, legati ad abbondanza di Bifidobacterium, Lactobacillus ed Enterococcus sp. Cibi da fast food, dalla carne processata alle patatine fritte, dalla maionese alle bevande analcoliche zuccherate, presentavano una stretta correlazione con specie ostili quali Clostridium bolteae, Coprobacillus e Lachnospiraceae”.  Uno degli aspetti più interessanti è che le osservazioni sono risultate sovrapponibili tra i quattro gruppi di partecipanti coinvolti, senza distinzioni tra soggetti più o meno a rischio, segno che un cambiamento delle abitudini alimentari può incidere su diversi fronti nell’ambito delle malattie infiammatorie.

Tra i limiti riconosciuti dello studio, il fatto che, trattandosi di modello osservazionale, non è possibile trarre conclusioni di causa/effetto ma, a detta degli Autori vi è la certezza che “da tali risultati si possano derivare modelli dietetici correlati a popolazioni microbiche intestinali in grado di proteggere la mucosa e favorire effetti antinfiammatori. Il fatto, poi, che tale azione si sia verificata in tutti e quattro i gruppi, evidenzia la potenzialità di estendere le conclusioni anche ad altri quadri clinici in cui l’infiammazione gioca un ruolo chiave”.

(https://gut.bmj.com/content/early/2021/03/08/gutjnl-2020-322670)

Non voglio vaccinarmi: come condurre il colloquio col paziente che rifiuta il vaccino

(da Univadis)   Nel mese di dicembre scorso, uno studio condotto dall’Engage Minds HUB dell’Università di Cremona rilevava che il 41% degli italiani aveva dubbi riguardo all’opportunità di farsi vaccinare contro Covid-19. I più esitanti nei confronti del vaccino erano le donne e i giovani, mentre i più intenzionati a vaccinarsi restavano gli over60.  Se l’indagine fosse replicata oggi, probabilmente i dati sarebbero ancora più allarmanti e anche gli anziani mostrerebbero percentuali a due cifre di rifiuti della vaccinazione, in particolare dopo che le vicende riguardanti i vaccini Astra Zeneca e Johnson&Johnson, tra blocchi, ritiri e reimmissione nei circuiti vaccinali con indicazioni non sempre chiare e univoche, hanno minato ulteriormente la fiducia dei cittadini nella loro sicurezza.  “Gestire l’esitanza vaccinale seguendo le norme di precauzione che giustamente gli enti regolatori applicano quando ci sono segnalazioni di effetti collaterali può essere sfidante” spiega Robb Butler, esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Esiste una relazione diretta tra la fiducia nelle istituzioni e la percentuale di popolazione che accetta di farsi vaccinare: se i cittadini hanno l’impressione che chi si occupa delle campagne di immunizzazione risponde a logiche poco trasparenti o incoerenti, è difficile poi convincerli della bontà dell’atto medico in sé”.   Lo dimostra uno studio pubblicato su ‘Lancet’  e che riguarda la crescita dell’esitanza vaccinale, secondo il quale il fenomeno, negli Stati Uniti al mese di giugno scorso, era pari al 20% (meno del 27% della Francia e più del 5% dell’Australia) per poi salire al 49% secondo un sondaggio del mese di settembre scorso. A far crescere coloro che sono restii avrebbe contribuito soprattutto la discussione intorno alla diversa efficacia dei vaccini approvati, le difficoltà di produzione e di distribuzione e, soprattutto, le mosse incerte della politica.

Poca attenzione alla comunicazione

Mentre tutte le istituzioni sono preoccupate per la gestione degli effetti collaterali dei vaccini e per l’organizzazione della sua distribuzione, sembrano esserlo molto meno per quel che riguarda la mitigazione dell’esitanza vaccinale, che è invece l’altra faccia della medaglia di una campagna ben riuscita. Per raggiungere un livello di protezione tale da consentire riaperture costanti degli esercizi commerciali, delle scuole e dei luoghi di socialità è necessario che sia vaccinata almeno metà della popolazione, con tassi di oltre il 70% tra le categorie a rischio. Un paziente anziano che rifiuta il vaccino, quindi, mette in pericolo se stesso, prima di tutto, ma anche la tenuta dell’intero sistema.   “Purtroppo il tema dei vaccini è diventato poco scientifico e molto politico” spiega Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia cognitiva all’Università di Pavia che studia i processi decisionali in medicina. “In alcuni casi anche personaggi molto noti sono entrati nell’arena del dibattito pubblico con buone intenzioni, ma di fatto acuendo il problema. Questo è un effetto della convinzione errata che gli esseri umani siano decisori razionali e che basti spiegare i numeri e la scienza dietro i vaccini per convincere le persone. Purtroppo non è così: non siamo decisori razionali e, come hanno dimostrato molto bene gli studiosi di psicologia dell’economia, la nostra valutazione del rischio e di guadagni e perdite potenziali legati a una scelta non si basa su elementi fattuali ma su valori, emozioni e fiducia”. Infatti la fiducia nei vaccini cala laddove c’è instabilità politica oppure estremismo religioso e può anche essere selettiva, come vediamo bene in questi giorni. “La maggior parte di quelli che rifiutano i vaccini contro Covid-19 non sono antivaccinisti convinti” spiega ancora Bottini. “Sono persone che hanno paura o che sono sfiduciate”.

