Fimmg, urgente riforma certificazione malattia

(da AdnKronos Salute) – “Stare a casa e curarsi è un diritto del lavoratore, ma non può diventare un incubo per chi lo deve certificare: è urgente una riforma della norma sui certificati di malattia”. Lo sostiene il vice segretario nazionale vicario della Federazione dei medici di medicina generale, Pier Luigi Bartoletti dopo che nei giorni scorsi si è riaperto il dibattito su una sentenza della Corte dei Conti Umbria (n. 47 del 20 dicembre 2017) che addossa la colpa al medico di famiglia, reo di aver certificato la malattia di un dipendente pubblico, giudicandolo corresponsabile della condotta dolosa del dipendente che ha simulato, anche attraverso documentazione clinica, un lungo periodo di malattia. “E’ ineludibile la necessità di rivedere un modello che scarica sul medico di famiglia le inefficienze di un sistema caricandolo di oneri e responsabilità burocratiche sempre più collidenti con il suo impegno di medico, togliendo tempo ed energia al lavoro clinico – sottolinea Bartoletti -.

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Fumare marijuana aumenta tosse, espettorato e dispnea

(da Quotidiano Sanità e Reuters Health)   Le sigarette di marijuana contengono particolato, gas tossici, specie reattive dell’ossigeno, idrocarburi policiclici aromatici a concentrazioni molto più elevate di quelle del tabacco. Diversi studi hanno evidenziato che la marijuana sia associata a un’infiammazione bronchiale simile a quella provocata dalle sigarette tradizionali. Per determinare se l’uso di marijuana fosse associato a sintomi respiratori, malattia ostruttiva polmonare e cambiamenti nella funzionalità polmonare, i ricercatori dell’Università della California di San Francisco, guidati da Mehrnaz Ghasemiesfe, hanno preso in considerazione 22 studi. Tra gli individui rientrati nell’osservazione, 1.255 avevano avuto più di 10 anni di esposizione continua, mentre per 756 fumatori solo di marijuana l’esposizione superava i 20 anni. Dal confronto tra i fumatori di marijuana e i non fumatori, è emerso per i primi un aumento del rischio di tosse pari a 2,04 volte, un aumento del rischio di una maggiore  produzione di espettorato di 3,84 volte e un aumento del 55% del rischio di dispnea. Analisi simili da studi cross-sectional hanno evidenziato che l’uso di marijuana è associato a un aumento del rischio di tosse di 4,37 volte, un aumento del rischio di espettorato di 3,4 volte e un 56% aumento del rischio di dispnea. La ricerca è stata pubblicata su ‘Annals of Internal Medicine’

Ace-Inibitori e Sartani: tempo del sorpasso?

(da Cardiolink)  Gli inibitori dell’enzima convertitore dell’angiotensina (ACE-inibitori) sarebbero prossimi a cedere il passo alla categoria farmacologica dei bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARB), o sartani, dotati della medesima efficacia clinica e favoriti da una minore incidenza di effetti avversi. È quanto emerge da una recente revisione di letteratura, appena pubblicata su Journal of the American College of Cardiology. Gli Autori hanno revisionato dati provenienti da 119 trials clinici randomizzati, per un totale di oltre 500000 individui trattati con ACE-inibitori o sartani. I risultati dell’analisi indicano che non vi sono differenze in termini di efficacia clinica tra le due categorie farmacologiche, con particolare riferimento all’endpoint surrogato di controllo pressorio e all’incidenza di outcomes cardiovascolari, quali mortalità cardiovascolare o per tutte le cause, infarto del miocardio, scompenso cardiaco, stroke e malattia renale terminale. Di converso, l’incidenza di effetti avversi, principalmente rappresentati dalla tosse, molto più raramente da angioedema finanche fatale, era sbilanciata a discapito degli ACE-inibitori, maggiormente negli individui di colore e negli Asiatici. Sulla scorta di queste osservazioni, gli Autori concludono per l’assenza di solide ragioni per preferire ancora l’uso degli ACE-inibitori a quello degli ARBs. Considerazioni economiche potrebbero essere sollevate rispetto al costo più contenuto degli ACE-inibitori rispetto ai sartani, che, se di poco conto nell’opulento Occidente, potrebbero fare la differenza nei Paesi in via di sviluppo. Di contro, l’aumento del ricorso alla Sanità in caso di effetti avversi potrebbe vanificare il risparmio così ottenuto. Nell’ottica della salvaguardia della Salute dell’individuo, l’opportunità di applicare l’una o l’altra strategia terapeutica dovrebbe tener sì conto di fattori socio-demografici ed economici, ma, al contempo, verificare che ciascuna assicuri un adeguato beneficio pressorio, che è quanto fa la differenza rispetto all’incidenza di eventi cardiovascolari nel lungo temine.  (Messerli FH, et al – J Am Coll Cardiol. 2018 Apr3;71(13):1474-1482. doi: 10.1016/j.jacc.2018.01.058.)

