Donne ansiose? La colpa potrebbe essere del girovita

(da AGI)  La quantità di grasso addominale di una donna potrebbe aumentare le sue probabilità di soffrire d’ansia. Almeno questo è quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista Menopause. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 5.580 donne latino-americane di mezza età. Ebbene, il legame tra grasso accumulato nel girovita e ansia è apparso chiaramente. “I cambiamenti ormonali possono essere coinvolti nello sviluppo dell’obesità e dell’obesità addominale, a causa del loro ruolo nel cervello e nella distribuzione del grasso. Questo studio fornisce preziose informazioni per gli operatori sanitari che trattano le donne di mezza età, perché implica che il rapporto altezza-vita potrebbe essere un buon indicatore per valutare i pazienti per l’ansia”, ha detto Joann Pinkerton, direttore esecutivo della North American Menopause Society.

Potrebbe essere l’osso sub-condrale il vero bersaglio per rallentare la progressione dell’artrosi di ginocchio.

(da Univadis)  Negli ultimi anni molti lavori hanno evidenziato come un anomalo riassorbimento osseo a livello dell’osso subcondrale possa giocare un ruolo fondamentale nella patogenesi e nella progressione della malattia artrosica. Tuttavia gli studi in cui sono stati utilizzati farmaci anti-riassorbitivi hanno dato risultati contrastanti. A questi studi si aggiunge oggi quello di Neogi e collaboratori che ha valutato l’effetto dei bisfosfonati sul rischio di andare incontro ad un intervento di sostituzione protesica di ginocchio.

Leggi tutto

Vitamina D, i medici endocrinologi fanno chiarezza in un documento di consenso

(da Doctor33)   Un riferimento per la comunità scientifica per quanto riguarda il trattamento delle carenze di vitamina D, per fare chiarezza sull’argomento nell’ottica della medicina basata sulle evidenze. Viene così presentato il documento di consenso preparato da un gruppo di esperti dell’Associazione Medici Endocrinologi (AME) e pubblicato su Nutrients. Gli esperti del gruppo di lavoro sottolineano che l’attuale limite di 30 ng/dl che definisce un’insufficienza di vitamina D non è adeguato. «A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tale livello costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl» afferma Roberto Cesareo, dell’Ospedale S.M. Goretti di Latina, autore principale dello studio.  I ricercatori chiariscono poi che, pur essendo attualmente disponibili dati che associano la carenza di vitamina D a malattie diverse da quelle osteoporotiche, non si conoscono i dosaggi necessari di integrazione per ridurre l’incidenza di tali patologie, ed è quindi bene procedere con cautela per evitare prescrizioni di fatto inutili. Inoltre, il documento ricorda che anche se la prevenzione dell’ipovitaminosi deve passare attraverso l’adozione di un corretto stile di vita, la luce solare nel nostro paese non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre vitamina D nella cute per molti mesi all’anno (autunno e inverno). L’analisi si sposta poi sulle molecole prescritte come integrazione. La forma inattiva della vitamina D, il colecalciferolo, è la più utilizzata, viene solitamente prescritta sotto forma di gocce o flaconcini e deve essere attivata prima nel fegato e poi nel rene. Altre molecole, come il calcefidolo, sono già parzialmente attive al momento dell’assunzione e generalmente non causano particolari effetti indesiderati. I metaboliti del tutto attivi sono invece utilizzati solo in pazienti con insufficienza renale o carenza di ormone paratiroideo, e possono causare un aumento del rischio di ipercalcemia.
(Nutrients 2018. doi: 10.3390/nu10050546   http://www.mdpi.com/2072-6643/10/5/546)

FNOMCeO, no a tentativi di imporre ‘visite a cronometro’

(da AdnKronos Salute)  “Ribadiamo con fermezza il nostro no a ogni forma di tempario o minutaggio per le visite mediche ambulatoriali”. Così il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, si è espresso oggi, a margine della riunione del Comitato centrale, in merito alla ricerca condotta da Cittadinanzattiva sulle ‘visite a cronometro’, imposte per decreto in diverse Regioni e poi bocciate, nel Lazio, dal Tar. “Questi provvedimenti, secondo un’indagine di Cittadinanzattiva, sarebbero presenti in almeno quattro Regioni, mentre in altre si tenterebbe di introdurli”.  Ma “la diagnosi, la prescrizione, la terapia sono atti medici che hanno le loro basi nell’autodeterminazione del professionista. Lo scrive a chiare lettere il nostro Codice deontologico, lo ha ribadito recentemente il Tar del Lazio, che ha dichiarato illegittimi questi provvedimenti”, afferma Anelli. Secondo i risultati del sondaggio, oltre allo stesso Lazio, anche Liguria, Marche e Molise avrebbero già introdotto i ‘tempari’, mentre i tentativi di Toscana e Sardegna sarebbero bloccati dalla sentenza del Tar.  “Il nostro Codice afferma anche un altro concetto, che ora, dopo la promulgazione della Legge219 del 2107 sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento, che lo ha ripreso e fatto suo, è obbligo di legge: quello secondo il quale il tempo dedicato alla comunicazione è parte integrante e irrinunciabile del tempo di cura – continua Anelli – La relazione di cura non può andare ‘a ore’. La medicina non può essere una catena di montaggio, dove il medico è un mero esecutore, legato a obiettivi di produzione. Sosteniamo il segretario generale del Sumai, Antonio Magi, nel chiedere l’istituzione di un’anagrafe nazionale, per monitorare il fenomeno che sembrerebbe essere ulteriore fonte di disuguaglianza tra Regione e Regione, tra Asl e Asl”.