Informazione efficace da persone conosciute

Per contrastare l’esitanza vaccinale, fornire numeri e dati in modo trasparente e chiaro è comunque un primo passo, che spetterebbe innanzitutto alle istituzioni. L’informazione più efficace, però, è quella che viene dal proprio medico, o da un medico nel quale si ha fiducia. Ecco perché è essenziale che i medici (e in particolare quelli di famiglia) sappiano come parlare ai pazienti indecisi. L’American Medical Association, per esempio, ha fornito 10 consigli pratici per la gestione del colloquio con il paziente esitante.

1. Capire i timori del proprio paziente

La prima parte del colloquio deve essere dedicata alla comprensione dei timori che spingono il paziente a rifiutare la vaccinazione. Non è necessario rispondere in modo puntuale a ciascuna obiezione: lo scopo è soprattutto quello di raccogliere il vissuto del paziente, magari prendendo nota di punti specifici ai quali si darà risposta in una fase successiva del colloquio. Il medico può rispondere su aspetti tecnici ma anche su aspetti regolatori (ruolo delle istituzioni sanitarie) e di sanità pubblica2

2. Chiedere al paziente perché rifiuta il vaccino

Se il paziente si limita a dire che non vuole vaccinarsi, è importante che il medico chieda perché in un modo che non sia giudicante: “Posso chiederle perché? Che tipo di informazioni sono circolate tra le sue conoscenze che le hanno fatto prendere questa decisione?”

3. Fare controinformazione

Solo dopo aver ascoltato il paziente, il medico deve spiegare quali sono le convinzioni non scientifiche. È essenziale anche in questo caso non usare tino paternalistici od offensivi, non sottolineare eventuali carenze nelle conoscenze mediche e biologiche ma fornire informazioni chiare, puntuali e, soprattutto, non edulcorate. Frasi come “i vaccini sono sempre sicuri” non vanno mai pronunciate perché è ovvio che non è così. È importante spiegare perché accettiamo un rischio più piccolo in cambio di un beneficio più grande.

4. Essere consapevoli del proprio ruolo

Tutte le indagini sulla fiducia nella scienza vedono i medici curanti al primo posto tra le fonti affidabili. Questa consapevolezza può aiutare a condurre a buon fine il colloquio.

5. Spiegare al paziente perché ha bisogno di essere vaccinato

Mettere in luce i benefici individuali sulla base dell’anamensi. Evidenziare eventuali fattori di rischio che possono rendere il paziente suscettibile alle forme più gravi di Covid-19. Sottolineare il fatto che anche le forme lievi di malattia possono lasciare strascichi di cui non sono ancora noti tutti i contorni.

6. Personalizzare il messaggio

Per raggiungere le persone, indipendentemente dalla loro visione politica – se credono che il vaccino sia una scelta personale o una responsabilità collettiva – è utile focalizzare la discussione su come vaccinarsi possa aiutare a proteggere una persona cara come un nonno, un bambino o qualcuno che è immunocompromesso.

7. Affrontare le paure dei pazienti sugli effetti collaterali

È utile iniziare la conversazione chiedendo al paziente come si è sentito dopo l’ultima vaccinazione, per esempio un vaccino antinfluenzale, se hanno avuto effetti collaterali o altre reazioni. In seguito si può spostare spostare la conversazione sul vaccino COVID-19, per spiegare loro che gli effetti collaterali più comuni sono simili a quelli del vaccino antinfluenzale, ma che in alcuni casi possono essere più intensi. Spiegare che febbre, brividi e spossatezza sono effetti comuni e che, se possibile, è bene non restare soli in casa la notte dopo la vaccinazione. Suggerire eventuali farmaci sintomatici come il paracetamolo, spiegando quando e come assumerlo.  Preparare i pazienti alla possibile comparsa di dolori muscolari, ribadendo che questi non sono effetto della malattia ma della reazione del sistema immunitario.  Affrontare il capitolo degli effetti collaterali gravi, facendosi trovare preparati sui numeri e sulle categorie a maggior rischio.

8. Segnalare gli effetti collaterali

Spiegare ai pazienti come funziona la farmacovigilanza e, se è il caso, mostrare loro come possono eventualmente inviare le proprie segnalazioni. Sapere che le segnalazioni sono aperte anche ai comuni cittadini rassicura sulla trasparenza del processo.  Non tutti i pazienti si faranno convincere. Non è necessario insistere, né adirarsi. Talvolta questi colloqui hanno bisogno di tempo perché le informazioni si sedimentino e portino a una decisione.

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