Pronto soccorso, presto in tutta Italia il triage a cinque fasce di priorità

(da Doctor33)   Non solo Lazio e Veneto, di cui si è parlato in questi giorni: tutte le Regioni italiane si stanno attrezzando per l’aggiornamento del triage nei pronto soccorso degli ospedali, con il passaggio a un sistema a cinque strati rispetto ai quattro attualmente utilizzati. «Su questo tema c’è una commissione nazionale che sta lavorando già da tre o quattro anni – spiega Gian Alfonso Cibinel, consigliere della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), di cui è stato presidente – ed è in chiusura alla Conferenza Sato-Regioni un protocollo definitivo che sarà poi trasmesso a tutte le Regioni». Insomma, si sta solo aspettando l’indicazione ufficiale da parte del ministero della Salute per una trasformazione che riguarderà tutto il territorio nazionale. «Il sistema di triage – ricorda Cibinel – serve per assegnare una priorità ai pazienti che si recano in pronto soccorso, ma con l’attuale classificazione a quattro colori si è visto che la grande maggioranza dei pazienti finisce all’interno di una classe intermedia, quella dei codici verdi, che riguarda fino al 70% dei pazienti; è invece molto importante discriminare meglio all’interno della classe più numerosa».
È prevista un’ulteriore innovazione: «Oltre a stabilire la priorità, il sistema a cinque codici definisce anche il potenziale assorbimento di risorse e l’impegno assistenziale richiesto dai pazienti; alcuni di loro possono essere priorità bassa ma aver bisogno di un’attenzione e una presa in carico particolare, come gli anziani, i disabili e, in generale, i pazienti più fragili; è un altro criterio importante che migliora la qualità del sistema». Secondo Cibinel non ci sarà bisogno di una sperimentazione particolare, intanto perché «il sistema a cinque strati è già adottato con successo nella maggior parte dei Paesi sviluppati e poi perché molti ospedali italiani adottano questo sistema da anni, distinguendo due popolazioni diverse all’interno della fascia dei codici verdi». In realtà, la nuova classificazione prevede di identificare gli strati di priorità con cifre, dall’1 al 5, «ma i codici colore non spariranno improvvisamente e continueranno a essere utilizzati, affiancati ai codici numerici, per favorire il passaggio da un sistema all’altro».

Malati di (troppi) farmaci. Negli ultimi 20 anni moltiplicate le prescrizioni per molte patologie: dal diabete alle displipidemie

(da Quotidiano Sanità)   E’ un articolo volutamente provocatorio, a cominciare dal titolo – ‘La medicalizzazione di massa è una catastrofe iatrogena’ – ma anche ricco di spunti di riflessione. Per medici e pazienti. A firmarlo è James Le Fanu, un medico di famiglia inglese in pensione che, dalle pagine del ‘British Medical Journal‘, punta il dito sull’epidemia silenziosa di effetti indesiderati provocata dall’eccesso di medicalizzazione, a fronte di benefici spesso assenti nella maggior parte dei ‘consumatori seriali’ di farmaci.