Articolo 58 Codice Deontologico e sue applicazioni pratiche

Cari colleghi iscritti, è dovere di questo Consiglio Direttivo ricordare a tutti il testo dell’Articolo 58 del vigente Codice Deontologico, un tempo intestato “Rispetto Reciproco” ed ora intitolato “Rapporti tra colleghi”. Il suo testo è questo sotto:

Il medico impronta il rapporto con i colleghi ai principi di solidarietà e collaborazione e al reciproco rispetto delle competenze tecniche, funzionali ed economiche, nonché delle correlate autonomie e responsabilità. 

Il medico affronta eventuali contrasti con i colleghi nel rispetto reciproco e salvaguarda il migliore interesse della persona assistita, ove coinvolta.

Il medico assiste i colleghi prevedendo solo il ristoro delle spese.

Il medico, in caso di errore professionale di un collega, evita comportamenti denigratori e

colpevolizzanti.

Ricordiamo che le norme deontologiche non riguardano soltanto la vita professionale del medico, ma incidono su tutta la sfera comportamentale del professionista, inclusi i rapporti con le autorità , con i cittadini e con i colleghi.

Troppo spesso siamo coinvolti in conversazioni di lavoro o amicali durante le quali un medico lamenta che un collega ha esternato un giudizio spiacevole sul suo operato durante una consulenza o una visita, mettendo a repentaglio la relazione di cura tra medico e paziente.

Altre volte dei nostri iscritti riferiscono che per loro necessità si sono dovuti sottoporre a visite o indagini da colleghi e per esse è stato richiesto il pagamento completo della prestazione.

Corre l’obbligo di ricordare a tutti quanto sia importante e qualificante, soprattutto ai tempi odierni, il reciproco rispetto e la salvaguardia dei rapporti professionali.

E uno dei modi da sempre più corretti per mantenere un buon rapporto con i colleghi, ai sensi dell’Art. 58, è quello di evitare commenti negativi sulla loro professionalità e anche di evitare di richiedere il pagamento di tariffe professionali a colleghi o a loro parenti stretti che si rivolgono a noi per le loro necessità di salute.

Sappiamo bene quanto sia difficile, e a volte impossibile, erogare una prestazione professionale in regime di completa gratuità, soprattutto per i colleghi dipendenti ospedalieri o per coloro che si avvalgono di strumentazioni costose o dell’opera di collaboratori esterni, ma ricordiamo che nel testo del citato Art. 58 è scritto espressamente che si può chiedere il completo ristoro delle spese, e questo, solo questo, speriamo sia richiesto da ora in poi a tutti i colleghi che richiedono la nostra opera per se stessi o per i loro familiari

                                                                                   Il Consiglio Direttivo OMCeO Forlì-Cesena

Sindrome della bocca che brucia. Qual è il trattamento più efficace?

(da Odontoiatria33)  La sindrome della bocca che brucia (BMS)è caratterizzata dalla presenza di dolore orofacciale cronico nonostante l’assenza di qualsiasi lesione visibile nella mucosa orale del paziente. La BMS si manifesta come un dolore o una sensazione di bruciore, di origine sconosciuta, che colpisce i tessuti molli orali, più comunemente la lingua, ma anche le labbra, il palato, le gengive e la mucosa buccale, e meno frequentemente il pavimento della bocca e l’orofaringe. Date le difficoltà incontrate dai professionisti nel comprendere l’eziologia di questa sindrome, un trattamento adeguato diventa difficile e in letteratura sono disponibili diverse opzioni terapeutiche.

Tipologia di ricerca e modalità di analisi  In una recentissima revisione pubblicata su Clinical Oral Investigations di giugno 2018 si cerca di dare risposta alla domanda: qual è il miglior trattamento per la BMS?  Gli autori della revisione hanno eseguito una ricerca bibliografica tramite i database PubMed, Embase e SciELO degli studi clinici randomizzati pubblicati tra il 1996 e il 2016 sull’argomento. Sono stati selezionati tutti gli studi clinici randomizzati che riportassero gli effetti dei diversi trattamenti per la BMS. I dati ottenuti dagli articoli selezionati sono stati inseriti in tabelle per le analisi successive, suddivisi in cinque sottocategorie in base al tipo di trattamento valutato.

Risultati  In seguito all’applicazione dei criteri di inclusione ed esclusione, 29 studi sono stati analizzati e suddivisi in cinque sottocategorie in base al tipo di trattamento descritto:

trattamento con farmaci antidepressivi;

trattamento con acido alfa-lipoico;

trattamento con agenti fitoterapici;

trattamento con agenti analgesici e antinfiammatori;

trattamento con terapie non farmacologiche.