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Le creme solari forse causano carenza vitamina D

(da AGI)   Le creme ad elevata protezione solare rappresentano uno scudo importantissimo contro i tumori della pelle. Ma cominciano ad accumularsi prove di un loro effetto indesiderato: impedirebbero la corretta produzione di vitamina D da parte dell’organismo. A discutere della questione sono stati gli esperti riuniti in occasione del congresso della Societa’ Italiana di Medicina Estetica (SIME) che ha chiuso i battenti a Roma il mese scorso. “Cominciano ad accumularsi evidenze scientifiche che suggeriscono una possibile correlazione tra uso di creme con filtri solari ad elevata protezione (SPF 50+) e carenza di vitamina D”, ha detto il presidente della SIME Emanuele Bartoletti ad un simposio su questo argomento. “Ma rimane ancora controverso il ruolo dei filtri solari nell’influenzare i livelli di vitamina D”, ha aggiunto. “Sembra un paradosso ma l’Italia, Paese baciato dal sole, e’ anche uno di quelli con la maggior prevalenza di carenza di vitamina D in Europa”, ha sottolineato Domenico Centofanti, vicepresidente SIME. “Esporsi al sole almeno per 20 minuti a giorni alterni aiuta a ‘ricaricare’ l’organismo di vitamina D; tenendo pero’ presente che la pelle delle mani o del viso e’ meno ‘efficiente’ di quella del tronco nel produrre vitamina D”, ha aggiunto. Ma i medici consigliano giustamente di non esporsi al sole senza aver prima applicato sulla pelle una crema con filtro solare. “Di recente – ha ricordato Centofanti – e’ stato pubblicato un documento sull’effetto dei filtri solari sulla vitamina D. Scopo di questo studio era quello di valutare l’effetto di una protezione solare SPF50+ sulla produzione di vitamina D cutanea e sui livelli circolanti di 25(OH)D3 (la vitamina D trasformata in forma attiva dal fegato) in base alle diverse aree superficiali del corpo (BSA, body surface area)

Corte dei Conti: per i certificati medici facili responsabile è l’Mmg

(da DottNet)   Il medico di base che certifichi lo stato di malattia senza effettuare scrupolose verifiche può concorrere al danno erariale anche se vittima di raggiro da parte del dipendente, che mente deliberatamente su sintomi e condizioni di salute. Lo ha stabilito la Corte dei Conti Umbria sez. giurisd., con la sentenza n. 47 del 20 dicembre 2017, ampliando così i profili di responsabilità per gli Mmg.   La vicenda trae origine da un procedimento, prima disciplinare e poi penale, avviato contro un dipendente pubblico che svolgeva le sue mansioni presso la Direzione Territoriale del lavoro dell’Umbria. Nello specifico, il soggetto aveva prodotto false attestazioni di malattia redatte da lui con firma e timbro di sanitari ignari, nonché certificati prodotti effettivamente da un medico che ne aveva invece confermato la provenienza. La Procura regionale si è rivolta alla Corte dei Conti competente per ottenere la condanna per danno erariale non soltanto nei confronti del dipendente pubblico, ma persino del sanitario che aveva emesso le relative certificazioni.   Il medico in sede di giudizio si è difeso sostenendo di non essere stato coinvolto nel procedimento penale e di aver scrupolosamente verificato le condizioni fisiche del paziente. Ma, sulla base degli atti del procedimento penale acquisiti, la Corte dei Conti ha stabilito come emergesse un quadro diverso: in particolare, il paziente aveva palesato, in alcune intercettazioni telefoniche, la volontà di dichiarare al medico stati patologici inesistenti, certo che avrebbe emesso le relative certificazioni.  La Corte dei Conti ha quindi giudicato il medico corresponsa­bile dell’attuazione del disegno criminoso del lavoratore, seppur non dolosa­mente ma soltanto colposamente, condannandolo in via sussidiaria al risarcimento del danno patrimoniale all’Erario, pari alla metà dello stipendio indebitamente percepito dal lavoratore nel periodo coperto dalle sue certificazioni.

 

Vaccini, Andriukaitis: dia consigli chi è competente

(da Ansa.it)   «Lo sapete cosa penso sia pericoloso? Un esempio è dare consigli medici senza avere qualifiche mediche. Ancor di più, quando il risultato peggiore sono i bambini che muoiono perché non ottengono vaccinazioni salvavita». Così in un tweet il commissario Ue alla salute Vytenis Andriukaitis interviene sulla vicenda postando un articolo che riporta le dichiarazioni del ministro dell’interno Matteo Salvini contro le vaccinazioni obbligatorie.

I medici di famiglia inglesi propongono tassa su appuntamenti non necessari

(da Doctor33)   Studi e ambulatori dei medici di famiglia inglesi sempre affollati e spesso da persone che non necessitano dell’intervento di un dottore. Così i medici di medicina generale hanno proposto una tassa di 5 sterline per scoraggiare la popolazione a recarsi nello studio o a prenotare un appuntamento inappropriato dal medico, optando invece per la farmacia. L’iniziativa dovrebbe essere votata oggi dalla British Medical Association (Bma). Secondo i rappresentati dei camici bianchi di famiglia, l’obiettivo è far riflettere i pazienti sul reale bisogno del medico, suggerendo che la loro richiesta può essere soddisfatta anche da una farmacia. Inoltre, si potrebbe liberare il dottore dalle visite inutili e aumentare il tempo da dedicare a chi ha davvero bisogno di un consulto. «Ai tempi dei nostri nonni andavi dal dottore solo se eri veramente malato. Oggi vai dal medico per problemi molto semplici», spiega sul Daily Mail Mike Foster del Gloucestershire Local Medical Committee, che rappresenta 600 medici di famiglia di quell’area. La proposta arriva dopo che un sondaggio curato da Ipsos Mori Research Highlights ha svelato come il 70% dei cittadini sia d’accordo con la proposta di un ”balzello” per diminuire le visite inutili dal medico di famiglia.

Al mio paziente ignoto

(di Atul Gawande, New Yorker 2 giugno 2018)   Il principio fondamentale della medicina, da molti secoli a questa parte, è che tutte le vite hanno lo stesso valore. Non sempre noi che ci occupiamo di medicina teniamo fede a questo principio. Lo sforzo per colmare il divario tra aspirazione e realtà ha occupato l’intero corso della storia. Ma quando questo divario viene messo in luce – quando si scopre che alcuni vengono curati peggio di altri, o non vengono curati affatto, perché non hanno soldi o le conoscenze giuste, per la loro estrazione sociale, perché hanno la pelle scura o un cromosoma X in più – quanto meno ci vergogniamo. Al giorno d’oggi non è per niente facile sostenere che tutti siano ugualmente degni di rispetto. Eppure non è necessario provare simpatia o fiducia nei confronti di una persona per credere che la sua vita meriti di essere difesa. Pensare che tutte le vite abbiano lo stesso valore significa riconoscere che c’è un nucleo comune di umanità. Se non si è aperti all’umanità delle persone, è impossibile curarle in modo adeguato. E per vedere la loro umanità bisogna mettersi nei loro panni. Ciò richiede la disponibilità a domandare alle persone come si trovano, in quei panni. Richiede curiosità nei confronti degli altri e del mondo. Viviamo in un momento pericoloso, in cui ogni genere di curiosità – scientifica, giornalistica, artistica, culturale – è sotto attacco. Questo succede quando rabbia e paura diventano emozioni prevalenti. Sotto la rabbia e la paura c’è spesso la sensazione fondata di essere ignorati e inascoltati, l’impressione diffusa che agli altri non importi come si sta nei nostri panni. E allora perché offrire la nostra curiosità a qualcun altro? Nel momento in cui perdiamo il desiderio di capire – di lasciarci sorprendere, di ascoltare e testimoniare perdiamo la nostra umanità.  (articolo ripreso da Giovanni De Mauro, su ‘Internazionale’ n.1260, 15/21 giugno 2018).                 

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