In ciascuna categoria i risultati rilevati sono stati confrontati per quanto riguarda la metodologia utilizzata, la dimensione del campione, il metodo di valutazione, la presenza o l’assenza di effetti avversi e gli esiti del trattamento.

Conclusioni  L’analisi ha rivelato che il trattamento a base di antidepressivi e di acido alfa-lipoico ha mostrato risultati promettenti.

Implicazioni cliniche   Sono necessari ulteriori studi a conferma dei dati emersi da questa revisione prima di poter disporre di una strategia di trattamento di prima scelta per i pazienti colpiti da BMS.

(Isadora Follak de Souza, Belkiss Câmara Mármora, Pantelis Varvaki Rados, Fernanda Visioli. Treatment modalities for burning mouth syndrome: a systematic review. Clinical Oral Investigations 2018;22(5):1893-1905.)

Il sangue occulto nelle feci è marker di molte patologie

(da M.D. Digital)  La presenza di sangue occulto nelle feci è collegata a un aumentato rischio di morte per tutte le cause: lo rivela una ricerca pubblicata su Gut. Oltre che alla presenza di tumore intestinale, rivela una correlazione con una maggiore mortalità per malattie circolatorie, respiratorie, digestive, ematiche, ormonali e neuropsicologiche e altri tipi di tumore.  Era già emerso da precedenti studi che la presenza di sangue nelle feci potrebbe essere un fattore predittivo in relazione all’aspettativa di vita, indipendentemente dalla sua associazione con il tumore intestinale.

Leggi tutto

I lavori stressanti sono associati a un rischio più elevato di fibrillazione atriale

(da Fimmg.org)   Un lavoro stressante è associato a un rischio più alto di fibrillazione atriale, secondo un recente studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, periodico dell’European Society of Cardiology (ESC). I lavori stressanti (es. quelli svolti da addetti alla catena di montaggio, conducenti di autobus, segretari e infermieri) sono psicologicamente impegnativi e portano i dipendenti a un controllo limitato del loro lavoro. La ricerca, adattata per età, sesso e istruzione, ha rilevato che l’essere stressati durante il lavoro era associato a un rischio del 48% di fibrillazione atriale rispetto a non esserlo, per motivi di lavoro.

Leggi tutto

Il burnout nei medici contribuisce pesantemente agli errori sul lavoro

(da Doctor33)    Gli errori commessi sul lavoro sono si associano al burnout dei medici tanto quanto le condizioni ambientali non sicure, se non di più. È quanto affermano i ricercatori della Stanford University School of Medicine in uno studio pubblicato su Mayo Clinic Proceedings.«Se stiamo cercando di massimizzare la sicurezza e la qualità delle cure mediche, dobbiamo affrontare il problema dei fattori nell’ambiente di lavoro che portano al burnout tra i nostri fornitori di assistenza sanitaria» spiega TaitShanafelt, dello Stanford WellMD Center, che ha guidato il gruppo di studio. I ricercatori hanno inviato un questionario ai medici in pratica attiva negli Stati Uniti, richiedendo informazioni riguardo alla loro salute e ai livelli di sicurezza degli ambienti dove lavoravano. Su 6.695 professionisti che hanno risposto, il 55% ha riferito sintomi di burnout e il 10% ha ammesso di essere incappato in almeno un grave errore medico durante i tre mesi precedenti.  I medici con burnout avevano più del doppio delle probabilità di auto-segnalazione di un errore medico, dopo aggiustamento per specialità, ore di lavoro, stanchezza e classificazione di sicurezza dell’unità di lavoro. D’altra parte, bassi giudizi della sicurezza nell’ambiente di lavoro erano legati a probabilità di errore medico aumentate da tre a quattro volte.«Questo indica che sia il livello di burnout sia le caratteristiche di sicurezza delle unità di lavoro sono indipendentemente correlati al rischio di errori» spiega Shanafelt. Lo studio però va oltre, e mostra anche che i tassi di errori medici possono essere addirittura triplicati nelle unità di lavoro classificate come estremamente sicure, se i medici che lavorano in quelle unità hanno alti livelli di burnout, indicando che il burnout potrebbe essere una causa ancora più importante di errore medico rispetto a una scarsa sicurezza. Oltre al loro effetto sui pazienti, sia gli errori che il burnout possono avere anche seri effetti personali per i medici.«Sappiamo, anche da nostri precedenti lavori, che sia il burnout che gli errori medici raddoppiano il rischio di pensieri suicidari tra i medici. Questo contribuisce al più alto rischio di morte per suicidio tra i medici rispetto ad altri professionisti»concludono gli autori.  (Mayo Clinic Proceedings 2018. Doi: 10.1016/j.mayocp.2018.05.014.
https://www.mayoclinicproceedings.org/article/S0025-6196(18)30372-0/fulltext)  

1 293 294 295 296 297 339